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martedì 21 gennaio 2014

Europa 2014, il pericolo cova sotto le ceneri della storia

Sui motivi dei disastri causati nel nostro Paese dall'euro, quasi tutti gli analisti sono concordi: l'unità monetaria è stata lasciata orfana del coordinamento delle politiche economiche e fiscali, tanto che oggi è possibile tranquillamente affermare che gli squilibri che hanno profondamente minato le fondamenta stesse dell'Europa, erano scritti nel progetto stesso dell'Unione.

Per non dire di quanto pensano e disfano dalle parti di Francoforte, come quando, nella conferenza tenuta all'Università Cattolica di Milano il 21 marzo 2011, il Presidente della Bce Mario Draghi ebbe a dichiarare solennemente “Le riforme già fatte, in particolare quella pensionistica, pongono l'Italia tra i Paesi in cui, per assicurare la sostenibilità di lungo periodo dei conti pubblici, occorre una minore correzione dei saldi di bilancio”.

Meno di quattro mesi dopo, nella famosa lettera del 5 agosto inviata all'allora governo presieduto dal pregiudicato Berlusconi, stesa a due mani con Trichet, lo stesso Draghi avrebbe invece scritto, imperturbabile “E' possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità, riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico”.

Nemmeno una parola, invece, venne spesa sull'indecenza dei privilegi di quel milione e mezzo di persone che in questo Paese vivono quotidianamente di politica, nemmeno una parola a proposito delle pensioni d'oro, delle false invalidità e dei vitalizi di un'infinità di ex parlamentari, ex consiglieri provinciali e regionali.

Poi, ovviamente, ci sono anche i problemi strutturali specifici dell'Italia: l'inadeguatezza dei governi che si sono succeduti in questi ultimi vent'anni, la perdurante e diffusa corruzione, l'evasione fiscale, la criminalità organizzata, gli imprenditori ricchi e le aziende povere, visti anche gli investimenti immobiliari fatti dalla nostra borghesia industriale.

Tutto in nome di quel feticcio chiamato stabilità che ha trasformato l'Italia, con il plauso dei principali mezzi d'informazione, avvallato dai due principali partiti responsabili dello sfascio, in una dittatura monarchico-presidenziale retta da Re Giorgio I, nonostante nove milioni di cittadini italiani con il voto al MoVimento 5 Stelle avessero mandato un chiaro segnale di cambiamento, fin qui colpevolmente ignorato.

Ma il pericolo, per l'Italia e l'Europa, cova tuttora sotto le ceneri della storia, visto che a portare Adolf Hitler al potere non fu l'inflazione del 1923, bensì le politiche deflazionistiche dei primi anni '30, attuate, in Germania e altrove, proprio per paura dell'inflazione.

A quel tempo, i politici cercarono di evitare qualsiasi cosa che minacciasse la stabilità della moneta e dei bilanci in pareggio: in Francia lo stato perseguì una rigida politica monetaristica sino al 1936, riducendo gli stipendi dei funzionari pubblici e dei dipendenti dello stato, tagliando le spese per la sanità e l'assistenza sociale, mentre nella Germania del 1932 si ebbe una serie di tagli forzosi sui salari pubblici, sulle rendite e sulle pensioni: il che, purtroppo, suona piuttosto familiare.

lunedì 22 luglio 2013

EMIGRAZIONE | ITALIANI: MAMMA MIA DAMMI MILLE EURO CHE IN AMERICA VOGLIO ANDAR...

Visti in qualche vecchia foto o documentario d'epoca, in bianco e nero, gli emigranti italiani che a fine ottocento-primi novecento partivano in nave per cercare fortuna in America, sembrano ormai appartenere soltanto ad un lontano passato di miseria e disperazione, in cui versava -da nord a sud- gran parte della nostra penisola.
Invece, pare proprio che, per molti dei nostri connazionali, il “sogno americano” sia tornato di grande attualità.
Tanto che, parafrasando il ritornello di una vecchia canzone potremmo dire "Mamma mia dammi mille euro che in America voglio andar....".

E' stata proprio questa la molla, che ha spinto la scrittrice Elena Attala Perazzini a scrivere il suo terzo libro, intitolato “Via da noi” (Barbera Editore).
Come hai potuto lasciare le meraviglie dell'Italia? Io e i miei amici sogniamo di andare a viverci, e tu sei venuta negli Stati Uniti...”.
A questa domanda, rivoltale da un giovane studente di architettura di Long Island, Elena Attala Perazzini ha voluto provare a rispondere con 16 storie di italiani, tutti come lei emigrati in America.
Elena Attala Perazzini quelle storie, del resto, le conosce bene: in sedici anni di vita a Manhattan è stata ballerina, segretaria di Oriana Fallaci, giornalista freelance, ristoratrice e -da qualche anno- scrittrice.

Alcuni dei suoi intervistati sono letteralmente scappati dall'Italia, come Angela B., moglie in carriera in cerca di una nuova vita; altri avevano già raggiunto un certo successo anche da noi, come lo chef romagnolo Gino Angelini, ora trapiantato ad Hollywood; altri ancora il successo l'hanno trovato, invece, proprio qui, come Mario Fratti che si è affermato a Broadway dopo anni di gavetta e pregiudizi (gli italiani, fino agli anni '60, erano considerati esuli fascisti, oppure comunisti).
Si tratta di storie fatte di riscatti, di memoria e di cambiamento, di vite diverse che si incontrano tutte in un punto ben preciso: la fuga da un certo modo di essere italiani.

Sono scappati dalla mancanza di meritocrazia, da una vita in cui ci si aspetta che le cose arrivino sempre dall'alto” -spiega la scrittrice al settimanale Panorama- “è la prima cosa che mi hanno confessato in ogni incontro: qui ho imparato a riguadagnarmi tutto, ogni giorno”.
Anche se ne avessero l'occasione, certamente non tornerebbero volentieri a lavorare in Italia “Dopo aver sperimentato la cultura del lavoro americana, temono che non riuscirebbero ad adattarsi a quella italiana -continua Attala Perazzini- “anche se qualcosa del Paese che hanno lasciato gli resta: dalle amicizie con gli altri espatriati, alle vacanze fatte trascorrere ai figli in Italia, per evitare che crescano nella cultura americana”.

Dai racconti raccolti nel libro “Via da noi” si evince, però, anche un cambio di tendenza importante: da alcuni anni, infatti, gli italiani che arrivano da soli dalle parti della statua della Libertà, per “fare fortuna”, sono sempre meno.
Incontro molte coppie, ad esempio, che espatriano dopo la laurea -dice ancora la scrittrice- “non provano nemmeno a cercare lavoro in Italia, vengono subito qui”.
Ecco, dunque, la fotografia più desolante dei tempi che stiamo vivendo: gli italiani non se ne vanno solo perché il mondo del lavoro li respinge, ma perchè non hanno speranze per il loro Paese, semplicemente perché non ci credono più.