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venerdì 28 febbraio 2014

Papà, cosa significa la parola tasse?

Ho letto da qualche parte questa (poco) divertente ma istruttiva storiella la quale, pur nella sua ingenua rappresentazione, rende appieno l'idea della paradossale e drammatica situazione che sta minando profondamente non solo l'economia bensì, cosa ben più grave, la stessa coesione sociale del nostro Paese.

Un bimbo chiede al papà che cosa significa la parola tasse? Per tutta risposta quest'ultimo gli sfila con lestezza la merenda dalla manina, mangiandone una quantità pari all'82%, e lasciando in tal modo il figliolo attonito e senza parole.

Più tardi il padre si accorge che il piccolo, dopo aver preso un'altra merendina, l'ha furbescamente mangiata di nascosto: allora lo chiama a sé, spiegandogli che con il suo comportamento è diventato un evasore e che, in quanto tale, la sua sanzione ammonterà al 200% dell'82% della merendina nascosta, oltre agli interessi.

Ma il bimbo, ora, di merendine non ne ha più e comincia a piangere: a questo punto il genitore, con fare minaccioso, gli dice che se entro tre giorni non sarà in grado di pagare la sanzione, gli manderà Equipapà a sequestrargli tutti i giocattoli.

Da allora il bambino non ha più mangiato merendine, gettando nella disperazione il commerciante che le vendeva, tanto da costringerlo a chiudere il negozio: il bimbo, senza le sue merendine è smagrito sempre più, diventando al contempo irascibile e malfidente nei confronti del padre, nel mentre il commerciante è ricorso al suicidio.

domenica 5 gennaio 2014

La mannaia del fisco si abbatte sul 95% delle imprese italiane

La realtà, purtroppo, è decisamente più cruda delle favole raccontate un giorno sì, un altro pure, dal premier Enrico Letta, al punto che nel 2013 l'inasprimento fiscale ha pesantemente colpito il 95% delle aziende operanti in Italia: a rivelarlo è la Cgia di Mestre, secondo la quale la mannaia del fisco ha raggiunto per queste imprese, delle percentuali che oscillano tra il 53% e il 63%.

Si tratta di un livello mai raggiunto nel passato, soprattutto per le aziende con meno di 10 addetti, per le quali nel 2014 andrà addirittura peggio: un artigiano che lavora da solo (reddito annuo di 35.000 euro), ad esempio, se nel 2013 ha versato allo Stato e agli Enti locali complessivamente 18.564 euro, quest'anno il fisco lo obbligherà a versare 1.216 euro in più di quanto già pagava nel 2011.

Dai dati della Cgia emerge, inoltre, che circa il 70% degli artigiani e dei commercianti presenti nel nostro Paese lavora da solo, oppure partecipa ad imprese di dimensioni assai ridotte: per una pmi con 2 soci e 10 dipendenti (reddito di 100.000 euro al lordo dei compensi degli amministratori, pari a 60.000 euro), ad esempio, la pressione fiscale ha toccato il 63,4%, assommando un totale di tasse e contributi per il 2013 pari a 63.424 euro, con un inasprimento di 2.016 euro, rispetto ai due anni precedenti.

Tutto ciò non bastasse, ecco che per gli onesti la pressione fiscale effettiva è ormai salita al 56%, visto che in Italia, già nel 2012, l'economia sommersa era pari al 21,6% del Prodotto Interno Lordo, ovvero il valore più elevato di tutta l'eurozona: infine, tra i quattro più importanti partner europei, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, solo nel Regno Unito l'onere fiscale gravante sui profitti da impresa ha registrato un'incidenza del gettito sul Pil (3,1%) di poco superiore a quella italiana (2,8%).

martedì 3 dicembre 2013

Più di metà delle tasse è sulle spalle del 10% degli italiani

I dati, che sono peraltro reperibili sul sito del Ministero dell'Economia, si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2012 (imponibile 2011) dai cittadini italiani: ebbene, da quanto risulta dalle analisi statistiche dello stesso ministero, è il ceto medio ad essere letteralmente stritolato dalle tasse.

Mentre i 'politicanti' di palazzo continuano ipocritamente a discutere di Imu sulla prima casa, ecco che la sola Irpef ha sottratto dalle tasche dei contribuenti onesti italiani ben 152,2 miliardi di euro, ai quali vanno aggiunti 14,4 di addizionali comunali e regionali, per un totale di 166,6 miliardi, ovvero 37 volte il gettito Imu sulla prima casa.

Sia ben chiaro, su 41,3 milioni di contribuenti, circa 9,8 non pagano nulla: in pratica, uno su quattro versa zero Irpef o perché rientra nella 'no tax area' (8.000 euro per i lavoratori dipendenti, 7.500 per i pensionati e 4.800 per gli autonomi), oppure perché annulla le tasse con le detrazioni, come ad esempio le spese mediche.

Il che, tradotto in soldoni, significa che l'81,5% dell'Irpef, equivalente a 124 miliardi di euro, è attualmente pagato da lavoratori dipendenti (85 miliardi) e pensionati (39 miliardi), anche se il fatto sorprendente è un altro: sapete quanti sono coloro che dichiarano di guadagnare circa 2.000 euro netti al mese? Ebbene, ammontano a poco più di quattro milioni di contribuenti, cioè il 10% del totale.

Che, però, hanno versato nelle casse dello stato una quota pari al 51,7% di tutta l'Irpef nazionale, ovvero 78,7 miliardi di euro: in altre parole, più della metà dell'Irpef incassata in un anno, ha pesato sulle spalle di soli 4 milioni di dipendenti, pensionati e imprenditori, che non guadagnano più di 2.000 euro ogni mese.

L'altra metà degli introiti se la dividono tra loro i restanti 27 milioni e mezzo di contribuenti, che rappresentano il 90% del totale: si potrebbe obiettare che la stragrande maggioranza guadagna meno di 2mila euro e, quindi, nulla di più si potrebbe pretendere da loro: allo stesso tempo, però, non possono certo essere considerati 'ricchi' coloro che percepiscono 2mila euro mensili, soprattutto a fronte di un esercito di mafiosi, truffatori ed evasori, colpevoli di sottrarre all'erario qualcosa come 120 miliardi di euro all'anno.

Alla luce di questi dati, quello che un tempo era definito ceto medio, il motore dell'economia e dei consumi, è ormai un panda in via di estinzione, visto che, oltre all'Irpef, su di esso si scarica il maggior peso di altri prelievi: contributi sociali, la futura Iuc, le ritenute sui pochi risparmi, le accise sui carburanti, l'Iva sulle bollette e sull'acquisto di beni di consumo, il canone tv, le imposte sulla Rc Auto ecc., ecc.

lunedì 18 novembre 2013

Come far pagare la tredicesima dagli evasori fiscali

Ogni economista che si rispetti ha bell'e pronta la propria personale ricetta per abbassare le tasse che, alla prova dei fatti, si dimostra puntualmente un flop: eppure, una soluzione ci sarebbe, per dare più soldi ai lavoratori dipendenti ed ai pensionati, senza per questo mandare in rosso i conti pubblici.

Per fare ciò servirebbe, innanzitutto, una sorta di meccanismo che permetta di spostare il peso fiscale, garantendo altresì l'assoluta parità del gettito complessivo: questo meccanismo esiste di già, ed è nascosto in una delle più antiche tradizioni italiane, ovvero la tredicesima.

Per prima cosa, un ipotetico Ministro dell'Economia dovrebbe dichiarare a reti televisive unificate che il 2014 sarà “Anno di lotta senza quartiere all'evasione fiscale”, stabilendo al contempo che la tredicesima sarà spalmata per decreto su dodici mesi, per tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati: a dicembre il bonus sarà pagato con le somme recuperate nel frattempo all'elusione ed all'evasione fiscale.

Con lo stesso decreto d'urgenza, verranno altresì congelati (in attesa di una improrogabile revisione dell'intera tematica previdenziale e assistenziale) gli importi eccedenti i cinquemila euro mensili, degli assegni pensionistici attualmente in pagamento: di sicuro dipendenti e pensionati si troverebbero, da subito, più soldi in tasca, con ciò contribuendo alla ripresa dei consumi interni.

Nel frattempo verrà messa in campo una vera e propria task force per intercettare gli evasori, tenendo presente che la spesa delle tredicesime ammonta a meno di un decimo, rispetto al totale stimato di evasione ed elusione fiscale che affligge il nostro Paese.

Supponendo che in un anno di lotta senza quartiere, anche grazie all'occhio vigile di dipendenti e pensionati consci di giocarsi il bonus, si arrivi a recuperare almeno il settanta per cento dell'ammontare delle tredicesime, i tre quarti delle famiglie italiane (ovvero quelle che vivono di stipendi e pensioni) si ritroverebbero in tasca un bel gruzzoletto, da aggiungere alla tredicesima già percepita mensilmente.

Cosa riceverebbero in cambio imprenditori, aziende ed enti pubblici? Ad esempio un armistizio sindacale e una moratoria dei contratti di lavoro, che si tradurrebbe in una conseguente riduzione del costo del lavoro, a tutto vantaggio del recupero di competitività sul piano internazionale.

Se tutti faranno la loro parte, a fine anno si darebbe per consolidato il risultato e, del caso tale formula avesse raggiunto gli obiettivi prefissati, la si potrebbe ripetere per l'anno successivo e per quelli a venire, spalmando sempre la tredicesima su dodici mesi e creando nuovi gruzzoletti per pagare il bonus a fine anno.

In un triennio si potrebbero spostare cento miliardi di euro, attaccando severamente a fondo l'evasione, la corruzione e gli sprechi pubblici, il che consentirebbe di far diminuire l'ormai non più sopportabile pressione tributaria complessiva: solo allora si potrebbe affermare che “le tasse sono bellissime”, sia perché corrispondenti effettivamente al costo dei servizi erogati, sia, soprattutto, perché a pagarle non sarebbero più soltanto i soliti noti.

domenica 13 ottobre 2013

Primi in Europa: gli italiani pagano più di cento tasse

La Cgia di Mestre s'è presa la briga di contarle tutte e, alla fine, il risultato è stato decisamente sconfortante: sono, infatti, di più di cento le tasse e i balzelli che gravano annualmente sulle spalle degli italiani.

Soltanto le prime dieci tasse in classifica garantiscono alla macchina statale circa 413,3 miliardi di euro di introiti, a fronte di un totale di oltre 472 miliardi di entrate tributarie: le imposte che pesano di più sulle nostre tasche sono, senza alcun dubbio, Irpef (Imposta sulle persone fisiche) e Iva (Imposta sul valore aggiunto).

Entrambe garantiscono all'erario un gettito complessivo che sfiora i 260 miliardi di euro l'anno, incidendo addirittura per il 54% sul totale delle entrate fiscali.

A gravare pesantemente sulle attività produttive che ancora sopravvivono, sono invece l'Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), che attualmente garantisce 33,2 miliardi di gettito all'anno, e l'Ires (Imposta sul reddito delle società), che porta all'incasso da parte dello Stato di ulteriori 32,9 miliardi di euro.

Combinando gli studi di Cgia e Codacons emerge, in proposito, che tra lo scorso anno e quello in corso, nel nostro Paese si sono registrati i maggiori aumenti di tasse del vecchio Continente, visto che in Europa nessuno è più tar-tassato di noi.

Solo nel 2013, infatti, ciascun italiano (ivi compresi bambini e ultracentenari) pagherà mediamente 11.800 euro, suddivisi tra imposte, tasse e contributi previdenziali, tutto ciò in cambio di servizi inadeguati e, in alcuni casi, persino scadenti o inesistenti.

Sempre più, del resto, nel momento del bisogno siamo costretti a pagare due volte per lo stesso servizio: succede, ad esempio, se dobbiamo inviare un pacco, se abbiamo bisogno di un esame o di una visita medica specialistica in tempi brevi, di doverci spostare, ma anche nel momento in cui vogliamo che la giustizia (civile e penale) intervenga in tempi ragionevoli, come sono quelli richiesti dalla società in cui viviamo.

Non solo per numero e incidenza delle tasse, anche nel campo delle tariffe (nazionali e locali) l'Italia ha conquistato il primato europeo, con aumenti più alti di tutti i Paesi membri: i trasporti (+5,3%), l'acqua potabile (+6,7%), i rifiuti (+4,7%), ma anche i taxi (+5,2%), la telefonia (+9,9%), i pedaggi autostradali (+4,1%) e le tariffe postali (+10,1%).

Un discorso a parte meritano -secondo Codacons- le tariffe di luce e gas: se è pur vero che in questo settore si sono registrate, nell'ultimo periodo riduzioni delle tariffe, è altrettanto scoraggiante constatare che continuiamo a pagare l'energia più che nel resto d'Europa: nel solo 2012, infatti, le famiglie italiane hanno visto crescere la loro bolletta elettrica dell'11, 2%, contro una media europea del 6,6%.

E' del tutto superfluo ricordare, infine, che la corsa delle tariffe ha un peso determinante nell'erosione del potere d'acquisto delle famiglie, tanto che qualsiasi rincaro delle stesse si traduce, inevitabilmente, in un ulteriore prelievo forzoso che, unito alle gabelle di cui sopra, ha ormai ridotto noi italiani ad essere, oltre che i più tartassati, anche i più poveri cittadini europei.

Sarebbero questi i risultati della tanto decantata 'stabilità', autentico totem  di chi si occupa dei problemi del Paese