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martedì 1 ottobre 2013

Aumento Iva: una pietra tombale per il governo Letta

Con l'aumento odierno dell'aliquota Iva, dal 21 al 22%, è del tutto prevedibile che, nei prossimi mesi, la maggior parte dei prodotti al consumo subirà dei rincari che si riveleranno ben al di là della soglia di un punto percentuale.

Come in un perverso effetto domino, infatti, la stessa Confcommercio già stima che i prezzi, tra ottobre e novembre, subiranno un aumento dello 0,4%, con effetto trascinamento anche nel 2014.

Ciò in quanto l'aumento dell'Iva verrà scaricato, in primis, sul trasporto delle merci (che da noi avvengono per la maggior parte su strada), con incrementi nell'ordine di 1,5 cent euro/litro sulla benzina, 1,4 sul diesel e 0,7 sul Gpl.

Differente sarà anche l'impatto a seconda del prezzo dei prodotti: se sulle t-shirt, sui quaderni di scuola, oppure sulla saponetta, l'aumento sarà quasi impercettibile, discorso diverso sarà per i beni più costosi, come elettrodomestici, automobili, tablet, oppure la parcella dell'avvocato.

Insomma, l'aumento dell'Iva, pur in una situazione in cui l'inflazione parrebbe essere sotto controllo e qualunque sarà l'esito della votazione sulla fiducia diventerà, di fatto, la pietra tombale sulla penosa esperienza di questo governo Letta.

Pur in una democrazia pericolosamente traballante come quella italiana, per attuare scelte coraggiose in campo economico e sociale -oltremodo urgenti per il nostro Paese- la prima cosa di cui ci sarebbe bisogno è di un governo legittimato, sostenuto e partecipato dal popolo.

In questi ultimi due anni, infatti, prima con Monti e ora con Letta (entrambi nominati da Re Giorgio e sostenuti dal Cavaliere a delinquere), agli italiani è stata sottratta la sovranità nazionale, per opera della casta del Partito Unico (PDL e Pdmenoelle), che si è letteralmente venduta ai poteri economici che dettano la politica europea.

Abbiamo bisogno di raccogliere le forze sane, oneste, competenti del nostro Paese, abbiamo bisogno di dimostrare a noi stessi e al mondo che non siamo uguali a chi ci sta governando, senza averne l'investitura popolare, abbiamo infine bisogno di far vedere all'Europa che non siamo tutti Bunga Bunga, e che sbatteremo in galera i responsabili del nostro dissesto economico.

Tutti a casa, la parola torni agli elettori il prima possibile: e questa volta, statene certi, non si tratterà dell'ennesimo referendum su Berlusconi, no, la posta sarà molto più alta.

Saremo chiamati a scegliere se voler essere protagonisti del nostro futuro con il MoVimento 5 Stelle, oppure regalare ciò che rimane dell'Italia a chi è stato capace di svenderne già gran parte.

sabato 28 settembre 2013

Crisi infinita: da gennaio chiusi 50mila esercizi commerciali

Situazione al limite del tracollo per il nostro commercio: nei primi otto mesi dell'anno, infatti, hanno chiuso i battenti 50.000 esercizi, tra i quali 4.600 solo tra bar e ristoranti, mentre una chiusura ogni quattro riguarda negozi d'abbigliamento.

Proprio così, anche il settore della moda, che fino a non molto tempo fa sembrava quasi del tutto immune dall'onda recessiva, è letteralmente crollato: da gennaio ad oggi, infatti, a fronte dell'apertura di 3.400 nuove attività nei comparti abbigliamento e tessile, ben 8.162 hanno chiuso bottega.

Che significa un saldo negativo di 4.762 unità, ovvero che una cessazione su quattro nell'ambito del commercio al dettaglio, va riferita esclusivamente a questo comparto.

Stando ai dati forniti dall'Osservatorio di Confesercenti, le previsioni per fine anno sono addirittura peggiori, tanto da far seriamente ipotizzare la perdita complessiva di almeno 90mila posti di lavoro.

A dispetto di quanto pensano dei giovani choosey nell'ormai ex governo di Capitan Findus, nonostante il dilagante fenomeno della disoccupazione giovanile, le nuove leve italiane non hanno alcuna intenzione di arrendersi: per crearsi un posto di lavoro, diventano imprenditori.

Tanto che nel primo semestre del 2013, quattro su dieci delle nuove attività commerciali sono state avviate da under 35: ristorazione e turismo, in particolare, si sono confermati quali ammortizzatori della disoccupazione sia giovanile, che femminile.

Il problema, semmai, è che queste nuove imprenditorialità, in genere, hanno una breve durata: dopo soli tre anni, infatti, si registra una chiusura del 30% nel settore del commercio, del 40% in campo turistico.

Secondo Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, servirebbe un cambio di mentalità a 360 gradi, anche perché, senza innovazione, in Italia non è più possibile fare impresa.

Si salva, infatti, solo il web, che ha fatto registrare il lusinghiero risultato di +24, 5% di apertura di negozi online, soltanto negli ultimi venti mesi.

Se questa è la malattia, la cura potrà mai essere l'aumento dell'Iva? Senz'altro meglio un salto nel buio a mirar le 5 Stelle, che subire un suicidio assistito per mano di questi partiti...