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domenica 17 agosto 2014

Puglia, schiavi nelle miniere di pomodoro

E' un tema scabroso di cui nessun organo di informazione del nostro Paese ha mostrato finora di volersi occupare: il lato oscuro del pomodoro, ovvero la storia dello sfruttamento degli immigrati e della completa distruzione di una florida filiera in Ghana, Africa, sono invece gli argomenti affrontati in una coraggiosa inchiesta condotta dai giornalisti Stefano Liberti e Mathilde Auvillain.

Il dossier ci racconta di come, tolti nel 2000 i dazi d'importazione dall'Europa, diversi stati africani tra cui il Ghana furono invasi da milioni di tonnellate di pomodoro in scatola prodotto in Italia, venduto a prezzi stracciati grazie alle sovvenzioni garantite dai sussidi europei: con che risultato? Lo svuotamento dei campi ghanesi e l'immigrazione irregolare di migliaia di ex contadini africani nel sud del nostro Paese, per essere arruolati in qualità di braccianti senza diritti.

Molto spesso sono pagati a cottimo, 3,5 euro in cambio della fatica di riempire di pomodori un cassone da 300 chili, vale a dire meno di 20 euro al giorno per un lavoro effettivamente massacrante: queste persone sgobbano senza contratto di lavoro, né copertura sanitaria e alla mercè dei cosiddetti “caporali”, per poi rientrare la sera in alloggi fatiscenti dove hanno affittato un materasso su cui riposare per poche ore.

Da questa situazione emerge un dato economico piuttosto rilevante: ogni anno, infatti, il solo Ghana importa circa 50mila tonnellate di pomodoro concentrato, con il risultato d'aver ridotto gran parte del continente africano da produttore a consumatore, con un mercato dai volumi d'affari piuttosto interessanti per l'Italia che, in tale contesto, se la gioca ad armi pari persino con la Cina.

Tanto che nel loro reportage Liberti ed Auvillain giungono ad affermare che, nel 2013, l'industria italiana del pomodoro trasformato ha raggiunto i 1,127 milioni di tonnellate di conserve esportate, corrispondente ad un fatturato di 846 milioni di euro, in un mercato che ha fatto registrare una crescita dell'8,32%, solo nell'ultimo anno.

Ciò non bastasse, c'è un'altra nota poco edificante: se è vero che i container partono dalla Campania alla volta dell'Africa, viceversa la produzione agricola è stata invece delocalizzata in Puglia, dal momento che i rigogliosi e fertili suoli dell'agro napoletano sono stati man mano divorati da un'urbanizzazione insensata e selvaggia, oltre che dai veleni come per decenni è avvenuto nella Terra dei Fuochi.

Così, la piana della Capitanata nel foggiano, un tempo fiore all'occhiello delle culture cerealicole, si è oggi trasformata in un'immensa miniera a cielo aperto per la produzione di “oro rosso”, causa principale di questa ondata di colonizzazione mercantile che ha generato nuovi schiavi.

L'indagine di Liberti ed Auvillain si conclude, infine, con i seguenti dati “L'Italia, terza potenza agricola europea, dopo Francia e Germania, si contende con la Spagna il primato della produzione di ortaggi: negli ultimi 10 anni, secondo i dati forniti da Oxfam, d'altro canto l'Unione europea avrebbe sovvenzionato la produzione totale di pomodoro in Europa per circa 34,5 euro a tonnellata, tanto da coprire addirittura il 65% del prezzo di mercato del prodotto finale”.

Un tanto per chi fosse ancora convinto che alle centinaia di clandestini, che arrivano quotidianamente sulle nostre coste provenienti dall'Africa, rimangano forse parecchie alternative  per poter restare e poter sopravvivere nel loro Paese.

venerdì 4 luglio 2014

Economia: cala il potere d'acquisto delle famiglie italiane

Nonostante nei primi tre mesi dell'anno la pressione fiscale sia stata pari al 38,5%, risultando inferiore di 0,3 punti percentuali rispetto al medesimo periodo del 2013, d'altro canto si registrano brutte notizie riguardo il potere d'acquisto delle famiglie italiane, che nello stesso periodo preso in considerazione è tornato a calare, tenuto conto dell'inflazione, scendendo dello 0,2% su base annua.

A renderlo noto l'Istat, che precisa come per pressione fiscale si debba intendere il rapporto intercorrente tra la somma di tutte le imposte (dirette, indirette, in conto capitale, contributi sociali) e prodotto interno lordo (Pil): l'istituto nazionale di statistica ha altresì precisato che il tasso di investimento delle famiglie consumatrici (acquisti di abitazioni e reddito disponibile lordo), ha purtroppo fatto registrare una diminuzione dello 0,1%, rispetto al corrispondente periodo del 2013.

Sul fronte del fisco, invece, le entrate totali nel primo trimestre del 2014 risulterebbero aumentate dello 0,4%, sempre rispetto al pari trimestre di un anno fa, mentre l'indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche a fine marzo è risultato pari al 6,6% del Pil (a fronte del 7,3% stesso periodo 2013), equivalente ad un saldo primario (indebitamento al netto degli interessi passivi) di -8.140 milioni di euro.

sabato 28 giugno 2014

Crisi del commercio: per ogni nuova impresa, due abbassano le saracinesche

Non tende ad arrestarsi, purtroppo, l'inarrestabile moria delle imprese commerciali italiane: solo nei primi cinque mesi dell'anno (gennaio-maggio), infatti, il numero di attività del terziario che hanno cessato di esistere continua ad essere di gran lunga superiore a quello delle nuove aperture.

Stando ai dati appena rilevati dall'Osservatorio demografico per le imprese per conto dell'Ufficio Studi di Confcommercio, i nuovi esercizi aperti in Italia sarebbero 57.599, a fronte dei 110.315 che hanno chiuso: il saldo rimane, quindi, pesantemente negativo, pur risultando un leggero rallentamento rispetto allo scorso anno.

La situazione più drammatica si presenta nel sud del Paese, dove si concentra quasi un terzo delle chiusure complessive: in particolare, sono le attività di alloggio e ristorazione a registrare un sensibile peggioramento del saldo, passato da -7.612 a -7.752, mentre continua il trend positivo del commercio ambulante (7.043 iscrizioni contro le 6.433 di dodici mesi fa).

In ogni caso il dato territoriale conferma l'endemica e strutturale debolezza del sistema imprenditoriale del Mezzogiorno, del tutto paragonabile ad vero proprio default commerciale, in conseguenza della pesante riduzione dello stock di imprese: 18.823 nuove iscrizioni e 36.176 cessazioni, con un saldo negativo al sud di 17.353 unità, contro le 11.426 del Centro, 9.816 del Nord Est e 14.121 del Nord Ovest.

Nel loro complesso queste cifre -fa notare Confcommercio- se da un lato confermano sia il persistere della fase di debolezza dell'intero ciclo economico, sia l'assenza di significativi segnali di ripresa, d'altro canto mettono in luce come le imprese di questo comparto, nonostante fattori negativi come la stagnazione della domanda interna, l'elevata pressione fiscale e un accesso al credito limitato, si dimostrino ancora in grado di resistere di fronte al protrarsi della crisi: per quanto ancora?

sabato 22 marzo 2014

Pmi, il 40% si vede rifiutato un prestito dalle banche

I dati che emergono da una recente indagine condotta da Adnkronos sulla crisi del credito, mettono drammaticamente in luce due aspetti legati a doppio filo tra loro: la metà delle piccole e medie imprese italiane non è in grado di onorare i prestiti ricevuti dalle banche, mentre il 40% denuncia il perdurare del rifiuto degli istituti di credito a concedere nuovi finanziamenti.

Basti pensare che, su cento imprese di piccole e medie dimensioni equamente suddivise su tutta la penisola, 47 hanno rivelato di aver accumulato un ritardo nei pagamenti superiore a tre rate nell'arco dell'ultimo anno, mentre 33 di queste hanno già messo nel conto di non essere in grado di poter riprendere a pagare il debito con regolarità nemmeno nel corso dei prossimi dodici mesi.

Al punto che, come un gatto che si morde la coda, un terzo delle Pmi contribuisce, alla fine, ad alimentare il flusso delle nuove sofferenze bancarie: anche a causa di detta circostanza, secondo l'indagine di Adnkronos, gli istituti di credito stenterebbero ad allentare i cordoni della borsa, con il risultato che 39 imprese su 100 denunciano di aver visto rifiutata la richiesta di un finanziamento, da parte di almeno tre banche nel corso dell'ultimo anno.

A conferma delle persistenti difficoltà nel rapporto tra Pmi e banche, basta scorrere l'ultimo bollettino mensile dell'Abi: nello scorso mese di gennaio 2014, infatti, le sofferenze lorde hanno toccato il per nulla edificante record di 160,42 miliardi di euro, vale a dire una percentuale pari all'8,4% del totale dei prestiti concessi, con un aumento di due punti rispetto all'anno precedente.

Altrettanto negativi, sotto questo profilo, sono altresì i dati relativi al numero dei finanziamenti alle imprese: il calo registrato nel primo mese di quest'anno, infatti, è stato del 5% (-5,2% sul mese di dicembre 2013 e -2,6% rispetto un anno fa), il che evidenzia come, nei fatti, il credit crunch sia da considerarsi tutt'altro che archiviato.

martedì 11 marzo 2014

Allarme Istat, in Italia a crescere è solo la tassazione

Mai come ora c'è bisogno di uscire dalla maretta degli annunci fumosi di Renzusconi, come sempre amplificati dal solito acritico megafono dei media di regime, per agire concretamente verso una corposa riduzione del cuneo fiscale: l'allarme, questa volta, giunge direttamente dalle parole del Presidente dell'Istat, Antonio Golini.

L'attuale tassazione dei redditi da lavoro dipendente, sommata alla variegata gamma di gabelle nazionali e locali, secondo il numero uno dell'Istituto nazionale di statistica, avrebbe infatti causato “una caduta di intensità eccezionale del potere d'acquisto delle famiglie italiane”.

Durante la sua audizione dinanzi Commissione Finanze del Senato, Golini ha infatti riferito che “nel 2012, a fronte di una flessione del Pil del 2,4%, il potere d'acquisto delle famiglie italiane è diminuito del 4,7%”: si tratta di una caduta mai vista del potere d'acquisto, che arriva tra l'altro dopo un quadriennio caratterizzato da un inarrestabile declino.

E c'era pure chi già vedeva la luce in fondo al tunnel...

L'Istat punta dunque il dito sull'abnorme fiscalità che grava sulle spalle degli italiani, indicandola come principale causa del crollo del potere d'acquisto: mentre nella maggior parte degli altri Paesi europei la pressione fiscale è diminuita complessivamente, nel periodo, di 0,5 punti percentuali, in Italia al contrario è aumentata del 3%, raggiungendo la vetta del 43,8% del Prodotto Interno Lordo.

Alla sbarra degli imputati anche il cuneo fiscale e contributivo dei lavoratori dipendenti, che nel 2012 ha raggiunto quota 49,1% dell'intero costo del lavoro, vale a dire che i lavoratori hanno percepito mediamente 16.153 euro l'anno, costando d'altro canto ai datori di lavoro complessivamente  31.719 euro.

domenica 9 marzo 2014

Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi

Checché se ne dica, la vera asimmetria che sta sgretolando l'Europa non è quella tra unione monetaria (realizzata) e unione politica (inesistente), bensì quella lasciata alla discrezione degli Stati nazionali a proposito di fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Nell'attuale scenario di crisi, sempre più spesso si sente proporre, quale unica alternativa all'euroscetticismo, uno scatto in avanti verso l'unione politica: purtroppo non è affatto vero che questo gioverebbe, da solo, a risolvere i profondi problemi che affliggono in modo quasi incurabile gran parte dell'Eurozona.

Per un motivo molto semplice: tra Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi si combatte tra le politiche economiche comunitarizzate (moneta unica e concorrenza) e quelle lasciate in balia dei singoli governi nazionali, vale a dire quelle relative alla fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Siccome le decisioni europee su queste materie devono essere assunte all'unanimità, è sufficiente che uno stato membro sia contrario per far sì che non vi possano essere regole fiscali comuni: ed è proprio grazie all'assenza di soglie minime condivise di tassazione che le imprese hanno finora potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi dove la tassazione era più conveniente.

Questo ha ingenerato, a sua volta, una concorrenza al ribasso per quanto riguarda la tassazione delle imprese: in qualche caso nella forma di aliquote più basse che in passato, in altri casi -come in Italia e in Grecia- attraverso l'incremento dell'evasione fiscale.

L'ovvia conseguenza, visto che i vincoli di Maastricht imponevano soglie basse di deficit, è stato l'aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (in particolare lavoratori dipendenti e pensionati), accompagnato da una progressiva riduzione delle prestazioni sociali erogate dai singoli stati.

Lo stesso meccanismo del voto unanime vale per quanto riguarda le politiche sociali e dell'impiego, standard di protezione e livelli salariali minimi: anche in questo caso l'Europa ha lasciato tutto alla decisione dei singoli stati, contribuendo ad ingenerare un'ovvia riduzione delle protezioni e dei diritti.

L'imminente consultazione elettorale pone dunque alcuni imperativi, soprattutto a quelle forze politiche che, come il MoVimento 5 Stelle, intendono impegnarsi per un vero cambiamento: a partire dalla modifica di quei presupposti sociali regressivi e di quel liberismo mercantilista, su cui sono state costruite tutte le politiche europee, almeno a partire dall'Atto unico europeo del 1986.

Infatti, se non si porrà fine alla guerra dei cachi, ovvero alla concorrenza al ribasso tra i Paesi dell'Eurozona in materia di politiche fiscali e di protezione del lavoro, non sarà mai possibile realizzare una politica economica comune, al punto che anche la sola idea di un'unione politica, quale panacea per risolvere tutti i mali del Vecchio continente, finirebbe con il rappresentare un'ulteriore, cocente delusione.

mercoledì 5 marzo 2014

Entro il 2025, il 40% degli impiegati sarà sostituito da robot intelligenti

Giusto per farci un'idea, basti pensare che in Giappone stanno costruendo un robot, con il solo scopo di portarlo a sostenere e, naturalmente superare, l'esame di ammissione all'università: questo è solo un esempio, sono infatti parecchie le aziende che stanno cercando di sviluppare un'intelligenza artificiale, in grado di svolgere quasi tutte le mansioni lavorative.

Al punto che il vecchio sogno dell'uomo di farsi sostituire dalle macchine, quantomeno nei lavori più faticosi, rischia ora di trasformarsi in un incubo: la nota società di consulenza McKinsey & Company  stima infatti che, entro il 2025, ben il 40 per cento dei “lavori di concetto” verranno svolti dai robot intelligenti.

Alcuni ricercatori della Oxford University prevedono, inoltre, che nel prossimo futuro quasi il cinquanta per cento dei posti di lavoro americani è destinato a sparire: non a causa del perdurare della crisi economica o per l'occupazione di manodopera straniera a basso costo, bensì perché verranno presi da robot intelligenti, non più solo in grado di avvitare bulloni, ma anche di assolvere a funzioni che un tempo richiedevano l'impiego del cervello.

Una recente inchiesta del Financial Times sulle origini di questa tendenza, ha scoperto ad esempio l'esistenza della start up di tale Daniel Nadler il quale, anche grazie al finanziamento di Google, ha creato un sistema denominato Warren (in onore di Warren Buffet), che in pratica si occupa di raccogliere i dati, inserirli nel computer e prevedere le reazioni dei titoli di borsa ai vari avvenimenti.

Oggi ci sono migliaia di lavoratori del mondo finanziario che svolgono queste mansioni, mentre Warren, sulla base delle proprie analisi, consiglia addirittura cosa comprare e cosa vendere, il tutto senza il supporto del cervello umano, sostituendolo in tutto e per tutto: a questo punto non rimane che chiederci se non sia, piuttosto, arrivato il momento di progettare un mondo senza lavoro per i nostri figli e i nostri nipoti.

venerdì 28 febbraio 2014

Papà, cosa significa la parola tasse?

Ho letto da qualche parte questa (poco) divertente ma istruttiva storiella la quale, pur nella sua ingenua rappresentazione, rende appieno l'idea della paradossale e drammatica situazione che sta minando profondamente non solo l'economia bensì, cosa ben più grave, la stessa coesione sociale del nostro Paese.

Un bimbo chiede al papà che cosa significa la parola tasse? Per tutta risposta quest'ultimo gli sfila con lestezza la merenda dalla manina, mangiandone una quantità pari all'82%, e lasciando in tal modo il figliolo attonito e senza parole.

Più tardi il padre si accorge che il piccolo, dopo aver preso un'altra merendina, l'ha furbescamente mangiata di nascosto: allora lo chiama a sé, spiegandogli che con il suo comportamento è diventato un evasore e che, in quanto tale, la sua sanzione ammonterà al 200% dell'82% della merendina nascosta, oltre agli interessi.

Ma il bimbo, ora, di merendine non ne ha più e comincia a piangere: a questo punto il genitore, con fare minaccioso, gli dice che se entro tre giorni non sarà in grado di pagare la sanzione, gli manderà Equipapà a sequestrargli tutti i giocattoli.

Da allora il bambino non ha più mangiato merendine, gettando nella disperazione il commerciante che le vendeva, tanto da costringerlo a chiudere il negozio: il bimbo, senza le sue merendine è smagrito sempre più, diventando al contempo irascibile e malfidente nei confronti del padre, nel mentre il commerciante è ricorso al suicidio.

giovedì 27 febbraio 2014

Made in Italy, 60 miliardi in fumo per la contraffazione alimentare

Secondo i dati forniti da Coldiretti all'ultima edizione di Fieragricola tenutasi a Verona, il valore del Made in Italy alimentare ammonta a ben 250 miliardi di euro, cui vanno aggiunti gli 8 miliardi circa della meccanica agricola: purtroppo, a causa dell'agro-pirateria internazionale, oltre 60 miliardi di euro di fatturato se ne vanno in fumo ogni anno.

Tra i prodotti tipici della nostra impareggiabile produzione alimentare, il più copiato risulta essere il Parmigiano Reggiano, di cui non solo esistono imitazioni in tutti i continenti (dal Parmisan venduto in Usa, Asia e Australia, al Parmesao brasiliano, dal Regianito argentino al Pèamesello belga), bensì è possibile trovare in commercio addirittura un kit per realizzare un falso parmigiano fai-da-te.

La contraffazione alimentare si concentra, in modo particolare, nel settore dei formaggi (pecorino friulano prodotto in Canada e gorgonzola sauce tedesca), dei vini (produzione fai-da-te del Valpolicella, il Barbera bianco rumeno, oppure il Chianti americano), dei salumi (Salame Milano di Copacabana, mortadella siciliana dei balcani, prosciutto cotto Villa Gusto bavarese).

Non solo: anche l'olio e la passata di pomodoro, al punto che le aziende agricole produttrici del Made in Italy chiedono a gran voce la sottoscrizione di specifici accordi WTO (organizzazione mondiale del commercio) a garanzia delle denominazioni protette dalla diffusione dei falsi, oltre che l'estensione in tutta Europa dell'obbligo, come già avviene in Italia, di indicare nell'etichetta l'origine dei prodotti.

mercoledì 5 febbraio 2014

Crisi infinita, se non torna la fiducia nella politica

Se da questa crisi non dipendessero i destini di tre quarti delle terre emerse, saremmo più liberi di riconoscervi addirittura un notevole fascino: perché sta facendo emergere una dopo l'altra le vistose falle, da molti per troppo tempo nascoste o sottovalutate, delle nostre stesse idee sia riguardo la politica che l'economia.

L'ultima certezza a cadere è stata che “puoi fare fessi i tuoi elettori una volta, o parecchie volte, ma non puoi farli fessi tutti per sempre: il PD, invece, c'è riuscito, facendo fesso il proprio elettorato per anni e anni, sia quando si trovava alla guida del vapore, sia quando fingeva di opporsi all'odiato “caimano”.

Mentre già nel 2008 i mercati scoprivano che i bilanci di celebrati gruppi bancari erano meno affidabili di quelli della Parmalat di Callisto Tanzi, che i conti pubblici italiani languivano in profondo rosso, che l'introduzione dell'Euro al cambio stabilito dalla Bundesbank, il maggiore partito della sinistra si dilettava a danzare gaudente sul ponte di prua del Titanic.

Qual'è la morale? Nessuna, se non che gli italiani, traditi dalla politica politicante, lontana anni luce dai reali bisogni del Paese, sono ancora oggi immersi fino al collo in una depressione economica ed occupazionale senza un'apparente via d'uscita: la crisi, infatti, potrà finire soltanto quando potremo tornare a fidarci della politica.

Fiducia nella solidità delle nostre banche che torneranno a fare il loro mestiere, nella capacità dello Stato di onorare i debiti, in quella delle imprese di rispettare gli obiettivi industriali, nell'idea che domani si possa avere una qualità della vita migliore di quella di oggi: i dati diffusi a livello europeo, a proposito della corruzione dilagante ad ogni livello nel nostro Paese, ci ricordano invece quanto ancora siamo lontani da un auspicabile cambio di rotta.

Prima di tornare a fidarci della politica, prima di esercitare fino in fondo il libero arbitrio per eleggere una nuova, onesta e competente classe dirigente, dovremmo quantomeno pretendere che tutti gli scandali, coperti in questi anni anche da chi occupa il vertice delle nostre istituzioni repubblicane, emergano finalmente con chiarezza e che, entro i tempi della nostra pur malata giustizia, i responsabili siano una volta per tutte chiamati finalmente a pagare.

domenica 2 febbraio 2014

Giorgio Squinzi grillino: “andiamo a votare”

A chiederlo non è certo il solito grillino populista, sfascista, capace solo a protestare e a tifare contro i "grandi" meriti di questo governo piddino-forzista-monarchico: la richiesta di andare subito al voto, infatti, questa volta giunge nientemeno che dai piani alti di Confindustria “O si cambia passo con il governo esistente o a un certo punto andiamo a votare

A partire dalle previsioni del Csc, finora sempre azzeccate, persino il presidente degli industriali Giorgio Squinzi è stato costretto a riconoscere pubblicamente che “i numeri non permettono di guardare con ottimismo verso il futuro”, soprattutto in considerazione del fatto che la stima per quest'anno di +0.6-0,7% per il Pil, non sarà affatto sufficiente a creare occupazione e a far ripartire il Paese.

Infine, pur valutando positivamente il fatto che “un'azienda italiana come la Fiat acquisisce all'estero e diventi più competitiva, il presidente di Confindustria si è augurato al contempo che la stessa Fiat mantenga determinate attività nel nostro Paese, in particolare i “cervelli” e i centri di ricerca, oltre alle attuali produzioni, al fine di mantenere inalterati i livelli occupazionali.

Ma non dicevano tutti che la prima cosa che serve a questo Paese è una nuova Legge elettorale?

sabato 1 febbraio 2014

Ecco perché i figli di Bhutan sono i più felici del mondo

Cos'è che ci rende felici? Un nuovo amore? Il denaro? Quanto denaro? Ebbene, secondo alcuni ricercatori statunitensi, se provassimo a tracciare su un grafico le curve della felicità e della ricchezza, le due linee continuerebbero a crescere alla stessa velocità, intersecandosi al raggiungimento di una cifra che si aggira attorno ai 2.000 dollari (1.500 euro circa) mensili.

Una volta raggiunto questo traguardo e una volta superata la quota 2000, la curva della felicità diventa quasi piatta, anche nel caso quella della ricchezza continuasse a salire: ad ogni aumento del reddito, infatti, non corrisponderà più alcun aumento della felicità, quasi a conferma di quel vecchio proverbio che recita “Non sono i soldi a fare la felicità”.

Come nel caso di quei vincitori di somme ingentissime alla lotteria, che si sono rovinati e poi ritrovati, in tempi piuttosto brevi, in una condizione economica molto più miserabile di quella pre-vincita: in pratica, questa ricerca sostiene che, nella maggior parte dei casi, a rendere felici le persone, non è tantissimo denaro, bensì una quantità sufficiente a farci superare una certa soglia di soddisfazione.

Anche se potrebbero sembrare discorsi banali, questo tipo di comportamenti vengono studiati in modo approfondito da quella branca dell'economia che viene definita “della felicità”, da Richard Layard, che per un certo periodo di tempo è stato consigliere del primo governo di Tony Blair, a Bruno Frey dell'Università di Zurigo.

Ora, seppur non è del tutto chiaro e definito che cosa ci possa rendere veramente felici, è d'altra parte abbastanza evidente cosa non ci dà la felicità: la mancanza di un lavoro, il rischio di perdere un lavoro, la negazione di un futuro per i nostri figli, le cartelle di Equitalia, le pensioni d'oro, il signoraggio delle banche e, soprattutto, essere governati da una classe politica del tutto incompetente ed indecente.

In questi termini, non è certo una rivelazione che la ricerca della felicità sia sancita addirittura nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, oppure, senza andare troppo lontano, anche nella nostra Costituzione, quando parla del “pieno sviluppo della persona umana” nell'art. 3.

Dunque, la felicità è un nostro sacrosanto diritto, di cui spesso si preferisce non parlare, come per una sorta di timore o di ingiustificato pudore: eppure, nel Bhutan, un piccolo Stato asiatico che si trova tra Cina ed India, la misura della ricchezza viene calcolata utilizzando il principio del benessere interno lordo, in base al quale la ricchezza delle persone consiste nel numero delle relazioni umane che queste riescono ad intrattenere.

Ecco perché i figli di Bhutan sono i più felici del mondo: in quel lontano e piccolo Paese, infatti, si registrano esperienze di vita sorprendenti e momenti di grandissima solidarietà, grazie ai quali questa comunità ha imparato a compararsi sempre con quelli che stanno peggio; regola aurea cui far riferimento quando ci sentiamo insoddisfatti di come vanno le cose, assieme ad un altro vecchio adagio delle nostre parti, per il quale non occorre neppure scomodare il governo del Bhutan, e cioè che chi trova un amico, trova un tesoro.

giovedì 30 gennaio 2014

In Italia pensioni minime da fame, se ne accorge pure l'Europa

Così recitava una battuta del grande Ettore Petrolini “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri, che hanno poco, ma sono in tanti”, tant'è che in Italia le pensioni minime siano da fame, se ne accorge pure l'Europa, che ha altresì sottolineato come tale trattamento sia del tutto “inadeguato”, non garantendo affatto agli anziani lo stesso tenore di vita del resto della popolazione.

La cosa che salta immediatamente agli occhi, riguardo al tema delle pensioni minime, non è tanto (o non solo) l'ingiustificata sperequazione con gli assegni e i vitalizi milionari, bensì la sua palese iniquità in un Paese dove ogni anno vengono evasi qualcosa come 120 miliardi di euro.

Un Paese, il nostro, in cui il governo di Palle d'Acciaio Letta si rifiuta ostinatamente di introdurre qualsiasi forma di imposta patrimoniale (praticamente unico in tutta Europa) mentre, al contrario, si permette di regalare alle banche ben 7,5 miliardi di euro, sputando in faccia alle pensioni minime da fame.

La denuncia, questa volta, arriva dal Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d'Europa, che ha evidenziato come il governo italiano stia violando ben sette norme della Carta sociale europea: in un documento di cinquanta pagine, sono state prese in esame le politiche per la lotta alla povertà, all'esclusione sociale, per il diritto alla sicurezza sui posti di lavoro, nonché quelle relative all'accesso ai servizi sanitari e all'assistenza sociale.

Il documento, da poco reso noto, è riferito al periodo che va dal gennaio 2008 al 31 dicembre 2011, mentre la Carta sociale europea, una delle convenzioni internazionali alla base dell'attività del Consiglio d'Europa, è stata firmata a Torino nel 1961 e successivamente riveduta nel 1996.

Naturale complemento alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la Carta ha lo scopo di garantire l'applicazione dei diritti sociali in materia di casa, salute, istruzione, occupazione, libera circolazione, non discriminazione e tutela giuridica dei cittadini: in tale contesto, il Comitato per i diritti sociali è l'organismo paneuropeo, cui aderiscono 47 nazioni, cui è affidato il compito di verificare la compatibilità delle situazioni nazionali, con quanto enunciato nella Carta.

martedì 28 gennaio 2014

Economia digitale, Italia ferma all'anno zero

Fra poco meno di due anni, dicono al Boston Consulting Group, l'economia digitale avrà prodotto l'incredibile cifra di 4,2 trilioni di dollari, all'interno dei Paesi appartenenti al G20, al punto che se si trattasse di uno stato, sarebbe il quinto al mondo, subito dopo Stati Uniti, Cina, Giappone ed India.

Nonostante ciò, il maturare dell'economia digitale ha sempre trovato sul proprio cammino fattori che hanno contribuito in modo negativo alla sua piena diffusione tra le aziende ed i consumatori: in questi termini, secondo i dati del rapporto di BCG, l'Italia risulterebbe addirittura essere ferma all'anno zero, visto che fare impresa digitale nel nostro Paese appare sostanzialmente impossibile.

Infatti, se a livello aggregato ci piazziamo al 36mo posto su un campione di 65 paesi studiati, risultiamo purtroppo penultimi per facilità di ottenere prestiti e 61esimi nel rapporto tra investimenti stranieri e Pil, anche se la vera assenza è rappresentata dalle competenze informatiche, al punto che ancora oggi l'alfabetizzazione digitale è tutta da realizzare, sia in azienda che tra le mura domestiche.

E' come se i nostri diretti competitori giocassero in un altro campionato: non solo gli inarrivabili Paesi scandinavi, oppure la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e la Spagna, purtroppo in questa particolare classifica l'Italia occupa una delle ultime posizioni, appena prima di Grecia e Bulgaria, ma preceduta da Panama e Ungheria.

Per non dire degli effetti dell'economia digitale sulle Pmi: secondo il BCG, è statisticamente dimostrato che quelle imprese che fanno ricorso in maniera più consistente al web, ottengono il 50% di probabilità in più di vendere i propri prodotti e servizi al di fuori della regione di appartenenza.

Le soluzioni proposte dal Boston Consulting Group, per quanto riguarda il nostro Paese, non differiscono molto da quelle già propinate due anni or sono: formazione di una forza lavoro sempre più specializzata, implementazione di investimenti a medio-lungo termine nelle infrastrutture digitali (mobile in costante crescita) e politiche governative capaci di regolare un ecosistema globale, senza però soffocare nella culla l'iniziativa dei privati che vogliono fare impresa.

martedì 21 gennaio 2014

Europa 2014, il pericolo cova sotto le ceneri della storia

Sui motivi dei disastri causati nel nostro Paese dall'euro, quasi tutti gli analisti sono concordi: l'unità monetaria è stata lasciata orfana del coordinamento delle politiche economiche e fiscali, tanto che oggi è possibile tranquillamente affermare che gli squilibri che hanno profondamente minato le fondamenta stesse dell'Europa, erano scritti nel progetto stesso dell'Unione.

Per non dire di quanto pensano e disfano dalle parti di Francoforte, come quando, nella conferenza tenuta all'Università Cattolica di Milano il 21 marzo 2011, il Presidente della Bce Mario Draghi ebbe a dichiarare solennemente “Le riforme già fatte, in particolare quella pensionistica, pongono l'Italia tra i Paesi in cui, per assicurare la sostenibilità di lungo periodo dei conti pubblici, occorre una minore correzione dei saldi di bilancio”.

Meno di quattro mesi dopo, nella famosa lettera del 5 agosto inviata all'allora governo presieduto dal pregiudicato Berlusconi, stesa a due mani con Trichet, lo stesso Draghi avrebbe invece scritto, imperturbabile “E' possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità, riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico”.

Nemmeno una parola, invece, venne spesa sull'indecenza dei privilegi di quel milione e mezzo di persone che in questo Paese vivono quotidianamente di politica, nemmeno una parola a proposito delle pensioni d'oro, delle false invalidità e dei vitalizi di un'infinità di ex parlamentari, ex consiglieri provinciali e regionali.

Poi, ovviamente, ci sono anche i problemi strutturali specifici dell'Italia: l'inadeguatezza dei governi che si sono succeduti in questi ultimi vent'anni, la perdurante e diffusa corruzione, l'evasione fiscale, la criminalità organizzata, gli imprenditori ricchi e le aziende povere, visti anche gli investimenti immobiliari fatti dalla nostra borghesia industriale.

Tutto in nome di quel feticcio chiamato stabilità che ha trasformato l'Italia, con il plauso dei principali mezzi d'informazione, avvallato dai due principali partiti responsabili dello sfascio, in una dittatura monarchico-presidenziale retta da Re Giorgio I, nonostante nove milioni di cittadini italiani con il voto al MoVimento 5 Stelle avessero mandato un chiaro segnale di cambiamento, fin qui colpevolmente ignorato.

Ma il pericolo, per l'Italia e l'Europa, cova tuttora sotto le ceneri della storia, visto che a portare Adolf Hitler al potere non fu l'inflazione del 1923, bensì le politiche deflazionistiche dei primi anni '30, attuate, in Germania e altrove, proprio per paura dell'inflazione.

A quel tempo, i politici cercarono di evitare qualsiasi cosa che minacciasse la stabilità della moneta e dei bilanci in pareggio: in Francia lo stato perseguì una rigida politica monetaristica sino al 1936, riducendo gli stipendi dei funzionari pubblici e dei dipendenti dello stato, tagliando le spese per la sanità e l'assistenza sociale, mentre nella Germania del 1932 si ebbe una serie di tagli forzosi sui salari pubblici, sulle rendite e sulle pensioni: il che, purtroppo, suona piuttosto familiare.