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giovedì 26 dicembre 2013

Un Erasmus del lavoro per salvare la generazione dei ventenni

Nessun Paese che intenda avere un futuro davanti a sé, può permettersi di abbandonare i giovani, ma se c'è un Paese al mondo che dovrebbe addirittura coccolare i propri ragazzi, questo è l'Italia: per la semplice ragione che, da noi, i giovani sono merce rara.

Negli anni Ottanta e, ancor più, negli anni Novanta sono nati pochissimi italiani, facendo segnare il record mondiale di infertilità: dal Duemila il trend si è un po' invertito, soprattutto grazie ai figli degli immigrati, tanto che oggi ci sono nove province italiane (Asti, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Modena, Piacenza, Prato e Reggio Emilia) dove uno su quattro, tra i nuovi nati, è figlio di immigrati.

Ciò non è stato sufficiente, però, a cancellare quel ventennio di “buco” demografico, che sarà destinato a caratterizzare a lungo le sorti dell'Italia: i giovani nati in quegli anni, infatti, sono relativamente pochi, soltanto 10 milioni, in pratica la metà di quelli nati tra il 1955 e il 1975.

Il fatto paradossale, però, è che per quanto pochi siano, questi ragazzi risultano essere quelli che più hanno difficoltà a trovare un'occupazione: su di loro pesa, infatti, il “tappo” delle generazioni più numerose, destinate, soprattutto grazie alla Fornero, a restare al lavoro ancora per parecchi anni.

Per intenderci: un italiano nato nell'anno del baby boom (1964), rischia di dover lavorare fino a 67 anni, ovvero fino al 2031, ma il figlio di quel baby-boomer nato nell'anno di minimo demografico (1994) non potrà certo aspettare di aver compiuto i 37 anni, per avere finalmente un lavoro, magari precario.

Al contempo, quei “pochi” giovani tra vent'anni dovranno portare sulle proprie spalle il peso del pensionamento di chi è nato negli anni Sessanta: una faticaccia che richiederebbe, quantomeno, esperienze professionali precoci e di qualità, tali da permettere loro di raggiungere un discreto benessere economico.

E invece? Invece questi ventenni si stanno laureando, seguendo decine di corsi e sostenendo esamini che non permettono loro di approfondire nessuno specifico campo di studi: fuori li aspetta un autentico far west, dove se sono fortunati sommano tante piccole attività, per poi alla prima occasione vedersi sostituiti da qualche precario ancora più disperato di loro.

Che fare? Una seria riforma universitaria capace di rafforzare la capacità degli studenti di elaborare, già durante gli studi, idee vendibili sul mercato del lavoro, potrebbe ad esempio spingere una quota di diplomati a completare la propria formazione.

A tale riguardo: non sappiamo mai bene come spendere i fondi europei per la formazione? Si lanci, allora, un piano straordinario per far lavorare i giovani italiani all'estero, una sorta di Erasmus del lavoro, attraverso il quale le aziende europee possano offrire stage lavorativi ai ragazzi dai 25 anni in su.

C'è da scommetterci, saranno in molti quelli che torneranno da questa esperienza con una carica positiva e con conoscenze linguistiche e professionali meno approssimative: non è tutto, ma sempre meglio delle chiacchiere a sproposito del governo Letta.

lunedì 16 dicembre 2013

Gli antenati di Letta e Renzi

Nella storia italiana, a partire dall'Unità, tutte le volte che un governo ha ritenuto di adattare la legge a sé stesso, lo ha fatto senza fare una piega: in Italia, del resto, per il potere, le regole prima ancora che un optional, sono da sempre state considerate e vissute piuttosto come un handicap.

Tale situazione, nei fatti, si è sempre manifestata in due ben definite dimensioni: una di marketing (o promozione di sé) e una gestionale: per quanto riguarda il marketing, ad esempio, è bene sapere che il “governo del fare” non l'hanno certo inventato né Letta né Renzi, essendo stato evocato parecchie volte già dai loro antenati, nella storia di questo Paese.

E sempre con le stesse caratteristiche: la drammatizzazione di una condizione di emergenza e, conseguentemente, il ricorso alla decretazione d'urgenza: tanto che la dimensione gestionale si ripresenta da sempre con le stessa retorica, ovvero attraverso l'identificazione del Parlamento come luogo delle discussioni infinite che non portano mai da nessuna parte.

Nella storia italiana c'è la reiterazione di un vizio: il governo che, troppo spesso, usurpa quella che è la principale funzione del Parlamento, che è fare le leggi: gli esempi del passato sono parecchi, ma vale la pena soffermarsi almeno su un caso di per sé emblematico.

Con il decreto legge del 21 ottobre 1915, il governo privava della possibilità di chiedere il risarcimento dei danni per fatti colposi commessi dai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, come ad esempio i disastri ferroviari: la prima sezione del Tribunale di Roma lo dichiarò incostituzionale immediatamente dopo il suo varo, ma senza effetti, perché quel decreto-legge fu applicato per parecchio tempo dal governo di allora.

Anche oggi, dopo la pronuncia (colpevolmente tardiva) della Consulta circa l'incostituzionalità del Porcellum, tocca constatare che il potere il vizio non l'ha perso: infatti, sia il premier nipote, che il neo-segretario rampante del Pdexmenoelle, pare abbiano l'intenzione di procedere, proprio come i loro diretti antenati, per decreto anche per quanto riguarda la nuova legge elettorale.

Magari barattandola, come nel gioco del "celo-celo, manca-manca", con la rinuncia al finanziamento pubblico ai partiti già abolito da un Referendum del 1993, anche se gli stessi partiti se ne sono accorti solo grazie al risultato elettorale del MoVimento 5 Stelle, che ha mandato in Parlamento un'opposizione "nè di destra nè di sinistra", oltre che non riconducibile a “posizionamenti” strategici (Sel-Lega Nord) o a faide interne alla maggioranza (Nuovo Centrodestra).

mercoledì 4 dicembre 2013

Cospirare democraticamente, per cambiare il corso della Storia

“Non c'è legge e non c'è governo”, ebbe a scrivere Lord Byron dell'Italia “ed è meraviglioso quanto le cose funzionino bene senza”: questa era l'Italia che il grande poeta e politico inglese immaginava nel 1818, dissoluto e nascosto in una gondola veneziana, forse reduce dall'incontro con una prostituta.

Il tardo XIX e il XX secolo, però, confutarono definitivamente la sua tesi: prima venne Garibaldi, che unì la nazione (ma non i cittadini che l'abitavano), poi vennero Bordiga, Gramsci e, ovviamente, Marinetti e Mussolini, seguiti da una guerra mondiale e da un'occupazione che regalarono all'Italia la mafia politica e quella criminale, ancor'oggi contigue al sistema dei partiti ed ai poteri finanziari dominanti.

Con l'aggravante di una crisi economica di proporzioni bibliche, che ha ridotto drasticamente le entrate statali, anche quelle destinate al malaffare ed alla corruzione diffusa, tanto che parecchi di coloro che ne traevano benefici, oggi non vanno nemmeno più a votare.

I cittadini onesti, viceversa, sono invece relegati ai margini delle decisioni prese da una politica che somiglia molto ad una navigazione senza terra in vista e senza possibilità di gettare l'ancora: accantonato (per ora) Berlusconi, ecco spuntare il suo clone Renzi, mentre il peggior Capo dello Stato della nostra storia repubblicana, getta la maschera lanciando il cuore (?) oltre l'ostacolo delle sue prerogative costituzionali.

Totalmente genuflessa ai dettami della Bce, quel che resta della politica italiana assomiglia sempre più ad un goffo tentativo di arare il mare, dibattuta com'è tra il desiderio di salvare dall'imminente tracollo le proprie classi dirigenti e l'inconfessata perversione di spremere ancora per qualche decennio il 'popolo bue' che l'ha fin qui supportata.

Ben consci, del resto, di essere tutti dentro al calderone del 'Partito Unico', nonché del fatto che, rebus sic stantibus, il capitalismo finanziario non necessita di una vera democrazia, semmai di una leadership di tecnocrati in grado di aprire la strada alle loro speculazioni economiche.

Proprio per il raggiungimento di questi scopi, infatti, prima con Monti ed oggi con Letta, a Bruxelles hanno deciso che le Grandi Coalizioni non sarebbero state, in fondo, una cattiva idea per l'Italia: fortunatamente le prossime Elezioni Europee sono ormai dietro l'angolo, e con esse l'irripetibile occasione per provare a cambiare il corso della Storia e dare una speranza alle future generazioni.

In alto i cuori: cospiriamo democraticamente.

domenica 1 dicembre 2013

Nonni in fuga, l'Italia non è nemmeno più un Paese per vecchi

Parafrasando il titolo di un famoso film dei fratelli Coen, è proprio il caso di dire che l'Italia non è nemmeno più un Paese per vecchi: dopo la fuga dei giovani talenti, infatti, stiamo assistendo ad un esodo, altrettanto preoccupante, dei pensionati che non ce la fanno più a vivere in una nazione in cui le spese sanitarie sono diventate ormai insostenibili, se paragonate alle pensioni mediamente percepite.

Basti pensare, al riguardo, che a prendere una pensione tra i 650 ed i 1.000 euro mensili sono più di 270mila anziani, tra i 1.100 e i 1.500 euro sono, invece, in 130mila: ecco allora che il fenomeno dei nonni in fuga sta assumendo dimensioni preoccupanti, con una crescita del 20% solo negli ultimi cinque anni.

Senza dover per forza allontanarsi dall'Europa continentale, ecco che vivere in località esotiche come, ad esempio, le Canarie si rivela certamente più economico ed a misura di portafoglio, dato che la maggior parte degli italiani che vi è finora emigrato risulta possedere una pensione non superiore ai mille euro mensili.

In tutto questo, la cosa più preoccupante è che l'Italia, nonostante le favole raccontate dal governo Letta, non sembra in grado di poter invertire questa tendenza, a causa soprattutto di un'assistenza pubblica che si sta rivelando inadeguata rispetto i tempi che stiamo vivendo, al punto che una famiglia su tre non può permettersi il 'lusso' di una badante.

E' vero, non sempre la qualità delle cure disponibili in alcuni Paesi esteri palesa livelli accettabili o, quantomeno, in linea con i migliori standard reperibili nella nostra penisola, tuttavia gli anziani lasciano lo stesso l'Italia anche perché il costo della vita nei luoghi di destinazione è comunque inferiore di circa un terzo che da noi.

Le mete al momento più gettonate sono quelle della Slovenia, Canarie, Cipro e Malta: alle Canarie, per fare un esempio, si sono già trasferiti circa 20mila nostri connazionali anziani, anche in considerazione del fatto che lì l'assistenza sanitaria di base è garantita da standard europei, mentre per una copertura totale è sufficiente sottoscrivere una polizza sanitaria privata per un costo mensile di 40-80 euro.

A questo punto, rimane da chiedersi una cosa: se i giovani se ne vanno perché manca lavoro, e gli anziani fanno altrettanto per trovare realtà a loro misura, alla fine chi rimarrà in questo sgangherato Paese?

domenica 10 novembre 2013

Reddito di cittadinanza, per cambiare registro

Poco più di un anno fa Martin Wolf, uno tra i più autorevoli commentatori del Financial Times, così si esprimeva a proposito del Fiscal Compact “Una follia è fare più volte la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

Questo trattato, per quei pochi che non ne fossero a conoscenza, impone tra l'altro al nostro Paese la “pura follia” della riduzione di un ventesimo all'anno dello stock di debito pubblico eccedente il 60% del prodotto interno lordo.

Peccato, sostiene Wolf, che il Fiscal Compact riproponga gli stessi principi che ispirarono il “Patto di crescita e stabilità”, siglato dai Paesi dell'eurozona ad Amsterdam nel 1997, il cui fallimento fu certificato da una successiva stentata crescita dellUnione Europea, nonché dalla sua crescente instabilità, tanto da aver creato i presupposti per l'implosione materializzatasi con questa crisi.

La frase di Wolf potrebbe essere benissimo applicata anche alle politiche economiche, adottate dai vari governi italiani che si sono succeduti a partire dal 1992 ad oggi: da un lato misure di austerity a senso unico (manovra Amato da 80.000 miliardi di lire e prelievo forzoso dai nostri conti bancari), dall'altro un attacco frontale ai salari e ai diritti dei lavoratori.

In un crescendo continuo, vennero così adottati i seguenti provvedimenti: prima l'abolizione della scala mobile (1992/93), che bloccò l'aggancio dei salari al costo della vita, poi la magica “flessibilità”, che di fatto determinò la prima sostanziale precarizzazione dei rapporti di lavoro, fino alla “berlusconiana” “Legge 30”.

Per ottenere cosa? La produttività ha continuato a scendere (toccando lo zero assoluto negli anni tra il 2000 e il 2009), il prodotto interno lordo a ristagnare, mentre la crescita complessiva, nel decennio 1999-2009 è stata appena del 5,5%, a fronte degli altri Paesi dell'eurozona che crescevano in media del 13,5%.

Solo i profitti, per tutti gli anni Novanta sono cresciuti, come mai? La risposta è semplice: grazie al massiccio trasferimento di ricchezza a danno dei salari, senza peraltro che detti profitti fossero mai stati reinvestiti in ricerca e sviluppo tecnologico, visto che la possibilità di far calare sempre più i salari rendeva, sarebbe stato inutile farlo.

Ciò ha contribuito a far scivolare l'Italia sul terreno della competizione di prezzo, anziché su quello della qualità e del contenuto tecnologico dei prodotti: qui risiede la radice della stagnazione economica italiana, quando la riduzione dei dazi d'importazione dai paesi emergenti e di nuova industrializzazione, ha messo letteralmente fuori mercato molte nostre produzioni.

In questo modo si è arrivati alla massiccia “flessibilità in uscita”, con i fondi per la cassa integrazione quasi prosciugati, senza che questo si fosse minimamente trasformato in “flessibilità in entrata”, anzi, trasformando ogni lavoro “precario” in un lavoro “insicuro”, sempre sottoposto al ricatto del datore di lavoro e sempre sotto l'incombente minaccia d'essere interrotto arbitrariamente per “motivi economici”.

Soltanto una classe politica incapace, irresponsabile ed arrogante, può permettersi d'ignorare la lezione che ci viene da una lettura onesta della realtà: per provare a riequilibrare la paradossale situazione in cui ci hanno cacciato, occorre cambiare totalmente registro, a partire dall'immediata istituzione del reddito di cittadinanza, così come proposto dal MoVimento 5 Stelle, checchè ne pensi il governo Letta, oppure il suo viceministro all'economia Fassina.

sabato 12 ottobre 2013

Alitalia, storia di un fallimento infinito

Alitalia altro non è che uno dei tanti buchi neri italiani, come Telecom, come la Rai, all'interno dei quali, oramai da decenni, vengono risucchiati e spariscono i soldi dei contribuenti italiani.

Fin dai tempi in cui la compagnia di bandiera era in mano pubblica, abbiamo assistito inermi ad ogni genere di disastri gestionali: scorpori, cambi di management, ricapitalizzazioni, con l'unico ed inconfessato obiettivo di renderla più appetibile a quel gruppo di 'privati', legati a doppio filo con il Pdl e il Pdmenoelle.

Per garantire i guadagni ai loro 'amici' capitanati da Colaninno senior, gli stessi partiti delle odierne false intese si inventarono addirittura una bad company (dove sono confluite le perdite aziendali da far pagare ai cittadini), assicurando al contempo alla nuova Alitalia un monopolio triennale sulla rotta più remunerativa, la Milano-Roma.

Quegli stessi partiti, inoltre, trovarono pure delle banche compiacenti, disposte a buttar via un po' di soldi dei loro azionisti, pur d'imbarcarsi in un'avventura che, viste le premesse, altro non poteva che rivelarsi fallimentare.

Gli unici a non aver perso un centesimo, anzi, ad aver tratto profitto personale dalla combinazione tra marketing elettorale e politico, furono al tempo il Cavaliere a delinquere e l'ex ministro Corrado Passera.

Dall'altra parte gli sconfitti, come sempre accade in questo Paese, sono stati i cittadini italiani che hanno pagato un conto salato da più di cinque miliardi, bruciati sull'altare delle ambizioni personali di questi impresentabili personaggi.

Allora: perché non disfarci di Alitalia? Per alcuni, come Capitan Findus Letta e il suo valletto Lupi, la vendita significherebbe privarci di un 'asset strategico' (?) per il Paese, altri tirano in ballo addirittura (come già per Telecom) questioni legate alla sicurezza nazionale.

Come se vendere Alitalia possa, ad esempio, impedirci di disporre di velivoli per trasportare le nostre truppe a Shangai, in caso di guerra con la Cina.

Cosa significa, invece, 'asset strategico'? Per politici e sindacati, fino ad oggi, ha voluto dire mantenere in piedi un'azienda colabrodo in cui l'hanno sempre fatta da padroni, con il risultato di un fallimento infinito che è sotto gli occhi di tutti.

Il tentativo di 'privatizzazione' del 2008, del resto, dovrebbe aver insegnato anche ad un bambino che non ci si può improvvisare manager di una compagnia aerea, ci vogliono competenze professionali specifiche, non bastano le 'amicizie' politiche.

Invece no, il governo dell'Inciucio ci riprova: un bel versamento da parte di Poste Italiane di una quota iniziale di 75 milioni di euro, cui va aggiunto un centinaio di milioni per la quota di debito della compagnia a carico pubblico, su un totale di quasi un miliardo.

Vedremo tra qualche mese se l'operazione di resuscitare, per la seconda volta, il cadavere di Alitalia, non avrà invece contagiato anche l'azienda 'al servizio dei cittadini che rappresenta un motore di sviluppo per l'intero Paese', come recita la pubblicità di Poste Italiane.

martedì 8 ottobre 2013

Vizi e vitalizi della Banda Bassotti

In un Paese come il nostro, nel quale il 'fare politica' è considerato a tutti gli effetti alla stregua di una 'vera' professione, c'è poco da stupirsi se questi autentici fancazzisti, nonostante le trombature elettorali, continuano a vivere sulle spalle dei cittadini italiani.

Duemila di loro, infatti, non solo hanno un curriculum vitae vuoto come una zucca vuota, non solo hanno contribuito in qualità di pubblici amministratori (?) al default di un'intera nazione bensì, pur consci di tutto ciò, ogni mese continuano a percepire il 'vitalizio', ovvero quell'assegno extra (da aggiungere, in parecchi casi, alla pensione) pagato sempre con le nostre tasse.

Tra le fila di questa Banda Bassotti, si annida un po' di tutto: dagli ultimi tre sindaci della capitale (Rutelli, Weltroni e Alemanno), ad ex presidenti del consiglio, ad ex (dis)onorevoli della prima repubblica, usciti dall'agone politico a seguito di Tangentopoli.

A tale proposito, è bene sapere che i parlamentari maturano il diritto al vizio del vitalizio dopo soli cinque anni di mandato effettivo, ovvero al compimento dei sessantacinque anni.

Ma esistono delle eccezioni, di cui forse non tutti sono a conoscenza: il limite d'età, infatti, scende a 60 anni, nel caso in cui si è riusciti a stare in Parlamento per almeno due legislature, con l'ulteriore diminuzione di un anno per il conseguimento del diritto, per ogni ulteriore anno di mandato.

Giusto per fare qualche cifra: nel solo 2012 sono usciti dalle casse dello Stato ben 213 milioni di euro (guarda caso lo stesso importo dell'Imu che la premiata ditta Letta-Alfano-Napolitano ci vorrebbe far pagare a dicembre) sotto forma di 'vitalizi'.

Ed ecco, in ordine sparso, volti noti e meno noti della prima repubblica: l'ex ministro socialista Renato Altissimo (4.856), l'ex sindaco di Roma Clelio Darida (5.403), Gianni De Michelis (5.174), il 'bavoso' Arnaldo Forlani (5.691), il compagno proletario Pietro Ingrao (5.686) e l'ex delfino di Bottino Craxi, Claudio Martelli (4.684).

Come pure ex parlamentari della seconda (?) repubblica: l'ex premier Massimo D'Alema (5.283), Gianfranco Fini (5.614), Fausto Bertinotti (4.767), Luciano Violante (5.631), oppure il 'nuovo' membro della Corte Costituzionale, dottor Sottile Guliano Amato, che integra la sua misera pensione di 30 mila euro, con un vitalizio di 5.170 euro mensili.

Nascosti tra la folla dei beneficiati dal popolo italiano, scorgiamo un'altra schiera di ex eccellenti, come Romano Prodi (2.864), Marco Pannella (5.691), Claudio Scajola (4.656), Antonio Di Pietro (3.702), Lamberto Dini (4.077), ma anche Vittorio Sgarbi (4.701), l'ex presidente della Federcalcio Antonio Matarrese (4.346) e l'attuale Giancarlo Abete (3.796).

Ci sono, infine, i neopensionati come Gianni Alemanno che, sommando il vitalizio (4.419) all'indennità di consigliere comunale (1.500), guadagna addirittura di più di quand'era sindaco di Roma; vizio del vitalizio che non manca neppure ai suoi due predecessori, 'Cicciobello' Rutelli (5.755) e 'Yes, We Can(not)' Walter Veltroni (5.373).

martedì 1 ottobre 2013

Aumento Iva: una pietra tombale per il governo Letta

Con l'aumento odierno dell'aliquota Iva, dal 21 al 22%, è del tutto prevedibile che, nei prossimi mesi, la maggior parte dei prodotti al consumo subirà dei rincari che si riveleranno ben al di là della soglia di un punto percentuale.

Come in un perverso effetto domino, infatti, la stessa Confcommercio già stima che i prezzi, tra ottobre e novembre, subiranno un aumento dello 0,4%, con effetto trascinamento anche nel 2014.

Ciò in quanto l'aumento dell'Iva verrà scaricato, in primis, sul trasporto delle merci (che da noi avvengono per la maggior parte su strada), con incrementi nell'ordine di 1,5 cent euro/litro sulla benzina, 1,4 sul diesel e 0,7 sul Gpl.

Differente sarà anche l'impatto a seconda del prezzo dei prodotti: se sulle t-shirt, sui quaderni di scuola, oppure sulla saponetta, l'aumento sarà quasi impercettibile, discorso diverso sarà per i beni più costosi, come elettrodomestici, automobili, tablet, oppure la parcella dell'avvocato.

Insomma, l'aumento dell'Iva, pur in una situazione in cui l'inflazione parrebbe essere sotto controllo e qualunque sarà l'esito della votazione sulla fiducia diventerà, di fatto, la pietra tombale sulla penosa esperienza di questo governo Letta.

Pur in una democrazia pericolosamente traballante come quella italiana, per attuare scelte coraggiose in campo economico e sociale -oltremodo urgenti per il nostro Paese- la prima cosa di cui ci sarebbe bisogno è di un governo legittimato, sostenuto e partecipato dal popolo.

In questi ultimi due anni, infatti, prima con Monti e ora con Letta (entrambi nominati da Re Giorgio e sostenuti dal Cavaliere a delinquere), agli italiani è stata sottratta la sovranità nazionale, per opera della casta del Partito Unico (PDL e Pdmenoelle), che si è letteralmente venduta ai poteri economici che dettano la politica europea.

Abbiamo bisogno di raccogliere le forze sane, oneste, competenti del nostro Paese, abbiamo bisogno di dimostrare a noi stessi e al mondo che non siamo uguali a chi ci sta governando, senza averne l'investitura popolare, abbiamo infine bisogno di far vedere all'Europa che non siamo tutti Bunga Bunga, e che sbatteremo in galera i responsabili del nostro dissesto economico.

Tutti a casa, la parola torni agli elettori il prima possibile: e questa volta, statene certi, non si tratterà dell'ennesimo referendum su Berlusconi, no, la posta sarà molto più alta.

Saremo chiamati a scegliere se voler essere protagonisti del nostro futuro con il MoVimento 5 Stelle, oppure regalare ciò che rimane dell'Italia a chi è stato capace di svenderne già gran parte.

lunedì 23 settembre 2013

Governo Letta: Destinazione Piovarolo

Piuttosto che Destinazione Italia, il nuovo ambizioso progetto/annuncio di questo governo dell'Inciucio, avrebbe potuto meglio chiamarsi Destinazione Piovarolo, riprendendo con ciò titolo e trama di un vecchio film interpretato dal grande Totò, nel lontano 1955.

Antonio La Quaglia -questo il nome del protagonista- era un'aspirante capostazione di terza classe che, in quanto ultimo arrivato al concorso alle Ferrovie, viene assegnato nella sperduta località di Piovarolo, paese depresso e dimenticato da tutti.

Stufo d'essere relegato in quella stazione, dove non scende mai nessuno, La Quaglia/Totò le prova tutte, al fine di ottenere l'agognato trasferimento nella sua bella città di Napoli.

La cosa non sembra, in effetti, così facile, anche se, grazie all'avvento di un premier illuminato (tale Benito Mussolini) al nostro Antonio La Quaglia pare finalmente accadere quanto sperato: con una lettera direttamente da Roma, viene a sapere che la sua nuova sede sarà, d'ora in poi, Rocca Imperiale.

Nemmeno il tempo di preparare le valige, che lo sfortunato capostazione deve ricredersi: Rocca Imperiale non esiste, è solo il paese di Piovarolo che ha cambiato di nome.

Proprio come succede nel documento di Destinazione Italia, tanto colmo di buone intenzioni, quanto viziato dall'incapacità di affrontare i veri problemi di questo Paese, ai quali questo governo ha saputo soltanto cambiare il nome.

Non c'è una riga, tanto per fare un esempio, che spieghi “come” verranno rimossi gli ostacoli strutturali, che impediscono all'Italia di attrarre investimenti stranieri, compatibili con il rilancio della nostra economia.

Vi si trovano, viceversa, una miriade di lobbistiche “eccezioni alle regole”, sgravi, corsie preferenziali, procedimenti speciali, doppi binari, nuovi fondi pubblici, ecc., ecc., sparpagliati a caso (?) quasi ad ogni pagina.


Il tutto redatto con la cosiddetta tecnica della “novellazione”, che è il medesimo artifizio burocratese che ha squassato, ad esempio, l'impianto della nostra giustizia civile, al punto che Destinazione Italia appare -anche agli occhi dei più sprovveduti- soltanto una raccolta di emendamenti, ispirati dalle lobby che sostengono il governo Letta.

Nel documento non c'è nulla, ma proprio nulla, che possa realmente aiutare questo agonizzante Paese: com'è stato anche per l'altra norma, che si vanta d'aver scritto il premier/nipote, quella per il rientro in Italia dei cervelli in fuga.

Ad un anno dall'approvazione di quella legge, contenente anch'essa una marea di commi, incentivi, eccezioni, ecc., ecc.: perché Letta non ci fa sapere quanti cervelli sono rientrati a destinazione Piovarolo/Italia?

domenica 15 settembre 2013

Politica europea: l'austerità ha aumentato le diseguaglianze

Se ne stanno accorgendo, con colpevole ritardo, anche paludate istituzioni da sempre schierate a favore delle politiche di austerity, come il Fmi, al punto da riconoscere che le misure adottate in Europa in questi ultimi anni, si sono rivelate inutili per la riduzione del debito pubblico e il deficit di bilancio.

Anzi, il perdurare della dieta dimagrante imposta in primis dalla Germania, altro non ha causato che l'aumento delle diseguaglianze, accompagnato da un pesante rallentamento della crescita economica.

Opinione condivisa anche da autorevoli economisti, come il premio Nobel Joseph Stiglitz, il quale è convinto che l'ondata di austerità economica, dilagante nel vecchio continente, rischia di compromettere seriamente il modello sociale europeo.

Secondo Stiglitz, inoltre, l'austerità ha avuto il solo effetto di paralizzare la crescita, a fronte di incrementi nelle posizioni fiscali costantemente deludenti, tanto che tale situazione sta contribuendo ad aumentare le diseguaglianze, rendendo con ciò duratura l'attuale debolezza economica.

Ciò che è peggio, è che a pagarne le conseguenze saranno i disoccupati, per parecchi anni a venire: così Oxfam Italia dipinge, nel suo rapporto, il quadro che emerge dai programmi di austerità europei, che hanno ripetuto gli stessi errori delle politiche di aggiustamento strutturale imposte in America Latina, Sud Est Asiatico e Africa Sub-Sahariana, tra gli anni 80 e 90.

Lo studio prodotto da Oxfam Italia indica, addirittura, che gli effetti di tali politiche impediranno ai più poveri di riprendersi, anche quando l'Europa tornerà a crescere, visto che la ricchezza si sta concentrando sempre più nelle mani del 10% degli europei già abbienti.

E' facile prevedere, al riguardo, che senza l'adozione urgente di politiche di stimolo per una crescita inclusiva (investimenti in servizi essenziali, lotta all'evasione ed elusione fiscale), nei prossimi dieci anni il divario esistente tra ricchi e poveri di paesi quali la Grecia, l'Italia, la Spagna o il Portogallo, potrebbe assomigliare a quello oggi esistente nel Sudan o nel Paraguay.

A proposito della situazione in cui versa il nostro Paese, Oxfam Italia rimarca il fatto che, anche da noi, le politiche di austerità dei governi Monti prima, Letta poi, hanno inciso in maniera decisamente negativa sui livelli di povertà e diseguaglianza sociale.

La povertà diffusa, infatti, lungi dall'essere un effetto scontato della crisi economica globale, è spesso causata dall'assoluta mancanza di politiche adeguate e capaci di affrontarla.

La ricetta suggerita da Oxfam Italia, in questi termini, dice che per l'Italia è necessario ed urgente adottare vere misure di stimolo alla crescita e di sostegno ai servizi educativi.

Allo stesso tempo, per evitare che un numero sempre maggiore di italiani finiscano nel baratro della povertà, andrebbero implementate, da subito, politiche attive per il lavoro, atte innanzitutto a combattere il fenomeno della disoccupazione giovanile.

Le risorse necessarie per questa manovre andrebbero, infine, recuperate dalla tassazione delle rendite finanziarie, nonché da una decisa lotta all'evasione fiscale.

Ma, prima di tutto, l'Italia avrebbe bisogno di un governo legittimato dalla volontà popolare, non certo di questo teatrino d'avanspettacolo fatto da guitti, pregiudicati e compagnia cantante, agli ordini di un bis Presidente della Repubblica, ogni giorno che passa sempre meno garante e sempre più monarca assoluto.

sabato 7 settembre 2013

Cgia: italiani tartassati, fisco al 53,6%

Attenzione: non si tratta di un vecchio film con Totò e Aldo Fabrizi (I tartassati), no, è tutto vero: l'Italia potrà a breve fregiarsi dell'ennesimo incredibile primato negativo: entro la fine dell'anno in corso, infatti, la pressione fiscale nel nostro Paese è destinata a raggiungere il 44% del Pil.

Questo è quanto denuncia la Cgia di Mestre, precisando, altresì, che ogni italiano verserà mediamente nel 2013 per imposte, tasse e contributi vari 11.629 euro, ovvero il 120% in più di quanto pagava, ad esempio, nel 1980 (5.272 euro, al netto dell'inflazione).

Trentatrè anni fa, inoltre, il gettito fiscale e contributivo era pari a 63,8 miliardi di euro, mentre quest'anno -secondo le stime di Cgia- entrerà nelle casse dello Stato l'incredibile cifra di 694 miliardi di euro.

Si tratta, ovviamente, di stime non ancora definitive, anche perché lo studio condotto dalla Cgia ha tenuto conto delle disposizioni fiscali introdotte dal governo Letta, ovvero quelle relative alla proroga delle agevolazioni Irpef per ristrutturazione edilizia e risparmio energetico, del differimento dell'aumento dell'Iva e, infine, della tanto sbandierata abolizione della prima rata dell'Imu.

Per il segretario della Cigia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ci sarebbe un'ulteriore puntualizzazione da fare, ovvero che non bisogna dimenticare che, per i contribuenti onesti, la pressione fiscale reale si attesta ormai al 53,6 per cento”, tanto da poter tranquillamente affermare che “nel 2013 gli italiani hanno lavorato per il fisco sino alla metà del mese di giugno”.

Una via d'uscita possibile per ridurre le tasse -secondo Bortolussi- potrebbe essere quella di procedere, finalmente, ad una riduzione strutturale della spesa pubblica improduttiva, riprendendo con ciò in mano il federalismo fiscale che -conclude il segretario della Cgia di Mestre- rappresenta l'unico strumento utilizzabile per raggiungere tale obiettivo.

Le esperienze degli altri Paesi europei ci dicono, infatti, che gli stati federali hanno un livello di tassazione ed una spesa pubblica maggiormente ridotta, a fronte di una macchina statale più agile ed efficiente, mantenendo l'offerta di servizi ad un alto livello di qualità.

In questi termini, sarebbe bene iniziare subito, mandando a casa quella che rappresenta oggi la più ingiustificata spesa improduttiva di questo Paese: il partito unico del Pdlmenoelle, che sta impunemente governando con la benedizione del suo altolocato e degno mentore, il bis inquilino del Quirinale.

venerdì 16 agosto 2013

Ferragosto a Pontida: Bossi difende la Kyenge

Non le ha di certo mandate a dire Umberto Bossi, com'è nel suo stile, nel tradizionale comizio di Ferragosto, in quel di Pontida, proprio nello stesso giorno in cui, il suo ex alleato Silvio Berlusconi, decideva di rilanciare “Forza Italia”, con ciò rovinando la giornata festiva di milioni di vacanzieri sulle spiagge italiane.

Riapparso, dopo un lungo silenzio, alla tradizionale Festa leghista alle porte di Bergamo, di fronte a ciò che è rimasto dell'esercito del Nord, l'Umberto non s'è fatto pregare, esprimendo subito e senza tanti giri di parole, il suo pensiero sull'autocandidatura di Flavio Tosi ad eventuali primarie della coalizione di centrodestra.

Mi fa ridere, chi lo vuole Tosi?” -ha esordito il senatur- per poi affondare un attacco in perfetto stile bossiano“Sei nella Lega o non sei nella Lega? Ma vaffanculo”.

Ai giornalisti che gli chiedevano quale fosse, allora, la sua preferenza tra il Sindaco di Verona e Marina Berlusconi, ha risposto, senza alcuna esitazione, “Marina”.

Alle parole del senatur hanno fatto eco solo gli applausi di alcune decine di leghisti, schierati in prima fila, cui non ha fatto seguito il consenso di tutti i presenti, come a ribadire che il partito non è più tutto con lui.

Secondo me è tempo perso” -così Bossi ha risposto a chi gli chiedeva una previsione sulla durata del governo Letta- a suo giudizio, ha tenuto a ribadire “questo governo dura perché nessuno ha la forza di farlo cadere”, del resto è chiaro che “se costringono Berlusconi a dimettersi, è impensabile che i suoi stiano lì a votare”.

A chi gli ha chiesto se il Cavaliere, a suo giudizio, farebbe bene ad accettare la concessione della grazia, in cambio della sua uscita dalla politica, il senatur ha risposto che, per come lo conosce lui “non accetterebbe mai, sarebbe una sorta di ricatto poco democratico”.

Sono stati infine zittiti, dallo stesso Umberto Bossi, alcuni militanti leghisti che, durante il suo comizio, alla festa di mezza estate, avevano iniziato ad intonare il coro “Kyenge vaffanculo”.


Interrompendo il proprio discorso, e rivolgendosi direttamente ai facinorosi, il Presidente del Carroccio ha detto, testualmente, “No, non sono d'accordo con gli insulti”, pur ribadendo, al contempo, le sue critiche a livello politico nei confronti delle iniziative intraprese dalla Ministra per l'integrazione.

domenica 4 agosto 2013

Berlusconi condannato: da “martire” prenderà ancora più voti?

Se non fossi cosciente d'essere in Italia, potrei anche immaginare di vivere su di un qualche pianeta sperduto nell'Universo, dove le cose funzionano alla rovescia: chi è onesto è progredisce, i delinquenti vanno in galera, chi ha bisogno non viene lasciato indietro, chi lavora è rispettato, a chi non lavora è garantito un reddito di cittadinanza, e via dicendo.

Invece, parafrasando una delle ultime canzoni del compianto Giorgio Gaber, mi tocca ammettere -di fronte a certe cose- che “mi vergogno d'essere italiano ma per fortuna, o purtroppo, lo sono”. Esagerato?

Sentite un po', allora, cosa ha detto il noto sondaggista Nicola Piepoli intervistato da Quotidiano.net, a proposito degli orientamenti elettorali degli italiani, dopo la conferma della condanna di Berlusconi da parte della Cassazione.

Adesso che l'hanno condannato, Berlusconi è politicamente morto? “Nooo, che dice, anzi, se domani il Cavaliere decidesse di tornare a cavalcare Forza Italia, i suoi elettori lo seguirebbero in modo incondizionato; la sentenza della Cassazione lo ha fatto diventare, ai loro occhi, un martire della giustizia ingiusta e politicizzata, le sue schiere stanno addirittura aumentando”.

Dicono che, nel caso non potesse ricandidare, il nuovo leader sarà la figlia Marina... “Gli elettori gradirebbero, vedendo in ciò una sorta di passaggio dinastico, in questo cambio al vertice; Marina è poi quella, tra i figli, che somiglia più al padre, la capo-azienda, ci sta tutta la sua leadership”.

Secondo lei al momento del voto sull'autorizzazione a procedere su Berlusconi, in Senato, il PD andrà in pezzi? “Non credo, Letta in questo momento è anche il leader del Pd e il suo, secondo gli elettori di quel partito, è il miglior governo di sempre, visto che il Pd -oggi- continua a veleggiare nei sondaggi sul 25%, in pratica sugli stessi livelli del Pdl; se si votasse domani, la coalizione di centrodestra vincerebbe, seppur di misura: loro sono al 33,7%, a sinistra al 32,5%”.

Lei non fa i conti con Renzi “Guardi, in questo momento nessuno fa i conti con Renzi, semplicemente perché Renzi non c'è, non governa e non è in Parlamento, non si sporca le mani e non decide: in questo stato non può essere considerato un leader”.

Tra Renzi e Marina Berlusconi? “La nuova Forza Italia ci stupirà, chi ha dato Berlusconi per morto, è bene cominci a ripensarci”.

Detto ciò, non ci rimane che “toccarci” dove non batte il sole anche perché -tutto considerato- i sondaggi pre-elettorali del professor Piepoli, non c'avevano nemmeno azzeccato nemmeno lo scorso febbraio...

Vi ricordate, solo un mese prima, a quanto dava Piepoli il Movimento 5 Stelle? Non ricordate? Allegri, andate a ricontrollare qui.

venerdì 19 luglio 2013

POLITICA | GOVERNO | CASO SHALABAYEVA: ECCO COSA RAPPRESENTA IL KAZAKHSTAN PER L'ITALIA

Sprofondato tra i monti caucasici, ad una distanza siderale dalle soleggiate coste della nostra penisola, lo Stato del Kazakhstan dovrebbe rappresentare -storicamente e culturalmente- quanto di più alieno possa esserci dalla terra che ha dato i natali a personaggi come Virgilio, Dante, Michelangelo, ma anche a Leonardo da Vinci, Galileo e Guglielmo Marconi, solo per citare alcuni dei più grandi geni dell'umanità.
Molti italiani, con tutta probabilità, ne ignoravano la stessa esistenza, quantomeno prima dell'increscioso e grave accadimento che ha rischiato di travolgere addirittura i vertici del nostro governo.

Seppur qualche rimembranza di passate lezioni di geografia, oppure le maglie azzurre di una nota formazione ciclistica, ci avessero riportato alla mente il nome della sua capitale -Astana- pochi senz'altro erano al corrente che la nazione caucasica, guidata dal despota protosovietico Nursultan Nabarbayev, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per le strategie economico-finanziarie del nostro Paese.
Basti pensare, al riguardo, che il volume d'affari intercorrente fra Roma ed Astana ammonta alla considerevole cifra di oltre un miliardo di euro: dopo la Germania, infatti, l'Italia è il secondo partner commerciale del Kazakhstan, nonché il sesto a livello mondiale.


Imprese del calibro di Eni, Impregilo, Italcementi, Salini-Todini, Renco ed Unicredit, si sono accreditate in ruoli di primaria importanza, contribuendo all'attuale livello di interscambio.
Di più: dai dati forniti dall'Istituto italiano per il commercio estero, si evince la presenza in Kazakhstan di ben 54 aziende italiane, mentre da parte kazaka l'Italia rappresenta il secondo Paese nell'export -in particolare petrolio- di poco sotto al colosso cinese.
Per non dire del fatto che l'Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakhstan, offre all'Italia l'opportunità di un giro d'affari che si aggira intorno ai 34 miliardi di euro.

Basterebbero questi dati -seppur non del tutto completi- per dare la dimensione del rapporto economico che lega il nostro Paese al despota Nabarbayev, tanto che sarebbe stato quantomeno opportuno che il nostro governo avesse tenuto il contenzioso umanitario di questi giorni, fuori dai giochi affaristici.
Come ha fatto la Gran Bretagna che, pur avendo anch'essa rapporti economici rilevanti con il Kazakhstan, concesse a suo tempo asilo politico al dissidente Mukhtar Ablyazov, ex Ministro dell'Economia di Nabarbayev, ed oggi suo nemico numero uno, tanto da essere inseguito per mezzo mondo dagli agenti dei servizi segreti del paese caucasico.

Tutto il contrario della “solerte” incompetenza (?) del nostro Ministro Angelino Alfano, che -di fatto- ha permesso si consegnasse la moglie Alba Shalabayeva e la figlioletta Alua, come ostaggi nelle mani del presidente a vita Nabarbayev che, dalla sua reggia di Astana, sa bene come proteggere i propri affari da tutte le minacce interne.
Qualcuno potrebbe obiettare che, nell'epoca della globalizzazione, non si può andare tanto per il sottile quando in campo ci sono questioni vitali come l'approvvigionamento energetico, ciò non toglie, però, che il nostro governo -incapace persino di difendere una donna ed una bambina- abbia fatto fare a tutti gli italiani la figura dello zerbino su cui pulirsi i piedi.

Temiamo si tratti, purtroppo, solo dell'ultimo episodio di una lunga serie -dal caso Battisti alla detenzione in India dei Marò, per non dire dei ripetuti baciamani di Monti, Letta e, infine, Renzi al cospetto della cancelliera tedesca Merkel- a dimostrazione di come, in questo Paese, il sacrosanto principio della sovranità nazionale sia diventato, ormai, anch'esso nient'altro che merce di scambio.