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martedì 5 agosto 2014

Aumentano i pendolari, cala l'uso dei mezzi pubblici

Nel corso degli ultimi dieci anni, in Italia, sono aumentati di circa 2,1 milioni i residenti che ogni giorno sono obbligati a spostarsi per raggiungere il posto di lavoro o di studio: a rivelarlo, un'indagine condotta dall'Istat, secondo cui i pendolari nel nostro Paese ammonterebbero a quasi 29 milioni di persone (48,6% dei residenti), due terzi delle quali effettuano trasferimenti quotidiani per motivi di lavoro, il rimanente terzo per raggiungere la scuola o l'università.

Per recarsi al posto di lavoro o nel luogo di studio ben 8 italiani su 10 dichiarano di utilizzare un mezzo di trasporto, con l'automobile che rimane, purtroppo, ancor oggi la scelta più diffusa, essendo usata dal 44,9% dei residenti come conducente e dal 15,9% come passeggero: soltanto il 13,4% usufruisce di mezzi di trasporto collettivi, quali treno, autobus, tram, metropolitana, con il 3,5% che ricorre ai mezzi a motore su due ruote, mentre solo il rimanente 3,3% va in bicicletta.

Se chi deve spostarsi per motivi di lavoro percorre generalmente più strada degli studenti, che si muovono prevalentemente all'interno dello stesso comune, per entrambi risultano invece essere aumentati i tempi destinati alla mobilità: l'Istat ha registrato, in proposito, un sensibile calo della quota di chi impiega “fino a 15 minuti” per raggiungere il luogo di lavoro o studio, a fronte di un progressivo incremento di coloro che hanno tempi di percorrenza tra i 16 e i 30 minuti, e oltre i 45 minuti.

Ad utilizzare più assiduamente i mezzi pubblici sono le donne (6,3% contro il 3,1% dei maschi), che dichiarano altresì di preferire la bicicletta allo scooter (4,1%, 3,5% per gli uomini): rispetto al 2001, infine, oggi l'auto si usa maggiormente come passeggero, risultano aumentati i city bikers, nel mentre si palesa un calo per quanto riguarda l'uso dei mezzi pubblici, di moto e motorini, oltre che del muoversi a piedi.  

lunedì 28 luglio 2014

Lavoro: metà degli italiani non hanno un impiego

Questa volta non si tratta dell'ennesima profezia catastrofica attribuibile ad un qualsivoglia guru pentastellato, bensì la notizia arriva direttamente da uno studio dell'Associazione Bruno Trentin della Cgil, condotto elaborando i dati Istat della Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro: metà degli italiani in età lavorativa non hanno oggi un impiego.

Il tasso di occupazione in Italia corrisponde, infatti, al 48,7%, di poco superiore soltanto a quello della Grecia, tanto da collocarci al penultimo posto tra i Paesi dell'eurozona: in questi termini lo studio evidenzia come, a fronte di un tasso di disoccupazione allineato alla media europea (12,2% in Italia e 11,9% dei 18 principali Paesi europei, secondo i dati del 2013), corrisponda un tasso di occupazione inferiore di quasi 8 punti percentuali rispetto alla corrispondente media continentale.

La peculiarità della situazione evidenziata dal nostro Paese appare ancora più chiara, osservando i dati relativi agli altri stati europei più colpiti dalla crisi, come la Spagna, la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda, dove è ben vero che il tasso di disoccupazione registrato un anno fa è stato superiore al nostro, ma altrettanto è avvenuto a proposito del tasso di occupazione, fatta sempre eccezione per la cenerentola Grecia.

mercoledì 5 marzo 2014

Entro il 2025, il 40% degli impiegati sarà sostituito da robot intelligenti

Giusto per farci un'idea, basti pensare che in Giappone stanno costruendo un robot, con il solo scopo di portarlo a sostenere e, naturalmente superare, l'esame di ammissione all'università: questo è solo un esempio, sono infatti parecchie le aziende che stanno cercando di sviluppare un'intelligenza artificiale, in grado di svolgere quasi tutte le mansioni lavorative.

Al punto che il vecchio sogno dell'uomo di farsi sostituire dalle macchine, quantomeno nei lavori più faticosi, rischia ora di trasformarsi in un incubo: la nota società di consulenza McKinsey & Company  stima infatti che, entro il 2025, ben il 40 per cento dei “lavori di concetto” verranno svolti dai robot intelligenti.

Alcuni ricercatori della Oxford University prevedono, inoltre, che nel prossimo futuro quasi il cinquanta per cento dei posti di lavoro americani è destinato a sparire: non a causa del perdurare della crisi economica o per l'occupazione di manodopera straniera a basso costo, bensì perché verranno presi da robot intelligenti, non più solo in grado di avvitare bulloni, ma anche di assolvere a funzioni che un tempo richiedevano l'impiego del cervello.

Una recente inchiesta del Financial Times sulle origini di questa tendenza, ha scoperto ad esempio l'esistenza della start up di tale Daniel Nadler il quale, anche grazie al finanziamento di Google, ha creato un sistema denominato Warren (in onore di Warren Buffet), che in pratica si occupa di raccogliere i dati, inserirli nel computer e prevedere le reazioni dei titoli di borsa ai vari avvenimenti.

Oggi ci sono migliaia di lavoratori del mondo finanziario che svolgono queste mansioni, mentre Warren, sulla base delle proprie analisi, consiglia addirittura cosa comprare e cosa vendere, il tutto senza il supporto del cervello umano, sostituendolo in tutto e per tutto: a questo punto non rimane che chiederci se non sia, piuttosto, arrivato il momento di progettare un mondo senza lavoro per i nostri figli e i nostri nipoti.

sabato 4 gennaio 2014

Basterebbe imparare a lavorare gratis, per guadagnare bene

Fu nel 1902 che l'eclettico principe russo Pëtr Alekseevič Kropotkin, filosofo, geografo, zoologo, nonché teorico dell'anarco-comunismo ed esponente di rilievo del movimento anarchico, pubblicò il mutuo appoggio, un saggio nel quale egli sosteneva che il mutuo soccorso – presente in tutto il regno animale, salvo rarissime eccezioni – fosse l'arma migliore anche per la sopravvivenza umana.

A più d'un secolo di distanza, è oggi possibile rileggere con rinnovata meraviglia quel suo pensiero utopico, dal momento che il lavoro gratuito (non più appannaggio solo degli schiavi) rappresenta oggi sia la base su cui costruire le più rilevanti realizzazioni nel campo della conoscenza (Wikipedia), sia un'efficace leva per far emergere addirittura nuovi canali di business.

E' vero, in teoria nessuno dovrebbe lavorare gratis, eppure c'è gente che si lamenta del fatto che la possibilità di realizzare copie digitali del proprio lavoro, l'abbia di fatto reso ingiustamente gratuito: come i musicisti che protestano per il free share dei loro brani tra i consumatori, non rendendosi affatto conto che il modello economico gratuito si sta da tempo espandendo nel mondo a velocità impressionante.

A tale proposito Chris Anderson, giornalista e saggista statunitense, nonché guru della web economy, ha pubblicato nel 2009 un libro intitolato Free, in cui si parla di come il prezzo zero abbia contribuito a cambiare il mondo.

In un mercato altamente competitivo com'è la rete, il prezzo scende fino al costo marginale, avvicinandosi di molto allo zero, specialmente nei beni e servizi che hanno a che fare con la tecnologia: se il costo unitario di qualcosa si avvicina allo zero, chi lo produce farebbe pertanto meglio a trattarlo come zero, preoccupandosi semmai di vendere qualcos'altro.

Al riguardo, Chris Anderson ha individuato diversi modelli di economia del gratuito: il primo di essi è anche quello più noto, ovvero quello supportato dalla pubblicità, ormai alla base di tutti i media, sia tradizionali che hi-tech, seguito dalla cosiddetta “sovvenzione trasversale” (ad esempio regalare cellulari, per poi vendere il traffico).

Per arrivare al “Freemium”, neologismo che sta per Free e Premium: in questi termini, si regala sul web il 99% (la versione gratuita) del prodotto, per vendere poi l'1% (il servizio Premium), come fa, tra i tanti, Skype.

Infine, c'è l'”economia del dono”: non c'è infatti più nemmeno bisogno di pagare qualcuno, per scrivere online, adesso vien fatto gratis, poiché esistono altri incentivi, come la reputazione, l'espressione, l'attenzione, eccetera, ed è soprattutto per questi motivi che gente come me scrive dei post sul proprio blog.

La sempre maggiore abbondanza (di spazio sull'hard disk, di banda, d'informazione) sta generando, d'altro canto, altrettanta scarsezza (di tempo, di attenzione, di reputazione), tanto da produrre interessanti ripercussioni sul tutto il mondo del lavoro: perché, infatti, accettare lavori precari e sottopagati, quando basterebbe imparare a lavorare gratis, per guadagnare bene?

giovedì 26 dicembre 2013

Un Erasmus del lavoro per salvare la generazione dei ventenni

Nessun Paese che intenda avere un futuro davanti a sé, può permettersi di abbandonare i giovani, ma se c'è un Paese al mondo che dovrebbe addirittura coccolare i propri ragazzi, questo è l'Italia: per la semplice ragione che, da noi, i giovani sono merce rara.

Negli anni Ottanta e, ancor più, negli anni Novanta sono nati pochissimi italiani, facendo segnare il record mondiale di infertilità: dal Duemila il trend si è un po' invertito, soprattutto grazie ai figli degli immigrati, tanto che oggi ci sono nove province italiane (Asti, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Modena, Piacenza, Prato e Reggio Emilia) dove uno su quattro, tra i nuovi nati, è figlio di immigrati.

Ciò non è stato sufficiente, però, a cancellare quel ventennio di “buco” demografico, che sarà destinato a caratterizzare a lungo le sorti dell'Italia: i giovani nati in quegli anni, infatti, sono relativamente pochi, soltanto 10 milioni, in pratica la metà di quelli nati tra il 1955 e il 1975.

Il fatto paradossale, però, è che per quanto pochi siano, questi ragazzi risultano essere quelli che più hanno difficoltà a trovare un'occupazione: su di loro pesa, infatti, il “tappo” delle generazioni più numerose, destinate, soprattutto grazie alla Fornero, a restare al lavoro ancora per parecchi anni.

Per intenderci: un italiano nato nell'anno del baby boom (1964), rischia di dover lavorare fino a 67 anni, ovvero fino al 2031, ma il figlio di quel baby-boomer nato nell'anno di minimo demografico (1994) non potrà certo aspettare di aver compiuto i 37 anni, per avere finalmente un lavoro, magari precario.

Al contempo, quei “pochi” giovani tra vent'anni dovranno portare sulle proprie spalle il peso del pensionamento di chi è nato negli anni Sessanta: una faticaccia che richiederebbe, quantomeno, esperienze professionali precoci e di qualità, tali da permettere loro di raggiungere un discreto benessere economico.

E invece? Invece questi ventenni si stanno laureando, seguendo decine di corsi e sostenendo esamini che non permettono loro di approfondire nessuno specifico campo di studi: fuori li aspetta un autentico far west, dove se sono fortunati sommano tante piccole attività, per poi alla prima occasione vedersi sostituiti da qualche precario ancora più disperato di loro.

Che fare? Una seria riforma universitaria capace di rafforzare la capacità degli studenti di elaborare, già durante gli studi, idee vendibili sul mercato del lavoro, potrebbe ad esempio spingere una quota di diplomati a completare la propria formazione.

A tale riguardo: non sappiamo mai bene come spendere i fondi europei per la formazione? Si lanci, allora, un piano straordinario per far lavorare i giovani italiani all'estero, una sorta di Erasmus del lavoro, attraverso il quale le aziende europee possano offrire stage lavorativi ai ragazzi dai 25 anni in su.

C'è da scommetterci, saranno in molti quelli che torneranno da questa esperienza con una carica positiva e con conoscenze linguistiche e professionali meno approssimative: non è tutto, ma sempre meglio delle chiacchiere a sproposito del governo Letta.

mercoledì 14 agosto 2013

Lavoro ideale? Le neolaureate italiane scelgono la cooperazione

Stando a i dati che emergono da una ricerca condotta dall'associazione “Donne e qualità della vita”, su un campione di mille neolaureate italiane, tra i 22 e i 26 anni, il lavoro ideale sarebbe quello della cooperatrice internazionale, oppure quello di giornalista televisiva.

Tanto che, mentre una su cinque spera di potersi affermare come cooperatrice internazionale, il mestiere della politica si attesta solo in nona posizione, ovvero molto distante da quanto avveniva non più tardi di qualche anno fa.

Le motivazioni di questa, per certi versi inaspettata scelta, sono diverse e, in particolare, il 31% delle neo-dottoresse intervistate, ha dichiarato “maturerei più in fretta”, il 24% lo farebbe perchè “visiterei paesi nuovi e sarei a contatto con diverse culture e modi di vivere”, il 21% perchè “imparerei le lingue sul campo e non solo a livello teorico e grammaticale”, il 15% perchè “acquisterei credibilità in vista di altre opportunità lavorative e arricchirei, così facendo, il mio curriculum”, infine l'ultimo 9% semplicemente perchè “amo l'avventura e non mi va di stare ferma in ufficio”.

Tra le professioni ambite dalle giovani neolaureate italiane, al secondo posto si è piazzata quella della giornalista televisiva, con il 20% dei consensi.

I motivi di questa scelta vanno dal “aumenterebbe il mio bagaglio culturale” (12%), al “farei un lavoro che dà visibilità al grande pubblico” (9%), per finire con il più scontato “conoscerei personaggi della cultura, della politica e dello spettacolo, che altrimenti non avrei mai l'occasione di incontrare” (7%).

Scorrendo l'elenco delle altre professioni ambite dalle ragazze -a conferma del trend “social”- al terzo posto troviamo il lavoro di assistente sociale (15%), mentre sembra sia tornato di moda il mestiere di hostess, anche grazie all'offerta del mercato dovuta alle compagnie low cost, per l'11% delle intervistate.

In ambito strettamente culturale, mantiene intatto il proprio fascino la professione dell'archeologa, che conquista un lusinghiero 8%, mentre il settore del turismo attira l'interesse del 6% del campione statistico.


In fondo a questa particolare classifica, si piazzano il mestiere di interprete (5%) e il sopra menzionato “politico” (4%), soprattutto perchè -sempre a detta delle ragazze- sarebbero costrette ad “esporsi a frequenti critiche” (38%), “perdere di credibilità” (33%), nonché “dover scendere a troppi compromessi” (29%).

Che qualcosa dopo vent'anni, in questo nostro malandato Paese, stia veramente cambiando?

lunedì 5 agosto 2013

Cercare lavoro: Provate su Internet con Experteer.it

Ormai da qualche anno, complice la crisi economica che attanaglia gran parte dei paesi industrializzati, anche la “rete” ha iniziato ad attrezzarsi per fornire servizi e opportunità, sia per chi offre ma, soprattutto, per coloro che hanno bisogno di farsi conoscere per trovare un'occupazione consona al proprio curriculum.

Ed ecco, allora, che i social network, specializzati e non, consentono di presentarsi ad un numero enorme di professionisti ed aziende, mentre i motori di ricerca fanno il resto, consentendo agli eventuali offerenti di reclutare il personale di cui necessitano.


Ma non sempre, a quanto sembra, chi cerca lavoro conosce al meglio gli strumenti e le metodologie ideali per ottenere i risultati sperati.
Linkedin, in questo senso, potrebbe essere un punto di riferimento importante anche se, spesso, chi lo utilizza si lamenta della troppa “genericità” di questo social, per non dire dell'avviso che si riceve dopo ogni visita al proprio profilo, cosa che potrebbe rappresentare un deterrente per chi preferisce un po' di privacy.

Esiste, al riguardo, un'alternativa veramente interessante e, decisamente, più specializzata: si chiama Experteer.it, sito internazionale specializzato, che offre la possibilità di un recruitment di alto livello.
Si tratta, in sostanza, di una piattaforma che consente di farsi conoscere, accedendo a qualcosa come più di 10.000 head hunter, dislocati in tutto il mondo.

In questi termini, Experteer.it rappresenta sicuramente un'ottima occasione per coloro che sono anche disposti a prendere in considerazione offerte di lavoro all'estero: indubbiamente, una soluzione più adatta per chi punta, non solo a cercare un lavoro, ma anche a cercarne uno il più possibile adatto alle proprie potenzialità.

Experteer.it, si propone, infine, come un vero e proprio strumento finalizzato allo sviluppo delle carriere, adatto per le ricerche di lavoro executive, sia in Italia che in Europa.

E' sufficiente iscriversi alla piattaforma, per avere la possibilità di mostrare il proprio profilo a potenziali partner, usufruendo al contempo di un database, che risulta quotidianamente arricchito di nuove possibilità.

giovedì 1 agosto 2013

Studio e lavoro: Conta più l'esperienza o il titolo di studio?

E' proprio vero che, oggi, nel mondo del lavoro l'esperienza conta molto di più del titolo di studio?
Se sì, cosa deve fare un giovane per crearsela, non appena finiti gli studi?

Per dare risposta a queste domande, il sito web Skuola.net si è rivolto alla prof.ssa Michéle Favorite, Professor Business and Communication, presso la John Calbot University.

Secondo la docente, un titolo di studio che non sia portatore di esperienza pratica -ai giorni nostri- è del tutto anacronistico: nel sistema di studi americano, ad esempio, allo studente non viene chiesto “Cosa sai?”, ma “Cosa sai fare?”.

Mentre in Italia, purtroppo, ai ragazzi viene somministrato quasi sempre uno studio teorico, al punto che viene da chiedersi: che valore può aggiungere in azienda, un giovane che ha studiato solo principi, regole, teoremi, e non li ha mai messi in pratica?

In ogni caso, un ragazzo può sempre maturare esperienze lavorative, anche quando ancora studia.
Pur se di questi tempi, anche per uno studente, non è tanto facile trovare occupazione, ciò non significa che sia impossibile.

Detto che i ragazzi potrebbero anche inventarsi un'occupazione non retribuita, giusto per provare a cimentarsi, esiste, altresì, tutta una serie di lavori adatti a loro: cameriere in un ristorante o bar, animatore in un centro vacanze, collaboratore per siti web o blog, ecc.

Ma vanno più che bene anche le attività di volontariato di vario genere, senza contare che i lavori si possono anche inventare come, ad esempio, fare il baby sitting (ripetizioni doposcuola).

Piccoli lavori che, in ogni caso, insegnano ai ragazzi ad essere responsabili, a saper gestire il proprio tempo, ad essere intraprendenti, nonché a saper lavorare con gli altri.

Infine, il consiglio della docente è quello di guardare cosa fanno i giovani all'estero: in Paesi come la Cina e la Corea del Sud, la giornata-tipo al liceo dura fino alle 11 di sera.

Esagerati? Forse, ma poi sono quelli gli studenti che vengono ammessi nelle migliori Università americane, con borse di studio piene.

Oppure i ragazzi americani, che già a 20 anni hanno curricula stracolmi di esperienze lavorative e di volontariato, da far fatica a restringere il tutto in una pagina.

Non a caso, però, questi giovani appaiono motivati anche da un forte senso civico, ritenendo che i loro sforzi servano a migliorare il benessere generale.

Forse un pizzico di senso civico in più, potrebbe essere utile per spronare in tal senso anche i ragazzi italiani?

sabato 20 luglio 2013

LAVORO | EMIGRAZIONE: + 40% DI ITALIANI IN FUGA VERSO LA RICCA GERMANIA

E' la Germania -non c'era del resto di che dubitarne- il Paese europeo più ambito da chi ha ritenuto di emigrare, perlomeno in questi ultimi anni, dall'Italia, ma ancor più dalla Spagna, dalla Grecia e dal Portogallo.
Secondo i dati forniti dall'Ufficio statistica tedesco, solo nel 2012 avrebbero varcato i confini teutonici ben un milione di persone, come non succedeva dal 1995.

A cercare fortuna in Germania lo scorso anno sarebbero stati soprattutto cittadini provenienti dal sud del continente europeo, mentre negli anni precedenti si trattava in massima parte di gente proveniente dall'est che, in termini assoluti, rappresentano ancora oggi la quota più rilevante.
L'immigrazione italiana -sempre a quanto mostrano i dati statistici- farebbe registrare addirittura un incremento di + 40%.

Qualche tempo fa il quotidiano spagnolo El Pais titolava “La fuga degli spagnoli verso la Germania”, cui fece eco il titolo del tedesco Handelblatt “Gli spagnoli invadono la Germania”.
Una rappresentazione, questa, di una realtà vista da fronti opposti: quello del paese di provenienza e quello del paese di destinazione.
Visione perfettamente fotografata nei anche dai crudi numeri dell'Istituto di Statistica di Wiesbadenm, che registra in totale il 13% di immigrati in più (pari a 123 mila), rispetto al 2011, per un totale complessivo di 1,081 milioni.

Per ben due terzi si tratta di immigrazione proveniente dagli stati dell'Unione: quelli che hanno fatto registrare il maggior incremento sono stati gli spagnoli con il 45% (9.238 in più, per un t greci e portoghesi con un + 43%, poi gli italiani con -appunto- il 40% in più (12.000, per un totale di 42.167).
otale di 29.910), seguiti da

In definitiva – e in questo caso i numeri dicono ben più delle parole- la risposta alle politiche europee improntate al rigore, volute in primis dalla Germania della Cancelliera Merkel, sta diventando soprattutto quella di una massiccia e disperata fuga di cittadini dai “Pigs”, un po' come a dire: “Se la montagna non viene da Maometto, sarà Maometto ad andare verso la montagna”.
Con l'augurio che i prossimi mesi, complici le elezioni in Germania e a fronte di politiche europee maggiormente improntate alla crescita, possano far registrare un'auspicabile inversione di tendenza.

lunedì 15 luglio 2013

LAVORO | CERCO | OFFRO: PROVATE LO CON LO SPEED DATING FOR JOB

Un bar affollato, un lungo e stretto tavolo centrale, da un lato sono sedute cinque donne, di fronte a loro cinque persone di sesso maschile.
Altra sala dello stesso bar, altro tavolo, questa volta -però- a generi invertiti.
Quello che non cambia è il ritmo, vorticoso come quello di una danza tribale, dei faccia-a-faccia, ognuno della durata di soli cinque minuti: ebbene sì, signore e signori, questo è lo speed dating, ovvero l'appuntamento veloce che potrebbe farvi incontrare -come per miracolo- l'anima gemella, o magari la compagna o il compagno di una sola notte.
La cosa importante, in questo caso, è saper stare al gioco, ovvero riuscire a comunicare all'altra persona -nei pochissimi minuti a disposizione- chi siete e ciò che vorreste da lei.

Sostituite a tutto quanto sopra descritto la parola “lavoro”, ed avrete bello e confezionato il nuovo format che fa impazzire gli americani in cerca di un lavoro, ovvero lo speed dating for job.
Anche qui il tempo è limitato ai canonici 5 minuti durante i quali, però, invece che far innamorare di sé, i candidati dovranno convincere un'azienda ad assumerli.
Un tempo molto breve ma, come per l'amore, sufficiente a capire se esiste un'affinità elettiva.
Causa l'aumento della disoccupazione anche negli Usa, ed il conseguente aumento della domanda di lavoro, ecco che lo speed dating for job viene in aiuto anche dei vari responsabili delle risorse umane, quotidianamente impegnati nella valutazione di migliaia di candidati.

Si tratta, sostanzialmente, di grandi eventi di networking, durante i quali gli ipotetici datori di lavoro tengono banco, mentre i pretendenti al posto girano di sedia in sedia, con la speranza di essere selezionati.
Per venire incontro ai candidati, esistono portali come Simplyhired.com -ad esempio- che aggiornano sui vari incontri ed aiutano a prepararsi per le selezioni.
Più settoriale e specifico, invece, è Hirelite.com, una specie di agenzia interinale specializzata in speed dating for jobs, che recluta esclusivamente software engineers.
Anche quest'agenzia crea una serie di eventi durante l'anno, in varie città americane, cui partecipano sia aziende che ragazzi in cerca di lavoro.
Per questi ultimi Hirelite.com offre, inoltre, anche una sorta di training preparatori agli incontri.

Nel blog di Hirelite.com, infine, Nathan Hurst, fondatore dell'agenzia, elenca quali sono le cose da non dimenticare, quando si decide di partecipare ad uno di questi eventi.
Innanzitutto, evitare stati d'agitazione o di aggressività, sempre meglio optare per una buona determinazione e self-confidence.
Evitare altresì atteggiamenti da nerd sottomesso, mostrandosi sorridenti e con un costante contatto visivo; far leva su un linguaggio appropriato ed essere seducenti.

Infine, “sapere cosa si vuole” -aggiunge Herst sul suo blog- “è la vera chiave del proprio successo”.
Se non si possiede la minima idea di che tipo di lavoro si sta cercando, infatti, le aziende potrebbero considerare il candidato quantomeno pigro, se non disperato.
Una della domande chiave che vi faranno ad uno speed dating for job sarà, infatti, “Perchè scegliere proprio te?”, ed è qui che l'aspirante impiegato si giocherà tutto.

sabato 13 luglio 2013

Fuga dei giovani cervelli: "Cara Italia, io torno se..."

Alcuni dati riferiscono che il numero dei giovani italiani, che si trovano attualmente fuori dal nostro Paese per motivi di studio ma, soprattutto per lavoro, è secondo in Europa solo a quello dei cittadini rumeni.

Lasciano l'Italia per rincorrere il sogno di un lavoro dignitoso, per fuggire da contratti a tempo determinato spesso umilianti e senza prospettiva di crescita, per poter decidere liberamente se poter mettere al mondo un figlio o no, senza dover dire “me lo posso permettere”?

Hanno lasciato il proprio Paese, anche se la maggior parte di loro, a quanto sembra, sarebbe disposta a tornarci anche subito, ma a “determinate” condizioni.

Qualche esempio? Eccone alcuni ripresi direttamente dal blog del giornalista freelance Antonio Siragusa (www.iotornose.it).

Io torno se i baroni si faranno da parte per dare spazio ai giovani medici, racconta Ciro Mastroianni, 39 anni di origine casertana, cardiochirurgo al Pitiè-Salpetriere di Parigi, primo centro di trapianti di cuore in Europa “avevo già visto che alcuni colleghi più anziani di me non riuscivano ad avanzare di carriera a Napoli, perché ostacolati da un sistema baronale e poco meritocratico che danneggia non solo i medici bravi, ma anche i pazienti; io qui a Parigi ho già nel mio curriculum tre trapianti di cuore, 500 interventi l'anno come chirurgo operatore o in funzione di primo aiuto, 30 espianti e 200 interventi di assistenza circolatoria effettuati tra ospedale e unità mobile”.


C'è Michela Pascucci, 27 anni, laurea in Scienze Politiche e Master in Politica internazionale, attualmente impiegata come consulente finanziario a BruxellesVorrei tornare in Italia perché la qualità della vita è migliore, per la mia famiglia, per gli amici, il mare, il clima, ma qui ho uno stipendio che nel nostro Paese mi scorderei” -racconta.

Un'altra giovane donna, la 28enne Natascia Musardo, ha deciso di trasferirsi in Germania per un dottorato in Diritto pubblico alla Johannes Gutemberg Universitat di Mainz “Io torno anche se devo guadagnare la metà” -dice- “purchè sia un lavoro dignitoso che ripaghi me e la mia famiglia dei sacrifici di una vita fatti per professionalizzarmi; io torno se per realizzarmi non sono costretta a compromessi frustranti o illegali, torno se, investendo tempo ed energia, posso raggiungere i miei obiettivi anche se non sono 'la figlia di', torno se in Italia le donne possono essere messe nella condizione di scegliere liberamente se avere un figlio oppure no”.

Nel suo blog, Siragusa ha scelto di “ribaltare il punto di vista degli emigranti", per raccontare le storie di chi vorrebbe tornare se ci fossero le condizioni per farlo.
Il giornalista freelance Antonio Siragusa ha, del resto, una storia famigliare praticamente intrisa di queste problematiche e racconta “sono l'unico rimasto in Italia, mio fratello è un fisico e si è trasferito in Germania, mio cugino lavora al Cern di Ginevra, un altro cugino vive in Francia”.

Lui viceversa ha scelto, almeno per il momento, di restare, con la speranza di poter continuare a svolgere la professione di giornalista, dopo aver frequentato l'Ifg di Urbino ed essere diventato professionista.
Il sogno che coltiva è quello di trasformare il suo blog, che sta avendo un grande successo, in una vera e propria piattaforma di idee che sappiano ispirare la politica, così da poter riportare in Italia gli ormai troppi “cervelli in fuga”.

martedì 9 luglio 2013

LAVORO | INGHILTERRA: UN GIOVANE LAVORATORE DA GUINESS DEI PRIMATI

Si chiama David Day, il ventunenne britannico di Carlton -nella contea di Nottinghamshire- che, a quanto pare, ha fatto segnare un vero e proprio record da Guiness dei primati, oltretutto in una categoria quantomeno inusuale.
Ebbene sì: facendosi letteralmente beffe della crisi occupazionale, che ormai da parecchio tempo sta attanagliando questo vecchio Continente, il baldo David riesce a svolgere, per vivere, ben 11 lavori, di cui 5 retribuiti e 6 per volontariato.

La notizia -pronta a fare il giro del mondo- ha scatenato per prima la curiosità del noto tabloid inglese, The Sun, che riporta un'intervista al ragazzo nella sua ultima edizione.
David Day ha dichiarato di percepire un salario di 500 sterline al mese, lavorando circa 50 ore settimanali.
Certo, la paga non è granché” -ha spiegato- “ma i soldi, in fondo, non sono tutto nella vita, tutti i lavori che svolgo, li faccio innanzitutto per passione”.

E così pare proprio che sia, visto che i suoi impieghi “pagati” sono quelli di addetto alla mensa scolastica, assistente ai ragazzi nelle attività di doposcuola, steward per una squadra di calcio, commesso in un negozio e, infine, assistente in un centro anziani.

Le attività non retribuite, ovvero quelle che David Day svolge a puro titolo di volontariato sono, invece, le seguenti: bagnino, autista di ambulanze per il Pronto Soccorso, allenatore di badminton, volontario di comunità, allenatore di calcio, addetto alla distribuzione di pasti ai poveri.

Tutto ciò a fronte del fatto che nella cittadina di Carlton, ove David vive, il 7,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, vive del sussidio di disoccupazione.
Stuzzicato sul tema dall'inviato del Sun, David non s'è certo tirato indietro “C'è una percezione diffusa che i giovani non vogliono far niente in cambio di niente” -ha detto “ma non sono tutti così, oltre a me ci sono altre persone della mia età che vogliono aiutare gli altri, senza per questo pretendere nulla”.

I complimenti a questo giovane “stakanovista” sono infine giunti anche dal Presidente della locale Camera di Commercio, George Cowcher, che ha dichiarato David è l'esempio che, tra i giovani, esistono persone creative e di talento, che dobbiamo innanzitutto ringraziare nonchè, allo stesso tempo, saper adeguatamente valorizzare”.