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lunedì 8 settembre 2014

Scozia, indipendentisti al 51% a pochi giorni dal referendum

Secondo il recente sondaggio condotto dall'istituto YouGov, e pubblicato dal Sunday Times a meno di due settimane dal referendum previsto per il prossimo 18 settembre, gli indipendentisti scozzesi risulterebbero in vantaggio di due punti percentuali, con ciò ribaltando clamorosamente, nel giro di un mese, uno svantaggio di ben 22 punti: lo spostamento dei voti si sarebbe registrato, in particolare, tra gli elettori più giovani, quelli della working class e le donne.

Tanto è bastato, da spingere Londra a promettere al governo di Edimburgo ampi poteri e maggiore autonomia in materia fiscale, di welfare e di spesa pubblica in caso di sconfitta delle istanze indipendentiste: anche se su un punto Westminster appare irremovibile, ovvero, nel malaugurato caso di scioglimento dell'Unione, gli scozzesi -come ha affermato il cancelliere dello scacchiere britannico George Osborne- non potranno in nessuna circostanza continuare ad utilizzare la sterlina.

Per tutta risposta, il leader nazionalista Alex Salmond si è limitato a commentare “Li stiamo mettendo in fuga, si stanno auto-distruggendo”: i sondaggi, a suo dire, altro non farebbero, infatti, che riflettere quanto recentemente sta accadendo sul territorio, grazie ad una campagna ben radicata tra la gente, sostenuta da centinaia di attivisti attraverso presidi informativi ed un instancabile opera di volantinaggio.

Per la regina Elisabetta, pur avendo molti legami con la Scozia ed essendo tenuta all'obbligo istituzionale della neutralità, un voto favorevole all'indipendenza potrebbe avere effetti traumatici, visto che le due corone sono unite fin dal 1603: in realtà, alla fine potrebbe non cambiare poi molto, visto che secondo il sondaggio il 54% degli scozzesi si è dichiarato favorevole a mantenere per la regina il ruolo di capo di stato.

martedì 2 settembre 2014

Fanatismo islamico e paure occidentali

Nessuno, credo, avrebbe mai l'ardire di contestare la gravità di ciò che sta accadendo nella striscia di Gaza, in Iran e in Iraq: a tale proposito c'è addirittura chi, come i repubblicani statunitensi, ritiene che questa sorta di “cancro islamico” debba essere curato attraverso una radicale operazione (militare), oppure chi, con un ardito parallelo, si è persino spinto a paragonare la crisi mediorientale ad un altro flagello che sta preoccupando di questi tempi, come l'ebola.

A volte, purtroppo, non è sempre vero che l'unica cosa di cui occorre avere paura sia la paura stessa: queste crisi sono vere, ed altrettanto vere sono le minacce che esse rappresentano, anche se inizia ad insinuarsi qualche dubbio sul fatto che la diffusione di certe visioni apocalittiche non rischi, alla fine, di paralizzare la produzione di possibili soluzioni in risposta a queste nuove sfide.

Questo è anche il pensiero di Michael Brenner, professore di Politica Internazionale presso l'Università di Pittsburg (Pennsylvania), convinto del fatto che l'opinione pubblica americana -formata dalle versioni hollywoodiane della storia, piuttosto che da una conoscenza diretta della stessa- percepisca l'avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico come la travolgente scena dell'attacco di Aqaba nel film Lawrence d'Arabia (con Peter O'Toole), oppure quello sferrato dalle orde di beduini del Mahdi (Laurence Olivier) in Khartoum.

In questo modo si rafforza, sempre più, l'idea di trovarci in presenza di un nemico assetato di sangue, fanatico, demoniaco e forse inarrestabile: ed è a questo punto che la percezione diventa apocalittica, ripercuotendosi negativamente sulla capacità di reagire e, soprattutto, nella scelta di mettere in campo risposte non necessariamente militari.

Recentemente, il noto comico statunitense Jon Stewart ha mandato in onda una sorta di “Blob” delle ultime notizie sull'avanzata degli jihadisti trasmesse -in un crescendo di catastrofismo- dalle principali tv americane, commentando “Ma se davvero le cose stanno così, se riteniamo che questi siano davvero inarrestabili, che senso ha mettersi a discutere come reagire? Arrendiamoci!”.

Immaginate cosa sarebbe accaduto da noi, se quelle stesse parole fossero state pronunciate da un noto “comico” genovese? La verità è che i media attirano la nostra attenzione sulla “crisi del giorno”, martellandoci in modo ossessivo, per poi farla sparire una volta superata la fase acuta, dimenticando che la ragioni che hanno provocato lo scoppio della crisi rimangono da affrontare, non con le armi ma con la politica.

Sarebbe forse troppo chiedere ai politici, ai media e ai "fruitori" di notizie di fare uno sforzo per un maggior approfondimento, se non altro per una conoscenza non episodica od epidermica di quanto succede, visto che sarebbe quantomeno opportuno seguire con più continuità l'evolversi delle crisi, riflettendo anche su come, in molti casi, si sia al fine riusciti a venirne a capo.

Magari provando a rispondere a domande di questo tipo: in che modo l'America Latina si è liberata dalla dicotomia dittatura/guerriglia che per parecchi decenni ne aveva contraddistinto la storia politica? Quali risoluzioni hanno stabilizzato l'Albania che, solo fino a pochi anni fa, sembrava destinata a riversare sull'Italia centinaia di migliaia di immigrati? Per quale motivo in Indonesia, il più popoloso Paese a maggioranza islamica, non prevale il fondamentalismo? Come è avvenuto il passaggio dalla dittatura alla democrazia a Taiwan e in Corea del Sud?

Di certo, maggiori riflessioni ed approfondimenti su temi come questi, potrebbero essere d'aiuto e fornire preziose indicazioni su come affrontare le crisi attuali, nonché rappresentare un valido contributo per sfatare le profezie apocalittiche, pericolose in quanto tendenti il più delle volte all'auto-affermazione.

martedì 19 agosto 2014

Democrazia o lotteria?

L'emozione di esercitare un diritto democratico sembrerebbe non possedere più l'antico fascino nemmeno a Los Angeles, come dimostrato dalla scarsa affluenza registrata nelle recenti elezioni comunali: così la città sta prendendo in considerazione un incentivo più tangibile per attirare i cittadini a votare: premi in denaro.

La Commissione Etica di Los Angeles ha recentemente proposto, infatti, l'introduzione di una sorta di ricompensa monetaria: in pratica, le schede di voto verrebbero utilizzate anche come biglietti della lotteria, con tanto di estrazione finale di un premio in denaro del valore di ben 54.000 dollari.
L'iniziativa è stata pensata per contrastare la disaffezione degli elettori, anche in uno Stato famoso nel mondo per la pratica della "democrazia diretta": i californiani, infatti, vengono regolarmente chiamati a votare su una sconfinata serie di problemi, possono mandare a casa prima del tempo i politici eletti, attraverso l'istituto del “recall” nonché, grazie ai referendum, addirittura respingere atti approvati dal legislatore statale.
Per non dire del fatto che i cittadini possono persino scrivere le proprie leggi: una opzione, questa, che in California è stata esercitata sia sulla regolamentazione della cannabis, sia in materia di tasse di proprietà: negli ultimi tempi, però, un dosaggio forse eccessivo di democrazia sembra aver stancato gli elettori di Los Angeles: solo il 23 per cento di essi, infatti, si è recato alle urne per l'elezione del sindaco lo scorso anno, nonostante la campagna elettorale si fosse rivelata la più dispendiosa di sempre.
A detta di Nathan Hochman, chief director della Commissione Etica californiana, per partecipare alla lotteria indetta nella giornata elettorale, sarebbe sufficiente che l'elettore registrato ritiri la scheda ed entri nella cabina elettorale: l'apatia nei confronti della classe politica sta diventando un problema molto diffuso anche negli Stati Uniti, tanto che un sondaggio Gallup dello scorso mese di luglio ha rivelato che il Congresso avrebbe un indice di gradimento non superiore al 15 per cento.
In passato, per incrementare l'affluenza alle urne era stato anche proposto di cambiare la tempistica delle elezioni locali, in modo che corrispondessero con le elezioni nazionali: tuttavia, a detta dei tecnici, un tale approccio sarebbe parecchio complicato da implementare per tutti gli stati dell'Unione: d'altro canto, se è ben vero che le leggi federali proibiscono agli elettori di essere pagati per esprimere un voto, secondo gli esperti legislativi di Los Angeles tale divieto non sarebbe applicabile se i premi in denaro venissero offerti solo nell'ambito delle elezioni locali.
Prima di una sua eventuale introduzione, il progetto della “Lotteria del Voto” richiederebbe, in ogni caso, il consenso degli elettori californiani: i quali, superfluo ricordarlo, dovranno essere nuovamente chiamati a votare per approvarlo.

domenica 3 agosto 2014

“Governare gli italiani non è difficile, è inutile”

Per alcuni potrà anche essere consolatorio liquidare con l'appellativo di “gufi” tutti coloro (non solo ex comici ma anche autorevoli economisti) che, già da diversi anni, affermano che quella che stiamo vivendo è la più grande crisi mai occorsa da secoli, perché è globale e perché è basata sul debito: un indebitamento di tutti con tutti, causato innanzitutto da un eccesso di promesse, essendo comunemente risaputo il fatto che ogni promessa è debito.

Tutto inizia quando una persona comunica di avere un bisogno e, il fatto stesso che lo comunichi, significa che non è in grado di soddisfarlo autonomamente, tanto da rivolgersi ad altri per chiedere aiuto, il che vale a dire, direttamente o indirettamente esprimere un desiderio: sta tutto qua l'inghippo, perché il bisogno è un fatto reale e concreto, mentre il desiderio rappresenta solo la sua espressione psicologica.

Le due cose, lungi dal coincidere, il più delle volte non sono anzi nemmeno collegate, come dimostrano l'esempio della moda e quello della pubblicità, che fanno desiderare cose di cui, nella maggior parte dei casi, non abbiamo affatto bisogno: così, uno ha la necessità di coprirsi ma, per qualche oscuro motivo, desidera proprio una giacca di Armani perché gli è stato fatto credere che, grazie a quell'oggetto, avrebbe soddisfatto sia un bisogno che un desiderio.

Le promesse hanno, comunque, qualcosa che le accomuna ai desideri: vengono formulati entrambi attraverso il linguaggio, sono soltanto “parole”: viviamo in un modello di società in cui i desideri vengono alimentati da promesse fatte in anticipo, e poi gestiti e soddisfatti da altre promesse, al punto che promesse assolvono al subdolo compito di spostare nel tempo le risposte.

Questo slittamento, questo calcolato ritardo nel soddisfare le domande, crea alla fine debito il quale, venendo a sua volta spostato in avanti e “rifinanziato” con nuove promesse, si espande trasformandosi in un indebitamento etico, politico, culturale, psicologico, economico, totale ed esponenziale: l'esempio più evidente è ogni giorno sotto i nostri occhi, basta avere la voglia di aprirli e guardare.

Dal dopoguerra ad oggi l'Italia sembra essere costantemente impegnata in un'infinita, indeterminabile, assemblea di condominio in cui, a cadenze regolari, viene chiesto ai condomini di votare per il rinnovo dell'amministrazione: tutti si lamentano del vecchio amministratore, lo ritengono inadeguato, se non addirittura incapace o, peggio, colluso per interessi personali.

Ma siamo in un Paese conservatore, perennemente spaventato dal cambiamento, dove gli abitanti fondamentalmente se ne fregano che le promesse vengano effettivamente mantenute, anche a costo di lamentarsi all'infinito dell'amministratore condominiale: perché tutto questo? Forse, come diceva Benito Mussolini, perché “governare gli italiani non è difficile, è inutile”.

mercoledì 16 luglio 2014

Matteo Salvini, guai se cambia!

Ogni volta che ascoltiamo le sfacciate parole di chi pratica il nepotismo in rassegnato silenzio, significa che diamo per scontato che così fan tutti, avvallando in tal modo la consuetudine che la cosa pubblica in Italia sia uno spazio ad uso e consumo dei politici e che il merito rappresenti semmai un impedimento.

“La mia ragazza è una delle maggiori esperte in quel campo” -così ha risposto qualche giorno fa Matteo Salvini, il rampante segretario della Lega “new wave”, a chi gli chiedeva conto dell'assunzione della sua compagna in Regione Lombardia, putacaso governata dal compagno di partito Roberto Maroni- “Cosa doveva fare, rifiutare l'incarico solo perchè è la mia donna?”

Parole che abbiamo già sentito migliaia di volte: l'assunzione in Regione Lombardia della compagna di Salvini, fino a prova contraria, non è certo un reato, anche se ragioni di opportunità indurrebbero chiunque, in casi come questi, a fornire maggiori elementi per fugare ogni dubbio, non fosse altro per non prestare il fianco ad attacchi strumentali.

Ma questa, purtroppo, non è l'usanza più praticata dai politici nel nostro Paese che, viceversa, sembra più strenuamente impegnato a mantenere il proprio livello di corruzione ai vertici delle statistiche mondiali: ciò non toglie, d'altro canto, che chiunque nel mondo detenga un potere sia quotidianamente costretto a fare i conti con un certo grado di discrezionalità, ovvero con la soglia minima su cui dovrebbe attestare il suo stesso rigore.

In particolare, nel caso questo potere abbia a che fare con lo Stato e le sue diramazioni amministrative ovvero quando, pur senza commettere reati, l'uomo politico decide univocamente di abbassare quella soglia, assumendo o contribuendo all'assunzione di un familiare, un amico, un amore o, peggio, qualcuno con cui ha contratto qualche debito.

Ed è qui che si comincia a scivolare nelle sabbie mobili dell'arroganza -vero Matteo Salvini?- volgarmente mascherata con quelle frasi “Siccome è la mia donna, non può essere anche brava?” Se davvero, davanti a queste parole non sappiamo come replicare, significa che diamo per scontato che così fan tutti: favorire i propri cari, cosa c'è di male? Se poi non si violano leggi o regolamenti, avendone la possibilità, non lo faremmo anche voi?

Da parecchi decenni, ormai, il nostro Paese affoga, nasconde, intralcia, soffoca nella culla le sue intelligenze, i talenti, coloro che, in ogni campo, non aderiscono a consorterie politiche ed economiche: se in Italia il merito fosse davvero premiato, del resto, a farne le spese non sarebbero innanzitutto le fidanzate, gli amici e i parenti del politico di turno?

E se davvero siamo convinti -guai se cambia- che questo sia l'unico modo per farsi strada in questa malandata nazione non lamentiamoci se, guardandoci allo specchio, le nostre sembianze ci sembreranno somigliare, ogni giorno di più, a quelle di un Salvini o di un Maroni qualunque.

domenica 13 luglio 2014

M5S, in attesa di una nuova promettente vigilia

La speranza di provare a cambiare il funesto destino di noi italiani si è arenata, per il momento, nello score delle ultime elezioni europee, in quel 40,8 per cento di consensi raccolti nelle urne dal partito del premier Matteo Renzi, rafforzato altresì dal sostegno incondizionato giunto dalle folte schiere di elettori impauriti di centrodestra: anche se, a quanto risulta, il M5S non ha alcuna intenzione di abdicare, in attesa di una nuova promettente vigilia.

Sarà, ma la nostra cultura dominante ha sempre osteggiato, fin sul nascere, ogni illusione di cambiamento e di felicità: da tempo immemore nella scuola, ogni indirizzo didattico, prevede ad esempio lo studio del Sabato del villaggio di Giacomo Leopardi, con quella odiosa “donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sole” indicata ossessivamente come metafora del fallace momento di euforia che precede una domenica noiosa e il ritorno al lavoro del lunedì.

Come prima ancora i famigli degli imperatori romani che, durante i trionfi, avevano il compito di sussurrare all'orecchio “ricordati che devi morire”: per non dire di quasi tutte le religioni che hanno da sempre combattuto una guerra senza confini contro qualsivoglia cambiamento, imponendo il momento del digiuno e della mortificazione, o addirittura della flagellazione, dai riti di Iside alle processioni di incappucciati.

Nemmeno il moderno culto dei mercati sfugge alla regola di negare l'esistenza della vigilia di un domani diverso: “il denaro non dorme mai” dice Gordon Gekko, il simbolo cinematografico del capitalismo di Wall Street la notte che precede la riapertura delle Borse, che è l'ora del sudore e dei nervi a fior di pelle aspettando Tokyo o Shanghai.

Tutti quanti, banchieri e sacerdoti, educatori e governanti sanno, infatti, che la vigilia è in sé potenzialmente eversiva, in quanto rappresenta il regno privilegiato dl dionisiaco, dell'impulso vitale, della rivoluzione e di tutto ciò che sta sotto la definizione di stato nascente: “Io non conosco il futuro, non sono venuto qui a dirvi come andrà a finire ma sono venuto a dirvi come comincerà” sussurra Neo nel finale di Matrix, “Immaginate dove vorreste essere, perchè sarà così”, grida Russel Crowe all'inizio del Gladiatore.

La vigilia delle cose, si sa, è uno di quei motivi per cui vale la pena di vivere: non caso, da Omero a John Lennon, il “prima”, la vigilia, è il più grande tema poetico distillato dall'umanità, quello capace di trafiggere i sentimenti di ognuno di noi, lo si voglia o meno: cos'è l'Odissea se non la storia della ventennale vigilia del ritorno a casa di Ulisse? E cosa rende immortale una canzone come Imagine, se non l'eterna promessa di un domani migliore?

domenica 29 giugno 2014

Politica: cara casta, ma quanto mi costi?

Ognuno è libero di pensarla come meglio crede, fatto sta che l'attuale apparato istituzionale del nostro Paese, ovvero Parlamento, Governo, Consigli regionali e comunali, nonché la marea diffusa di organismi politici territoriali, costa alle tasche di ogni italiano ben 644 euro l'anno, vale a dire quasi il doppio che in altri paesi europei, come ad esempio la Francia (384 euro) o la Spagna (389 euro).

Tradotto in termini di Pil, ciò significa che l'Italia spende complessivamente il 2,5% del prodotto interno lordo per mantenere la propria inconcludente classe politica, decisamente troppo, se paragonato all'1,3% della Francia, all'1,6% della Germania e all'1,7 della Spagna: solo quattro Paesi in Europa spendono più di noi, Cipro, Portogallo, Austria e Slovenia.

Nel dettaglio, secondo l'indagine condotta dalla Uil Lazio, in collaborazione con Eures, i costi parlamentari avrebbero raggiunto nel 2012 l'incredibile cifra di 1,5 miliardi, con un incremento complessivo di 33 milioni di euro, rispetto ai cinque anni precedenti: per quanto riguarda la Camera dei deputati, in particolare, gli aumenti sarebbero per larga parte imputabili all'impennata del 14% relativa ai costi del personale.

Anche al Senato negli anni 2007-2012 si è registrato un aumento, seppur più contenuto (+9,5%) della spesa per il personale dipendente, a fronte di una minima diminuzione dei costi “politici” del 6,9%: nonostante ciò, la Camera dei deputati ha elargito nel 2013 per indennità e rimborsi per 146,5 milioni di euro, nonché vitalizi ai parlamentari cessati per ulteriori 139,9 milioni, mentre dalle casse del Senato sono usciti 146,1 milioni di euro, di cui 82 per vitalizi.

Confrontando, infine, le spese del Parlamento italiano con il simile organo costituzionale della Francia, emergono divergenze piuttosto rilevanti: il rapporto tra “politici” e popolazione residente in Italia, ad esempio, riferisce di una percentuale dell'1,6% di parlamentari ogni 100 mila abitanti, leggermente superiore a quello francese dell'1,4%.

I costi: come abbiamo sopra detto, un miliardo e mezzo di euro l'anno per il Parlamento del nostro Paese, 870 milioni per quello transalpino, con uno squilibrio maggiore se raffrontato ai costi complessivi dei deputati italiani, rispetto ai colleghi francesi: i primi oltre un miliardo di euro, i secondi quasi la metà (527 milioni per l'Assemblée Nationale), con la conseguenza che ogni italiano spende 26 euro l'anno solo per pagare le spese parlamentari, mentre ogni francese si limita a 13,3 euro.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: dalla lista della spesa dei provvedimenti urgenti che “ce lo chiede l'Europa”, che fine hanno fatto i tagli ai costi della politica?

sabato 3 maggio 2014

Giovinezza, primavera di bellezza

Che la primavera non esista è un luogo comune, la primavera infatti esiste ed è un luogo comune inventato dalle maestre elementari, con tutta la pioggerellina, le rondini sotto il tetto, lo sbocciar delle viole e via dicendo: anche che primavera vada insieme a giovinezza è un luogo comune, che però ci dà fastidio per via di quella vecchia canzone, nonostante ciò non riusciamo a togliercelo dalla testa.

Qualcuno affetto da "priapismo" (“il cultore dei bei tempi antichi”, secondo il dizionario delle scemenze di Flaubert) lamenta oggi la scomparsa della primavera dalle nostre latitudini: la quale primavera non è più puntuale come un tempo, arriva in ritardo, o brucia le tappe o non arriva per niente.

Una volta, quando i treni arrivavano in orario, i mulini erano bianchi, le gemme, le rondini e la pioggerellina entravano in scena all'unisono: adesso invece, causa il riscaldamento del pianeta, il clima è sempre pazzo furioso: che dire di questi nostalgici? Che sono dei bugiardi, ovviamente.

Del resto sappiamo bene che il “bel tempo che fu” non ci fu proprio, come la primavera che ricordiamo in realtà non è mai esistita: mica è una stagione, la primavera, capita di cascarci dentro in tutte le stagioni, e dura poco, una mezz'ora, a volte alcuni minuti soltanto, altro che tre mesi.

Ma, per dio, bisogna accorgersene, i luoghi comuni sono tali proprio perché ce li ficcano in testa, come gli 80 euro di Renzie o le Riforme costituzionali che sono possibili solo con il Pregiudicato, perchè Grillo vuole solo distruggere: la primavera, contrariamente a quel che pensano le maestre elementari, è un'associazione di idee, una speranza di cambiamento e comincerà a partire dal prossimo 25 maggio.

domenica 20 aprile 2014

M5S, rivoluzione in Europa per salvare l'Italia

In un'epoca in cui i giovani politici somigliano sempre più a cloni dei “mariuoli” della prima repubblica, provare a parlare di vecchi che fino alla morte si sono comportati da giovani, potrebbe apparire un po' fuori tema: ma in questi giorni ho in testa una vecchia canzone “Date fiori ai ribelli caduti...al veggente poeta che muor!” che mi porta con la memoria a Bertrand Russell.

Un nome che, per i teenager di oggi, significa poco o nulla mentre per i diciottenni del secolo scorso rappresentava molto: un filosofo inglese, morto il 2 febbraio del 1970 all'età di 98 anni, le cui opere di divulgazione -da Storia delle idee del XIX secolo a Storia della filosofia occidentale- tradotte in edizione economica, introdussero la generazione del sessantotto a concetti che la Pubblica istruzione di allora non intendeva divulgare.

Ma questo signore, che le istantanee del tempo mostravano svettare con la sua chioma bianca in testa alle manifestazioni studentesche e pacifiste, fu soprattutto un modello di vita, tanto che quando si spense lasciò in eredità un dubbio: sarebbero mai stati capaci, quelli che allora erano giovani, di arrivare alla maturità conservando intatto, come lui l'aveva conservato, lo spirito di giustizia che animava quella straordinaria stagione?

La risposta non si sarebbe fatta attendere molto, basterebbe scorrere le mediocri biografie di parecchi politici nostrani che all'epoca stavano sulle barricate, tanto che il salto dal prima al dopo fu totalizzante: i buoni maestri vennero cancellati dai cattivi, lo stesso termine “Grande Vecchio”, fino ad allora utilizzato per indicare una persona autorevole e onesta, subì una mutazione semantica trasformandosi nell'inquietante Belzebù di andreottiana memoria.

Bertrand Russel non fece in tempo ad assistere all'involuzione di quei movimenti, ma è fatto certo che non si sarebbe fatto scrupolo di esternare i suoi dubbi in proposito, pur sapendo che ciò gli avrebbe alienato parecchie simpatie: perché a differenza dei molti opportunisti che cavalcano ogni partito di successo -sempre pronti a balzare in groppa al successivo- e sempre zelanti nel sostenere acriticamente le ragioni del nuovo leader, lui non ha mai avuto paura dell'impopolarità.

Più che per quello che andava scrivendo e filosofando, infatti, Russel fu amato e rispettato da milioni di giovani in tutto il mondo per la sua vita: per l'onestà e l'intelligenza che testimoniava con la sua stessa esistenza, con la sua rivolta contro i pochi che dirigono troppo, contro la falsa libertà delle prigionie culturali, contro la personalizzazione della politica e le bandiere che puzzano di naftlaina.

Povero Grande Vecchio, che morì predicando una rivoluzione difficile, di quelle rivoluzioni che ai bagni di sangue preferiscono la liberazione delle coscienze: nel nostro Paese Russel fu presto dimenticato, in particolare dagli antenati politici di chi, in quest'epoca tanto drammatica, liquida con tono sprezzante, tacciandola di populismo e demagogia da “gufi”, la coraggiosa rivoluzione pacifica del MoVimento 5 Stelle, alla conquista dell'Europa, per provare a salvare  l'Italia.

lunedì 7 aprile 2014

Renzi-Grillo, #neresteràsoltantouno

A far data dal crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989), non c'è stato documento della Dc che non parlasse di “fine del consociativismo”, di Europa, delle “profonde trasformazioni” e dei “rapidi mutamenti”, di “innovazione” e dei “processi da governare” nonché, naturalmente, di risanamento della finanza pubblica, equità e nuova cultura dei diritti.

Non cè stato documento del Pci che non parlasse di “fine del consociativismo”, di Europa, delle “profonde trasformazioni” e dei “rapidi mutamenti”, di “innovazione” e dei “processi da governare” nonché, naturalmente, di risanamento della finanza pubblica, equità e nuova cultura dei diritti.

Non c'è stato documento del Psi e, dopo Tangentopoli, di Forza Italia, An, Udc, Sel, Scelta Civica, per finire con il multiforme Pd (prima Pds, Ppi, Ds, Ulivo, Margherita) che non parlasse (serve ripetere?)...

Improvvisamente i “programmi” hanno via via sostituito gli schieramenti, a partire dal livello delle amministrazioni comunali, dove è prevalso il principio che un bel parcheggio qua, una ripavimentazione là, un sottopassaggio e una grossa arteria di collegamento, fossero più importanti delle idee politiche (e degli intrallazzi) degli amministratori.

Perché, allora, anche la gente che domandava ai politici di far funzionare bene le cose, facendo lo struzzo per non veder le malefatte, è rimasta alla fine delusa? Perché alla gente non va mai bene niente? Forse perché gli italiani, in fondo, non sanno mai cosa vogliono?

Ma no, la realtà è che anche le poche scelte operate in questi ultimi vent'anni dai partiti inciucioni, tanto cari a Re Giorgio, non hanno mai fatto intravedere uno straccio di orizzonte, con ciò apparendo simili a poveri oggetti di scena senza il fondale, il più delle volte troppo impegnati a spartirsi senza ritegno il bottino.

Da quando la sinistra, ad esempio, ha abbandonato l'idea che non si poteva migliorare il mondo senza far quadrare i bilanci, ha pensato che far quadrare i bilanci “fosse” migliorare il mondo: che è esattamente ciò che pensava la destra, ciò che l'ideologia conservatrice ha da sempre teorizzato.

La sinistra, da quel momento in poi, è irrimediabilmente diventata come la destra, ha smesso di esistere, tanto che oggi si ritrova capitanata da un Renzie La Qualunque, per di più convinto che l'unica differenza in politica risieda semplicisticamente tra chi vuole “fare” (o promette di fare) e chi, come il Movimento 5 Stelle o i professoroni, “non vuole fare”.

In realtà, il vero spartiacque sta tutto fra le cose che si possono fare in un modo e le cose che funzionerebbero meglio in un altro modo, tanto che se scomparisse davvero questa differenza, scomparirebbe con lei la democrazia, il confronto, il pensiero, la libertà, il dissenso: lo scontro finale tra l'uomo di centrodestrasinistra e Beppe Grillo è ormai in atto, in Italia per l'Europa, statene certi, alla fine ne resterà soltanto uno.

mercoledì 2 aprile 2014

Ambiente, è dell'Italia il primato europeo delle infrazioni

Al momento sono 119 i procedimenti d'infrazione inflitti dall'Europa nei confronti del nostro Paese, suddivisi in 20 settori diversi, anche se a farla da padrone in questa poco edificante classifica continentale è senza ombra di dubbio tutto il comparto relativo all'ambiente che, da solo, ne conta ben 22.

Tanto che alla fine del mese appena trascorso la Commissione europea ha comunicato ufficialmente l'avanzamento del procedimento d'infrazione contro l'Italia, cui è imputato il mancato recepimento delle normative comunitarie in materia di valutazione dell'impatto ambientale (VIA).

Al riguardo, è stato fissato un termine di 2 mesi per recepire correttamente la normativa, decorso il quale la Commissione si troverebbe costretta a proporre un ricorso alla Corte di Giustizia europea: finora l'atteggiamento adottato dalle nostre istituzioni è sempre stato quello del “tirare a campare”, nella speranza che la Commissione UE rinunciasse ai propositi sanzionatori.

La conseguenza di tale ignavia ha portato, purtroppo, il nostro Paese ad essere, in questi termini, il fanalino di coda di tutti e 28 gli Stati membri: in quest'ultimo caso, in particolare, viene contestato il fatto che finora la legislazione italiana non prescrive che i progetti (sia pubblici che privati) con un impatto ambientale potenzialmente significativo, vengano autorizzati solo dopo un'attenta valutazione dei possibili effetti sull'ambiente e sul clima.

In altre parole, la Commissione contesta il fatto che le leggi ambientali attualmente vigenti in Italia, consentirebbero delle “scappatoie” molto pericolose per la salute dell'ambiente stesso, per non dire della “nebulosità” delle norme in merito alla partecipazione del pubblico alle procedure di VIA, tali da mettere a serio repentaglio la necessaria trasparenza dell'azione amministrativa.

I tempi concessi (2 mesi) per metterci in regola sono veramente stretti, tanto che risulta estremamente difficile immaginare un lieto fine per quest'ennesima procedura d'infrazione, a meno che Speedy Gonzales Renzie non decida che anche le tematiche ambientali, come nel caso del Senato, facciano parte di un passato in attesa di rottamazione: viva l'Italia!

sabato 29 marzo 2014

Fondi europei come #la pizza quattro stagioni

I Fondi europei hanno cicli lunghi ognuno sette anni e ogni volta, qui in Italia, i vari responsabili politici li hanno spesi tardi e male, tanto che da noi i piani di spesa si sono da sempre caratterizzati per una sorta di affinità elettiva con #la pizza quattro stagioni: l'Annuncio, il Letargo, la Corsa e, infine, la Delusione.

E' ormai da vent'anni che sta accadendo, a partire dal ciclo 1994-1999, ripetuto con Agenda 2000 (2000-2006), mentre per quanto riguarda gli ultimi sette anni (2007-2013) siamo passati dal Letargo alla Corsa: dove la caratteristica peculiare della Corsa è quella di concentrarsi sulla quantità di spesa, a totale discapito della necessaria qualità dei progetti.

Dalla fase della Corsa a quella della Delusione, il passo non può che essere breve: è solo allora che quei politici mentitori (che sanno di mentire) si lamentano della pochezza dei risultati e dell'occasione perduta (per colpa di chi?), per approdare come nulla fosse alla cosiddetta fase dell'Annuncio, con tanto di rassicurazione pubblica che con il ciclo successivo si eviteranno gli errori del passato.

Per poi cadere, ahinoi, nel Letargo: a fine 2010, per intenderci, nemmeno il 10% dei Fondi europei a disposizione dell'Italia era stato speso, a fronte di ben undici programmi-lumaca, tra i quali due Pon (Programmi operativi nazionali) su Ricerca e Sviluppo e Reti di Mobilità, altri due Poin (Programmi operativi interregionali) su Attrattori culturali ed Energia e, infine, ben sette Por (Programmi operativi regionali), cioè quelli di Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Abruzzo, Lazio e Friuli Venezia Giulia.

Finchè, a seguito della reprimenda del Commissario europeo per le Politiche regionali, l'austriaco Johannes Hahn, i politici nostrani hanno deciso di entrare ancora una volta nella stagione della Corsa, con l'unico obiettivo di certificare la spesa per incassare i contributi europei: per fortuna uscire dal Letargo, per entrare finalmente nella Primavera sarà presto possibile, grazie alla ventata di onestà e di sana progettualità che il M5S promette di portare a Bruxelles, fin dal prossimo mese di maggio. #Vinciamonoi.

lunedì 24 marzo 2014

Rc Auto, la riforma targata MoVimento 5 Stelle

La voce relativa all'assicurazione Rc Auto, soprattutto in questi tempi di crisi, non solo rappresenta un notevole costo per le asfittiche casse della maggior parte degli italiani, bensì viene spesso percepita dagli automobilisti come un ulteriore ingiustificata gabella, cui corrisponde un servizio spesso scadente, se non in parecchi casi addirittura truffaldino.

Anche se, non sarebbe del tutto corretto affermare che i vari governi, fin qui succedutisi, non abbiano fatto nulla al riguardo, seppur quasi sempre le proposte di riforma erano tutte a favore delle Assicurazioni: come nel caso dell'ultimo disegno di legge, ancora targato governo Letta, che introduceva l'obbligo per l'automobilista di rivolgersi al carrozziere convenzionato con la Compagnia assicuratrice, creando di fatto norme anti-concorrenziali e negando, al contempo, il diritto ad ottenere un equo risarcimento.

Nella direzione opposta sembrerebbe invece andare, stando alle prime indiscrezioni, il disegno di legge sulla Rc Auto che i parlamentari del MoVimento 5 Stelle sono in procinto di depositare: si tratta, in questo caso, dell'introduzione di nuove norme a tutela dell'assoluta libertà dell'automobilista di scegliere a quale carrozzeria rivolgersi, consentendo la cessione del credito alla stessa.

Allo stesso modo, tutti i contratti Rc Auto dovranno obbligatoriamente prevedere la facoltà per l'assicurato, nel caso di danno coperto dal contratto medesimo, di scegliere liberamente di quale riparatore avvalersi: tale informazione dovrà inoltre essere fornita all'utente sia nelle condizioni generali di polizza, sia all'atto della denuncia di sinistro.

Infine, in ogni contratto stipulato per la Rc Auto, dovrà prevedere una clausola che consenta all'automobilista, decorso un anno dalla prima stipula, di recedere dal contratto stesso senza oneri, spese o penalità: in questo caso, il recesso avrà effetto dopo un mese dalla ricezione della disdetta che dovrà essere inviata in forma scritta.

Finalmente delle regole a favore degli automobilisti.

sabato 15 marzo 2014

Che Italia sarebbe oggi, senza il MoVimento 5 Stelle?

E' possibile chiedersi che Italia sarebbe oggi, se poco più di un anno fa il MoVimento 5 Stelle non fosse riuscito a rappresentare un terzo degli italiani in Parlamento? Sì, è possibile, senza che ciò significhi sperare in una risposta del tutto scontata: perchè si tratta di un evento talmente gigantesco da aver prodotto una ristrutturazione del nostro immaginario.

Potrebbe essere interessante ipotizzare chi, tra Pdl e Pdmenoelle, avrebbe infine prevalso grazie al Porcellum, a fronte di un presumibile tsunami di astensionismo: non che l'una o l'altra ipotesi significasse un che di diverso, ma soltanto per chiederci, se non ci fosse stato il M5S, il sindaco Renzie sarebbe mai divenuto premier senza sottoporsi a democratiche elezioni repubblicane?

Probabilmente la risposta giusta è no, con buona pace della stampa di regime che, pur di evitare lo spauracchio pentastellato dell'abolizione del finanziamento pubblico, avrebbe volentieri rinunciato a girare la ruota della fortuna, accontentandosi del grigio e ben più rassicurante Bersani il quale, grazie al suo proverbiale buonsenso, non si sarebbe lontanamente sognato di espellere Berlusconi dal Senato.

Ma tutto ciò non si è fortunatamente avverato: gli onesti portavoce del M5S hanno invaso il Parlamento, iniziando fin dal primo giorno ad armeggiare con l'apriscatole, a scardinare la falsa sacralità di quell'istituzione democratica usurpata da un'immutabile casta attorniata da viscidi lobbisti, a difendere -udite, udite- gli italiani da quei partiti ormai simili a lupi famelici impegnati a spolpare la carcassa di un Paese in agonia.

Sebbene i più alti esponenti di quel marcio sistema consociativo, a partire dall'Uomo del Colle, non si aspettassero un'onda grillina di tali dimensioni (rivedete i sondaggi di un anno fa), dovettero ben presto farsene una ragione: fino a quel giorno gli italiani erano tenuti all'oscuro di quanto realmente tramavano i capi-bastone, da lì in poi ognuno ha avuto finalmente l'opportunità di vedere.

E' anche grazie a ciò che il sociologo e filosofo Edmund Husserl avrebbe definito epochè, infatti, che oggi ogni cittadino grazie al lavoro del M5S è in grado di mettere in discussione ciò che prima dava per scontato (tutti i politici sono uguali, tutti rubano, nessuno mantiene le promesse, ecc.), individuando al contempo cause e responsabilità di ogni decisione politica che lo riguarda.

E' infine grazie a questa meritevole operazione di trasparenza e di partecipazione che ogni italiano, purchè lo decida liberamente, può permettersi di non credere più alle balle spaziali di un Renzie La Qualunque, come pure ai proclami anti-europeisti di chi, non più tardi di due anni fa, votò per l'inserimento nella nostra Costituzione del pareggio di bilancio e a favore del Fiscal Compact: provate a chiedervi, che Italia sarebbe oggi, senza il MoVimento 5 Stelle?