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martedì 9 settembre 2014

Ritorno sui banchi di scuola, tra riforme annunciate e tagli alla spesa

Non c'è che dire, le cattive notizie non arrivano mai da sole: proprio nei giorni in cui l'annunciata (sic) riforma del sistema scolastico italiano incassava più d'una bocciatura, ecco come il nuovo rapporto “Uno sguardo all'istruzione 2014: indicatori dell'Ocse” fotografa impietosamente la situazione educativa nel nostro Paese, a poche ore dal ritorno dei ragazzi sui banchi di scuola.

Il primo dato che balza agli occhi, infatti, è il calo del 4% della spesa pubblica riferita all'istruzione, che relega l'Italia agli ultimi posti tra le nazioni europee, soprattutto se consideriamo il fatto che, negli ultimi 16 anni, i vari governi che si sono succeduti sono stati gli unici nel vecchio continente a tagliare in un settore tanto cruciale.

Secondo l'Ocse l'Italia si distingue, altresì, per il suo “piatto profilo” di spesa, visto che quanto viene investito nella scuola primaria e pre-primaria, infatti, non è di molto inferiore rispetto a quanto si spende per l'istruzione terziaria: solo due anni fa le cifre impegnate per la primaria risultavano essere in media con i paesi dell'Ocse, mentre nel ciclo superiore la spesa risultava essere inferiore addirittura del 28%.

Altro dato che emerge, in modo preoccupante, da quest'ultimo rapporto è quello relativo alla difficoltà nel trovare un'occupazione, accompagnato da una progressiva demotivazione dei giovani nei riguardi dell'istruzione, come confermato dall'aumento della quota dei 15-19enni non iscritti al sistema scolastico, scesa dall'83,3% (media europea) fino all'80,8%.

In drammatico aumento di quasi 5 punti risulta, inoltre, il tasso di disoccupazione dei giovani, soprattutto tra coloro che hanno terminato la scuola media superiore, pur a fronte di un significativo aumento del livello generale d'istruzione, in particolare tra le donne, pur rappresentando valori che, anche in questo caso, rimangono ben al di sotto della media Ocse.

Da dove derivano i tagli? In questi ultimi anni, sempre secondo il rapporto, il bisturi ministeriale ha preso di mira il cosiddetto costo salariale per studente, aumentando di conseguenza il numero di alunni per docente, rispettivamente del 15% e del 22% nella scuola primaria e in quella media: mentre degli investimenti per l'edilizia scolastica e per l'acquisto di attrezzature tecnologiche non si vede, ad oggi, alcuna traccia.

Infine, nonostante il livello di competenze matematiche degli italiani di età compresa tra i 25 e i 34 anni risulti essere migliore rispetto a quanto fatto registrare dalla precedente generazione (35-44enni), purtroppo per quanto riguarda sia le competenze di lettura, che quelle matematiche, il livello medio in Italia rimane decisamente basso, se paragonato a quello di altri paesi europei.

Se si considera, ad esempio, la classifica dei risultati medi ottenuti in matematica dai 25-34enni, gli italiani si piazzano, oggi, in una poco edificante penultima posizione.

venerdì 8 agosto 2014

Ora il governo autorizza lo scarico dei rifiuti in mare

Al Dicastero retto da Gian Luca Galletti (terzo Ministro in un anno) l'hanno ribattezzato col nome di “ambiente protetto”, forse con il maldestro intento di nascondere ciò che, in effetti, si cela tra gli articoli e i commi del Decreto 91, pubblicato in Gazzetta ufficiale ed entrato in vigore già dallo scorso 25 giugno 2014: un vero e proprio regalo alle industrie con sede in Italia, che avranno ora il via libera ad inquinare.

Questo perché, grazie al provvedimento emanato dal governo, sarà consentito ai grandi poli manifatturieri di sversare oltre i limiti fino ad oggi consentiti dalla legge, ciò in proporzione alla loro capacità produttiva: in questo caso l'autorizzazione riguarda rifiuti contenenti alluminio, arsenico, cromo, ferro, mercurio, piombo, nichel, fino ai solventi organici, con una deroga allo sforamento da definirsi di volta in volta in sede ambientale.

Tra le righe del documento si annida, inoltre, un meccanismo assolutamente perverso: più elevata è la produzione di un'azienda, meno restrittivi saranno i limiti imposti alla stessa riguardo l'immissione di sostanze inquinanti a mare, tanto da far rabbrividire al solo pensiero di ciò che potrebbe accadere al petrolchimico di Porto Marghera, alla centrale di Porto Torres, al polo petrolchimico di Gela o, peggio, all'Ilva di Taranto.

E' chiaro a tutti che la “schifezza” di questa legge sta proprio nello stabilire una proporzione diretta tra volumi prodotti e quantità massime di agenti inquinanti da scaricare nelle acque marine, al punto da innescare una situazione del tutto paradossale: le piccole imprese saranno chiamate a rispettare limiti imposti a priori, mentre le grandi potranno sversare quanto e come vogliono a mare.

Non solo, con il Decreto 91 si cancellano anche i limiti di riferimento previsti per la bonifica delle aree militari (caserme, poligoni di tiro, campi di addestramento), attraverso l'innalzamento dei parametri massimi di contaminazione del suolo da sostanze tossiche e altamente cancerogene in aree che, com'è noto, sono depositarie di materiali nocivi derivanti dalle attività per cui sono destinate.

Infine, giusto per non farsi mancare niente, il governo ha deciso di introdurre nella nuova disciplina legislativa il tanto sbandierato principio del cosiddetto “silenzio-assenso”, valido anche per i piani di bonifica che saranno avviati entro il 31 dicembre 2017, concedendo appena 45 giorni di tempo agli organi amministrativi preposti per operare i dovuti controlli e, del caso, certificare la correttezza della bonifica: il che significa, viste le lungaggini della nostra burocrazia, che ogni piano di smaltimento risulterà automaticamente approvato.

sabato 21 giugno 2014

Bollette elettriche: bufala sconti per l'85% delle Pmi.

Alla fine la montagna ha partorito il solito topolino: dopo i roboanti annunci del premier Renzi sulla riduzione del costo delle bollette elettriche che ad oggi gravano, pesantemente, sulla sopravvivenza stessa delle Pmi, l'amara verità è che tale sconto non produrrà alcun beneficio per l'85 per cento delle imprese e dei lavoratori autonomi presenti in Italia.

Se l'intenzione del governo era quella di operare per una riduzione del 10 per cento dei costi energetici delle Pmi, alla prova dei fatti il cosiddetto “taglia bollette” si è rivelato un provvedimento completamente inadeguato, anzi, del tutto aleatorio: si è deciso, infatti, di abbassare la spesa elettrica alle imprese che hanno una potenza impegnata superiore ai 16,5 KW che, stando alle stime del Ministero dello Sviluppo Economico, sarebbero circa 710 mila.

Peccato, come fa notare la Cgia, che al di sotto di quella soglia operino almeno 4 milioni di imprese e lavoratori autonomi, che alla fine non godranno di alcuno sconto: tutto ciò a fronte del fatto che nel nostro Paese le Pmi pagano l'energia elettrica oltre il 68 per cento in più della media europea, superati solo da Cipro, con le piccole imprese italiane che pagano già il 61 per cento in più, rispetto ai grandi gruppi industriali.

Detto ciò, la stessa Cgia tiene a sottolineare che ben il 95 per cento delle imprese operanti in Italia ha meno di 10 addetti, e ben oltre il 70 per cento degli artigiani e commercianti lavora da solo o coadiuvato da famigliari: tutta gente che non sarà nemmeno sfiorata da questa “rivoluzionaria” scontistica, che sarà viceversa ricordata (forse) come l'ennesima bufala renziana.

domenica 23 febbraio 2014

Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore

Ad uno sguardo attento sulle cose della politica in questo Paese, non può certamente essere sfuggito il Fil rouge che lega in maniera subdola e perversa tutti gli avvenimenti che sono accaduti, in rapida successione, nel corso di queste ultime settimane.

Il timone del governo, assegnato in tutta fretta da Re Giorgio al Valvassino di Fi-Renzie, altro non rappresenta, in questi termini, che l'inizio di una disperata strategia difensiva messa in campo dalla camaleontica casta che governa ininterrottamente l'Italia fin dal secondo dopoguerra.

Da qui in avanti, Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore entreranno a far parte di ogni palinsesto televisivo, occuperanno le pagine di giornali e le copertine dei settimanali, insomma, non si faranno mancare proprio niente: il loro vero obiettivo, in questa prima fase, sarà infatti quello di dimostrare agli italiani che gioventù, novità, simpatia e parità tra i sessi in politica possono essere prerogative anche di chi appartiene alla casta, non solo degli scomodi “grillini”.

Ecco dunque svelato l'arcano della sostituzione dello scialbo Enrico Letta, con l'esuberante Renzie, leader (tragi)comico attorniato da quattro coppie d'individui più simili ad ospiti di un banchetto nunziale, piuttosto che a Ministri della Repubblica: una minestra condita con burocrati di partito, lobbisti in evidente conflitto d'interessi, affiancati dai soliti “utili idioti” e dagli immancabili Uomini del Presidente.

Non uno straccio di programma, nessun mandato popolare, ciò che conta è alzare una cortina fumogena (obiettivo fallito sia da Monti che da Letta) davanti agli occhi degli italiani ma, soprattutto, provare con ogni mezzo ad arginare l'onda d'urto del MoVimento 5 Stelle, pronta a travolgere tutti e tutto alle Elezioni Europee del prossimo mese di maggio.

Solo allora, alla luce di quell'esito elettorale, il Partito Unico della Casta deciderà, sempre di concerto con il Monarca, se e quale Legge elettorale sarà più utile confezionare per sopravvivere e continuare a perpetuare questo marcio sistema.

Così, se Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore saranno riusciti nell'ardua impresa d'ingannare ancora una volta gli italiani, si andrà a votare già nella primavera del prossimo anno, viceversa lo spettro della consultazione popolare rimarrà congelato fino al 2018, con l'augurio che, nel frattempo, la spinta innovatrice del MoVimento 5 Stelle si sia esaurita nell'indifferenza e nella fatica del fare opposizione.

E se, invece, le cose non andassero esattamente così? Potrebbe anche venire il tempo in cui “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”... “E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime”. (Antonio Gramsci).

sabato 11 gennaio 2014

Imprese italiane, urge lo sviluppo di canali di finanziamento non solo bancari

Sono numeri che non lasciano scampo, quelli forniti dal Centro studi di Confindustria a proposito dei prestiti bancari alle imprese italiane: dal 2011 ad oggi, infatti, si è assistito ad una vera e propria caduta libera del credito (-10,5%), pari a -96 miliardi di euro erogati.

Non solo, questa preoccupante situazione è destinata a protrarsi anche nel corso di quest'anno, con stime che si aggirano attorno ai -8 miliardi, mentre solo nel 2015 si allenteranno i cordoni del prestito, con un probabile aumento del 2,8% (+22 miliardi).

Affinché questa inversione di tendenza possa verificarsi, però, sarà determinante che la valutazione e i test della Bce confermino la dichiarata solidità dei bilanci bancari, al punto da infondere fiducia negli istituti di credito italiani da parte degli investitori, abbassando al contempo la loro avversione al rischio.

Se, per qualche ragione, l'approfondita analisi degli uomini di Mario Draghi non sortisse esiti positivi, si potrebbe invece materializzare un ben altro e avverso scenario, con i prestiti che scenderebbero del 4,9% quest'anno (-40 miliardi) e di un altro 1,3% nel 2015 (-10 miliardi).

A fronte degli scenari prospettati, come rileva il Centro studi di Confindustria, l'andamento dei prestiti bancari alle imprese nel 2014-2015 non sarà ad ogni modo capace di soddisfare pienamente il fabbisogno finanziario creato dal pur prevedibile miglioramento sia della domanda, che dell'attività economica.

Pertanto, preso altresì atto che i prestiti delle banche alle imprese sono già diminuiti più del Pil nominale nel 2012-2013, appare oltremodo necessario che quel che resta di questo governo -piuttosto che “cinguettare” sulla ripresa- proponga al Parlamento dei provvedimenti urgenti a sostegno dello sviluppo dei canali di finanziamento non solo bancari.

sabato 28 dicembre 2013

Minchia, signor Presidente

Parole, parole, parole, ripeteva il leit motive d'una canzone di molti anni fa, magistralmente interpretata da Mina e supportata dalla voce profonda di Alberto Lupo: e parole, parole, parole saranno anche quelle trasmesse a reti unificate  dal monocorde discorso di Giorgio Napolitano l'ultima sera dell'anno 2013.

Le sue parole non riguarderanno, c'è da starne sicuri, i danni provocati dal sistema dei partiti che per più di vent'anni ha alimentato i desideri di milioni di italiani con promesse fatte in anticipo, e quindi gestite e soddisfatte da altre promesse, con l'obiettivo di spostare nel tempo le risposte a quelli che sarebbero stati i veri bisogni di questo Paese.

Lui non si scaglierà contro questo slittamento, non lancerà 'moniti' contro il colpevole ritardo dei partiti nell'affrontare le questioni più urgenti, che rappresenta la vera origine del nostro debito pubblico: che significa altresì indebitamento etico, politico, culturale e psicologico, totale ed esponenziale.

Dal dopoguerra ad oggi, infatti, l'Italia è come fosse stata costantemente impegnata in un'infinita assemblea di condominio in cui, a cadenze regolari, viene chiesto ai condomini di votare per il rinnovo dell'amministrazione: e gli amministratori lo fanno organizzando una specie di Festival delle promesse, durante il quale per settimane trascorrono il tempo tra pennivendoli compiacenti e servili conduttori televisivi.

Alla fine, la vittoria del Festival delle parole è sempre andata a chi meglio avesse saputo recitare, a chi avesse saputo regalare le promesse più credibili: lo scorso febbraio, però, le cose sono andate in modo diverso, c'è stato un terremoto, per tutti, tranne che per Lei, signor Presidente, che ha colpevolmente lasciato che questo Paese continuasse ad essere amministrato da quegli stessi falliti e fallimentari amministratori.

Nella piena convinzione, senz'altro frutto della sua infinita saggezza, che agli italiani in fondo non gliene frega niente che le promesse vengano mantenute: a loro piace l'arte per l'arte, vanno matti per le infinite variazioni sul tema che i maestri della parola, anche quelli appena usciti dalla 'sezione giovani' del Festival, creano per catturare l'attenzione e ottenere consenso.

Perché gli italiani, come Lei ben sa, amano essere corteggiati da chi, di volta in volta, si trova al governo, ma senza per ciò pretendere che costui sappia governare: del resto, come disse Mussolini, 'governare gli italiani non è difficile, è inutile'.

Minchia, signor Presidente, è anche per tutto questo che nove milioni di cittadini, alle ore 20.30 di martedì 31 dicembre 2013, avranno deciso di non farsi più ingannare né dalle sue parole, nè da quelle della politica marcia che ha voluto la sua rielezione, con l'unico e non celato scopo di salvare ancora una volta sé stessa e i propri padroni, nonché burattinai.

sabato 16 novembre 2013

Si salva solo il “green”, nel tracollo della produzione italiana

Secondo la classifica stilata dall'Ufficio Studi di Confartigianato, tra il 2009 e il 2013, la palma d'oro del dinamismo imprenditoriale italiano spetta alle aziende “green”, in particolare a quelle che si occupano di manutenzione di aree verdi, pulizia di edifici e cura del paesaggio, che hanno fatto segnare il maggior aumento: 7.379 in più, con un lusinghiero tasso di sviluppo del 23,1%.

Il secondo gradino del podio dei settori economici più vitali del nostro Paese è invece occupato dal settore della riparazione e istallazione di impianti industriali: in questi ultimi quattro anni è stato incrementato da 5.074 nuove aziende, con una crescita del 36,2%.

Infine, medaglia di bronzo per il comparto alimentare che, nonostante la crisi, ha visto nascere 485 imprese in più (+1,2%), ciò a fronte delle profonde sofferenze registrate, all'altro capo della classifica, da settori storicamente trainanti della  nostra economia, quali l'edilizia, l'autotrasporto e le produzioni metalliche.

In questi termini, la sola edilizia ha perso nell'ultimo quadriennio ben 17.209 imprese (-12,7%) nel settore della costruzione di edifici e altre 16.445 (-3,7%) in quello delle costruzioni specializzate, con una diminuzione complessiva di 33.654 imprese, colpite dal blocco quasi totale delle compravendite immobiliari, dai ritardi nei pagamenti e dai rialzi dei tassi d'interesse bancari.

La stagflazione ha colpito profondamente anche gli autotrasporti, con 11.303 imprese in meno (-10,9%), soprattutto a causa del calo dei consumi, il rincaro del prezzo dei carburanti e la concorrenza sleale dei vettori stranieri.

Tra i comparti che hanno visto scomparire il maggior numero di aziende (8.602), c'è infine quello della fabbricazione di prodotti in metallo, messo fuori mercato dalla concorrenza internazionale, nonché dalla volatilità del prezzo dei metalli medesimi.

Sulla questione, ad intervenire con parole dure nei confronti del governo è lo stesso Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti “I nostri dati- sottolinea- “mostrano i pesanti effetti della crisi, aggravati peraltro da decisioni politiche penalizzanti, come nel caso dell'autotrasporto che, in base a quanto previsto dalla legge di stabilità, si vedrà aumentare di 400 milioni il costo del gasolio per uso professionale”.

I piccoli e i medi imprenditori che ancora resistono, si sforzano di innovare, investire in nuovi settori come ad esempio quello caratterizzato dal “green”, ma chi guida il Paese ha il sacrosanto dovere di sostenerli, evitando di aggiungere all'impatto generalizzato della crisi, gli effetti di misure ingiuste ed oltremodo penalizzanti.

domenica 3 novembre 2013

“Misery Index” e potere d'acquisto delle famiglie italiane

Se volessimo rappresentare graficamente la situazione economica in cui versa la maggior parte delle famiglie italiane, potremmo senz'altro rifarci al cosiddetto “Misery Index”, ovvero all'indicatore economico proposto, per la prima volta, negli anni Settanta, da Arthur Melvin Okun, economista statunitense noto per la sua capacità di costruire unità di misura facilmente comprensibili anche dalla pubblica opinione.

In questi termini, il “Misery Index” non è altro che la semplice somma dei tassi di disoccupazione e di inflazione, dietro la quale si cela, però, una rilevazione empirica dirompente, se paragonata alla teoria ortodossa, la quale afferma che ad ogni rallentamento della crescita economica, corrisponderebbe una pari diminuzione dell'inflazione: ovvero, che i prezzi tenderebbero a seguire lo stesso ciclo del Pil.

Dagli studi sul campo effettuati da Okun emerge, invece, come l'inflazione aumenti (anziché diminuire), anche in presenza di una decelerazione della crescita, mettendo così le famiglie di fronte alla drammatica realtà dovuta alla diminuzione dei redditi nominali, in presenza di una contemporanea caduta del loro potere di acquisto: ciò che, nella seconda parte degli anni Settanta, prese il nome di stagflazione.

Se costruito secondo le indicazioni di Okun, il “Misery Index” tenderà a convergere verso lo zero, man mano che si avvicinerà il conseguimento degli obiettivi di riduzione del tasso di disoccupazione e di inflazione, mentre più la punta del grafico si allontanerà dallo zero, più aumenterà il livello di disagio sociale (la miseria) delle famiglie, rispetto alla situazione degli anni precedenti.

Nonostante i media insistano nel raccontare la favola per cui provvedimenti, adottati dal governo Napolitano-Monti, abbiano contribuito a salvare l'Italia dalla bancarotta, la realtà è che, proprio dall'inizio del 2011, il “Misery Index” ha registrato una vera e propria impennata, con un aumento di oltre tre punti, nell'arco di soli diciotto mesi: vale a dire che oggi, come negli anni Settanta, le famiglie italiane sono state impoverite da un aumento contemporaneo dei tassi di disoccupazione e di inflazione.

Perchè tutto ciò? Innanzitutto perché nell'inseguire la chimera del pareggio di bilancio, gli ultimi due “governi del presidente” hanno entrambi adottato misure (come l'aumento dell'Iva) tutte improntate ad accrescere il gettito fiscale, con ciò provocando un automatico aumento dei prezzi: ci hanno inflitto un'ulteriore punizione, di cui nessuno sentiva il bisogno, giustificandola con la scusa di dover tranquillizzare i mercati.

Già, mercati e stabilità politica, nel cui esclusivo nome sono ormai declinate tutte le politiche economiche di questo malridotto Paese, nella sciagurata convinzione che i sacrifici imposti alle famiglie avranno fine, non appena gli operatori finanziari torneranno a credere nella sostenibilità del nostro debito pubblico.

Dovrebbero invece capire che solo politiche capaci di restituire fiducia ai cittadini e  imprese, potranno concretamente rassicurare i mercati, non il contrario: se non nei momenti di maggior difficoltà, infatti, quand'è che un governo dovrebbe rafforzare le difese dei propri cittadini?

Per invertire il trend del “Misery Index” sarebbe utile, ad esempio, introdurre, il prima possibile, il reddito di cittadinanza per chi è più in difficoltà ma, perché ciò accada, gli italiani si dovranno prima liberare di questo governo di marionette, scientemente manovrato dai burattinai della Bundesbank.

martedì 1 ottobre 2013

Aumento Iva: una pietra tombale per il governo Letta

Con l'aumento odierno dell'aliquota Iva, dal 21 al 22%, è del tutto prevedibile che, nei prossimi mesi, la maggior parte dei prodotti al consumo subirà dei rincari che si riveleranno ben al di là della soglia di un punto percentuale.

Come in un perverso effetto domino, infatti, la stessa Confcommercio già stima che i prezzi, tra ottobre e novembre, subiranno un aumento dello 0,4%, con effetto trascinamento anche nel 2014.

Ciò in quanto l'aumento dell'Iva verrà scaricato, in primis, sul trasporto delle merci (che da noi avvengono per la maggior parte su strada), con incrementi nell'ordine di 1,5 cent euro/litro sulla benzina, 1,4 sul diesel e 0,7 sul Gpl.

Differente sarà anche l'impatto a seconda del prezzo dei prodotti: se sulle t-shirt, sui quaderni di scuola, oppure sulla saponetta, l'aumento sarà quasi impercettibile, discorso diverso sarà per i beni più costosi, come elettrodomestici, automobili, tablet, oppure la parcella dell'avvocato.

Insomma, l'aumento dell'Iva, pur in una situazione in cui l'inflazione parrebbe essere sotto controllo e qualunque sarà l'esito della votazione sulla fiducia diventerà, di fatto, la pietra tombale sulla penosa esperienza di questo governo Letta.

Pur in una democrazia pericolosamente traballante come quella italiana, per attuare scelte coraggiose in campo economico e sociale -oltremodo urgenti per il nostro Paese- la prima cosa di cui ci sarebbe bisogno è di un governo legittimato, sostenuto e partecipato dal popolo.

In questi ultimi due anni, infatti, prima con Monti e ora con Letta (entrambi nominati da Re Giorgio e sostenuti dal Cavaliere a delinquere), agli italiani è stata sottratta la sovranità nazionale, per opera della casta del Partito Unico (PDL e Pdmenoelle), che si è letteralmente venduta ai poteri economici che dettano la politica europea.

Abbiamo bisogno di raccogliere le forze sane, oneste, competenti del nostro Paese, abbiamo bisogno di dimostrare a noi stessi e al mondo che non siamo uguali a chi ci sta governando, senza averne l'investitura popolare, abbiamo infine bisogno di far vedere all'Europa che non siamo tutti Bunga Bunga, e che sbatteremo in galera i responsabili del nostro dissesto economico.

Tutti a casa, la parola torni agli elettori il prima possibile: e questa volta, statene certi, non si tratterà dell'ennesimo referendum su Berlusconi, no, la posta sarà molto più alta.

Saremo chiamati a scegliere se voler essere protagonisti del nostro futuro con il MoVimento 5 Stelle, oppure regalare ciò che rimane dell'Italia a chi è stato capace di svenderne già gran parte.

sabato 28 settembre 2013

Crisi infinita: da gennaio chiusi 50mila esercizi commerciali

Situazione al limite del tracollo per il nostro commercio: nei primi otto mesi dell'anno, infatti, hanno chiuso i battenti 50.000 esercizi, tra i quali 4.600 solo tra bar e ristoranti, mentre una chiusura ogni quattro riguarda negozi d'abbigliamento.

Proprio così, anche il settore della moda, che fino a non molto tempo fa sembrava quasi del tutto immune dall'onda recessiva, è letteralmente crollato: da gennaio ad oggi, infatti, a fronte dell'apertura di 3.400 nuove attività nei comparti abbigliamento e tessile, ben 8.162 hanno chiuso bottega.

Che significa un saldo negativo di 4.762 unità, ovvero che una cessazione su quattro nell'ambito del commercio al dettaglio, va riferita esclusivamente a questo comparto.

Stando ai dati forniti dall'Osservatorio di Confesercenti, le previsioni per fine anno sono addirittura peggiori, tanto da far seriamente ipotizzare la perdita complessiva di almeno 90mila posti di lavoro.

A dispetto di quanto pensano dei giovani choosey nell'ormai ex governo di Capitan Findus, nonostante il dilagante fenomeno della disoccupazione giovanile, le nuove leve italiane non hanno alcuna intenzione di arrendersi: per crearsi un posto di lavoro, diventano imprenditori.

Tanto che nel primo semestre del 2013, quattro su dieci delle nuove attività commerciali sono state avviate da under 35: ristorazione e turismo, in particolare, si sono confermati quali ammortizzatori della disoccupazione sia giovanile, che femminile.

Il problema, semmai, è che queste nuove imprenditorialità, in genere, hanno una breve durata: dopo soli tre anni, infatti, si registra una chiusura del 30% nel settore del commercio, del 40% in campo turistico.

Secondo Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, servirebbe un cambio di mentalità a 360 gradi, anche perché, senza innovazione, in Italia non è più possibile fare impresa.

Si salva, infatti, solo il web, che ha fatto registrare il lusinghiero risultato di +24, 5% di apertura di negozi online, soltanto negli ultimi venti mesi.

Se questa è la malattia, la cura potrà mai essere l'aumento dell'Iva? Senz'altro meglio un salto nel buio a mirar le 5 Stelle, che subire un suicidio assistito per mano di questi partiti...

lunedì 23 settembre 2013

Governo Letta: Destinazione Piovarolo

Piuttosto che Destinazione Italia, il nuovo ambizioso progetto/annuncio di questo governo dell'Inciucio, avrebbe potuto meglio chiamarsi Destinazione Piovarolo, riprendendo con ciò titolo e trama di un vecchio film interpretato dal grande Totò, nel lontano 1955.

Antonio La Quaglia -questo il nome del protagonista- era un'aspirante capostazione di terza classe che, in quanto ultimo arrivato al concorso alle Ferrovie, viene assegnato nella sperduta località di Piovarolo, paese depresso e dimenticato da tutti.

Stufo d'essere relegato in quella stazione, dove non scende mai nessuno, La Quaglia/Totò le prova tutte, al fine di ottenere l'agognato trasferimento nella sua bella città di Napoli.

La cosa non sembra, in effetti, così facile, anche se, grazie all'avvento di un premier illuminato (tale Benito Mussolini) al nostro Antonio La Quaglia pare finalmente accadere quanto sperato: con una lettera direttamente da Roma, viene a sapere che la sua nuova sede sarà, d'ora in poi, Rocca Imperiale.

Nemmeno il tempo di preparare le valige, che lo sfortunato capostazione deve ricredersi: Rocca Imperiale non esiste, è solo il paese di Piovarolo che ha cambiato di nome.

Proprio come succede nel documento di Destinazione Italia, tanto colmo di buone intenzioni, quanto viziato dall'incapacità di affrontare i veri problemi di questo Paese, ai quali questo governo ha saputo soltanto cambiare il nome.

Non c'è una riga, tanto per fare un esempio, che spieghi “come” verranno rimossi gli ostacoli strutturali, che impediscono all'Italia di attrarre investimenti stranieri, compatibili con il rilancio della nostra economia.

Vi si trovano, viceversa, una miriade di lobbistiche “eccezioni alle regole”, sgravi, corsie preferenziali, procedimenti speciali, doppi binari, nuovi fondi pubblici, ecc., ecc., sparpagliati a caso (?) quasi ad ogni pagina.


Il tutto redatto con la cosiddetta tecnica della “novellazione”, che è il medesimo artifizio burocratese che ha squassato, ad esempio, l'impianto della nostra giustizia civile, al punto che Destinazione Italia appare -anche agli occhi dei più sprovveduti- soltanto una raccolta di emendamenti, ispirati dalle lobby che sostengono il governo Letta.

Nel documento non c'è nulla, ma proprio nulla, che possa realmente aiutare questo agonizzante Paese: com'è stato anche per l'altra norma, che si vanta d'aver scritto il premier/nipote, quella per il rientro in Italia dei cervelli in fuga.

Ad un anno dall'approvazione di quella legge, contenente anch'essa una marea di commi, incentivi, eccezioni, ecc., ecc.: perché Letta non ci fa sapere quanti cervelli sono rientrati a destinazione Piovarolo/Italia?

domenica 15 settembre 2013

Politica europea: l'austerità ha aumentato le diseguaglianze

Se ne stanno accorgendo, con colpevole ritardo, anche paludate istituzioni da sempre schierate a favore delle politiche di austerity, come il Fmi, al punto da riconoscere che le misure adottate in Europa in questi ultimi anni, si sono rivelate inutili per la riduzione del debito pubblico e il deficit di bilancio.

Anzi, il perdurare della dieta dimagrante imposta in primis dalla Germania, altro non ha causato che l'aumento delle diseguaglianze, accompagnato da un pesante rallentamento della crescita economica.

Opinione condivisa anche da autorevoli economisti, come il premio Nobel Joseph Stiglitz, il quale è convinto che l'ondata di austerità economica, dilagante nel vecchio continente, rischia di compromettere seriamente il modello sociale europeo.

Secondo Stiglitz, inoltre, l'austerità ha avuto il solo effetto di paralizzare la crescita, a fronte di incrementi nelle posizioni fiscali costantemente deludenti, tanto che tale situazione sta contribuendo ad aumentare le diseguaglianze, rendendo con ciò duratura l'attuale debolezza economica.

Ciò che è peggio, è che a pagarne le conseguenze saranno i disoccupati, per parecchi anni a venire: così Oxfam Italia dipinge, nel suo rapporto, il quadro che emerge dai programmi di austerità europei, che hanno ripetuto gli stessi errori delle politiche di aggiustamento strutturale imposte in America Latina, Sud Est Asiatico e Africa Sub-Sahariana, tra gli anni 80 e 90.

Lo studio prodotto da Oxfam Italia indica, addirittura, che gli effetti di tali politiche impediranno ai più poveri di riprendersi, anche quando l'Europa tornerà a crescere, visto che la ricchezza si sta concentrando sempre più nelle mani del 10% degli europei già abbienti.

E' facile prevedere, al riguardo, che senza l'adozione urgente di politiche di stimolo per una crescita inclusiva (investimenti in servizi essenziali, lotta all'evasione ed elusione fiscale), nei prossimi dieci anni il divario esistente tra ricchi e poveri di paesi quali la Grecia, l'Italia, la Spagna o il Portogallo, potrebbe assomigliare a quello oggi esistente nel Sudan o nel Paraguay.

A proposito della situazione in cui versa il nostro Paese, Oxfam Italia rimarca il fatto che, anche da noi, le politiche di austerità dei governi Monti prima, Letta poi, hanno inciso in maniera decisamente negativa sui livelli di povertà e diseguaglianza sociale.

La povertà diffusa, infatti, lungi dall'essere un effetto scontato della crisi economica globale, è spesso causata dall'assoluta mancanza di politiche adeguate e capaci di affrontarla.

La ricetta suggerita da Oxfam Italia, in questi termini, dice che per l'Italia è necessario ed urgente adottare vere misure di stimolo alla crescita e di sostegno ai servizi educativi.

Allo stesso tempo, per evitare che un numero sempre maggiore di italiani finiscano nel baratro della povertà, andrebbero implementate, da subito, politiche attive per il lavoro, atte innanzitutto a combattere il fenomeno della disoccupazione giovanile.

Le risorse necessarie per questa manovre andrebbero, infine, recuperate dalla tassazione delle rendite finanziarie, nonché da una decisa lotta all'evasione fiscale.

Ma, prima di tutto, l'Italia avrebbe bisogno di un governo legittimato dalla volontà popolare, non certo di questo teatrino d'avanspettacolo fatto da guitti, pregiudicati e compagnia cantante, agli ordini di un bis Presidente della Repubblica, ogni giorno che passa sempre meno garante e sempre più monarca assoluto.

sabato 7 settembre 2013

Cgia: italiani tartassati, fisco al 53,6%

Attenzione: non si tratta di un vecchio film con Totò e Aldo Fabrizi (I tartassati), no, è tutto vero: l'Italia potrà a breve fregiarsi dell'ennesimo incredibile primato negativo: entro la fine dell'anno in corso, infatti, la pressione fiscale nel nostro Paese è destinata a raggiungere il 44% del Pil.

Questo è quanto denuncia la Cgia di Mestre, precisando, altresì, che ogni italiano verserà mediamente nel 2013 per imposte, tasse e contributi vari 11.629 euro, ovvero il 120% in più di quanto pagava, ad esempio, nel 1980 (5.272 euro, al netto dell'inflazione).

Trentatrè anni fa, inoltre, il gettito fiscale e contributivo era pari a 63,8 miliardi di euro, mentre quest'anno -secondo le stime di Cgia- entrerà nelle casse dello Stato l'incredibile cifra di 694 miliardi di euro.

Si tratta, ovviamente, di stime non ancora definitive, anche perché lo studio condotto dalla Cgia ha tenuto conto delle disposizioni fiscali introdotte dal governo Letta, ovvero quelle relative alla proroga delle agevolazioni Irpef per ristrutturazione edilizia e risparmio energetico, del differimento dell'aumento dell'Iva e, infine, della tanto sbandierata abolizione della prima rata dell'Imu.

Per il segretario della Cigia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ci sarebbe un'ulteriore puntualizzazione da fare, ovvero che non bisogna dimenticare che, per i contribuenti onesti, la pressione fiscale reale si attesta ormai al 53,6 per cento”, tanto da poter tranquillamente affermare che “nel 2013 gli italiani hanno lavorato per il fisco sino alla metà del mese di giugno”.

Una via d'uscita possibile per ridurre le tasse -secondo Bortolussi- potrebbe essere quella di procedere, finalmente, ad una riduzione strutturale della spesa pubblica improduttiva, riprendendo con ciò in mano il federalismo fiscale che -conclude il segretario della Cgia di Mestre- rappresenta l'unico strumento utilizzabile per raggiungere tale obiettivo.

Le esperienze degli altri Paesi europei ci dicono, infatti, che gli stati federali hanno un livello di tassazione ed una spesa pubblica maggiormente ridotta, a fronte di una macchina statale più agile ed efficiente, mantenendo l'offerta di servizi ad un alto livello di qualità.

In questi termini, sarebbe bene iniziare subito, mandando a casa quella che rappresenta oggi la più ingiustificata spesa improduttiva di questo Paese: il partito unico del Pdlmenoelle, che sta impunemente governando con la benedizione del suo altolocato e degno mentore, il bis inquilino del Quirinale.

venerdì 16 agosto 2013

Ferragosto a Pontida: Bossi difende la Kyenge

Non le ha di certo mandate a dire Umberto Bossi, com'è nel suo stile, nel tradizionale comizio di Ferragosto, in quel di Pontida, proprio nello stesso giorno in cui, il suo ex alleato Silvio Berlusconi, decideva di rilanciare “Forza Italia”, con ciò rovinando la giornata festiva di milioni di vacanzieri sulle spiagge italiane.

Riapparso, dopo un lungo silenzio, alla tradizionale Festa leghista alle porte di Bergamo, di fronte a ciò che è rimasto dell'esercito del Nord, l'Umberto non s'è fatto pregare, esprimendo subito e senza tanti giri di parole, il suo pensiero sull'autocandidatura di Flavio Tosi ad eventuali primarie della coalizione di centrodestra.

Mi fa ridere, chi lo vuole Tosi?” -ha esordito il senatur- per poi affondare un attacco in perfetto stile bossiano“Sei nella Lega o non sei nella Lega? Ma vaffanculo”.

Ai giornalisti che gli chiedevano quale fosse, allora, la sua preferenza tra il Sindaco di Verona e Marina Berlusconi, ha risposto, senza alcuna esitazione, “Marina”.

Alle parole del senatur hanno fatto eco solo gli applausi di alcune decine di leghisti, schierati in prima fila, cui non ha fatto seguito il consenso di tutti i presenti, come a ribadire che il partito non è più tutto con lui.

Secondo me è tempo perso” -così Bossi ha risposto a chi gli chiedeva una previsione sulla durata del governo Letta- a suo giudizio, ha tenuto a ribadire “questo governo dura perché nessuno ha la forza di farlo cadere”, del resto è chiaro che “se costringono Berlusconi a dimettersi, è impensabile che i suoi stiano lì a votare”.

A chi gli ha chiesto se il Cavaliere, a suo giudizio, farebbe bene ad accettare la concessione della grazia, in cambio della sua uscita dalla politica, il senatur ha risposto che, per come lo conosce lui “non accetterebbe mai, sarebbe una sorta di ricatto poco democratico”.

Sono stati infine zittiti, dallo stesso Umberto Bossi, alcuni militanti leghisti che, durante il suo comizio, alla festa di mezza estate, avevano iniziato ad intonare il coro “Kyenge vaffanculo”.


Interrompendo il proprio discorso, e rivolgendosi direttamente ai facinorosi, il Presidente del Carroccio ha detto, testualmente, “No, non sono d'accordo con gli insulti”, pur ribadendo, al contempo, le sue critiche a livello politico nei confronti delle iniziative intraprese dalla Ministra per l'integrazione.

martedì 30 luglio 2013

Ma davvero io sono più benestante di Enrico Letta?

E' bene mettere in chiaro, fin da subito, una cosa: il premier Enrico Letta non è più povero di me, anzi.

Il fatto è che, a seguito di una circolare del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi, in ottemperanza di quanto previsto dalle normative sulla trasparenza introdotte con il Dlgs. n. 33 del 14 marzo scorso, tutti i membri del governo hanno dovuto pubblicare online i dati sulla loro situazione reddituale e patrimoniale.

Ciò che mi ha stupito vedere, al riguardo, sono stati i dati forniti dal nostro Presidente del Consiglio, in relazione al patrimonio di sua proprietà.

Probabilmente, ho subito pensato, aver fatto di mestiere il “nipote” per 26 anni, non gli ha reso poi così tanto.

Infatti, a fronte di un reddito imponibile, per l'anno 2012, di 123.893 euro lordi (?), Enrico Letta ha dichiarato di non possedere alcun patrimonio, in pratica nemmeno l'automobile.

A differenza di chi scrive, invece, che risulta proprietario (al 50% con la propria consorte) di un appartamento (gravato ovviamente da un mutuo) e di una Toyota immatricolata nel 2003.
Di fatto -quantomeno sotto il profilo patrimoniale- sono più ricco io!

Ora, non è per fare i conti in tasca al premier (anche se...perchè no?) ma, sempre a differenza del sottoscritto, Enrico Letta proviene da una famiglia nella quale il padre è stato professore all'Università di Pisa, oltre ad aver ricoperto diversi incarichi di prestigio.

Inoltre, già nel 1998, a soli 32 anni, l'attuale Presidente del Consiglio era già stato Ministro, mentre la sua prima elezione in Parlamento risale al 2001: un vero e proprio predestinato.

Ora, come tutti sanno, i parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa (fatti salvi quelli del Movimento 5 Stelle che restituiscono gran parte delle indennità), tanto che sorge spontanea la domanda: dove avrà messo tutti i soldi finora incassati il nostro “ggiovane” premier?

La prima risposta che viene alla mente è che potrebbe averli spesi tutti, e del resto sarebbe più che lecito.
Mentre -sempre il sottoscritto- il cui papà non è stato professore universitario (avendo trascorso i suoi anni migliori a combattere per la patria), che di lavoro non fa il politico, per il solo fatto di avere un appartamento di proprietà e un'auto vecchia di dieci anni, si ritrova, invece, a dover pagare Imu, mutuo, bollo e Rc auto.

Non so, magari il cattolico Letta avrà intestato tutto alla sua seconda moglie, oppure avrà speso tutto quanto per il mantenimento dei suoi tre figli, oltre che per quello della prima moglie, tra l'altro completamente cancellata (come l'ex moglie trentina del Duce) dalle biografie che lo riguardano.

Alla fine, mi sono dovuto arrendere: è proprio vero, io sono più benestante di Enrico Letta.

sabato 20 luglio 2013

POLITICA | MOVIMENTO 5 STELLE | CASALEGGIO: GOVERNEREMO DA SOLI CON IL 51% DEI VOTI

Non usa giri di parole Gianroberto Casaleggio, com'è del resto nel suo costume “In Italia, andare al governo è l'unica cosa che conta, e noi ci andremo da soli, anche grazie alla disgregazione che stanno vivendo, per motivi diversi, le altre forze politiche; ci andremo con il 51% dei consensi.
Così -stando alle anticipazioni di stampa- si sarebbe espresso il guru riconosciuto del MoVimento 5 Stelle, nell'intervista rilasciata al mensile Wired Italia, che è la versione nostrana della rivista statunitense, nota anche come la “Bibbia di Internet”, fondata in California nel 1993, da un'idea dei giornalisti Louis Rossetto e Nicholas Negroponte.

Si tratta di un'intervista faccia a faccia, realizzata dal giornalista americano -esperto di media digitali e autore di libri di fantascienza- Bruce Sterling.
Il dialogo, che sarà in edicola alla fine di questo mese, è stato realizzato a casa del guru pentastellato, che ha aperto -per la prima volta- le porte del suo studio milanese alla stampa.
Dopo essere stato per tanto tempo all'ombra del vulcanico Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio sembra, ora, aver deciso di scrollarsi di dosso quello scomodo clichè di “nerd”, timido e scontroso, che -forse- non gli appartiene del tutto.

Infatti, nel giro di qualche mese, il co-fondatore del MoVimento 5 Stelle ha dapprima rilasciato un'intervista (seppur solo via e-mail) all'inserto “Lettura” del Corriere della Sera, accompagnando poi Beppe Grillo all'incontro con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Ed ora, questa nuova “esposizione” mediatica, nella quale Casaleggio avrebbe espresso -a ruota libera- la propria visione sul nostro Paese allo sbando ma, soprattutto, sulle cose che sarebbe necessario attuare per renderlo un posto decisamente migliore.
Dalle anticipazioni sui “contenuti”, pare che Casaleggio si sia prodotto in un'analisi della situazione politica italiana, anche alla luce degli obiettivi del MoVimento 5 Stelle.
In tale contesto, avrebbe altresì fornito la sua personale interpretazione sulle recenti elezioni amministrative, che hanno visto un calo significativo dei consensi al M5S, soprattutto se raffrontato con l'exploit delle politiche del mese di febbraio.
Era tutto previsto, abbiamo voluto perdere -spiega Casaleggio- “avremmo certamente potuto prendere più voti, aumentando il numero delle liste in campo, che potevano essere il quadruplo, tante erano le richieste che sono arrivate; ma abbiamo preferito affrontare le elezioni amministrative solo con le liste radicate sul territorio da almeno un paio d'anni.

Nel prosieguo dell'intervista, aggiunge poi che -secondo la sua idea- il governo dovrebbe essere tutto digitalizzato “L'80% della burocrazia è completamente senza senso, mentre la metà di quella necessaria potrebbe essere cancellata con l'uso della rete -sentenzia- “Il Parlamentare è l'esecutore del volere della collettività, per questo ogni decisione importante va sottoposta a referendum”.
Gianroberto Casaleggio esplicita, infine, il suo concetto di democrazia compiuta “Il potere giudiziario deve mantenere la sua indipendenza, all'interno di un sistema in cui tutti hanno gli stessi diritti civili e in cui ognuno partecipa al bene comune, e lo fa perché è giusto: se fosse così, oggi l'Italia sarebbe un paese migliore.

Entusiasta il commento finale di Bruce Sterling “Nessun altro al mondo è riuscito a fare con tanta efficacia e su scala così vasta, quello che lui ha fatto in Italia”.
Eppure, non c'è nulla di nascosto, o di segreto, in tutto questo “Anzi, il suo attivismo digitale, probabilmente, è la cosa meno misteriosa della politica italiana -conclude Sterling- Casaleggio è l'unico a dire le cose belle che la maggior parte degli elettori -di norma- vorrebbe sentirsi dire.