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lunedì 24 marzo 2014

Rc Auto, la riforma targata MoVimento 5 Stelle

La voce relativa all'assicurazione Rc Auto, soprattutto in questi tempi di crisi, non solo rappresenta un notevole costo per le asfittiche casse della maggior parte degli italiani, bensì viene spesso percepita dagli automobilisti come un ulteriore ingiustificata gabella, cui corrisponde un servizio spesso scadente, se non in parecchi casi addirittura truffaldino.

Anche se, non sarebbe del tutto corretto affermare che i vari governi, fin qui succedutisi, non abbiano fatto nulla al riguardo, seppur quasi sempre le proposte di riforma erano tutte a favore delle Assicurazioni: come nel caso dell'ultimo disegno di legge, ancora targato governo Letta, che introduceva l'obbligo per l'automobilista di rivolgersi al carrozziere convenzionato con la Compagnia assicuratrice, creando di fatto norme anti-concorrenziali e negando, al contempo, il diritto ad ottenere un equo risarcimento.

Nella direzione opposta sembrerebbe invece andare, stando alle prime indiscrezioni, il disegno di legge sulla Rc Auto che i parlamentari del MoVimento 5 Stelle sono in procinto di depositare: si tratta, in questo caso, dell'introduzione di nuove norme a tutela dell'assoluta libertà dell'automobilista di scegliere a quale carrozzeria rivolgersi, consentendo la cessione del credito alla stessa.

Allo stesso modo, tutti i contratti Rc Auto dovranno obbligatoriamente prevedere la facoltà per l'assicurato, nel caso di danno coperto dal contratto medesimo, di scegliere liberamente di quale riparatore avvalersi: tale informazione dovrà inoltre essere fornita all'utente sia nelle condizioni generali di polizza, sia all'atto della denuncia di sinistro.

Infine, in ogni contratto stipulato per la Rc Auto, dovrà prevedere una clausola che consenta all'automobilista, decorso un anno dalla prima stipula, di recedere dal contratto stesso senza oneri, spese o penalità: in questo caso, il recesso avrà effetto dopo un mese dalla ricezione della disdetta che dovrà essere inviata in forma scritta.

Finalmente delle regole a favore degli automobilisti.

sabato 15 marzo 2014

Che Italia sarebbe oggi, senza il MoVimento 5 Stelle?

E' possibile chiedersi che Italia sarebbe oggi, se poco più di un anno fa il MoVimento 5 Stelle non fosse riuscito a rappresentare un terzo degli italiani in Parlamento? Sì, è possibile, senza che ciò significhi sperare in una risposta del tutto scontata: perchè si tratta di un evento talmente gigantesco da aver prodotto una ristrutturazione del nostro immaginario.

Potrebbe essere interessante ipotizzare chi, tra Pdl e Pdmenoelle, avrebbe infine prevalso grazie al Porcellum, a fronte di un presumibile tsunami di astensionismo: non che l'una o l'altra ipotesi significasse un che di diverso, ma soltanto per chiederci, se non ci fosse stato il M5S, il sindaco Renzie sarebbe mai divenuto premier senza sottoporsi a democratiche elezioni repubblicane?

Probabilmente la risposta giusta è no, con buona pace della stampa di regime che, pur di evitare lo spauracchio pentastellato dell'abolizione del finanziamento pubblico, avrebbe volentieri rinunciato a girare la ruota della fortuna, accontentandosi del grigio e ben più rassicurante Bersani il quale, grazie al suo proverbiale buonsenso, non si sarebbe lontanamente sognato di espellere Berlusconi dal Senato.

Ma tutto ciò non si è fortunatamente avverato: gli onesti portavoce del M5S hanno invaso il Parlamento, iniziando fin dal primo giorno ad armeggiare con l'apriscatole, a scardinare la falsa sacralità di quell'istituzione democratica usurpata da un'immutabile casta attorniata da viscidi lobbisti, a difendere -udite, udite- gli italiani da quei partiti ormai simili a lupi famelici impegnati a spolpare la carcassa di un Paese in agonia.

Sebbene i più alti esponenti di quel marcio sistema consociativo, a partire dall'Uomo del Colle, non si aspettassero un'onda grillina di tali dimensioni (rivedete i sondaggi di un anno fa), dovettero ben presto farsene una ragione: fino a quel giorno gli italiani erano tenuti all'oscuro di quanto realmente tramavano i capi-bastone, da lì in poi ognuno ha avuto finalmente l'opportunità di vedere.

E' anche grazie a ciò che il sociologo e filosofo Edmund Husserl avrebbe definito epochè, infatti, che oggi ogni cittadino grazie al lavoro del M5S è in grado di mettere in discussione ciò che prima dava per scontato (tutti i politici sono uguali, tutti rubano, nessuno mantiene le promesse, ecc.), individuando al contempo cause e responsabilità di ogni decisione politica che lo riguarda.

E' infine grazie a questa meritevole operazione di trasparenza e di partecipazione che ogni italiano, purchè lo decida liberamente, può permettersi di non credere più alle balle spaziali di un Renzie La Qualunque, come pure ai proclami anti-europeisti di chi, non più tardi di due anni fa, votò per l'inserimento nella nostra Costituzione del pareggio di bilancio e a favore del Fiscal Compact: provate a chiedervi, che Italia sarebbe oggi, senza il MoVimento 5 Stelle?

domenica 9 marzo 2014

Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi

Checché se ne dica, la vera asimmetria che sta sgretolando l'Europa non è quella tra unione monetaria (realizzata) e unione politica (inesistente), bensì quella lasciata alla discrezione degli Stati nazionali a proposito di fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Nell'attuale scenario di crisi, sempre più spesso si sente proporre, quale unica alternativa all'euroscetticismo, uno scatto in avanti verso l'unione politica: purtroppo non è affatto vero che questo gioverebbe, da solo, a risolvere i profondi problemi che affliggono in modo quasi incurabile gran parte dell'Eurozona.

Per un motivo molto semplice: tra Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi si combatte tra le politiche economiche comunitarizzate (moneta unica e concorrenza) e quelle lasciate in balia dei singoli governi nazionali, vale a dire quelle relative alla fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Siccome le decisioni europee su queste materie devono essere assunte all'unanimità, è sufficiente che uno stato membro sia contrario per far sì che non vi possano essere regole fiscali comuni: ed è proprio grazie all'assenza di soglie minime condivise di tassazione che le imprese hanno finora potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi dove la tassazione era più conveniente.

Questo ha ingenerato, a sua volta, una concorrenza al ribasso per quanto riguarda la tassazione delle imprese: in qualche caso nella forma di aliquote più basse che in passato, in altri casi -come in Italia e in Grecia- attraverso l'incremento dell'evasione fiscale.

L'ovvia conseguenza, visto che i vincoli di Maastricht imponevano soglie basse di deficit, è stato l'aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (in particolare lavoratori dipendenti e pensionati), accompagnato da una progressiva riduzione delle prestazioni sociali erogate dai singoli stati.

Lo stesso meccanismo del voto unanime vale per quanto riguarda le politiche sociali e dell'impiego, standard di protezione e livelli salariali minimi: anche in questo caso l'Europa ha lasciato tutto alla decisione dei singoli stati, contribuendo ad ingenerare un'ovvia riduzione delle protezioni e dei diritti.

L'imminente consultazione elettorale pone dunque alcuni imperativi, soprattutto a quelle forze politiche che, come il MoVimento 5 Stelle, intendono impegnarsi per un vero cambiamento: a partire dalla modifica di quei presupposti sociali regressivi e di quel liberismo mercantilista, su cui sono state costruite tutte le politiche europee, almeno a partire dall'Atto unico europeo del 1986.

Infatti, se non si porrà fine alla guerra dei cachi, ovvero alla concorrenza al ribasso tra i Paesi dell'Eurozona in materia di politiche fiscali e di protezione del lavoro, non sarà mai possibile realizzare una politica economica comune, al punto che anche la sola idea di un'unione politica, quale panacea per risolvere tutti i mali del Vecchio continente, finirebbe con il rappresentare un'ulteriore, cocente delusione.

martedì 25 febbraio 2014

Governo Napolitano III, la Caporetto della casta

C'è una battaglia, in particolare, che viene ancor oggi ricordata per definire una delle sconfitte più clamorose della Storia italiana: iniziata il 24 ottobre 1917, alle 2 del mattino, la battaglia di Caporetto ha infatti rappresentato, al di là dell'onta militare, un drammatico esempio dell'assoluta disgregazione in cui si consuma una sconfitta, nell'incapacità di gestire un'emergenza, nella totale dispersione di un mondo e di coloro che fino ad allora lo hanno rappresentato.

Quando le armate italiane in ritirata giunsero sulle rive del Tagliamento e del Piave, tutto si trasformò in un indescrivibile groviglio di uomini, carri, cavalli uccisi, colonne bloccate per decine di chilometri: non sarebbe andata così, se i comandi fossero stati capaci di organizzare la circolazione stradale, la trasmissione delle notizie e i rifornimenti, tanto che la disfatta di Caporetto costò la morte di 11.000 italiani, 19.000 feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 fra disertori e sbandati.

In quella scena risiedono molte delle cose che, purtroppo, si sono ripresentate nella nostra storia, anche in epoche diverse da quelle attraversate da eventi bellici: è una scena che fa da prototipo, ad esempio, anche all'Italia attuale, caratterizzata da istituzioni ostaggio di poteri economici estranei, che tirano le fila di una sparuta (ma coriacea) casta di politici-burattini senza parte né anima.

Per gli italiani rischia di ripetersi la scena dei ponti sul Tagliamento e sul Piave: una massa di cittadini allo sbando, privati di ogni radicamento e smarriti in un territorio all'interno del quale si muovono “alla cieca”, lasciando sul campo ciò che resta delle loro vite, parecchi con la speranza di poter un giorno “ritornare a casa”, di liberarsi per sempre di questi comandanti incapaci di garantire loro la men che minima protezione sociale.

Alcuni potranno forse dissentire sui metodi e sugli obiettivi dell'unica forza di liberazione rappresentata, oggi, dal MoVimento 5 Stelle: non si può, viceversa, dissentire sulla necessità di questa lotta e sull'opportunità di contribuire ad essa partecipando ed impegnandosi in prima persona, affinchè questo Governo Napolitano III rappresenti, una volta per tutte, la Caporetto della casta.

domenica 23 febbraio 2014

Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore

Ad uno sguardo attento sulle cose della politica in questo Paese, non può certamente essere sfuggito il Fil rouge che lega in maniera subdola e perversa tutti gli avvenimenti che sono accaduti, in rapida successione, nel corso di queste ultime settimane.

Il timone del governo, assegnato in tutta fretta da Re Giorgio al Valvassino di Fi-Renzie, altro non rappresenta, in questi termini, che l'inizio di una disperata strategia difensiva messa in campo dalla camaleontica casta che governa ininterrottamente l'Italia fin dal secondo dopoguerra.

Da qui in avanti, Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore entreranno a far parte di ogni palinsesto televisivo, occuperanno le pagine di giornali e le copertine dei settimanali, insomma, non si faranno mancare proprio niente: il loro vero obiettivo, in questa prima fase, sarà infatti quello di dimostrare agli italiani che gioventù, novità, simpatia e parità tra i sessi in politica possono essere prerogative anche di chi appartiene alla casta, non solo degli scomodi “grillini”.

Ecco dunque svelato l'arcano della sostituzione dello scialbo Enrico Letta, con l'esuberante Renzie, leader (tragi)comico attorniato da quattro coppie d'individui più simili ad ospiti di un banchetto nunziale, piuttosto che a Ministri della Repubblica: una minestra condita con burocrati di partito, lobbisti in evidente conflitto d'interessi, affiancati dai soliti “utili idioti” e dagli immancabili Uomini del Presidente.

Non uno straccio di programma, nessun mandato popolare, ciò che conta è alzare una cortina fumogena (obiettivo fallito sia da Monti che da Letta) davanti agli occhi degli italiani ma, soprattutto, provare con ogni mezzo ad arginare l'onda d'urto del MoVimento 5 Stelle, pronta a travolgere tutti e tutto alle Elezioni Europee del prossimo mese di maggio.

Solo allora, alla luce di quell'esito elettorale, il Partito Unico della Casta deciderà, sempre di concerto con il Monarca, se e quale Legge elettorale sarà più utile confezionare per sopravvivere e continuare a perpetuare questo marcio sistema.

Così, se Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore saranno riusciti nell'ardua impresa d'ingannare ancora una volta gli italiani, si andrà a votare già nella primavera del prossimo anno, viceversa lo spettro della consultazione popolare rimarrà congelato fino al 2018, con l'augurio che, nel frattempo, la spinta innovatrice del MoVimento 5 Stelle si sia esaurita nell'indifferenza e nella fatica del fare opposizione.

E se, invece, le cose non andassero esattamente così? Potrebbe anche venire il tempo in cui “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”... “E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime”. (Antonio Gramsci).

domenica 16 febbraio 2014

Solo le dittature non concedono al popolo di decidere

E' paradossale: grazie ad internet abbiamo tutti la concreta possibilità -senza distinzione di sesso o di estrazione culturale e sociale- di connetterci in qualsiasi momento per cercare di conoscere la verità, soprattutto quella che i tradizionali mezzi di comunicazione tendono a nascondere o mistificare, eppure parecchie persone sembrano connettere sempre di meno.

Sono ancora troppi, infatti, i nostri connazionali che non hanno la percezione di come il sistema partitocratico abbia dato vita ad un'interpretazione autoritaria della democrazia in questo Paese, ovvero ad una dittatura monarchica avvallata da maggioranze nate grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale: solo le dittature non concedono al popolo di decidere.

Eppure è passato un quarto di secolo da quando un ex hippy, John Perry Barlow (già paroliere dei Greatful Dead) cominciò a predicare l'avvento di una nuova società liberata, di qualcosa che avrebbe dovuto andare oltre la stessa democrazia, grazie alla tecnologia: nel 1990 fondò, assieme a Mitch Kapor  e John Gilmore, la Electronic Frontier Foundation e, sei anni dopo, lanciò in rete la Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio.

“Governments of the Industrial World, you weary giants of flesh and steel, I come from Cyberspace, the new home of Mind. On behalf of the future, I ask you of the past to leave us alone. You are not welcome among us. You have no sovereignty where we gather...”

Parole che riescono a commuovere ancora oggi: al tempo parecchi di noi erano lì, trepidanti, con i primi modem a 1200 baud, a scaricarle via grapher, certi che con l'avvento di internet e con profeti come questi la rivoluzione non avrebbe tardato a venire.

Ma di questa rivoluzione, per parecchi anni a seguire, non s'è vista traccia: mentre la rete si affermava sempre più come luogo di scambio delle idee, allo stesso modo il suo utilizzo “medievale” appariva incapace di portare l'umanità in una nuova era, ove le tecnologie avrebbero preso il posto delle superstizioni.

Cos'è cambiato oggi? Con la crisi economica globale, che ha messo tragicamente a nudo la fine del potere decisionale della politica rappresentativa, ecco che la Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio assume più di un valore profetico: liquidata come utopia elettronica dai miopi esegeti di un mondo politico ormai morto e sepolto, la democrazia digitale partecipata si presenta, come ampiamente dimostrato dal MoVimento 5 Stelle, l'unica via per ridare concretamente il potere alla gente.

domenica 9 febbraio 2014

Beppe Grillo, un vero rivoluzionario arrabbiato

Nel luglio del 1966, rispondendo a Giorgio Bocca che gli chiedeva ”Qual'è la differenza fra arrabbiato e rivoluzionario?”, Pier Paolo Pasolini rispose “La contestazione dell'arrabbiato è interna al sistema, ma perché esso viva, mentre il rivoluzionario lo nega sul piano del reale e gli contrappone una sua prospettiva utopistica”.

Pasolini continuò “Spesso il rivoluzionario dopo aver distrutto la società costituita eccede nella ricostruzione, vuole che abbia tutti gli attributi, ci riporta anche il moralismo e il perbenismo borghesi, al punto che l'arrabbiato, a volte, incide più profondamente del rivoluzionario”- concludendo così- “Però una cosa è chiara, l'arrabbiato quasi sempre non è un rivoluzionario, mentre il rivoluzionario è sempre un arrabbiato”.

Trascorso un anno dalle elezioni politiche 2013 in cui si sono registrate: la sconfitta sia della destra berlusconiana che del centrosinistra mummificato di Bersani, la morte in culla del terzo polo di Fini-Casini-Monti, ma soprattutto l'affermazione di una forza popolare e post-ideologica come il MoVimento 5 Stelle, è lecito domandarsi se la crisi economica abbia favorito gli arrabbiati o i rivoluzionari.

Inizialmente, quantomeno a livello europeo, sembrava che i rivoluzionari stessero emergendo: prima gli Indignados, a Madrid e a Puerta del Sol, poi Occupy Wall Street: tende, gruppi di discussione, voluminosi documenti, analisi, nessun leader, niente applausi ai comizi, solo muti gesti di consenso, nessuna rivendicazione, nessun programma.

Dopo gli indignati, che erano davvero rivoluzionari perché non inquadrabili in nessuna categoria, sono arrivati gli arrabbiati: in Francia il Front National di Marine Le Pen, in Grecia i neonazisti di Alba Dorata, in Italia Beppe Grillo, che arrabbiato lo è sempre stato, ma che forse sarebbe ingiusto non inserire anche nella categoria dei rivoluzionari.

Lui sì che rispetta appieno la dicotomia di Pasolini: la contestazione di Beppe Grillo e di tutto il MoVimento 5 Stelle è, infatti,  interna al sistema, come dimostra il passaggio dai VaffaDay (versione nostrana delle piazze indignate), dal blog alle candidature alle elezioni amministrative e politiche: in fondo non c'è niente di meno rivoluzionario di un consigliere comunale o di un parlamentare.

Ma, come notava sempre Pasolini, gli arrabbiati possono incidere più dei rivoluzionari: Beppe Grillo e il M5S, infatti, non hanno mai rivendicato di voler scardinare l'ordine democratico, anzi, l'obiettivo è quello di difenderlo e di rafforzarlo, tanto che di fronte alla crisi economica viene chiesta più democrazia, più partecipazione ai processi decisionali.

In Italia, il vuoto lasciato dagli agonizzanti partiti tradizionali, è stato così riempito da cittadini incensurati, sinceri guerrieri parlamentari, da boy scout e volontari ong, ingegneri e operai, da studenti, da casalinghe e da pensionati: un movimento di popolo che ha deciso di tirarsi su le maniche e di occuparsi della cosa pubblica.

Altro che populista, demagogo e pericoloso sovversivo, come continuano a dipingerlo coloro che lo vorrebbero in galera per aver rotto dei “sigilli inconsapevoli”, o per aver chiesto alle forze armate di difendere gli italiani e non, viceversa, i loro affamatori: Beppe Grillo, purtroppo per costoro, è invece un vero rivoluzionario arrabbiato, garante di quel MoVimento 5 Stelle che prova quotidianamente a salvare i cittadini dalle cazzate del regime divulgate dalla falsa informazione, e lo fa rimanendo sempre nei binari del sistema, mai deragliando.

sabato 25 gennaio 2014

Dalla Germania il sondaggio ignorato dai media italiani: M5S al 31,3%

Proprio così, dall'Istituto tedesco RKW arriva il sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani, colpevolmente ignorato da tutti i media nazionali: al contrario di quanto affermano varie società demoscopiche del nostro Paese che riferiscono di un crollo dei consensi del MoVimento 5 Stelle, dalla Germania emergono dati di tutt'altro segno.

Dalla Germania il sondaggio ignorato dai media italiani: richiesta in maniera del tutto esplicita, via telefono da RKW, l'intenzione di voto ad un ampio campione rappresentativo dei nostri connazionali a proposito delle tre principali coalizioni, il M5S avrebbe raggiunto un gradimento pari al 31,3%, con un aumento di circa sei punti rispetto al dato elettorale del 25,5% ottenuto a febbraio 2013.

I dati pubblicati da RKW riferiscono al contempo di un centrosinistra spaccato che, nonostante l'effetto Renzi, appare in caduta libera al 18,6%, a fronte del 25,4% ottenuto nell'ultima tornata elettorale: quasi a conferma del fatto che lo Skywalker di Firenze sia riuscito nell'intento di resuscitare l'inquietante padre Silvio Dart Fener, ecco l'ennesimo recupero del centrodestra che si attesta al 25,4%.

E' chiaro a tutti come da questo sondaggio choc, peraltro condotto con precisione teutonica, emerga uno scenario diametralmente opposto rispetto a quanto propinatoci da istituti come Tecnè, Swg o Emg: secondo questi ultimi, infatti, il MoVimento 5 Stelle, unica opposizione parlamentare, occuperebbe attualmente addirittura la terza piazza nel gradimento degli elettori italiani.

Per scoprire la verità, ovvero per sapere esattamente se la maggioranza degli italiani deciderà di lasciarsi definitivamente alle spalle un passato ma, soprattutto un presente, fatto di politiche che nuocciono gravemente la salute, basterà attendere soltanto fino alla prossima primavera: e che la Forza sia con noi.

giovedì 23 gennaio 2014

L'Italicum rischia già di finire su un binario morto

Sarà come dice Grillo? La profonda sintonia d' intenti tra Dorian Gray Renzie e il Cavaliere a delinquere rappresenta davvero, prima d'ogni altra cosa, la comune necessità di far fuori quei guastafeste del Movimento 5 Stelle? Basterà avere pazienza ancora pochi giorni, poi ognuno dovrà giocare a carte scoperte.

Anche se non è difficile prevedere, fin d'ora, in cosa consisterà la riforma costituzionale, di cui il tanto sbandierato Italicum rappresenta un tassello fondamentale: innanzitutto, al Presidente della nuova Repubblica Residenziale verrà attribuito il potere di formare 'a cazzo' il governo, senza l'obbligo di tener conto dell'esito elettorale.

L'attuale Presidente rimarrà in carica per una durata di vent'anni, potendosi avvalere di Negromanti statali per 'monitare' a piacimento anche dall'aldilà: il numero delle Camere sarà ridotto ad una sola, mentre nell'aula del Senato verrà trasferita la bouvette.

Il nuovo sistema elettorale 'Italicum' sarà chiaramente sproporzionale, nonché assolutamente rivoluzionario per quanto riguarda le quote rosa: il diritto di voto sarà, infatti, appannaggio esclusivo della componente femminile del Paese, purchè di aspetto gradevole (astenersi Rosi Bindi).

Inoltre, poiché i ragazzi di oggi sono molto più svegli, informati e maturi dei loro genitori, con l'Italicum si provvederà ad abbassare l'età degli aventi diritto, estendendo il diritto di voto anche alle sedicenni (soprattutto se parenti strette di Presidenti mediorientali).

Il numero dei partiti sarà limitato al massimo, tanto che per continuare sulla strada del bipolarismo, ma volendo anche abbattere la cultura dell'odio e della contrapposizione alimentata dai grillini, il Pdexmenoelle e Forza Italia apparterranno alla stessa coalizione.

Attenzione, però, a non aver fatto i conti senza l'oste: il comunista Niki Vendola già minaccia il referendum abrogativo, mentre la Lega chiede a gran voce almeno la modifica del primo articolo della nuova Costituzione in “L'Italia è unna e divisibile”.

Così, anche se l'obiettivo dell'Italicum è ambizioso e assolutamente audace, rischia già di finire su un binario morto: nonostante ciò, l'ebetino Renzie e il Cavaliere a delinquere assicurano che questa riforma rappresenterà l'ultimo tassello per una vera e completa democrazia dal basso, tanto dal basso che Silvio Berlusconi è addirittura sceso dai tacchi.

giovedì 9 gennaio 2014

Crowdsourcing, il valore dell'intelligenza condivisa

Quando si è spinti dalla disperazione, si è costretti ad osare l'inosabile e, magari, decidere di andare contro le abitudini e financo le convinzioni di tutta una vita, tanto, giunti a quel punto, c'è poco o nulla da perdere: fu proprio questo che fece Rob McEwen, l'amministratore delegato dell'azienda canadese Goldcorp, quando i giacimenti minerari iniziarono a sfornare metallo giallo a singhiozzo.

Era la fine del 1999, quando McEwen decise di rivelare al mondo ciò che di più prezioso e segreto un'impresa mineraria possiede: persuaso del fatto che le migliori menti geologiche non sedessero negli uffici della società, bensì da qualche parte là fuori, il manager scelse di condividere con la rete nientemeno che i dati geologici relativi ai giacimenti d'oro di proprietà dell'azienda.

La speranza era che qualcuno, sulla base delle informazioni condivise, fosse in grado di aiutare la Goldcorp a trovare nuovi filoni di estrazione, in cambio di una cospicua ricompensa in denaro: la risposta della rete stupì lo stesso McEwen, visto che nel giro di poche settimane arrivarono suggerimenti relativi a 110 possibili nuovi siti, 50 dei quali mai presi fin ad allora in considerazione dai ricercatori della Goldcorp.

La cosa più strabiliante, fu che l'80 per cento delle aree proposte dagli utenti del web si rivelarono ricche d'oro per un valore superiore ai 3 miliardi di dollari: non solo, grazie al contributo dei geologi virtuali, l'azienda risparmiò un tempo di esplorazione stimato in due o tre anni di lavoro, cosa che aiutò la Goldcorp a diventare un autentico colosso del settore estrattivo.

Rob McEwen probabilmente non lo sapeva, ma il modello da lui adottato, di lì a qualche anno, sarebbe diventato famoso con il nome di crowdsourcing, neologismo che evoca il ricorso ad una sorta di intelligenza condivisa delle masse (crowd), attraverso il coinvolgimento dei navigatori nella ricerca di idee e soluzioni.

Dopo innumerevoli esempi, come quello classico e ancora insuperato di Wikipedia, ecco che in Italia, grazie a Grillo e Casaleggio ma, soprattutto, per merito dei cittadini portavoce del MoVimento 5 Stelle in Parlamento, il crowdsourcing ha ottenuto il proprio battesimo anche in un ambito da sempre considerato territorio esclusivo dei “professionisti” della politica, ovvero quello legislativo, con il portale "Proposte di legge parlamentari".

La via per la democrazia diretta è ormai irreversibilmente tracciata: mettere in comunicazione portavoce e cittadini, raccogliendo le energie e le esperienze dei singoli intorno a specifici provvedimenti di legge, c'è da scommetterci, non potrà che dare risultati eccellenti per tutti quanti, a partire da un rinnovato (e meno costoso) rapporto di fiducia nei confronti delle istituzioni.

lunedì 16 dicembre 2013

Gli antenati di Letta e Renzi

Nella storia italiana, a partire dall'Unità, tutte le volte che un governo ha ritenuto di adattare la legge a sé stesso, lo ha fatto senza fare una piega: in Italia, del resto, per il potere, le regole prima ancora che un optional, sono da sempre state considerate e vissute piuttosto come un handicap.

Tale situazione, nei fatti, si è sempre manifestata in due ben definite dimensioni: una di marketing (o promozione di sé) e una gestionale: per quanto riguarda il marketing, ad esempio, è bene sapere che il “governo del fare” non l'hanno certo inventato né Letta né Renzi, essendo stato evocato parecchie volte già dai loro antenati, nella storia di questo Paese.

E sempre con le stesse caratteristiche: la drammatizzazione di una condizione di emergenza e, conseguentemente, il ricorso alla decretazione d'urgenza: tanto che la dimensione gestionale si ripresenta da sempre con le stessa retorica, ovvero attraverso l'identificazione del Parlamento come luogo delle discussioni infinite che non portano mai da nessuna parte.

Nella storia italiana c'è la reiterazione di un vizio: il governo che, troppo spesso, usurpa quella che è la principale funzione del Parlamento, che è fare le leggi: gli esempi del passato sono parecchi, ma vale la pena soffermarsi almeno su un caso di per sé emblematico.

Con il decreto legge del 21 ottobre 1915, il governo privava della possibilità di chiedere il risarcimento dei danni per fatti colposi commessi dai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, come ad esempio i disastri ferroviari: la prima sezione del Tribunale di Roma lo dichiarò incostituzionale immediatamente dopo il suo varo, ma senza effetti, perché quel decreto-legge fu applicato per parecchio tempo dal governo di allora.

Anche oggi, dopo la pronuncia (colpevolmente tardiva) della Consulta circa l'incostituzionalità del Porcellum, tocca constatare che il potere il vizio non l'ha perso: infatti, sia il premier nipote, che il neo-segretario rampante del Pdexmenoelle, pare abbiano l'intenzione di procedere, proprio come i loro diretti antenati, per decreto anche per quanto riguarda la nuova legge elettorale.

Magari barattandola, come nel gioco del "celo-celo, manca-manca", con la rinuncia al finanziamento pubblico ai partiti già abolito da un Referendum del 1993, anche se gli stessi partiti se ne sono accorti solo grazie al risultato elettorale del MoVimento 5 Stelle, che ha mandato in Parlamento un'opposizione "nè di destra nè di sinistra", oltre che non riconducibile a “posizionamenti” strategici (Sel-Lega Nord) o a faide interne alla maggioranza (Nuovo Centrodestra).

domenica 10 novembre 2013

Reddito di cittadinanza, per cambiare registro

Poco più di un anno fa Martin Wolf, uno tra i più autorevoli commentatori del Financial Times, così si esprimeva a proposito del Fiscal Compact “Una follia è fare più volte la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

Questo trattato, per quei pochi che non ne fossero a conoscenza, impone tra l'altro al nostro Paese la “pura follia” della riduzione di un ventesimo all'anno dello stock di debito pubblico eccedente il 60% del prodotto interno lordo.

Peccato, sostiene Wolf, che il Fiscal Compact riproponga gli stessi principi che ispirarono il “Patto di crescita e stabilità”, siglato dai Paesi dell'eurozona ad Amsterdam nel 1997, il cui fallimento fu certificato da una successiva stentata crescita dellUnione Europea, nonché dalla sua crescente instabilità, tanto da aver creato i presupposti per l'implosione materializzatasi con questa crisi.

La frase di Wolf potrebbe essere benissimo applicata anche alle politiche economiche, adottate dai vari governi italiani che si sono succeduti a partire dal 1992 ad oggi: da un lato misure di austerity a senso unico (manovra Amato da 80.000 miliardi di lire e prelievo forzoso dai nostri conti bancari), dall'altro un attacco frontale ai salari e ai diritti dei lavoratori.

In un crescendo continuo, vennero così adottati i seguenti provvedimenti: prima l'abolizione della scala mobile (1992/93), che bloccò l'aggancio dei salari al costo della vita, poi la magica “flessibilità”, che di fatto determinò la prima sostanziale precarizzazione dei rapporti di lavoro, fino alla “berlusconiana” “Legge 30”.

Per ottenere cosa? La produttività ha continuato a scendere (toccando lo zero assoluto negli anni tra il 2000 e il 2009), il prodotto interno lordo a ristagnare, mentre la crescita complessiva, nel decennio 1999-2009 è stata appena del 5,5%, a fronte degli altri Paesi dell'eurozona che crescevano in media del 13,5%.

Solo i profitti, per tutti gli anni Novanta sono cresciuti, come mai? La risposta è semplice: grazie al massiccio trasferimento di ricchezza a danno dei salari, senza peraltro che detti profitti fossero mai stati reinvestiti in ricerca e sviluppo tecnologico, visto che la possibilità di far calare sempre più i salari rendeva, sarebbe stato inutile farlo.

Ciò ha contribuito a far scivolare l'Italia sul terreno della competizione di prezzo, anziché su quello della qualità e del contenuto tecnologico dei prodotti: qui risiede la radice della stagnazione economica italiana, quando la riduzione dei dazi d'importazione dai paesi emergenti e di nuova industrializzazione, ha messo letteralmente fuori mercato molte nostre produzioni.

In questo modo si è arrivati alla massiccia “flessibilità in uscita”, con i fondi per la cassa integrazione quasi prosciugati, senza che questo si fosse minimamente trasformato in “flessibilità in entrata”, anzi, trasformando ogni lavoro “precario” in un lavoro “insicuro”, sempre sottoposto al ricatto del datore di lavoro e sempre sotto l'incombente minaccia d'essere interrotto arbitrariamente per “motivi economici”.

Soltanto una classe politica incapace, irresponsabile ed arrogante, può permettersi d'ignorare la lezione che ci viene da una lettura onesta della realtà: per provare a riequilibrare la paradossale situazione in cui ci hanno cacciato, occorre cambiare totalmente registro, a partire dall'immediata istituzione del reddito di cittadinanza, così come proposto dal MoVimento 5 Stelle, checchè ne pensi il governo Letta, oppure il suo viceministro all'economia Fassina.

lunedì 21 ottobre 2013

Moralisti dell'incontrario, il potere e la questione morale

Non passa giorno che i moralisti dell'incontrario, ovvero i servili pompieri mediatici di Pdl e Pdmenoelle, spargano letame addosso al MoVimento 5 Stelle, timorosi che le denunce, le rivendicazioni e le proposte dei pentastellati possano, in qualche modo, turbare i sonni e gli affari del Palazzo.

Il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco, al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”...

In fondo, si domandano i moralisti di cui sopra: cosa c'è che non va in Italia? 

Non c'è disoccupazione, l'aria è pulita, le biblioteche e i musei sono aperti giorno e notte, le nostre scuole ed università assicurano il futuro alle giovani generazioni...

Le banche prestano soldi alle Pmi ed alle giovani coppie che vogliono acquistare una casa...

La giustizia funziona, il fisco fa pagare le tasse a tutti secondo i beni che possiedono e a quanto guadagnano, la mafia, la camorra, la 'ndrangheta sono state debellate sia nel povero sud che nel prospero nord della penisola, la trattativa Stato-Mafia è stata completamente svelata e tutti i colpevoli sono stati puniti...

L'informazione dà conto con chiarezza della vita economica e politica del Paese, i responsabili dei crack di  Mps, Alitalia Telecom sono stati assicurati alle patrie galere, solo la legge (senza amnistie) tutela i diritti e i doveri, anche il più debole dei cittadini è sacro, la politica è diventata finalmente l'arte del necessario...

Può una persona di buon senso, che non sia politicamente disturbata da manie servili, credere in questa (ir)realtà, ovvero affermare che del contrario di tutto ciò non abbia alcuna responsabilità chi ha amministrato l'Italia negli ultimi cinquant'anni?

In verità, ancor prima del crollo del Muro di Berlino, la politica italiana si era già ridotta ad un mercato per la conquista di voti (quelli mafiosi compresi), sostituendo le ideologie con le mitologie del denaro, della carriera, della ricchezza individuale, dell'esaltazione della vita comoda e bella, con buona pace dei moralisti dell'incontrario.

Tutto molto simile al mondo americano raccontato da Tom Wolfe nel suo romanzo “Il Falò delle Vanità”, una sorta di manifesto, di brodo di coltura, per quella che nel 1994 si materializzò come la discesa in campo del Caimano.

In un Paese come il nostro, di per sé frammentato, diverso da una regione all'altra per la sua storia, i suoi dialetti, i suoi costumi, la sua geografia, i nuovi valori introdotti dal pragmatismo berlusconiano -consenziente la sinistra dei Violante e D'Alema- ebbero effetti catastrofici, causando un'irreparabile disgregazione tra ceti sociali, tra generazioni e tra culture.

Nel frattempo, furono gli stessi moralisti dell'incontrario a definire la “questione morale” un arcaico relitto del passato, al punto da convincere compagni e camerati che “un certo tasso di criminalità" faceva parte integrante dello sviluppo, della cosiddetta modernizzazione del paese.

E' veramente impressionante, in proposito, sentire ancor oggi questi irresponsabili untori definire “antipolitica”  il modo di porsi e di agire del MoVimento 5 Stelle che, di fatto, è oggi l'unica forza politica, in Italia, ad aver declinato la “questione morale” nell'unico modo possibile, semplicemente “non rubare”, nonché concepito la conquista del potere soltanto quale mezzo per migliorare la vita dei cittadini.

martedì 1 ottobre 2013

Aumento Iva: una pietra tombale per il governo Letta

Con l'aumento odierno dell'aliquota Iva, dal 21 al 22%, è del tutto prevedibile che, nei prossimi mesi, la maggior parte dei prodotti al consumo subirà dei rincari che si riveleranno ben al di là della soglia di un punto percentuale.

Come in un perverso effetto domino, infatti, la stessa Confcommercio già stima che i prezzi, tra ottobre e novembre, subiranno un aumento dello 0,4%, con effetto trascinamento anche nel 2014.

Ciò in quanto l'aumento dell'Iva verrà scaricato, in primis, sul trasporto delle merci (che da noi avvengono per la maggior parte su strada), con incrementi nell'ordine di 1,5 cent euro/litro sulla benzina, 1,4 sul diesel e 0,7 sul Gpl.

Differente sarà anche l'impatto a seconda del prezzo dei prodotti: se sulle t-shirt, sui quaderni di scuola, oppure sulla saponetta, l'aumento sarà quasi impercettibile, discorso diverso sarà per i beni più costosi, come elettrodomestici, automobili, tablet, oppure la parcella dell'avvocato.

Insomma, l'aumento dell'Iva, pur in una situazione in cui l'inflazione parrebbe essere sotto controllo e qualunque sarà l'esito della votazione sulla fiducia diventerà, di fatto, la pietra tombale sulla penosa esperienza di questo governo Letta.

Pur in una democrazia pericolosamente traballante come quella italiana, per attuare scelte coraggiose in campo economico e sociale -oltremodo urgenti per il nostro Paese- la prima cosa di cui ci sarebbe bisogno è di un governo legittimato, sostenuto e partecipato dal popolo.

In questi ultimi due anni, infatti, prima con Monti e ora con Letta (entrambi nominati da Re Giorgio e sostenuti dal Cavaliere a delinquere), agli italiani è stata sottratta la sovranità nazionale, per opera della casta del Partito Unico (PDL e Pdmenoelle), che si è letteralmente venduta ai poteri economici che dettano la politica europea.

Abbiamo bisogno di raccogliere le forze sane, oneste, competenti del nostro Paese, abbiamo bisogno di dimostrare a noi stessi e al mondo che non siamo uguali a chi ci sta governando, senza averne l'investitura popolare, abbiamo infine bisogno di far vedere all'Europa che non siamo tutti Bunga Bunga, e che sbatteremo in galera i responsabili del nostro dissesto economico.

Tutti a casa, la parola torni agli elettori il prima possibile: e questa volta, statene certi, non si tratterà dell'ennesimo referendum su Berlusconi, no, la posta sarà molto più alta.

Saremo chiamati a scegliere se voler essere protagonisti del nostro futuro con il MoVimento 5 Stelle, oppure regalare ciò che rimane dell'Italia a chi è stato capace di svenderne già gran parte.

sabato 21 settembre 2013

Giustizia malata, magistrati fortunatamente in buona salute

Ha detto bene il cittadino-portavoce del Movimento 5 Stelle, Manlio di Stefano, a proposito delle parole pseudo-pacificatrici pronunciate da Giorgio Napolitano, anche perchè in Italia non c'è nessuna guerra in atto tra pm e politici, bensì ci sono dei politici che delinquono da 50 anni, e pm che fanno il loro mestiere, che è quello di indagare.

In presenza di una giustizia malata, perennemente sotto accusa, che deve fare quotidianamente i conti con la scarsezza di risorse a disposizione, alla mercè della schizofrenia di legislatori “ad personam”, per molti magistrati sarebbe certamente più comodo stare dalla parte dei poteri forti, piuttosto che combattere il dilagante crimine politico-finanziario, vero cancro di questo Paese.

Con ciò eviterebbero, se non altro, d'essere presi a pesci in faccia da chi dovrebbe ergersi a Garante della Costituzione ma che, viceversa, altro non fa che calpestarla ogni volta che interviene a gamba tesa in difesa della sua incestuosa creatura: il pulp governissimo della sinistra, puntellato dalla mummia di un vecchio pregiudicato, per di più recidivo

Ha detto bene inoltre, Manlio di Stefano, quando ha chiesto a Giorgio Napolitano di fare un passo indietro, rassegnando le dimissioni dalla sua (bis)carica: gli italiani, mi creda signor Presidente, non sentiranno di certo la sua mancanza.

E se questo invito dovesse non bastare, si dovrà passare alle vie di fatto, chiedendo la messa in stato d'accusa del Capo dello Stato per “attentato alla Costituzione”, prima ancora che l'agibilità politica si traduca in una “grazia” concessa al condannato Berlusconi, fatto che violerebbe i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Che l'Italia necessiti di una riforma della giustizia, nessuno lo mette in dubbio, anzi, il suo pessimo funzionamento, soprattutto nel settore civile, è considerata una delle principali cause -secondo l'Ocse- dei mancati investimenti stranieri nel nostro Paese.

Ma non lasciamoci infinocchiare, i mali della giustizia non risiedono affatto nei pm e nei giudici politicizzati, come ha cercato ancora una volta di farci credere il Cavaliere a delinquere, bensì nell'incertezza del diritto, derivante da procedure farraginose e obsolete, che spesso non consentono ai processi di giungere alla loro naturale conclusione.

Gli italiani onesti dovrebbero, pertanto, schierarsi apertamente dalla parte di quei servitori dello Stato che, dribblando prescrizioni brevi e indulti vari, hanno portato a termine il proprio lavoro, che a null'altro è ispirato se non a  far prevalere, sempre e comunque, l'irrinunciabile valore sociale della giustizia.

In questi termini, la miglior cura di cui avrebbe bisogno la giustizia italiana, potrebbe essere quella d'essere governata da persone oneste e competenti, non certo da chi, come il nuovo giudice costituzionale Giuliano Amato, ha rappresentato per il Psi di Craxi, ciò che Giulio Andeotti è stato in questo Paese per la Democrazia Cristiana.

La giustizia è malata: i magistrati, per nostra fortuna, godono ancora di buona salute.