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martedì 26 novembre 2013

Regioni sanguisuga e federalismo del gambero

L'escalation iniziò negli anni settanta, con l'avvento delle Regioni: a fronte del decentramento di parte dei poteri dello Stato, iniziò infatti una lenta, ma progressiva, eliminazione dei controlli sull'operato degli enti locali, tanto da lasciar spazio ad una sorta di federalismo del gambero, fatto non da tante realtà territoriali che 'univano' le proprie forze, bensì da una realtà piuttosto stabile che si andava via via sgretolando.

Mano a mano, i 'politicanti' di mestiere riuscirono a far passare l'idea (grazie soprattutto ai compiacenti organi d'informazione assoggettati ai partiti) che la 'politica' aveva dei costi necessari, che trovavano legittimazione nell'esercizio stesso della democrazia: niente di più falso, fuorviante ed oltremodo costoso per le tasche dei cittadini italiani.

Basti pensare, al riguardo, che, pur secondo calcoli fatti per approssimazione, il costo complessivo di Comuni, Province e Regioni ammonta, ogni anno, a circa 400 miliardi di euro: il personale di questi enti pesa sui rispettivi bilanci per circa il 2,5%, un altro 1,5% lo mette lo Stato, mentre in totale i 550.000 dipendenti costano mediamente il 4% del bilancio di un ente.

Come viene speso, allora, il restante 96%? Circa il 50%, cioè 130 miliardi di euro, è destinato alla Sanità (medici, infermieri, tecnici di laboratorio, personale amministrativo, siringhe, provette, apparecchiature diagnostiche, ecc.): in Italia vi sono 20 diverse Sanità con 20 diversi assessori regionali alla sanità che pretendono di nominare i primari ospedalieri e manager delle ASL, 20 centri d'acquisto diversi e, infine, 20 politiche sanitarie.

Tanto che appare pleonastico chiedersi: è più importante l'autonomia gestionale, oppure la qualità dei servizi ai cittadini? Per don dire del fatto che, a dispetto di quanto ancor oggi sancito dalla Legge costituzionale n. 62 del 1953, ogni consigliere regionale guadagna mediamente circa 12.000 euro al mese.

Nel corso di quarant'anni, i 'soli' stipendi dei politici regionali sono gravati sulle spalle dei cittadini per circa 6 miliardi di euro, che sono comunque una miseria, se paragonati ai 60 miliardi di euro spesi, negli ultimi vent'anni, in stipendi ed incentivi per i dirigenti di quegli enti sanguisuga.

Infine, ai circa 1.000 consiglieri regionali in carica, vanno aggiunti i vitalizi di tutti gli ex consiglieri, gli assessori esterni, gli autisti, le auto blu, i finanziamenti ai Gruppi, i portaborse, i segretari particolari, ecc., ecc.: se a questi costi della politica facesse da contraltare un'altissima qualità dei servizi erogati non ci sarebbe, probabilmente, nulla da eccepire.

Invece: escluse rarissime eccezioni che confermano la regola, siamo in presenza di trasporti pubblici costosi e inefficienti, di una pessima gestione del territorio, di una qualità dell'acqua, dell'aria e dei prodotti agricoli vittime dell'inquinamento, di politiche del lavoro che non sanno creare occupazione, di una formazione che non risponde ai bisogni del mercato, ecc. ecc.

Altro che spending review, l'unico modo per uscire da questo pantano altro non potrà essere che l'istituzione di un Tribunale popolare (con una giuria formata da cittadini estratti a sorte dagli albi anagrafici comunali), cui affidare il compito di giudicare i responsabili, nonché a far pagare direttamente dalle loro tasche i 'lussuosi' costi della politica regionale.