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sabato 28 giugno 2014

Crisi del commercio: per ogni nuova impresa, due abbassano le saracinesche

Non tende ad arrestarsi, purtroppo, l'inarrestabile moria delle imprese commerciali italiane: solo nei primi cinque mesi dell'anno (gennaio-maggio), infatti, il numero di attività del terziario che hanno cessato di esistere continua ad essere di gran lunga superiore a quello delle nuove aperture.

Stando ai dati appena rilevati dall'Osservatorio demografico per le imprese per conto dell'Ufficio Studi di Confcommercio, i nuovi esercizi aperti in Italia sarebbero 57.599, a fronte dei 110.315 che hanno chiuso: il saldo rimane, quindi, pesantemente negativo, pur risultando un leggero rallentamento rispetto allo scorso anno.

La situazione più drammatica si presenta nel sud del Paese, dove si concentra quasi un terzo delle chiusure complessive: in particolare, sono le attività di alloggio e ristorazione a registrare un sensibile peggioramento del saldo, passato da -7.612 a -7.752, mentre continua il trend positivo del commercio ambulante (7.043 iscrizioni contro le 6.433 di dodici mesi fa).

In ogni caso il dato territoriale conferma l'endemica e strutturale debolezza del sistema imprenditoriale del Mezzogiorno, del tutto paragonabile ad vero proprio default commerciale, in conseguenza della pesante riduzione dello stock di imprese: 18.823 nuove iscrizioni e 36.176 cessazioni, con un saldo negativo al sud di 17.353 unità, contro le 11.426 del Centro, 9.816 del Nord Est e 14.121 del Nord Ovest.

Nel loro complesso queste cifre -fa notare Confcommercio- se da un lato confermano sia il persistere della fase di debolezza dell'intero ciclo economico, sia l'assenza di significativi segnali di ripresa, d'altro canto mettono in luce come le imprese di questo comparto, nonostante fattori negativi come la stagnazione della domanda interna, l'elevata pressione fiscale e un accesso al credito limitato, si dimostrino ancora in grado di resistere di fronte al protrarsi della crisi: per quanto ancora?

sabato 11 gennaio 2014

Imprese italiane, urge lo sviluppo di canali di finanziamento non solo bancari

Sono numeri che non lasciano scampo, quelli forniti dal Centro studi di Confindustria a proposito dei prestiti bancari alle imprese italiane: dal 2011 ad oggi, infatti, si è assistito ad una vera e propria caduta libera del credito (-10,5%), pari a -96 miliardi di euro erogati.

Non solo, questa preoccupante situazione è destinata a protrarsi anche nel corso di quest'anno, con stime che si aggirano attorno ai -8 miliardi, mentre solo nel 2015 si allenteranno i cordoni del prestito, con un probabile aumento del 2,8% (+22 miliardi).

Affinché questa inversione di tendenza possa verificarsi, però, sarà determinante che la valutazione e i test della Bce confermino la dichiarata solidità dei bilanci bancari, al punto da infondere fiducia negli istituti di credito italiani da parte degli investitori, abbassando al contempo la loro avversione al rischio.

Se, per qualche ragione, l'approfondita analisi degli uomini di Mario Draghi non sortisse esiti positivi, si potrebbe invece materializzare un ben altro e avverso scenario, con i prestiti che scenderebbero del 4,9% quest'anno (-40 miliardi) e di un altro 1,3% nel 2015 (-10 miliardi).

A fronte degli scenari prospettati, come rileva il Centro studi di Confindustria, l'andamento dei prestiti bancari alle imprese nel 2014-2015 non sarà ad ogni modo capace di soddisfare pienamente il fabbisogno finanziario creato dal pur prevedibile miglioramento sia della domanda, che dell'attività economica.

Pertanto, preso altresì atto che i prestiti delle banche alle imprese sono già diminuiti più del Pil nominale nel 2012-2013, appare oltremodo necessario che quel che resta di questo governo -piuttosto che “cinguettare” sulla ripresa- proponga al Parlamento dei provvedimenti urgenti a sostegno dello sviluppo dei canali di finanziamento non solo bancari.