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sabato 11 ottobre 2014

Trattativa e patto del Nazareno

Non abbiamo visto e (sicuramente), non vedremo nemmeno in futuro le slides di Renzie dedicate alla lotta contro Mafia S.p.A.: eppure, il fatturato di quella che da più di vent'anni risulta essere l'indiscussa azienda leader del nostro Paese, ammonta a circa 150 miliardi di euro l'anno, una tale somma di denaro che, senza alcun dubbio, consentirebbe all'Italia di uscire dalle secche di questa crisi infinita.

Non abbiamo visto ma (con tutta probabilità) c'è, nel cosiddetto patto del Nazareno siglato a nostra totale insaputa da due condannati, un punto che sancisce “mano libera” alle mafie, nel solco dei dettami di quella “trattativa” che sta tanto a cuore ai massimi poteri dello Stato? Giusto per farsi un'idea, basta andare a leggersi i “Mille giorni” del Premier, oppure digitare il sito passodopopasso.

La lotta alla mafia, considerata da molti osservatori una drammatica urgenza per il nostro Paese, sempre evocata nelle campagne elettorali, chissà poi perché finisce sempre per diventare una delle tante promesse politiche non mantenute, da chi ha ottenuto il potere: ultimo in ordine di tempo il giovane capo del governo che, pur affetto d'annuncite acuta, a questo tema non ha dedicato neppure una “promessa” piccola piccola.

Si dirà, quello che il governo non fa, potrebbe essere fatto dal parlamento, ma così purtroppo non è: dei 43 disegni di Legge presentati sulla materia, tra Camera e Senato, 11 risultano essere stati approvati nelle varie fasi dell'iter, mentre soltanto 2 sono diventati definitivamente legge, ovvero quelli relativi alla Commissione Anti-Mafia e la famigerata modifica (un favore fatto ai politici collusi con la criminalità organizzata) dell'art. 416-ter.

Infine, anche tra gli atti non legislativi, molte delle mozioni, interrogazioni ed interpellanze sembrano essersi impantanati nell'iter parlamentare, il più delle volte scientemente dimenticate dal governo e, in ogni caso, mai considerate alla stregua di priorità del momento: all'unica vera opposizione politica presente nelle istituzioni, il M5S, l'arduo compito di continuare coraggiosamente a combattere con tutte le forze quella “trattativa” rilanciata quest'anno con il patto del Nazareno.

domenica 13 luglio 2014

M5S, in attesa di una nuova promettente vigilia

La speranza di provare a cambiare il funesto destino di noi italiani si è arenata, per il momento, nello score delle ultime elezioni europee, in quel 40,8 per cento di consensi raccolti nelle urne dal partito del premier Matteo Renzi, rafforzato altresì dal sostegno incondizionato giunto dalle folte schiere di elettori impauriti di centrodestra: anche se, a quanto risulta, il M5S non ha alcuna intenzione di abdicare, in attesa di una nuova promettente vigilia.

Sarà, ma la nostra cultura dominante ha sempre osteggiato, fin sul nascere, ogni illusione di cambiamento e di felicità: da tempo immemore nella scuola, ogni indirizzo didattico, prevede ad esempio lo studio del Sabato del villaggio di Giacomo Leopardi, con quella odiosa “donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sole” indicata ossessivamente come metafora del fallace momento di euforia che precede una domenica noiosa e il ritorno al lavoro del lunedì.

Come prima ancora i famigli degli imperatori romani che, durante i trionfi, avevano il compito di sussurrare all'orecchio “ricordati che devi morire”: per non dire di quasi tutte le religioni che hanno da sempre combattuto una guerra senza confini contro qualsivoglia cambiamento, imponendo il momento del digiuno e della mortificazione, o addirittura della flagellazione, dai riti di Iside alle processioni di incappucciati.

Nemmeno il moderno culto dei mercati sfugge alla regola di negare l'esistenza della vigilia di un domani diverso: “il denaro non dorme mai” dice Gordon Gekko, il simbolo cinematografico del capitalismo di Wall Street la notte che precede la riapertura delle Borse, che è l'ora del sudore e dei nervi a fior di pelle aspettando Tokyo o Shanghai.

Tutti quanti, banchieri e sacerdoti, educatori e governanti sanno, infatti, che la vigilia è in sé potenzialmente eversiva, in quanto rappresenta il regno privilegiato dl dionisiaco, dell'impulso vitale, della rivoluzione e di tutto ciò che sta sotto la definizione di stato nascente: “Io non conosco il futuro, non sono venuto qui a dirvi come andrà a finire ma sono venuto a dirvi come comincerà” sussurra Neo nel finale di Matrix, “Immaginate dove vorreste essere, perchè sarà così”, grida Russel Crowe all'inizio del Gladiatore.

La vigilia delle cose, si sa, è uno di quei motivi per cui vale la pena di vivere: non caso, da Omero a John Lennon, il “prima”, la vigilia, è il più grande tema poetico distillato dall'umanità, quello capace di trafiggere i sentimenti di ognuno di noi, lo si voglia o meno: cos'è l'Odissea se non la storia della ventennale vigilia del ritorno a casa di Ulisse? E cosa rende immortale una canzone come Imagine, se non l'eterna promessa di un domani migliore?

domenica 20 aprile 2014

M5S, rivoluzione in Europa per salvare l'Italia

In un'epoca in cui i giovani politici somigliano sempre più a cloni dei “mariuoli” della prima repubblica, provare a parlare di vecchi che fino alla morte si sono comportati da giovani, potrebbe apparire un po' fuori tema: ma in questi giorni ho in testa una vecchia canzone “Date fiori ai ribelli caduti...al veggente poeta che muor!” che mi porta con la memoria a Bertrand Russell.

Un nome che, per i teenager di oggi, significa poco o nulla mentre per i diciottenni del secolo scorso rappresentava molto: un filosofo inglese, morto il 2 febbraio del 1970 all'età di 98 anni, le cui opere di divulgazione -da Storia delle idee del XIX secolo a Storia della filosofia occidentale- tradotte in edizione economica, introdussero la generazione del sessantotto a concetti che la Pubblica istruzione di allora non intendeva divulgare.

Ma questo signore, che le istantanee del tempo mostravano svettare con la sua chioma bianca in testa alle manifestazioni studentesche e pacifiste, fu soprattutto un modello di vita, tanto che quando si spense lasciò in eredità un dubbio: sarebbero mai stati capaci, quelli che allora erano giovani, di arrivare alla maturità conservando intatto, come lui l'aveva conservato, lo spirito di giustizia che animava quella straordinaria stagione?

La risposta non si sarebbe fatta attendere molto, basterebbe scorrere le mediocri biografie di parecchi politici nostrani che all'epoca stavano sulle barricate, tanto che il salto dal prima al dopo fu totalizzante: i buoni maestri vennero cancellati dai cattivi, lo stesso termine “Grande Vecchio”, fino ad allora utilizzato per indicare una persona autorevole e onesta, subì una mutazione semantica trasformandosi nell'inquietante Belzebù di andreottiana memoria.

Bertrand Russel non fece in tempo ad assistere all'involuzione di quei movimenti, ma è fatto certo che non si sarebbe fatto scrupolo di esternare i suoi dubbi in proposito, pur sapendo che ciò gli avrebbe alienato parecchie simpatie: perché a differenza dei molti opportunisti che cavalcano ogni partito di successo -sempre pronti a balzare in groppa al successivo- e sempre zelanti nel sostenere acriticamente le ragioni del nuovo leader, lui non ha mai avuto paura dell'impopolarità.

Più che per quello che andava scrivendo e filosofando, infatti, Russel fu amato e rispettato da milioni di giovani in tutto il mondo per la sua vita: per l'onestà e l'intelligenza che testimoniava con la sua stessa esistenza, con la sua rivolta contro i pochi che dirigono troppo, contro la falsa libertà delle prigionie culturali, contro la personalizzazione della politica e le bandiere che puzzano di naftlaina.

Povero Grande Vecchio, che morì predicando una rivoluzione difficile, di quelle rivoluzioni che ai bagni di sangue preferiscono la liberazione delle coscienze: nel nostro Paese Russel fu presto dimenticato, in particolare dagli antenati politici di chi, in quest'epoca tanto drammatica, liquida con tono sprezzante, tacciandola di populismo e demagogia da “gufi”, la coraggiosa rivoluzione pacifica del MoVimento 5 Stelle, alla conquista dell'Europa, per provare a salvare  l'Italia.

sabato 29 marzo 2014

Fondi europei come #la pizza quattro stagioni

I Fondi europei hanno cicli lunghi ognuno sette anni e ogni volta, qui in Italia, i vari responsabili politici li hanno spesi tardi e male, tanto che da noi i piani di spesa si sono da sempre caratterizzati per una sorta di affinità elettiva con #la pizza quattro stagioni: l'Annuncio, il Letargo, la Corsa e, infine, la Delusione.

E' ormai da vent'anni che sta accadendo, a partire dal ciclo 1994-1999, ripetuto con Agenda 2000 (2000-2006), mentre per quanto riguarda gli ultimi sette anni (2007-2013) siamo passati dal Letargo alla Corsa: dove la caratteristica peculiare della Corsa è quella di concentrarsi sulla quantità di spesa, a totale discapito della necessaria qualità dei progetti.

Dalla fase della Corsa a quella della Delusione, il passo non può che essere breve: è solo allora che quei politici mentitori (che sanno di mentire) si lamentano della pochezza dei risultati e dell'occasione perduta (per colpa di chi?), per approdare come nulla fosse alla cosiddetta fase dell'Annuncio, con tanto di rassicurazione pubblica che con il ciclo successivo si eviteranno gli errori del passato.

Per poi cadere, ahinoi, nel Letargo: a fine 2010, per intenderci, nemmeno il 10% dei Fondi europei a disposizione dell'Italia era stato speso, a fronte di ben undici programmi-lumaca, tra i quali due Pon (Programmi operativi nazionali) su Ricerca e Sviluppo e Reti di Mobilità, altri due Poin (Programmi operativi interregionali) su Attrattori culturali ed Energia e, infine, ben sette Por (Programmi operativi regionali), cioè quelli di Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Abruzzo, Lazio e Friuli Venezia Giulia.

Finchè, a seguito della reprimenda del Commissario europeo per le Politiche regionali, l'austriaco Johannes Hahn, i politici nostrani hanno deciso di entrare ancora una volta nella stagione della Corsa, con l'unico obiettivo di certificare la spesa per incassare i contributi europei: per fortuna uscire dal Letargo, per entrare finalmente nella Primavera sarà presto possibile, grazie alla ventata di onestà e di sana progettualità che il M5S promette di portare a Bruxelles, fin dal prossimo mese di maggio. #Vinciamonoi.

sabato 8 febbraio 2014

No al blocco delle cartelle Equitalia proposto dal M5S

Se c'è qualcuno che crede seriamente che in questo Paese esistano ancora regole democratiche, parli subito o taccia per sempre: la Ragioneria dello Stato, infatti, ha fatto sapere che l'Italia non dispone di sufficienti coperture finanziarie per far fronte ai debiti in essere con le aziende creditrici, tanto che alla Camera è stato detto no al blocco delle cartelle Equitalia proposto dal M5S.

In ogni caso l'emendamento verrà riscritto, per essere votato nella sua nuova formulazione lunedì 10 febbraio: dunque, niente più “soppressione” delle cartelle di Equitalia, per chi aspetta da anni di essere pagato dalla Pubblica Amministrazione, bensì soltanto “compensazione” del proprio credito verso lo Stato.

In questo modo, se un'azienda deve ricevere soldi da un ente statale, ma deve versarne altri al fisco, è previsto che riceva dallo Stato (non è detto, però, in quali tempi) la differenza: tuttavia, affinché divenga operativa almeno questa soluzione, servirà prima un decreto attuativo del Ministero dell'Economia, che dovrà essere firmato entro 90 giorni.

Ora, poiché l'inconcludente governo Letta vanta un arretrato di 850 norme attuative ancora da varare, non sono certo pochi i dubbi sui tempi di approvazione, per non tacere del fatto che per procedere all'azione “compensativa”, si dovranno al contempo garantire gli “equilibri di finanza pubblica”, vale a dire un'altra “tagliola” cui il Ministero di via XX Settembre potrà ricorrere, nel caso i conti non tornino.

Paradossalmente, potrebbe addirittura succedere che il testo modificato dell'emendamento del M5S finisca per aiutare non tanto le aziende creditrici, bensì lo stesso governo che, grazie alla “compensazione”, vedrebbe allungati i tempi di erogazione dei 100 miliardi euro arretrati da pagare, di cui finora ne sono stati stanziati 27 soltanto.

lunedì 29 luglio 2013

Nuovo Codice della Strada: patente a punti per i 14enni e patenti bloccate per chi guida in stato di ebbrezza

Ci siamo abituati ormai da qualche anno, ai perenni lavori in corso estivi per riformare, aggiornare e, in definitiva, complicare sempre più il Codice della Strada.

Con un emendamento al 'decreto del fare', infatti, potrebbe fin da subito debuttare lo sconto del 30%, per chi pagherà le multe entro 5 giorni dalla loro notifica: l'obiettivo, nemmeno tanto celato, è quello di garantire un incasso veloce sia per lo Stato che per gli Enti Locali (con ciò riducendo i già ora sempre meno frequenti contenziosi), premiando al contempo chi salda in fretta il debito.

Altra modifica proposta, in questo caso dai parlamentari del Movimento 5 Stelle, è quella di estendere lo sconto di cui sopra, anche a chi intendesse pagare entro i canonici 60 giorni, purché l'automobilista non abbia subito alcuna decurtazione di punti, dalla propria patente di guida, negli ultimi due anni.

Escluse dai benefici dello sconto -sempre grazie ad un emendamento del M5S- sarebbero le sanzioni inflitte per guida in stato di ebbrezza e quelle relative alla violazione di norme che riguardano i periodi di riposo per i conducenti dei camion.

Una grossa novità riguarda l'introduzione della patente a punti per i quattordicenni, che guidano motorini e minicar.
Con il nuovo Codice, inoltre, anche i minori di 18 anni non saranno più esenti dalle sanzioni (oggi inflitte a chi detiene la potestà genitoriale), ivi compresa la sospensione e il ritiro del certificato di guida, in caso di violazioni gravi.

E ancora: in accoglimento delle richieste dell'Associazione vittime della strada, viene introdotto un meccanismo di coordinamento tra procedimento amministrativo e penale, che permetterà di tenere le patenti bloccate, in caso di violazione di norme penali, sino alla conclusione del processo.

In tal modo, chi è colto alla guida in stato di ebbrezza, ovvero sotto l'effetto di sostanze stupefacenti, non potrà tornare a disporre della propria patente fino a conclusione del procedimento penale.


Infine, novità in vista anche per i ricorsi contro le sanzioni amministrative previste dal Codice della Strada: in questa materia è prevista una semplificazione burocratica, che andrà a fissare una distinzione chiara degli ambiti di competenza tra ricorsi amministrativi (dinanzi al Prefetto) e giurisdizionali (davanti al Giudice di Pace).