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martedì 10 dicembre 2013

Unione Europea, la politica sarà capace di andare oltre?

Tutte le decisioni assunte nel corso di questi ultimi anni dai governi dell'eurozona sono state giustificate in nome dei mercati: nel nostro caso, si è operato per ricevere la loro benevolenza ed evitare la loro ira funesta (la prima tradotta nella disponibilità ad acquistare i titoli di stato emessi dal nostro Paese, la seconda nel venderli).

Anche se l'idea (sbagliata) che si debba ossequiare sempre e comunque quello che desiderano i mercati prese vita già negli anni novanta, più precisamente negli anni in cui si concretizzò l'idea della moneta unica: fu allora, infatti, che il presidente della Bunsebank, Hans Tietmeyer, lodò i governi nazionali per aver scelto di privilegiare il “permanente plebiscito dei mercati mondiali”, rispetto ai risultati elettorali.

Tanto che la “dittatura” vigente nel nostro Paese, prima con il governo Monti, ora con quello delle “strette” intese di Enrico Letta, instaurata anche per via dell'intromissione incostituzionale del Capo dello Stato, deve la propria nascita proprio al concetto contenuto in quell'affermazione.

In verità, come ogni persona di buon senso è in grado di sapere, non esiste nessun signor Mercato, essendo i mercati luoghi in cui si scambiano delle cose (scarpe, pesci, azioni, obbligazioni), in genere a fronte di una contropartita in denaro.

Nel caso dei mercati finanziari, si tratta di trader e operatori di borsa, di gestori di fondi di investimento e similari, le cui decisioni non sempre sono basate su aspettative razionali, tanto che non più tardi di un anno fa Warren Buffet (gestore di grandi patrimoni, nonché l'uomo più ricco degli Stati Uniti) ebbe ad affermare “Se i mercati fossero sempre efficienti, a quest'ora io sarei un barbone per strada con una tazza di latta”.

Piuttosto, la crisi che ancora attanaglia parecchi Paesi dell'eurozona, rappresenta un chiaro esempio dell'interazione tra l'imperfezione dei mercati e quella delle decisioni politiche imperfette: prima fra tutte, il Trattato di Maastricht, che diede vita a un'unione monetaria senza un'unione politica.

Altro grave errore, in questi termini, fu quello rappresentato dalla mancata previsione di una via d'uscita dall'euro, cosicché i membri più deboli dell'unione si trovano alla stregua di un Paese del Terzo Mondo che si è sovraindebitato in una valuta forte: in questi termini, appare del tutto improbabile pensare che la stessa Unione Europea possa sopravvivere ancora per molto.

Come fare per scongiurare questa prospettiva? Innanzitutto, andrebbe modificato radicalmente il fiscal compact, tenendo conto non soltanto del debito pubblico, ma anche del deficit della bilancia commerciale, con ciò distinguendo tra spese correnti e investimenti che possono far ripartire la crescita (questi ultimi potrebbero essere co-finanziati dalla Banca europea degli investimenti).

In secondo luogo, si renderebbe necessaria una condivisione europea dei debiti eccedenti il 60% del Pil, ed in terzo luogo, il debito esistente dovrebbe poter essere rifinanziato a tassi non più elevati di quelli attuali.

Chiaramente la Bundsbank non accetterà mai queste proposte, ma le forze politiche che si candidano a rappresentare l'Europa nel 2014 dovrebbero prenderle in seria considerazione: è ora più che mai necessario affermare che il futuro, ovvero il fallimento dell'Unione Europea rappresentano una questione soltanto politica, che si colloca oltre le competenze della Bundesbank e oltre le aspettative dei mercati.

mercoledì 4 dicembre 2013

Cospirare democraticamente, per cambiare il corso della Storia

“Non c'è legge e non c'è governo”, ebbe a scrivere Lord Byron dell'Italia “ed è meraviglioso quanto le cose funzionino bene senza”: questa era l'Italia che il grande poeta e politico inglese immaginava nel 1818, dissoluto e nascosto in una gondola veneziana, forse reduce dall'incontro con una prostituta.

Il tardo XIX e il XX secolo, però, confutarono definitivamente la sua tesi: prima venne Garibaldi, che unì la nazione (ma non i cittadini che l'abitavano), poi vennero Bordiga, Gramsci e, ovviamente, Marinetti e Mussolini, seguiti da una guerra mondiale e da un'occupazione che regalarono all'Italia la mafia politica e quella criminale, ancor'oggi contigue al sistema dei partiti ed ai poteri finanziari dominanti.

Con l'aggravante di una crisi economica di proporzioni bibliche, che ha ridotto drasticamente le entrate statali, anche quelle destinate al malaffare ed alla corruzione diffusa, tanto che parecchi di coloro che ne traevano benefici, oggi non vanno nemmeno più a votare.

I cittadini onesti, viceversa, sono invece relegati ai margini delle decisioni prese da una politica che somiglia molto ad una navigazione senza terra in vista e senza possibilità di gettare l'ancora: accantonato (per ora) Berlusconi, ecco spuntare il suo clone Renzi, mentre il peggior Capo dello Stato della nostra storia repubblicana, getta la maschera lanciando il cuore (?) oltre l'ostacolo delle sue prerogative costituzionali.

Totalmente genuflessa ai dettami della Bce, quel che resta della politica italiana assomiglia sempre più ad un goffo tentativo di arare il mare, dibattuta com'è tra il desiderio di salvare dall'imminente tracollo le proprie classi dirigenti e l'inconfessata perversione di spremere ancora per qualche decennio il 'popolo bue' che l'ha fin qui supportata.

Ben consci, del resto, di essere tutti dentro al calderone del 'Partito Unico', nonché del fatto che, rebus sic stantibus, il capitalismo finanziario non necessita di una vera democrazia, semmai di una leadership di tecnocrati in grado di aprire la strada alle loro speculazioni economiche.

Proprio per il raggiungimento di questi scopi, infatti, prima con Monti ed oggi con Letta, a Bruxelles hanno deciso che le Grandi Coalizioni non sarebbero state, in fondo, una cattiva idea per l'Italia: fortunatamente le prossime Elezioni Europee sono ormai dietro l'angolo, e con esse l'irripetibile occasione per provare a cambiare il corso della Storia e dare una speranza alle future generazioni.

In alto i cuori: cospiriamo democraticamente.

domenica 3 novembre 2013

“Misery Index” e potere d'acquisto delle famiglie italiane

Se volessimo rappresentare graficamente la situazione economica in cui versa la maggior parte delle famiglie italiane, potremmo senz'altro rifarci al cosiddetto “Misery Index”, ovvero all'indicatore economico proposto, per la prima volta, negli anni Settanta, da Arthur Melvin Okun, economista statunitense noto per la sua capacità di costruire unità di misura facilmente comprensibili anche dalla pubblica opinione.

In questi termini, il “Misery Index” non è altro che la semplice somma dei tassi di disoccupazione e di inflazione, dietro la quale si cela, però, una rilevazione empirica dirompente, se paragonata alla teoria ortodossa, la quale afferma che ad ogni rallentamento della crescita economica, corrisponderebbe una pari diminuzione dell'inflazione: ovvero, che i prezzi tenderebbero a seguire lo stesso ciclo del Pil.

Dagli studi sul campo effettuati da Okun emerge, invece, come l'inflazione aumenti (anziché diminuire), anche in presenza di una decelerazione della crescita, mettendo così le famiglie di fronte alla drammatica realtà dovuta alla diminuzione dei redditi nominali, in presenza di una contemporanea caduta del loro potere di acquisto: ciò che, nella seconda parte degli anni Settanta, prese il nome di stagflazione.

Se costruito secondo le indicazioni di Okun, il “Misery Index” tenderà a convergere verso lo zero, man mano che si avvicinerà il conseguimento degli obiettivi di riduzione del tasso di disoccupazione e di inflazione, mentre più la punta del grafico si allontanerà dallo zero, più aumenterà il livello di disagio sociale (la miseria) delle famiglie, rispetto alla situazione degli anni precedenti.

Nonostante i media insistano nel raccontare la favola per cui provvedimenti, adottati dal governo Napolitano-Monti, abbiano contribuito a salvare l'Italia dalla bancarotta, la realtà è che, proprio dall'inizio del 2011, il “Misery Index” ha registrato una vera e propria impennata, con un aumento di oltre tre punti, nell'arco di soli diciotto mesi: vale a dire che oggi, come negli anni Settanta, le famiglie italiane sono state impoverite da un aumento contemporaneo dei tassi di disoccupazione e di inflazione.

Perchè tutto ciò? Innanzitutto perché nell'inseguire la chimera del pareggio di bilancio, gli ultimi due “governi del presidente” hanno entrambi adottato misure (come l'aumento dell'Iva) tutte improntate ad accrescere il gettito fiscale, con ciò provocando un automatico aumento dei prezzi: ci hanno inflitto un'ulteriore punizione, di cui nessuno sentiva il bisogno, giustificandola con la scusa di dover tranquillizzare i mercati.

Già, mercati e stabilità politica, nel cui esclusivo nome sono ormai declinate tutte le politiche economiche di questo malridotto Paese, nella sciagurata convinzione che i sacrifici imposti alle famiglie avranno fine, non appena gli operatori finanziari torneranno a credere nella sostenibilità del nostro debito pubblico.

Dovrebbero invece capire che solo politiche capaci di restituire fiducia ai cittadini e  imprese, potranno concretamente rassicurare i mercati, non il contrario: se non nei momenti di maggior difficoltà, infatti, quand'è che un governo dovrebbe rafforzare le difese dei propri cittadini?

Per invertire il trend del “Misery Index” sarebbe utile, ad esempio, introdurre, il prima possibile, il reddito di cittadinanza per chi è più in difficoltà ma, perché ciò accada, gli italiani si dovranno prima liberare di questo governo di marionette, scientemente manovrato dai burattinai della Bundesbank.

domenica 15 settembre 2013

Politica europea: l'austerità ha aumentato le diseguaglianze

Se ne stanno accorgendo, con colpevole ritardo, anche paludate istituzioni da sempre schierate a favore delle politiche di austerity, come il Fmi, al punto da riconoscere che le misure adottate in Europa in questi ultimi anni, si sono rivelate inutili per la riduzione del debito pubblico e il deficit di bilancio.

Anzi, il perdurare della dieta dimagrante imposta in primis dalla Germania, altro non ha causato che l'aumento delle diseguaglianze, accompagnato da un pesante rallentamento della crescita economica.

Opinione condivisa anche da autorevoli economisti, come il premio Nobel Joseph Stiglitz, il quale è convinto che l'ondata di austerità economica, dilagante nel vecchio continente, rischia di compromettere seriamente il modello sociale europeo.

Secondo Stiglitz, inoltre, l'austerità ha avuto il solo effetto di paralizzare la crescita, a fronte di incrementi nelle posizioni fiscali costantemente deludenti, tanto che tale situazione sta contribuendo ad aumentare le diseguaglianze, rendendo con ciò duratura l'attuale debolezza economica.

Ciò che è peggio, è che a pagarne le conseguenze saranno i disoccupati, per parecchi anni a venire: così Oxfam Italia dipinge, nel suo rapporto, il quadro che emerge dai programmi di austerità europei, che hanno ripetuto gli stessi errori delle politiche di aggiustamento strutturale imposte in America Latina, Sud Est Asiatico e Africa Sub-Sahariana, tra gli anni 80 e 90.

Lo studio prodotto da Oxfam Italia indica, addirittura, che gli effetti di tali politiche impediranno ai più poveri di riprendersi, anche quando l'Europa tornerà a crescere, visto che la ricchezza si sta concentrando sempre più nelle mani del 10% degli europei già abbienti.

E' facile prevedere, al riguardo, che senza l'adozione urgente di politiche di stimolo per una crescita inclusiva (investimenti in servizi essenziali, lotta all'evasione ed elusione fiscale), nei prossimi dieci anni il divario esistente tra ricchi e poveri di paesi quali la Grecia, l'Italia, la Spagna o il Portogallo, potrebbe assomigliare a quello oggi esistente nel Sudan o nel Paraguay.

A proposito della situazione in cui versa il nostro Paese, Oxfam Italia rimarca il fatto che, anche da noi, le politiche di austerità dei governi Monti prima, Letta poi, hanno inciso in maniera decisamente negativa sui livelli di povertà e diseguaglianza sociale.

La povertà diffusa, infatti, lungi dall'essere un effetto scontato della crisi economica globale, è spesso causata dall'assoluta mancanza di politiche adeguate e capaci di affrontarla.

La ricetta suggerita da Oxfam Italia, in questi termini, dice che per l'Italia è necessario ed urgente adottare vere misure di stimolo alla crescita e di sostegno ai servizi educativi.

Allo stesso tempo, per evitare che un numero sempre maggiore di italiani finiscano nel baratro della povertà, andrebbero implementate, da subito, politiche attive per il lavoro, atte innanzitutto a combattere il fenomeno della disoccupazione giovanile.

Le risorse necessarie per questa manovre andrebbero, infine, recuperate dalla tassazione delle rendite finanziarie, nonché da una decisa lotta all'evasione fiscale.

Ma, prima di tutto, l'Italia avrebbe bisogno di un governo legittimato dalla volontà popolare, non certo di questo teatrino d'avanspettacolo fatto da guitti, pregiudicati e compagnia cantante, agli ordini di un bis Presidente della Repubblica, ogni giorno che passa sempre meno garante e sempre più monarca assoluto.

venerdì 19 luglio 2013

POLITICA | GOVERNO | CASO SHALABAYEVA: ECCO COSA RAPPRESENTA IL KAZAKHSTAN PER L'ITALIA

Sprofondato tra i monti caucasici, ad una distanza siderale dalle soleggiate coste della nostra penisola, lo Stato del Kazakhstan dovrebbe rappresentare -storicamente e culturalmente- quanto di più alieno possa esserci dalla terra che ha dato i natali a personaggi come Virgilio, Dante, Michelangelo, ma anche a Leonardo da Vinci, Galileo e Guglielmo Marconi, solo per citare alcuni dei più grandi geni dell'umanità.
Molti italiani, con tutta probabilità, ne ignoravano la stessa esistenza, quantomeno prima dell'increscioso e grave accadimento che ha rischiato di travolgere addirittura i vertici del nostro governo.

Seppur qualche rimembranza di passate lezioni di geografia, oppure le maglie azzurre di una nota formazione ciclistica, ci avessero riportato alla mente il nome della sua capitale -Astana- pochi senz'altro erano al corrente che la nazione caucasica, guidata dal despota protosovietico Nursultan Nabarbayev, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per le strategie economico-finanziarie del nostro Paese.
Basti pensare, al riguardo, che il volume d'affari intercorrente fra Roma ed Astana ammonta alla considerevole cifra di oltre un miliardo di euro: dopo la Germania, infatti, l'Italia è il secondo partner commerciale del Kazakhstan, nonché il sesto a livello mondiale.


Imprese del calibro di Eni, Impregilo, Italcementi, Salini-Todini, Renco ed Unicredit, si sono accreditate in ruoli di primaria importanza, contribuendo all'attuale livello di interscambio.
Di più: dai dati forniti dall'Istituto italiano per il commercio estero, si evince la presenza in Kazakhstan di ben 54 aziende italiane, mentre da parte kazaka l'Italia rappresenta il secondo Paese nell'export -in particolare petrolio- di poco sotto al colosso cinese.
Per non dire del fatto che l'Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakhstan, offre all'Italia l'opportunità di un giro d'affari che si aggira intorno ai 34 miliardi di euro.

Basterebbero questi dati -seppur non del tutto completi- per dare la dimensione del rapporto economico che lega il nostro Paese al despota Nabarbayev, tanto che sarebbe stato quantomeno opportuno che il nostro governo avesse tenuto il contenzioso umanitario di questi giorni, fuori dai giochi affaristici.
Come ha fatto la Gran Bretagna che, pur avendo anch'essa rapporti economici rilevanti con il Kazakhstan, concesse a suo tempo asilo politico al dissidente Mukhtar Ablyazov, ex Ministro dell'Economia di Nabarbayev, ed oggi suo nemico numero uno, tanto da essere inseguito per mezzo mondo dagli agenti dei servizi segreti del paese caucasico.

Tutto il contrario della “solerte” incompetenza (?) del nostro Ministro Angelino Alfano, che -di fatto- ha permesso si consegnasse la moglie Alba Shalabayeva e la figlioletta Alua, come ostaggi nelle mani del presidente a vita Nabarbayev che, dalla sua reggia di Astana, sa bene come proteggere i propri affari da tutte le minacce interne.
Qualcuno potrebbe obiettare che, nell'epoca della globalizzazione, non si può andare tanto per il sottile quando in campo ci sono questioni vitali come l'approvvigionamento energetico, ciò non toglie, però, che il nostro governo -incapace persino di difendere una donna ed una bambina- abbia fatto fare a tutti gli italiani la figura dello zerbino su cui pulirsi i piedi.

Temiamo si tratti, purtroppo, solo dell'ultimo episodio di una lunga serie -dal caso Battisti alla detenzione in India dei Marò, per non dire dei ripetuti baciamani di Monti, Letta e, infine, Renzi al cospetto della cancelliera tedesca Merkel- a dimostrazione di come, in questo Paese, il sacrosanto principio della sovranità nazionale sia diventato, ormai, anch'esso nient'altro che merce di scambio.