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domenica 3 agosto 2014

“Governare gli italiani non è difficile, è inutile”

Per alcuni potrà anche essere consolatorio liquidare con l'appellativo di “gufi” tutti coloro (non solo ex comici ma anche autorevoli economisti) che, già da diversi anni, affermano che quella che stiamo vivendo è la più grande crisi mai occorsa da secoli, perché è globale e perché è basata sul debito: un indebitamento di tutti con tutti, causato innanzitutto da un eccesso di promesse, essendo comunemente risaputo il fatto che ogni promessa è debito.

Tutto inizia quando una persona comunica di avere un bisogno e, il fatto stesso che lo comunichi, significa che non è in grado di soddisfarlo autonomamente, tanto da rivolgersi ad altri per chiedere aiuto, il che vale a dire, direttamente o indirettamente esprimere un desiderio: sta tutto qua l'inghippo, perché il bisogno è un fatto reale e concreto, mentre il desiderio rappresenta solo la sua espressione psicologica.

Le due cose, lungi dal coincidere, il più delle volte non sono anzi nemmeno collegate, come dimostrano l'esempio della moda e quello della pubblicità, che fanno desiderare cose di cui, nella maggior parte dei casi, non abbiamo affatto bisogno: così, uno ha la necessità di coprirsi ma, per qualche oscuro motivo, desidera proprio una giacca di Armani perché gli è stato fatto credere che, grazie a quell'oggetto, avrebbe soddisfatto sia un bisogno che un desiderio.

Le promesse hanno, comunque, qualcosa che le accomuna ai desideri: vengono formulati entrambi attraverso il linguaggio, sono soltanto “parole”: viviamo in un modello di società in cui i desideri vengono alimentati da promesse fatte in anticipo, e poi gestiti e soddisfatti da altre promesse, al punto che promesse assolvono al subdolo compito di spostare nel tempo le risposte.

Questo slittamento, questo calcolato ritardo nel soddisfare le domande, crea alla fine debito il quale, venendo a sua volta spostato in avanti e “rifinanziato” con nuove promesse, si espande trasformandosi in un indebitamento etico, politico, culturale, psicologico, economico, totale ed esponenziale: l'esempio più evidente è ogni giorno sotto i nostri occhi, basta avere la voglia di aprirli e guardare.

Dal dopoguerra ad oggi l'Italia sembra essere costantemente impegnata in un'infinita, indeterminabile, assemblea di condominio in cui, a cadenze regolari, viene chiesto ai condomini di votare per il rinnovo dell'amministrazione: tutti si lamentano del vecchio amministratore, lo ritengono inadeguato, se non addirittura incapace o, peggio, colluso per interessi personali.

Ma siamo in un Paese conservatore, perennemente spaventato dal cambiamento, dove gli abitanti fondamentalmente se ne fregano che le promesse vengano effettivamente mantenute, anche a costo di lamentarsi all'infinito dell'amministratore condominiale: perché tutto questo? Forse, come diceva Benito Mussolini, perché “governare gli italiani non è difficile, è inutile”.

sabato 5 luglio 2014

Cittadini & Crisi: in 10 anni costo dei servizi pubblici alle stelle

Meglio il pubblico o il privato? Chissà quante volte, negli ultimi anni, ci è capitato di sentir riproporre quest'amletico dubbio in tema di gestione e costi dei principali servizi pubblici in Italia: un contributo alla conoscenza della verità può certamente essere considerato, in questi termini, il recente studio della Cgia di Mestre, che ha preso in considerazione l'aumento delle tariffe nel periodo intercorso dall'anno di liberalizzazione dei principali servizi, fino al 2013.

Ne risulta che, negli ultimi 10 anni, le tariffe dei principali servizi pubblici nel nostro Paese hanno subito rincari da Guinness dei primati: l'acqua, ad esempio, è aumentata dell'85%, la raccolta dei rifiuti dell'81,1%, i pedaggi autostradali di più della metà, i trasporti urbani del 49,6%, mentre solo i servizi di telefonia hanno subito un calo del 15,9%.

Sempre nel periodo preso in esame si è registrato, per contro, un aumento dell'inflazione del 23,1%: le assicurazioni sui mezzi di trasporto sono salite addirittura del 197,1% (ovvero 4 volte in più dell'inflazione), i pedaggi autostradali del 62,7%, i trasporti ferroviari del 57,4%, il gas del 53,5%, mentre i servizi postali si sono mantenuti più o meno in linea (37,8%) con il tasso inflattivo.

Solo i servizi telefonici, in questo scenario da guerra dei mondi, hanno subito un consistente calo dei prezzi: -18,8%, contro un aumento dell'inflazione del 38,5%, tanto che, come osserva il presidente della Cgia di Mestre, Bortolussi “Questi dati dimostrano che le liberalizzazioni hanno portato, in definitiva, pochi vantaggi ai consumatori, soprattutto perché in parecchi settori si è passati da un monopolio pubblico, ad un regime oligarchico che ha tradito i principi stessi delle liberalizzazioni”.

sabato 28 giugno 2014

Crisi del commercio: per ogni nuova impresa, due abbassano le saracinesche

Non tende ad arrestarsi, purtroppo, l'inarrestabile moria delle imprese commerciali italiane: solo nei primi cinque mesi dell'anno (gennaio-maggio), infatti, il numero di attività del terziario che hanno cessato di esistere continua ad essere di gran lunga superiore a quello delle nuove aperture.

Stando ai dati appena rilevati dall'Osservatorio demografico per le imprese per conto dell'Ufficio Studi di Confcommercio, i nuovi esercizi aperti in Italia sarebbero 57.599, a fronte dei 110.315 che hanno chiuso: il saldo rimane, quindi, pesantemente negativo, pur risultando un leggero rallentamento rispetto allo scorso anno.

La situazione più drammatica si presenta nel sud del Paese, dove si concentra quasi un terzo delle chiusure complessive: in particolare, sono le attività di alloggio e ristorazione a registrare un sensibile peggioramento del saldo, passato da -7.612 a -7.752, mentre continua il trend positivo del commercio ambulante (7.043 iscrizioni contro le 6.433 di dodici mesi fa).

In ogni caso il dato territoriale conferma l'endemica e strutturale debolezza del sistema imprenditoriale del Mezzogiorno, del tutto paragonabile ad vero proprio default commerciale, in conseguenza della pesante riduzione dello stock di imprese: 18.823 nuove iscrizioni e 36.176 cessazioni, con un saldo negativo al sud di 17.353 unità, contro le 11.426 del Centro, 9.816 del Nord Est e 14.121 del Nord Ovest.

Nel loro complesso queste cifre -fa notare Confcommercio- se da un lato confermano sia il persistere della fase di debolezza dell'intero ciclo economico, sia l'assenza di significativi segnali di ripresa, d'altro canto mettono in luce come le imprese di questo comparto, nonostante fattori negativi come la stagnazione della domanda interna, l'elevata pressione fiscale e un accesso al credito limitato, si dimostrino ancora in grado di resistere di fronte al protrarsi della crisi: per quanto ancora?

mercoledì 5 febbraio 2014

Crisi infinita, se non torna la fiducia nella politica

Se da questa crisi non dipendessero i destini di tre quarti delle terre emerse, saremmo più liberi di riconoscervi addirittura un notevole fascino: perché sta facendo emergere una dopo l'altra le vistose falle, da molti per troppo tempo nascoste o sottovalutate, delle nostre stesse idee sia riguardo la politica che l'economia.

L'ultima certezza a cadere è stata che “puoi fare fessi i tuoi elettori una volta, o parecchie volte, ma non puoi farli fessi tutti per sempre: il PD, invece, c'è riuscito, facendo fesso il proprio elettorato per anni e anni, sia quando si trovava alla guida del vapore, sia quando fingeva di opporsi all'odiato “caimano”.

Mentre già nel 2008 i mercati scoprivano che i bilanci di celebrati gruppi bancari erano meno affidabili di quelli della Parmalat di Callisto Tanzi, che i conti pubblici italiani languivano in profondo rosso, che l'introduzione dell'Euro al cambio stabilito dalla Bundesbank, il maggiore partito della sinistra si dilettava a danzare gaudente sul ponte di prua del Titanic.

Qual'è la morale? Nessuna, se non che gli italiani, traditi dalla politica politicante, lontana anni luce dai reali bisogni del Paese, sono ancora oggi immersi fino al collo in una depressione economica ed occupazionale senza un'apparente via d'uscita: la crisi, infatti, potrà finire soltanto quando potremo tornare a fidarci della politica.

Fiducia nella solidità delle nostre banche che torneranno a fare il loro mestiere, nella capacità dello Stato di onorare i debiti, in quella delle imprese di rispettare gli obiettivi industriali, nell'idea che domani si possa avere una qualità della vita migliore di quella di oggi: i dati diffusi a livello europeo, a proposito della corruzione dilagante ad ogni livello nel nostro Paese, ci ricordano invece quanto ancora siamo lontani da un auspicabile cambio di rotta.

Prima di tornare a fidarci della politica, prima di esercitare fino in fondo il libero arbitrio per eleggere una nuova, onesta e competente classe dirigente, dovremmo quantomeno pretendere che tutti gli scandali, coperti in questi anni anche da chi occupa il vertice delle nostre istituzioni repubblicane, emergano finalmente con chiarezza e che, entro i tempi della nostra pur malata giustizia, i responsabili siano una volta per tutte chiamati finalmente a pagare.

giovedì 5 dicembre 2013

Eurostat: un cittadino italiano su tre è nel tunnel della povertà

A dirlo non è quel solito 'populista' di Beppe Grillo dalle pagine del suo Blog, bensì a parlare questa volta sono i dati pubblicati da Eurostat e relativi all'anno 2012, secondo cui nel nostro Paese quasi un cittadino su tre si troverebbe ormai nel tunnel della povertà, in ciò superati nell'eurozona solo dalla Grecia.

Nello specifico, un anno fa il 19,4% della popolazione era a rischio povertà, il 14,5% seriamente privata dei beni materiali, mentre il 10,3% viveva in una famiglia dove c'era poco lavoro, tanto che a rischio di esclusione sociale erano, in tutto, ben 18,2 milioni di nostri concittadini.

Al punto che, in tutta la zona euro, quelli di Grecia ed Italia sono risultati essere i dati peggiori: in Spagna, altro paese in difficoltà economica e con un tasso altissimo di disoccupazione è, infatti, il 28,2% dei cittadini ad essere a rischio, mentre nel confinante Portogallo la percentuale scende al 25,3%, con Cipro al 27,1% e l'Estonia al 23,4 per cento.

Sorprende, per certi versi, il dato della Germania, dove il rischio povertà si concretizza al 19,6%, a fronte del 19,1% della Francia, entrambe in ogni caso abbondantemente sopravanzate, nella classifica dei poveri stilata da Euostat, dalla Finlandia (17,2%) e dall'Olanda (15%).

Per incrociare dati peggiori di quelli di Italia e Grecia, occorre infine spostare la nostra attenzione ai Paesi fuori dalla zona euro, per trovare al top la Bulgaria (49,3%), preceduta dalla Romania (41,7%), dalla Lettonia (36,5%) e dalla Croazia (32,3%): e c'è ancora qualcuno disposto davvero a credere alle 'favole' di partiti e politicanti, a proposito dell'imminente ripresa economica?

domenica 1 dicembre 2013

Nonni in fuga, l'Italia non è nemmeno più un Paese per vecchi

Parafrasando il titolo di un famoso film dei fratelli Coen, è proprio il caso di dire che l'Italia non è nemmeno più un Paese per vecchi: dopo la fuga dei giovani talenti, infatti, stiamo assistendo ad un esodo, altrettanto preoccupante, dei pensionati che non ce la fanno più a vivere in una nazione in cui le spese sanitarie sono diventate ormai insostenibili, se paragonate alle pensioni mediamente percepite.

Basti pensare, al riguardo, che a prendere una pensione tra i 650 ed i 1.000 euro mensili sono più di 270mila anziani, tra i 1.100 e i 1.500 euro sono, invece, in 130mila: ecco allora che il fenomeno dei nonni in fuga sta assumendo dimensioni preoccupanti, con una crescita del 20% solo negli ultimi cinque anni.

Senza dover per forza allontanarsi dall'Europa continentale, ecco che vivere in località esotiche come, ad esempio, le Canarie si rivela certamente più economico ed a misura di portafoglio, dato che la maggior parte degli italiani che vi è finora emigrato risulta possedere una pensione non superiore ai mille euro mensili.

In tutto questo, la cosa più preoccupante è che l'Italia, nonostante le favole raccontate dal governo Letta, non sembra in grado di poter invertire questa tendenza, a causa soprattutto di un'assistenza pubblica che si sta rivelando inadeguata rispetto i tempi che stiamo vivendo, al punto che una famiglia su tre non può permettersi il 'lusso' di una badante.

E' vero, non sempre la qualità delle cure disponibili in alcuni Paesi esteri palesa livelli accettabili o, quantomeno, in linea con i migliori standard reperibili nella nostra penisola, tuttavia gli anziani lasciano lo stesso l'Italia anche perché il costo della vita nei luoghi di destinazione è comunque inferiore di circa un terzo che da noi.

Le mete al momento più gettonate sono quelle della Slovenia, Canarie, Cipro e Malta: alle Canarie, per fare un esempio, si sono già trasferiti circa 20mila nostri connazionali anziani, anche in considerazione del fatto che lì l'assistenza sanitaria di base è garantita da standard europei, mentre per una copertura totale è sufficiente sottoscrivere una polizza sanitaria privata per un costo mensile di 40-80 euro.

A questo punto, rimane da chiedersi una cosa: se i giovani se ne vanno perché manca lavoro, e gli anziani fanno altrettanto per trovare realtà a loro misura, alla fine chi rimarrà in questo sgangherato Paese?

sabato 16 novembre 2013

Si salva solo il “green”, nel tracollo della produzione italiana

Secondo la classifica stilata dall'Ufficio Studi di Confartigianato, tra il 2009 e il 2013, la palma d'oro del dinamismo imprenditoriale italiano spetta alle aziende “green”, in particolare a quelle che si occupano di manutenzione di aree verdi, pulizia di edifici e cura del paesaggio, che hanno fatto segnare il maggior aumento: 7.379 in più, con un lusinghiero tasso di sviluppo del 23,1%.

Il secondo gradino del podio dei settori economici più vitali del nostro Paese è invece occupato dal settore della riparazione e istallazione di impianti industriali: in questi ultimi quattro anni è stato incrementato da 5.074 nuove aziende, con una crescita del 36,2%.

Infine, medaglia di bronzo per il comparto alimentare che, nonostante la crisi, ha visto nascere 485 imprese in più (+1,2%), ciò a fronte delle profonde sofferenze registrate, all'altro capo della classifica, da settori storicamente trainanti della  nostra economia, quali l'edilizia, l'autotrasporto e le produzioni metalliche.

In questi termini, la sola edilizia ha perso nell'ultimo quadriennio ben 17.209 imprese (-12,7%) nel settore della costruzione di edifici e altre 16.445 (-3,7%) in quello delle costruzioni specializzate, con una diminuzione complessiva di 33.654 imprese, colpite dal blocco quasi totale delle compravendite immobiliari, dai ritardi nei pagamenti e dai rialzi dei tassi d'interesse bancari.

La stagflazione ha colpito profondamente anche gli autotrasporti, con 11.303 imprese in meno (-10,9%), soprattutto a causa del calo dei consumi, il rincaro del prezzo dei carburanti e la concorrenza sleale dei vettori stranieri.

Tra i comparti che hanno visto scomparire il maggior numero di aziende (8.602), c'è infine quello della fabbricazione di prodotti in metallo, messo fuori mercato dalla concorrenza internazionale, nonché dalla volatilità del prezzo dei metalli medesimi.

Sulla questione, ad intervenire con parole dure nei confronti del governo è lo stesso Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti “I nostri dati- sottolinea- “mostrano i pesanti effetti della crisi, aggravati peraltro da decisioni politiche penalizzanti, come nel caso dell'autotrasporto che, in base a quanto previsto dalla legge di stabilità, si vedrà aumentare di 400 milioni il costo del gasolio per uso professionale”.

I piccoli e i medi imprenditori che ancora resistono, si sforzano di innovare, investire in nuovi settori come ad esempio quello caratterizzato dal “green”, ma chi guida il Paese ha il sacrosanto dovere di sostenerli, evitando di aggiungere all'impatto generalizzato della crisi, gli effetti di misure ingiuste ed oltremodo penalizzanti.

venerdì 18 ottobre 2013

Questa è l'Italia che non sa più resistere

Mi raccontavano, da piccino, che la “morte bianca” era il peggior pericolo per chi aveva l'ardire di avventurarsi tra le nevi e i ghiacci delle montagne: una volta persi lassù si continuava a camminare per ore, poi i piedi si facevano pesanti come macigni e si cominciava a sentire un lieve torpore.

E' in quel momento che il pellegrino perduto decideva di sedersi sulla neve, non sentendo nemmeno più il freddo, anzi, ammirando incantato quell'enorme letto tutto bianco, vinto dal sonno, si stendeva tra quelle lenzuola accoglienti: adesso poteva dormire, per sempre.

Nei primi anni di scuola, mi feci una certa cultura e scoprii storie assai interessanti a proposito dell'assideramento, come quella dell'esploratore Scott che raggiunse il Polo, ma scoprì d'essere stato preceduto sul filo di lana dalla spedizione concorrente di Amudsen.

Sulla via del ritorno, il gelo e la fame bloccarono Scott e compagni: li ritrovarono mesi più tardi ancora “addormentati” nella tenda di ghiaccio: ed anche Amudsen fu, a sua volta, raggiunto dalla “morte bianca”, nel 1928, nel tentativo di ritrovare l'equipaggio disperso del dirigibile Italia di Umberto Nobile.

Storia e letteratura sono piene di morti assiderati: prima Napoleone, poi Hitler e Mussolini, mandarono i poveri fanti francesi, tedeschi e italiani a morire nelle steppe gelate della grande Russia: oggi al Polo non si muore più ed anche le “centomila gavette di ghiaccio” sono solo un brutto e lontano ricordo, ma la “morte bianca” no, quella è dura a morire.

Per provarne l'ebrezza non occorre più essere arditi esploratori, è sufficiente essere poveri ed avere, al posto della tenda rossa piantata sulla banchina polare, un'automobile posteggiata in cui dormire, perché il lavoro s'è perso per colpa della crisi e la casa è stata portata via da Equitalia.

E' arrivato l'inverno, bisogna fare qualcosa, o parecchie persone rischieranno veramente di dover affrontare lo spettro della “morte bianca”, nella totale indifferenza dei partiti per i quali la stabilità politica è più importante  della vita di qualche ex commerciante, cassaintegrato, esodato, o di qualche vecchio, solo e con una pensione da fame.

Costoro, infatti, altro non rappresentano che i vizi capitali di questa società malata, governata dai poteri occulti della finanza europea e mondiale, attraverso l'interfaccia di asserviti governi  fantoccio: per loro questi cittadini sono soltanto la faccia nascosta dell'euro e dello spread.

Questa è l'Italia che non sa più resistere (e perciò non esiste), che sta rischiando di morire di freddo in un Paese che si permette la spesa di 228 milioni di euro l'anno per mantenere il proprio Capo dello Stato, mentre a loro tocca arrangiarsi e sperare: nella rivoluzione, in un governo diverso o, con molto più realismo, di farcela ad arrivare alla  prossima primavera.

sabato 28 settembre 2013

Crisi infinita: da gennaio chiusi 50mila esercizi commerciali

Situazione al limite del tracollo per il nostro commercio: nei primi otto mesi dell'anno, infatti, hanno chiuso i battenti 50.000 esercizi, tra i quali 4.600 solo tra bar e ristoranti, mentre una chiusura ogni quattro riguarda negozi d'abbigliamento.

Proprio così, anche il settore della moda, che fino a non molto tempo fa sembrava quasi del tutto immune dall'onda recessiva, è letteralmente crollato: da gennaio ad oggi, infatti, a fronte dell'apertura di 3.400 nuove attività nei comparti abbigliamento e tessile, ben 8.162 hanno chiuso bottega.

Che significa un saldo negativo di 4.762 unità, ovvero che una cessazione su quattro nell'ambito del commercio al dettaglio, va riferita esclusivamente a questo comparto.

Stando ai dati forniti dall'Osservatorio di Confesercenti, le previsioni per fine anno sono addirittura peggiori, tanto da far seriamente ipotizzare la perdita complessiva di almeno 90mila posti di lavoro.

A dispetto di quanto pensano dei giovani choosey nell'ormai ex governo di Capitan Findus, nonostante il dilagante fenomeno della disoccupazione giovanile, le nuove leve italiane non hanno alcuna intenzione di arrendersi: per crearsi un posto di lavoro, diventano imprenditori.

Tanto che nel primo semestre del 2013, quattro su dieci delle nuove attività commerciali sono state avviate da under 35: ristorazione e turismo, in particolare, si sono confermati quali ammortizzatori della disoccupazione sia giovanile, che femminile.

Il problema, semmai, è che queste nuove imprenditorialità, in genere, hanno una breve durata: dopo soli tre anni, infatti, si registra una chiusura del 30% nel settore del commercio, del 40% in campo turistico.

Secondo Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, servirebbe un cambio di mentalità a 360 gradi, anche perché, senza innovazione, in Italia non è più possibile fare impresa.

Si salva, infatti, solo il web, che ha fatto registrare il lusinghiero risultato di +24, 5% di apertura di negozi online, soltanto negli ultimi venti mesi.

Se questa è la malattia, la cura potrà mai essere l'aumento dell'Iva? Senz'altro meglio un salto nel buio a mirar le 5 Stelle, che subire un suicidio assistito per mano di questi partiti...

mercoledì 4 settembre 2013

Crisi dell'auto: riconversione industriale e ambientale, occasione sprecata

Pare proprio che anche per gli inguaribili amanti dall'auto-ultimo-modello, dopo un'euforia durata cinquant'anni, sia arrivato il momento di abbandonare questa tendenza, per lasciar posto al poco romantico pragmatismo del valore d'uso, riferito al proprio mezzo di trasporto.

Ciò è quanto emerge da un sondaggio realizzato da SWG, su commissione della CNA, secondo il quale il 20% del campione intervistato afferma di avere un'auto con più di dieci anni di vita, mentre un altro 25% investe maggiormente sulla manutenzione, piuttosto che su un nuovo acquisto.

Questo cambio di rotta nei comportamenti degli automobilisti, trova altresì conferma nel vero e proprio boom rappresentato dalla riconversione a gas del sistema di alimentazione delle autovetture.

Secondo i dati del sondaggio, addirittura il 61% degli automobilisti italiani ha pensato, o starebbe pensando, di abbandonare per sempre benzina o diesel e di passare al gas, tanto che un terzo degli attuali possessori di auto alimentate a gas, sono proprio coloro che hanno provveduto a riconvertire i propri veicoli.

Per poter valutare, nelle giuste proporzioni, le conseguenze del calo di acquisti nel mercato delle auto nuove, basti pensare che in Italia circolano 61 automobili ogni cento abitanti, a fronte di una media europea di 51, con la Germania a quota 52, il Regno Unito a 50 e Francia e Spagna ferme a 48.

La profonda crisi in cui versa il settore automobilistico è, peraltro, confermata anche dai dati forniti da Anfia (Associazione nazionale filiera industriale automobili), secondo cui lo scorso anno sono state prodotti poco più di 670.000 veicoli, come non accadeva addirittura dagli anni sessanta.

Sarebbe bello poter affermare, a questo punto, che al calo della mobilità privata, facesse da contraltare una positiva espansione del trasporto pubblico anche nei nostri centri urbani.

Sarebbe bello ma, purtroppo, non è così: innanzitutto perché, in gran parte delle grandi città, gli autobus sono vecchi e malconci, tanto che solo pochissimi di loro rispettano le norme antinquinamento.

La cosa più grave, però, è che finora nessun governo ha voluto puntare con decisione sulla riconversione ambientale e industriale di questo Paese, unica possibile via d'uscita da tutto ciò.

La crisi economica avrebbe potuto rappresentare, in questo senso, il momento propizio per trovare una visione unitaria dell'intero sistema della mobilità, capace di coniugare le esigenze private e gli equilibri industriali.

Il tutto nell'ottica della riduzione dei consumi energetici e delle emissioni nocive, garantendo al contempo la salvaguardia occupazionale, anzi, favorendo con ciò la creazione di nuovi posti di lavoro.

Parecchio tempo è stato sprecato, nella sfida che il nostro rapporto con l'automobile e l'ambiente dovrà affrontare, al punto che, causa l'immobilismo di una classe politica inadeguata, la società italiana ha già iniziato a pagarne il prezzo.

venerdì 9 agosto 2013

Crisi e usura: Un italiano su 4 va dai Compro-Oro

In un Paese come il nostro, a fronte del perdurare di un vero e proprio stato di emergenza economica, appare in netto aumento il numero di coloro che si rivolgono agli usurai.

Tanto che, nel corso di 266 operazioni condotte dalla Guardia di Finanza, da gennaio ad oggi, sono stati sequestrati patrimoni per oltre 167 milioni di euro.

Le indagini hanno portato alla luce una rete “strutturata” di strozzinaggio ai danni di commercianti, piccoli imprenditori e artigiani (ovvero le categorie oggi più esposte), che costringeva i malcapitati a ripagare i “prestiti” con interessi, addirittura, del 70-80 per cento.

Un fenomeno, quello dell'usura organizzata, che sta espandendo i propri interessi anche verso il controllo dei “Compro-Oro”: è aumentato, infatti, in modo esponenziale, nell'ultimo anno (dall'8,5 per cento al 28,1), il numero di coloro che preferiscono vendere i propri beni-rifugio per soddisfare il bisogno di liquidità immediato, con ciò rivolgendosi a canali diversi dal sistema bancario.

Tale circostanza non poteva, del resto, sfuggire alla criminalità organizzata, tanto che le indagini delle Fiamme Gialle hanno messo in luce sistemi fraudolenti di esportazione dell'oro verso aziende estere, spesso inesistenti o già cessate, utilizzati per mascherare la rivendita al “nero” del metallo prezioso in Italia.

Uno dei casi più eclatanti è stato scoperto a Modena, dove è finita in manette un'intera famiglia che, attraverso una rete formata da ben 29 esercizi “Compro-Oro”, rivendeva preziosi provenienti da furti commessi da nomadi -fusi e trasformati in lingotti- ottenendo guadagni illeciti per oltre 32 milioni di euro.

Infine, operava su scala internazionale un'associazione, con sede in Svizzera, ma attiva soprattutto tra Toscana, Campania e il distretto orafo piemontese, che commerciava illegalmente oro e argento per un giro d'affari di ben 183 milioni di euro.

Nell'operazione denominata “Fort Knox”, che ha portato alla scoperta dell'attività criminale, sono stati sequestrati, altresì, oltre 86 Kg di oro, beni mobili, fabbricati e terreni, a carico dei ventuno principali indagati.

Qualcuno ha ancora dei dubbi su chi "regola" il rubinetto del credito in Italia, nella totale assenza di un'autorevolezza politica che sappia essere degna di un Paese civile?

venerdì 12 luglio 2013

SALUTE | BAMBINI: LE FAMIGLIE ITALIANE NON CE LA FANNO PIU' A GARANTIRE LE CURE PEDIATRICHE AI FIGLI

A lanciare il campanello d'allarme, questa volta, è il Nuovo Osservatorio nazionale sulla salute dell'infanzia e dell'adolescenza (www.paidoss.it), secondo cui la crisi economica che attanaglia il nostro Paese sta mettendo a rischio anche la tutela della salute dei più piccoli.
Secondo due indagini parallele, la prima condotta su un campione di 600 pediatri, la seconda su un campione di mille genitori italiani, emerge che ben l'80% dei genitori di bambini fra zero e 14 anni (secondo l'Istat, 8,3 milioni) ammette, infatti, di avere difficoltà economiche a garantire cure sanitarie adeguate ai propri figli.

Secondo i pediatri, d'altra parte, il 54% dei genitori ha tagliato le spese per controlli diagnostici e specialistici e, addirittura il 60%, anticipa la fase di svezzamento, per risparmiare sul latte in polvere.
A tale proposito, va segnalato come -di questi tempi- il latte artificiale è scelto (55% dei casi) unicamente in base al prezzo, piuttosto che seguire i consigli del pediatra.

Cresce dunque l'allarme tra gli addetti ai lavori, che potrebbe trasformarsi in una vera e propria emergenza, nel caso di una perdurante riduzione degli interventi legati alla prevenzione.
Anche l'accesso ai servizi soci-sanitari sta regredendo, anche e soprattutto per quei minori affetti da malattie croniche, con disabilità, per gli adolescenti “difficili” o con dipendenze, nonché per tutti quei 720 mila bambini che, nel nostro Paese, vivono nella povertà più assoluta.

I pediatri intervistati temono che l'attuale crisi possa portare con sé una riduzione dei servizi di assistenza, il peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie in età pediatrica, una diminuzione delle vaccinazioni, il taglio delle forniture di farmaci e alimenti dedicati soprattutto alle malattie rare, nonché un possibile incremento sia di malattie infettive, che del manifestarsi di disturbi comportamentali e psichiatrici.

D'altro canto i genitori, con voci unanimi nelle diverse Regioni italiane, tengono a sottolineare i costi elevati e a volte insostenibili, relativamente all'acquisto di tutto ciò che serve per i figli più piccoli.
Proprio a causa della crisi, ad esempio, i pannolini sono giudicati una spesa alta dal 57% di mamme e papà, che in questo periodo considerano pesanti per le proprie finanze anche l'acquisto di occhiali (25%), apparecchi per i denti (37%), plantari e scarpe ortopediche (21%).

Pur se non ancora non molto praticata dalle nostre parti, una buona strategia di difesa dai prezzi troppo alti di alcuni prodotti per i bambini, potrebbe senz'altro essere quella di provare con gli acquisti online, oppure farlo costituendo, allo scopo, dei gruppi di mutuo-aiuto.
Anche se, c'è da scommetterci, qualcuno di voi, ci avrà già pensato.