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martedì 24 dicembre 2013

Trattativa Stato-Mafia, altro che vecchie coppole e lupare

Qualcuno ai piani alti della nostra Repubblica, potrebbe anche 'ammonire' che questo non è certo il momento di mettersi a ballare sulle macerie in cui la crisi economica ha ridotto il Paese: ma il fatto stesso di proporre altri conti e leggere altri numeri, potrebbe viceversa rappresentare un esercizio utile, se non altro per metterci in guardia dai perniciosi fenomeni legati al diffuso bisogno di liquidità, che le banche non sono più in grado da tempo di garantire.

Proprio per questo, i conti ed i numeri di Mafia S.p.A. meriterebbero una maggiore e diversa attenzione da parte dei media, dalla politica e dalla stessa opinione pubblica, visto che si tratta di un fatturato complessivo annuo di oltre 130 miliardi di euro, con un utile netto che supera i 70 miliardi, con il solo ramo commerciale della criminalità che sfiora i 94 miliardi di euro.

Secondo il XIII Rapporto di Sos Impresa, si parla di cifre superiori al 6,5% dell'intero Prodotto Interno Lordo della nostra nazione, il che significa che ogni giorno una enorme massa di ricchezza si sposta dall'economia legale a quella illegale e viceversa, tanto da far disperdere, con questi ordini di grandezza, il confine stesso tra legale e illegale.

Altro che vecchie coppole e lupare: Mafia S.p.A. è a tutti gli effetti, una holding privata che detiene quote azionarie in molte società, opera sul territorio con marchi diversi, diversifica le attività e gli investimenti, sia in tutta Italia che all'estero: ha consigli di amministrazione efficienti, migliaia di dipendenti a libro paga, consulenti, specialisti e sta rappresentando, in particolare in questi ultimi anni, un mercato del lavoro in grande crescita.

Finché non interviene la magistratura con l'azione penale, questo mercato tira, con la complicità di quegli imprenditori esperti del gioco delle tre scimmiette che, pur non essendo mafiosi in senso stretto, non disdegnano di fare affari con loro, applicando alla perfezione il principio della “doppia morale”, per la quale ci si mostra ligi alle leggi dello Stato quando si opera nel centro-nord del Paese, per poi adeguarsi con disinvoltura alle regole mafiose se si hanno interessi in fondo all'Italia.

E così fan tutti, dalle grandi imprese quotate in borsa, agli Enti statali, alle centrali cooperative: ed è così che il potere mafioso, in questa malata logica capitalistica, altro non rappresenta se non un “normale” costo aggiuntivo d'impresa, da calcolare nei preventivi dei costi di realizzazione di un'opera pubblica, già al momento della presentazione delle offerte per la gara d'appalto.

Ovviamente le attività mafiose spaziano dalle più tradizionali alle più sofisticate: si va dall'immancabile pizzo, all'usura, al traffico di droga, dal controllo degli appalti al traffico illecito dei rifiuti, dalla gestione delle slot-machine al traffico di organi umani, al mercato della contraffazione.

Parallelo a questo sistema, ma ad esso intrecciato, c'è il circuito del riciclaggio, i centri commerciali, la grande distribuzione alimentare e le catene dei supermercati, le società finanziarie di copertura e le attività imprenditoriali che non risparmiano ormai più alcun settore, sia pubblico che privato: dalla sanità al turismo, dallo smaltimento dei rifiuti agli investimenti immobiliari, il tutto senza limiti territoriali, né frontiere nazionali e internazionali.

A dare comunque una speranza che forse non tutto è perduto sulla strada del recupero della legalità in questo Paese, c'è per fortuna l'abnegazione di uomini come il pm Nino Di Matteo che, nonostante la condanna a morte pronunciata da Totò Riina, e nonostante il colpevole e fragoroso silenzio delle massime cariche, prosegue diritto per la propria strada, che altro non è se non quella di assicurare alla giustizia quei responsabili politici che, con la trattativa Stato-Mafia, hanno legittimato questa situazione.

mercoledì 18 dicembre 2013

Per gli ermellini Anonymous è un'associazione a delinquere

Con la sentenza n. 50620, la Corte di Cassazione ha deciso di confermare la custodia e gli arresti domiciliari per l'hacker Gianluca Preite, catturato lo scorso mese di maggio dalla Polizia Postale nel corso dell'operazione Tango Down, per aver effettuato assieme ad altri accessi abusivi a sistemi informatici.

Con la medesima pronuncia, inoltre, gli ermellini hanno inteso approfondire la natura stessa delle operazioni condotte nel nome del gruppo Anonymous, la cui organizzazione cellulare volta a perpetrare attacchi informatici è stata considerata dai giudici italiani una vera e propria “associazione a delinquere”.

Tanto che, secondo il giudice supremo, non possono essere rivendicate nemmeno le attenuanti legate alla natura ideale delle azioni compiute in nome di Anonymous, nonostante possano sussistere motivazioni “lusinghiere e meritorie”: un accordo per introdursi abusivamente in siti di proprietà altrui, infatti, costituisce di norma un reato, a prescindere dalle finalità di coloro che lo pongano in atto.

Sempre secondo la Corte di Cassazione, pertanto, Anonymous “può assimilarsi ad un'organizzazione non statica, operante in una dimensione di per sé aperta e non individuabile su una base meramente territoriale, al punto che cellule tra loro diverse potrebbero aver pianificato altrettanto diverse iniziative illecite.

Per quanto riguarda la posizione di Preite, dunque, la stessa sarà altresì gravata del reato di associazione a delinquere, nonostante tale ipotesi fosse stata osteggiata con forza dalla sua difesa, sostenuta da Carlo Taormina.

Secondo il legale di Gianluca Preite, infatti, “le finalità e i valori perseguiti da Anonymous, ove gli stessi coincidono con principi largamente condivisi dal tessuto sociale, escluderebbero, di fatto, la possibilità di discutere di reati aventi natura associativa”.

martedì 12 novembre 2013

Mafia Football Club, non solo ultrà

Il campionato di calcio più bello del mondo, si diceva una volta: ormai da un po' di tempo, invece, anche questo prodotto italiano appare in netta crisi, con la tradizione nostrana che paga dazio alle vecchie e nuove potenze europee: Spagna, Germania, Olanda, con le loro nidiate di campioncini, tutti campo, banchi di scuola, talento e disciplina.

I bilanci delle “grandi” sono in perenne rosso, le stelle migrano verso altri lidi, nella ricca Inghilterra, ad esempio, dove il pallone è un business che continua a tirare, dove gli stadi sono dei veri e propri gioielli e gli sceicchi fanno a gara per comprare i club più prestigiosi.

Qualcosa dovrà pur significare se l'Italia, nonostante sporadici investitori americani o indonesiani, invece degli sceicchi arabi sa attirare solo fetenti e criminali: perché il pallone produce consenso, e la mafia lo sa, partite truccate, sponsor fasulli, accordi in nero ed altri tantissimi sistemi per riciclare denaro nel calcio, che le cosche conoscono assai bene.

Eppure c'è ancora chi, anche di fronte ad episodi intimidatori come quello accaduto ai danni dei calciatori della Nocerina, costretti sotto minaccia di morte a fingere improbabili infortuni di gioco, vorrebbe attribuirne la colpa esclusiva al solito sparuto gruppetto di tifosi ultrà, notoriamente violenti ed esagitati.

Ebbene, se qualcuno pensa che i volti sudici del calcio italiano siano stati solo quelli di Moggi e Giraudo, sia il benvenuto nel girone infernale del calcio di periferia, quello degli stadi da due-tremila posti, dove gli arbitri entrano ed escono dal terreno di gioco accucciati dentro auto della Polizia, per difendersi dalle aggressioni di facinorosi e dirigenti delle società.

Mi permetto, al riguardo, di consigliare la lettura dell'illuminante libro di Daniele Poto, "Le Mafie nel pallone" (Edizioni Gruppo Abele, Torino), nel quale l'autore ha preso in considerazione inchieste e atti giudiziari degli ultimi anni, da cui risulterebbero essere più di trenta i clan direttamente coinvolti, o contigui, nei casi di corruzione e riciclaggio di denaro sporco nel mondo del pallone.

Alla spartizione della torta parteciperebbero, infatti, le cosche e i boss più spietati: Lo Piccolo e Santapaola in Sicilia, i Casalesi e i Misso in Campania, i Pelle e i Pesce in Calabria, con l'infiltrazione mafiosa che non sarebbe limitata alle regioni strettamente meridionali.

Il calcio professionistico, in particolare nelle serie minori come la Lega Pro, è infatti preso di mira anche in Lombardia, Lazio e Abruzzo, dove il riciclaggio di denaro sporco avviene attraverso le compartecipazioni societarie e le scommesse, sia quelle legali che il totonero.

Alla faccia della passione popolare e delle speranze di migliaia di ragazzi che ancora crescono sognando di diventare campioni da copertina: la commistione tra calcio e criminalità non risparmia neppure i settori giovanili, laddove più dei meriti contano le vicinanze alle cosche e le raccomandazioni, giusto che le giovani promesse capiscano, fin da subito, che c'è qualcuno più uguale degli altri.

Lo spaccato che emerge dal libro di Daniele Poto, racconta di una penetrazione mafiosa diffusa soprattutto nelle realtà piccole e medie, anche perché controllare una società calcistica assicura ai clan un certo prestigio e consenso che, proiettati sul territorio,  diventano utili al reclutamento di nuovi picciotti.

In proposito, alcuni collaboratori di giustizia hanno raccontato del reclutamento operato dalla 'ndrangheta nella piana di Gioia Tauro, sotto forma di posti di lavoro nei piccoli club calcistici: manovalanza a basso costo e con un'ottima copertura: anche e soprattutto per questi motivi, ogniqualvolta viene confiscato un campo di calcio alla criminalità, “loro” cercano sempre complicità ai più alti livelli per portarsi di nuovo il pallone a casa.

sabato 21 settembre 2013

Giustizia malata, magistrati fortunatamente in buona salute

Ha detto bene il cittadino-portavoce del Movimento 5 Stelle, Manlio di Stefano, a proposito delle parole pseudo-pacificatrici pronunciate da Giorgio Napolitano, anche perchè in Italia non c'è nessuna guerra in atto tra pm e politici, bensì ci sono dei politici che delinquono da 50 anni, e pm che fanno il loro mestiere, che è quello di indagare.

In presenza di una giustizia malata, perennemente sotto accusa, che deve fare quotidianamente i conti con la scarsezza di risorse a disposizione, alla mercè della schizofrenia di legislatori “ad personam”, per molti magistrati sarebbe certamente più comodo stare dalla parte dei poteri forti, piuttosto che combattere il dilagante crimine politico-finanziario, vero cancro di questo Paese.

Con ciò eviterebbero, se non altro, d'essere presi a pesci in faccia da chi dovrebbe ergersi a Garante della Costituzione ma che, viceversa, altro non fa che calpestarla ogni volta che interviene a gamba tesa in difesa della sua incestuosa creatura: il pulp governissimo della sinistra, puntellato dalla mummia di un vecchio pregiudicato, per di più recidivo

Ha detto bene inoltre, Manlio di Stefano, quando ha chiesto a Giorgio Napolitano di fare un passo indietro, rassegnando le dimissioni dalla sua (bis)carica: gli italiani, mi creda signor Presidente, non sentiranno di certo la sua mancanza.

E se questo invito dovesse non bastare, si dovrà passare alle vie di fatto, chiedendo la messa in stato d'accusa del Capo dello Stato per “attentato alla Costituzione”, prima ancora che l'agibilità politica si traduca in una “grazia” concessa al condannato Berlusconi, fatto che violerebbe i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Che l'Italia necessiti di una riforma della giustizia, nessuno lo mette in dubbio, anzi, il suo pessimo funzionamento, soprattutto nel settore civile, è considerata una delle principali cause -secondo l'Ocse- dei mancati investimenti stranieri nel nostro Paese.

Ma non lasciamoci infinocchiare, i mali della giustizia non risiedono affatto nei pm e nei giudici politicizzati, come ha cercato ancora una volta di farci credere il Cavaliere a delinquere, bensì nell'incertezza del diritto, derivante da procedure farraginose e obsolete, che spesso non consentono ai processi di giungere alla loro naturale conclusione.

Gli italiani onesti dovrebbero, pertanto, schierarsi apertamente dalla parte di quei servitori dello Stato che, dribblando prescrizioni brevi e indulti vari, hanno portato a termine il proprio lavoro, che a null'altro è ispirato se non a  far prevalere, sempre e comunque, l'irrinunciabile valore sociale della giustizia.

In questi termini, la miglior cura di cui avrebbe bisogno la giustizia italiana, potrebbe essere quella d'essere governata da persone oneste e competenti, non certo da chi, come il nuovo giudice costituzionale Giuliano Amato, ha rappresentato per il Psi di Craxi, ciò che Giulio Andeotti è stato in questo Paese per la Democrazia Cristiana.

La giustizia è malata: i magistrati, per nostra fortuna, godono ancora di buona salute.

martedì 3 settembre 2013

Generale Dalla Chiesa: tanti colpevoli, nessun responsabile

E' il trentunesimo anniversario dell'assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo, avvenuto a Palermo il 3 settembre 1982, per mano dei killer mafiosi Antonino Madonia, Calogero Ganci e Pino Greco.

Pur se oggi, grazie alle rivelazioni dei pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, sono stati condannati i capi di Cosa Nostra che ordinarono la mattanza (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci), parecchi dubbi ed ombre gravano ancora su chi, dalle istituzioni, pretese e volle quella strage di Stato.

Una cosa appare, comunque, certa: l'attentato al generale, ovvero a colui che contribuì in modo decisivo alla sconfitta delle Brigate Rosse, divenendo con ciò un simbolo di giustizia, doveva rappresentare un segnale ben preciso, rivolto a chiunque avesse mai pensato di tradire il patto siglato tra uomini corrotti dello Stato e Cosa Nostra.

Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del Prefetto di Forlì”, ebbe a lamentarsi Dalla Chiesa prima del suo insediamento, ma non si diede per vinto, anzi, nei suoi poco più di cento giorni a capo della prefettura del capoluogo siciliano, inferse duri colpi agli stati maggiori di Cosa Nostra.

Nella convinzione che la mafia andasse colpita strada per strada, predispose fin da subito una mappatura delle varie cosche, con la stessa metodica e ostinata precisione, già in passato utilizzata con le cellule combattenti del brigatismo rosso.

Ma non fu sufficiente, anche perché sull'isola incombeva, al tempo, il potere del Divo Giulio, considerato dallo stesso generale l'uomo alla guida della “famiglia politica più inquinata d'Italia”, ovvero la Democrazia Cristiana.

Uno dei primi a sostenere con convinzione la presenza di apparati deviati dello Stato, nella strage di via Carini, fu proprio Giovanni Falcone: egli riteneva che Dalla Chiesa fosse stato sacrificato sull'altare della collaborazione tra politici, servizi segreti deviati, massoneria e mafiosi.

Basti pensare, al riguardo, che appena dopo il suo assassinio qualcuno trafugò la valigetta marrone del generale, che si trovava all'interno dell'auto in cui venne ucciso.

Pare che la valigetta contenesse documenti riportanti parecchi nomi scottanti, nell'ambito di un'inchiesta che Dalla Chiesa stava conducendo personalmente, e che a trafugare la valigetta, secondo una testimonianza rimasta finora anonima, sarebbe stato un ufficiale dei carabinieri in servizio a Palermo.

Storia che, come tutti sanno, si è ripetuta puntuale undici anni dopo, con l'agenda rossa di Paolo Borsellino, scomparsa in occasione di un'altra strage palermitana, quella avvenuta in via D'Amelio.

Con una differenza: mentre dell'agenda rossa di Borsellino nessuno ha saputo più nulla, la borsa di Dalla Chiesa fu ritrovata, nascosta nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo, vuota: i documenti scomparsi nel nulla, come già accaduto per altri carteggi conservati nella cassaforte della sua abitazione.

La strage di Via Carini è, purtroppo, una della tante storie amare di questo Paese, in cui a perdere sono troppo spesso i buoni, quando lo Stato sta tra le fila dei cattivi.

Se è pur vero, infatti, che i colpevoli materiali di questa strage sono stati tutti condannati, è altrettanto vero che i responsabili che stanno all'interno delle istituzioni non hanno, ancora oggi, né un volto né un nome.

mercoledì 24 luglio 2013

GIUSTIZIA | VIOLENZA SESSUALE: LA CASSAZIONE DICE NO AL CARCERE PREVENTIVO PER GLI STUPRATORI

Decisione choc, quella presa dalla Corte di Cassazione, con sentenza n. 232, con riferimento al comma 3 dell'articolo 275 del codice di procedura penale, ovvero quella norma che definisce l'applicazione delle misure cautelari.
Infatti, per i giudici della Consulta, non è sufficiente che la violenza sessuale di gruppo sia, unanimemente, considerata uno dei reati più odiosi ed efferati, affinché l'applicazione delle misure cautelari in carcere scatti in automatico per i responsabili.
In altre parole, se si è accusati di violenza sessuale di gruppo -definita nella stessa sentenza come “la più intensa lesione del bene della libertà sessuale”- non è affatto obbligatorio il carcere cautelare, essendo sufficienti altre misure come gli arresti domiciliari.
Al riguardo, bisogna pur dire che l'articolo in questione recita che “la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata, in particolare nei casi in cui ci sia pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di turbamento alle indagini.

La violenza sessuale, sarebbe bene i giudici vi riflettessero, in effetti non riguarda solo la sfera fisica, chi la subisce è altresì devastato sia nel corpo, che nell'anima.
La vittima, in conseguenza di ciò, vive nel dolore e nel terrore, chiedendosi il perché di tanto male.
Se, poi, la violenza subita è quella di gruppo, si entra in una spirale di senso di colpa, mista a rabbia e vergogna: la violazione del proprio corpo, è già di per sé una mostruosità ma, se avviene sotto gli occhi di “spettatori istigatori”, risulta moltiplicata.

Il senso di paura delle vittime è, spesso, causato dalla mancanza dell'aiuto di cui avrebbero bisogno: ricordate i casi delle due donne uccise, pur dopo aver denunciato più volte i loro aguzzini?
Nel caso affrontato in sentenza, ci si chiede: come possono i giudici dire che chi ha guardato e istigato alla violenza, sia meno colpevole di chi l'abbia compiuta fisicamente?
Viene spontaneo chiedersi, come sia possibile combattere la piaga della violenza sulle donne, se lo stesso legislatore e gli stessi giudici, non tutelano in primis le vittime di questi reati?

Altrettanto inutile risulta, altresì, anche la ratifica da parte del Parlamento della Convenzione di Istambul contro la violenza sulle donne se, alla fine, gli strumenti legislativi si rivelano tanto fragili.
Sarebbe ora che il nostro codice penale definisse la violenza sulle donne, non solo come delitto contro la libertà sessuale, bensì come delitto, tra i più aberranti, contro la persona umana, in ogni sua espressione.