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lunedì 8 settembre 2014

Scozia, indipendentisti al 51% a pochi giorni dal referendum

Secondo il recente sondaggio condotto dall'istituto YouGov, e pubblicato dal Sunday Times a meno di due settimane dal referendum previsto per il prossimo 18 settembre, gli indipendentisti scozzesi risulterebbero in vantaggio di due punti percentuali, con ciò ribaltando clamorosamente, nel giro di un mese, uno svantaggio di ben 22 punti: lo spostamento dei voti si sarebbe registrato, in particolare, tra gli elettori più giovani, quelli della working class e le donne.

Tanto è bastato, da spingere Londra a promettere al governo di Edimburgo ampi poteri e maggiore autonomia in materia fiscale, di welfare e di spesa pubblica in caso di sconfitta delle istanze indipendentiste: anche se su un punto Westminster appare irremovibile, ovvero, nel malaugurato caso di scioglimento dell'Unione, gli scozzesi -come ha affermato il cancelliere dello scacchiere britannico George Osborne- non potranno in nessuna circostanza continuare ad utilizzare la sterlina.

Per tutta risposta, il leader nazionalista Alex Salmond si è limitato a commentare “Li stiamo mettendo in fuga, si stanno auto-distruggendo”: i sondaggi, a suo dire, altro non farebbero, infatti, che riflettere quanto recentemente sta accadendo sul territorio, grazie ad una campagna ben radicata tra la gente, sostenuta da centinaia di attivisti attraverso presidi informativi ed un instancabile opera di volantinaggio.

Per la regina Elisabetta, pur avendo molti legami con la Scozia ed essendo tenuta all'obbligo istituzionale della neutralità, un voto favorevole all'indipendenza potrebbe avere effetti traumatici, visto che le due corone sono unite fin dal 1603: in realtà, alla fine potrebbe non cambiare poi molto, visto che secondo il sondaggio il 54% degli scozzesi si è dichiarato favorevole a mantenere per la regina il ruolo di capo di stato.

lunedì 2 settembre 2013

Politica & spinelli: Il Cavaliere in versione free joint

Alla sua tecnica di rilasciare dichiarazioni “per vedere l'effetto che fa” (per poi smentire se stesso il giorno seguente), siamo ormai da anni abituati.

Questa volta, però, il Cavaliere a delinquere ha superato addirittura se stesso, quando sabato scorso si è presentato in Largo Torre Argentina, a Roma, per apporre la sua firma sui quesiti referendari dei Radicali.

Che il suo spirito liberale fosse attirato dai referendum per una “giustizia giusta”, non avremmo dubitato, ma che dicessecon la propria firma anche alla marijuana libera e alla cancellazione del reato di clandestinità, è stato un vero coup de theatre.

Proprio lui che lanciò una battaglia di civiltà contro l'uso delle sostanze stupefacenti, sostenendo che “la lotta alla droga è prima di tutto una battaglia di libertà”.

Fu il governo da lui presieduto a partorire quell'abominio come la Legge Fini del 2006 che, eliminando la distinzione tra droghe leggere e pesanti, reintrodusse la dose minima consentita come spartiacque tra consumo e spaccio, cacciando in carcere semplici consumatori, al posto dei veri e superprotetti spacciatori.

Fu sempre un governo da lui presieduto ad introdurre il reato di clandestinità, bocciato dalla Corte di Giustizia europea, come pure i respingimenti dei barconi in alto mare, da lui definiti quali “provvedimenti più umani, rispetto alla detenzione nei centri d'accoglienza”.

Cos'è, allora, che ha fatto invertire di 360° la rotta del pregiudicato di Arcore? Altri tempi, altre emergenze, forse?

In effetti, fino ad allora il Cavaliere era sempre riuscito a sfuggire, in un modo o nell'altro, ai tentativi di una certa magistratura di estrometterlo dall'agone politico per via giudiziaria.

Ora che le cose sono cambiate, non gli resta che tentare in extremis, per via referendaria, la sua personale rivoluzione liberale della giustizia.

Quella riforma che, secondo i suoi calcoli, potrebbe portargli il tanto desiderato salvacondotto, indispensabile per la sua agibilità politica e, dunque, per non decadere dalla carica di senatore.

Siamo dunque arrivati al redde rationem, con il Cavaliere in versione free joint, pronto ad affermare che, anche su droga e immigrazione e giustizia, “i cittadini italiani hanno il diritto di dare il loro voto: o no”.

Cosa ne pensino i suoi compagni di partito come Giovanardi e Formigoni, oppure il suo alleato lombardo Roberto Maroni, al momento non è dato sapere.