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sabato 1 febbraio 2014

Ecco perché i figli di Bhutan sono i più felici del mondo

Cos'è che ci rende felici? Un nuovo amore? Il denaro? Quanto denaro? Ebbene, secondo alcuni ricercatori statunitensi, se provassimo a tracciare su un grafico le curve della felicità e della ricchezza, le due linee continuerebbero a crescere alla stessa velocità, intersecandosi al raggiungimento di una cifra che si aggira attorno ai 2.000 dollari (1.500 euro circa) mensili.

Una volta raggiunto questo traguardo e una volta superata la quota 2000, la curva della felicità diventa quasi piatta, anche nel caso quella della ricchezza continuasse a salire: ad ogni aumento del reddito, infatti, non corrisponderà più alcun aumento della felicità, quasi a conferma di quel vecchio proverbio che recita “Non sono i soldi a fare la felicità”.

Come nel caso di quei vincitori di somme ingentissime alla lotteria, che si sono rovinati e poi ritrovati, in tempi piuttosto brevi, in una condizione economica molto più miserabile di quella pre-vincita: in pratica, questa ricerca sostiene che, nella maggior parte dei casi, a rendere felici le persone, non è tantissimo denaro, bensì una quantità sufficiente a farci superare una certa soglia di soddisfazione.

Anche se potrebbero sembrare discorsi banali, questo tipo di comportamenti vengono studiati in modo approfondito da quella branca dell'economia che viene definita “della felicità”, da Richard Layard, che per un certo periodo di tempo è stato consigliere del primo governo di Tony Blair, a Bruno Frey dell'Università di Zurigo.

Ora, seppur non è del tutto chiaro e definito che cosa ci possa rendere veramente felici, è d'altra parte abbastanza evidente cosa non ci dà la felicità: la mancanza di un lavoro, il rischio di perdere un lavoro, la negazione di un futuro per i nostri figli, le cartelle di Equitalia, le pensioni d'oro, il signoraggio delle banche e, soprattutto, essere governati da una classe politica del tutto incompetente ed indecente.

In questi termini, non è certo una rivelazione che la ricerca della felicità sia sancita addirittura nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, oppure, senza andare troppo lontano, anche nella nostra Costituzione, quando parla del “pieno sviluppo della persona umana” nell'art. 3.

Dunque, la felicità è un nostro sacrosanto diritto, di cui spesso si preferisce non parlare, come per una sorta di timore o di ingiustificato pudore: eppure, nel Bhutan, un piccolo Stato asiatico che si trova tra Cina ed India, la misura della ricchezza viene calcolata utilizzando il principio del benessere interno lordo, in base al quale la ricchezza delle persone consiste nel numero delle relazioni umane che queste riescono ad intrattenere.

Ecco perché i figli di Bhutan sono i più felici del mondo: in quel lontano e piccolo Paese, infatti, si registrano esperienze di vita sorprendenti e momenti di grandissima solidarietà, grazie ai quali questa comunità ha imparato a compararsi sempre con quelli che stanno peggio; regola aurea cui far riferimento quando ci sentiamo insoddisfatti di come vanno le cose, assieme ad un altro vecchio adagio delle nostre parti, per il quale non occorre neppure scomodare il governo del Bhutan, e cioè che chi trova un amico, trova un tesoro.

lunedì 25 novembre 2013

La fine dell'era spaziale e il rischio di una guerra antisatellitare

L'era spaziale, così come l'abbiamo conosciuta fino agli anni novanta, ha senza alcun dubbio rappresentato una sorta di Eldorado per il progresso scientifico: telecomunicazioni, previsioni del tempo, agricoltura, tutela delle foreste e persino la ricerca dei minerali hanno subito una vera e propria rivoluzione.

Così è avvenuto anche per la guerra: nessuna potenza, infatti, può oggi mobilitare le sue forze armate in segreto, visto che è possibile conoscere la posizione esatta di tutti gli edifici del pianeta, contro i quali è addirittura possibile guidare bombe 'intelligenti' grazie al gps.

Eppure, niente di tutto questo somiglia, neppure lontanamente, all'era spaziale che avevano immaginato i 'pionieri' che la misero in moto negli anni cinquanta e sessanta: quando furono lanciati in orbita i primi razzi spaziali, infatti, si parlava di 'avventura' ed 'esplorazione', ora non più.

Tanto che Bruce Carlson, direttore del National Reconnaissance Office, la squadra che gestisce con discrezione i satelliti spia statunitensi, già nel 2010 annunciò che la sua agenzia si sarebbe imbarcata nel piano di lanci più aggressivi mai intrapreso negli ultimi venticinque anni, a riprova del fatto che la maggior parte dei fondi, un tempo appannaggio della Nasa, sono ora dirottati verso i satelliti militari.

Si tratta, in larga parte, di dispositivi spia per tenere d'occhio gli altri Paesi, ovvero satelliti per le telecomunicazioni che consentono ai militari di parlare tra loro, e satelliti gps ideati per guidare soldati e bombe verso i bersagli: ma ci sono anche programmi più esotici.

L'aeronautica Usa ne ha uno per la guerra antisatellitare, mirato a distruggere o mettere fuori uso i satelliti nemici, mentre un altro prevede l'utilizzo di un velivolo sperimentale, come l'X 37 (discendente ridotto e senza pilota del vecchio shuttle) del quale nessuno pare sappia ancora niente di preciso.

Una delle ipotesi correnti, riferisce trattarsi di un aereo spia capace di individuare i bersagli intelligenti che sanno nascondersi dai satelliti spia, le cui orbite sono del resto prevedibili: secondo altri, invece, l'X 37 servirebbe a distruggere i satelliti o a sganciare bombe, una volta messo in orbita.

Non solo gli Stati Uniti, anche le altre superpotenze starebbero scaldando i muscoli: la Cina, ad esempio, starebbe sparando regolarmente in cielo potenti laser, a dimostrazione della propria capacità di abbagliare o accecare i satelliti, seguita dalla Russia di Putin che ha fatto sapere pubblicamente di possedere anch'essa armi antisatellitari.


Così, mentre il Presidente americano Obama ha annunciato al mondo intero di aver stretto un accordo con l'Iran, riguardo il blocco del programma nucleare portato avanti dagli ayatollah, appare d'altra parte evidente che un auspicabile futuro di pace rischia seriamente d'essere minacciato da un altro e più oscuro pericolo: quello di una  guerra antisatellitare.

giovedì 1 agosto 2013

Studio e lavoro: Conta più l'esperienza o il titolo di studio?

E' proprio vero che, oggi, nel mondo del lavoro l'esperienza conta molto di più del titolo di studio?
Se sì, cosa deve fare un giovane per crearsela, non appena finiti gli studi?

Per dare risposta a queste domande, il sito web Skuola.net si è rivolto alla prof.ssa Michéle Favorite, Professor Business and Communication, presso la John Calbot University.

Secondo la docente, un titolo di studio che non sia portatore di esperienza pratica -ai giorni nostri- è del tutto anacronistico: nel sistema di studi americano, ad esempio, allo studente non viene chiesto “Cosa sai?”, ma “Cosa sai fare?”.

Mentre in Italia, purtroppo, ai ragazzi viene somministrato quasi sempre uno studio teorico, al punto che viene da chiedersi: che valore può aggiungere in azienda, un giovane che ha studiato solo principi, regole, teoremi, e non li ha mai messi in pratica?

In ogni caso, un ragazzo può sempre maturare esperienze lavorative, anche quando ancora studia.
Pur se di questi tempi, anche per uno studente, non è tanto facile trovare occupazione, ciò non significa che sia impossibile.

Detto che i ragazzi potrebbero anche inventarsi un'occupazione non retribuita, giusto per provare a cimentarsi, esiste, altresì, tutta una serie di lavori adatti a loro: cameriere in un ristorante o bar, animatore in un centro vacanze, collaboratore per siti web o blog, ecc.

Ma vanno più che bene anche le attività di volontariato di vario genere, senza contare che i lavori si possono anche inventare come, ad esempio, fare il baby sitting (ripetizioni doposcuola).

Piccoli lavori che, in ogni caso, insegnano ai ragazzi ad essere responsabili, a saper gestire il proprio tempo, ad essere intraprendenti, nonché a saper lavorare con gli altri.

Infine, il consiglio della docente è quello di guardare cosa fanno i giovani all'estero: in Paesi come la Cina e la Corea del Sud, la giornata-tipo al liceo dura fino alle 11 di sera.

Esagerati? Forse, ma poi sono quelli gli studenti che vengono ammessi nelle migliori Università americane, con borse di studio piene.

Oppure i ragazzi americani, che già a 20 anni hanno curricula stracolmi di esperienze lavorative e di volontariato, da far fatica a restringere il tutto in una pagina.

Non a caso, però, questi giovani appaiono motivati anche da un forte senso civico, ritenendo che i loro sforzi servano a migliorare il benessere generale.

Forse un pizzico di senso civico in più, potrebbe essere utile per spronare in tal senso anche i ragazzi italiani?