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mercoledì 3 dicembre 2014

Corruzione, #PrimiInEuropa!

Ne avremmo volentieri fatto a meno ma, come dimostra anche l'inchiesta di queste ore su Mafia Capitale, il primato di paese europeo più corrotto l'Italia sembra proprio meritarselo interamente: questo, in ogni caso, è quanto emerge dalla ventesima edizione del "Corruption Perception Index", ovvero dall'indagine che misura il grado di “debolezza etica” degli Stati nel mondo.

La nuova mappa mondiale della corruzione, secondo la classifica 2014 stilata da Trasparency International, vede primeggiare tra i Paesi virtuosi la Danimarca (con un punteggio di 92 su 100), seguita dalla Nuova Zelanda (91), Finlandia (89), Svezia (87), Norvegia e Svizzera (entrambe a 86): ottimo piazzamento anche per Singapore (84) e Olanda (83), tallonate a poca distanza da Lussemburgo (82), Canada (81) e Australia (80).

Nelle posizioni di rincalzo, troviamo 12ma la Germania (79), che sta messa meglio quanto a corruzione sia dell'Inghilterra (78), sia della Francia, relegata in 26ma posizione con il punteggio di 69: e l'Italia? Il nostro Paese, purtroppo, si conferma nel medesimo posto dello scorso anno, ovvero 69ma su 174, evidenziando il medesimo livello di corruzione registrato in Romania, Brasile, Bulgaria, Senegal e persino nello Swaziland, nell'Africa del sud.

Da Trasparency International Italia arriva anche la proposta di dar vita ad un servizio di "Allerta anticorruzione-Alac", al fine di consentire ai cittadini di segnalare i casi sospetti, previa la garanzia del totale anonimato.

Nel corso del 2013, infatti, solo il 56% degli italiani si dichiarava disposto a denunciare un episodio di corruzione, a fronte di una media planetaria pari al 69%, dimostrando con ciò una predisposizione al silenzio legata, in particolare, ad un sentimento di paura, nonché di totale sfiducia derivante dall'amara convinzione che nel Paese del Gattopardo nulla possa mai cambiare.

martedì 2 dicembre 2014

Condanna Ue, 40 milioni subito e 237mila euro al giorno per discariche abusive

Non è un mistero, visto che già nel 2007 una sentenza della Corte Europea aveva sancito che l'Italia era venuta meno, in modo generale e persistente, agli obblighi imposti dalle direttive comunitarie in materia di rifiuti, rifiuti pericolosi e alle discariche di rifiuti: tanto che, nel corso del 2013, la Commissione Ue ha preso atto che il nostro Paese non aveva ancora provveduto a dare attuazione a tutte le misure contenute nel dispositivo di quella sentenza, emessa sei anni prima.

Fino al 2007, infatti, ben 218 discariche situate in 18 delle 20 regioni italiane non risultavano conformi alle direttive comunitarie, di cui 16 violavano apertamente le norme europee in materia rifiuti pericolosi e, per 5 di queste, l'Italia non era stata in grado di dimostrare che queste fossero state oggetto di riassetto o di chiusura.

Nel corso dell'attuale causa, invece, la Commissione Ue ha denunciato che sarebbero ancora 198 le discariche italiane fuori norma, di cui 14 in violazione della direttiva sui rifiuti pericolosi e 2 non rispettose della direttiva europea sulle discariche rifiuti.

Per la Corte Europea, dunque, il nostro Paese sarà ora condannato a pagare subito una somma forfettaria pari a 40 milioni di euro, nonché a versare un'ulteriore penalità di 42,8 milioni, a cadenza semestrale (circa 237mila euro al giorno), da oggi fin tanto non sarà data completa esecuzione alla sentenza del 2007.

Ciò in quanto, come rileva l'Organo di giustizia lussemburghese, “le operazioni sono state compiute con grande e non giustificata lentezza”, visto che “un numero considerevole di discariche abusive si registra tutt'oggi nella quasi totalità delle regioni italiane.

venerdì 5 settembre 2014

Esercito impegnato a produrre marijuana di Stato

Da anni sono ormai universalmente riconosciute le proprietà medicali della cannabis, in particolare per la cura dei sintomi di numerose e gravi malattie neurologiche, oltre che nella cosiddetta terapia del dolore per gli ammalati di Aids e di cancro: ad oggi, però, in Italia la marijuana per uso terapeutico viene ancora importata esclusivamente dall'estero, con costi decisamente elevati.

Eppure la prima legge che ne autorizzava l'uso terapeutico nel nostro Paese risale, addirittura, al 1990, l'ultima al 2007: nonostante in questi ultimi anni Puglia, Emilia Romagna, Veneto e Toscana abbiano provveduto a disciplinare la materia con delibere atte a garantire l'adeguata copertura finanziaria per l'approvvigionamento della sostanza, pare che anche in quelle regioni sia molto complicato farsi prescrivere da un medico e, quindi, riuscire ad ottenere da una farmacia ospedaliera il farmaco a base di cannabinoidi.

Una speranza, in questi termini, sembrerebbe affiorare grazie all'inatteso via libera dei Ministeri della Salute e della Difesa, che hanno deciso di affidare nientemeno che all'Esercito, ovvero all'istituto farmaceutico militare di Firenze, la produzione anche per uso civile di farmaci derivanti dalla marijuana: non è da escludere che, entro il prossimo anno, i farmaci cannabis free possano già essere disponibili nelle farmacie italiane.

domenica 17 agosto 2014

Puglia, schiavi nelle miniere di pomodoro

E' un tema scabroso di cui nessun organo di informazione del nostro Paese ha mostrato finora di volersi occupare: il lato oscuro del pomodoro, ovvero la storia dello sfruttamento degli immigrati e della completa distruzione di una florida filiera in Ghana, Africa, sono invece gli argomenti affrontati in una coraggiosa inchiesta condotta dai giornalisti Stefano Liberti e Mathilde Auvillain.

Il dossier ci racconta di come, tolti nel 2000 i dazi d'importazione dall'Europa, diversi stati africani tra cui il Ghana furono invasi da milioni di tonnellate di pomodoro in scatola prodotto in Italia, venduto a prezzi stracciati grazie alle sovvenzioni garantite dai sussidi europei: con che risultato? Lo svuotamento dei campi ghanesi e l'immigrazione irregolare di migliaia di ex contadini africani nel sud del nostro Paese, per essere arruolati in qualità di braccianti senza diritti.

Molto spesso sono pagati a cottimo, 3,5 euro in cambio della fatica di riempire di pomodori un cassone da 300 chili, vale a dire meno di 20 euro al giorno per un lavoro effettivamente massacrante: queste persone sgobbano senza contratto di lavoro, né copertura sanitaria e alla mercè dei cosiddetti “caporali”, per poi rientrare la sera in alloggi fatiscenti dove hanno affittato un materasso su cui riposare per poche ore.

Da questa situazione emerge un dato economico piuttosto rilevante: ogni anno, infatti, il solo Ghana importa circa 50mila tonnellate di pomodoro concentrato, con il risultato d'aver ridotto gran parte del continente africano da produttore a consumatore, con un mercato dai volumi d'affari piuttosto interessanti per l'Italia che, in tale contesto, se la gioca ad armi pari persino con la Cina.

Tanto che nel loro reportage Liberti ed Auvillain giungono ad affermare che, nel 2013, l'industria italiana del pomodoro trasformato ha raggiunto i 1,127 milioni di tonnellate di conserve esportate, corrispondente ad un fatturato di 846 milioni di euro, in un mercato che ha fatto registrare una crescita dell'8,32%, solo nell'ultimo anno.

Ciò non bastasse, c'è un'altra nota poco edificante: se è vero che i container partono dalla Campania alla volta dell'Africa, viceversa la produzione agricola è stata invece delocalizzata in Puglia, dal momento che i rigogliosi e fertili suoli dell'agro napoletano sono stati man mano divorati da un'urbanizzazione insensata e selvaggia, oltre che dai veleni come per decenni è avvenuto nella Terra dei Fuochi.

Così, la piana della Capitanata nel foggiano, un tempo fiore all'occhiello delle culture cerealicole, si è oggi trasformata in un'immensa miniera a cielo aperto per la produzione di “oro rosso”, causa principale di questa ondata di colonizzazione mercantile che ha generato nuovi schiavi.

L'indagine di Liberti ed Auvillain si conclude, infine, con i seguenti dati “L'Italia, terza potenza agricola europea, dopo Francia e Germania, si contende con la Spagna il primato della produzione di ortaggi: negli ultimi 10 anni, secondo i dati forniti da Oxfam, d'altro canto l'Unione europea avrebbe sovvenzionato la produzione totale di pomodoro in Europa per circa 34,5 euro a tonnellata, tanto da coprire addirittura il 65% del prezzo di mercato del prodotto finale”.

Un tanto per chi fosse ancora convinto che alle centinaia di clandestini, che arrivano quotidianamente sulle nostre coste provenienti dall'Africa, rimangano forse parecchie alternative  per poter restare e poter sopravvivere nel loro Paese.

domenica 3 agosto 2014

“Governare gli italiani non è difficile, è inutile”

Per alcuni potrà anche essere consolatorio liquidare con l'appellativo di “gufi” tutti coloro (non solo ex comici ma anche autorevoli economisti) che, già da diversi anni, affermano che quella che stiamo vivendo è la più grande crisi mai occorsa da secoli, perché è globale e perché è basata sul debito: un indebitamento di tutti con tutti, causato innanzitutto da un eccesso di promesse, essendo comunemente risaputo il fatto che ogni promessa è debito.

Tutto inizia quando una persona comunica di avere un bisogno e, il fatto stesso che lo comunichi, significa che non è in grado di soddisfarlo autonomamente, tanto da rivolgersi ad altri per chiedere aiuto, il che vale a dire, direttamente o indirettamente esprimere un desiderio: sta tutto qua l'inghippo, perché il bisogno è un fatto reale e concreto, mentre il desiderio rappresenta solo la sua espressione psicologica.

Le due cose, lungi dal coincidere, il più delle volte non sono anzi nemmeno collegate, come dimostrano l'esempio della moda e quello della pubblicità, che fanno desiderare cose di cui, nella maggior parte dei casi, non abbiamo affatto bisogno: così, uno ha la necessità di coprirsi ma, per qualche oscuro motivo, desidera proprio una giacca di Armani perché gli è stato fatto credere che, grazie a quell'oggetto, avrebbe soddisfatto sia un bisogno che un desiderio.

Le promesse hanno, comunque, qualcosa che le accomuna ai desideri: vengono formulati entrambi attraverso il linguaggio, sono soltanto “parole”: viviamo in un modello di società in cui i desideri vengono alimentati da promesse fatte in anticipo, e poi gestiti e soddisfatti da altre promesse, al punto che promesse assolvono al subdolo compito di spostare nel tempo le risposte.

Questo slittamento, questo calcolato ritardo nel soddisfare le domande, crea alla fine debito il quale, venendo a sua volta spostato in avanti e “rifinanziato” con nuove promesse, si espande trasformandosi in un indebitamento etico, politico, culturale, psicologico, economico, totale ed esponenziale: l'esempio più evidente è ogni giorno sotto i nostri occhi, basta avere la voglia di aprirli e guardare.

Dal dopoguerra ad oggi l'Italia sembra essere costantemente impegnata in un'infinita, indeterminabile, assemblea di condominio in cui, a cadenze regolari, viene chiesto ai condomini di votare per il rinnovo dell'amministrazione: tutti si lamentano del vecchio amministratore, lo ritengono inadeguato, se non addirittura incapace o, peggio, colluso per interessi personali.

Ma siamo in un Paese conservatore, perennemente spaventato dal cambiamento, dove gli abitanti fondamentalmente se ne fregano che le promesse vengano effettivamente mantenute, anche a costo di lamentarsi all'infinito dell'amministratore condominiale: perché tutto questo? Forse, come diceva Benito Mussolini, perché “governare gli italiani non è difficile, è inutile”.

lunedì 28 luglio 2014

Lavoro: metà degli italiani non hanno un impiego

Questa volta non si tratta dell'ennesima profezia catastrofica attribuibile ad un qualsivoglia guru pentastellato, bensì la notizia arriva direttamente da uno studio dell'Associazione Bruno Trentin della Cgil, condotto elaborando i dati Istat della Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro: metà degli italiani in età lavorativa non hanno oggi un impiego.

Il tasso di occupazione in Italia corrisponde, infatti, al 48,7%, di poco superiore soltanto a quello della Grecia, tanto da collocarci al penultimo posto tra i Paesi dell'eurozona: in questi termini lo studio evidenzia come, a fronte di un tasso di disoccupazione allineato alla media europea (12,2% in Italia e 11,9% dei 18 principali Paesi europei, secondo i dati del 2013), corrisponda un tasso di occupazione inferiore di quasi 8 punti percentuali rispetto alla corrispondente media continentale.

La peculiarità della situazione evidenziata dal nostro Paese appare ancora più chiara, osservando i dati relativi agli altri stati europei più colpiti dalla crisi, come la Spagna, la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda, dove è ben vero che il tasso di disoccupazione registrato un anno fa è stato superiore al nostro, ma altrettanto è avvenuto a proposito del tasso di occupazione, fatta sempre eccezione per la cenerentola Grecia.

martedì 24 giugno 2014

Finanziamenti Ue per la mobilità sostenibile: dov'è finita l'Italia?

Riceveranno finanziamenti fino a 7.000 euro ciascuno, i 19 progetti selezionati dal concorso europeo denominato "Do The Right Mix", al quale hanno partecipato cittadini di tutti gli stati membri dell'Ue, per la realizzazione di iniziative rivolte all'implementazione della mobilità sostenibile urbana.

Tra le tante proposte presentate, gran parte si sono concentrate sulle modalità di utilizzo della bici in città (come la App ispirata al 'Tour de France', realizzata dalla regione di Arnhem-Nijmegen, nei Paesi Bassi), oppure sullo sviluppo di 'parcheggi intelligenti', come nella città polacca di Gdynia: tali progetti selezionati potranno, inoltre, avvalersi del sostegno Ue anche nello sviluppare attività didattiche e concorsi atti a promuovere, anche a livello locale, nuovi modelli di spostamento eco-sostenibile nelle città.

A margine di questa campagna promozionale del trasporto urbano 'green', Sim Kallas, vicepresidente della Commissione europea nonché commissario ai trasporti si è così espresso “L'Europa ha dimostrato di essere incredibilmente innovativa nella creazione di una cultura della mobilità urbana sostenibile -ha detto- “ci auguriamo che questi finanziamenti possano contribuire a che l'ottimo lavoro svolto sul campo possa continuare.

Nell'elenco dei 19 Paesi vincitori, che vanno dall'Austria alla Spagna, fino al piccolo Lussemburgo, manca -ahimè- l'Italia: si tratta di mancanza di idee, ovvero dell'endemica inerzia della politica nostrana nel saper cogliere le opportunità offerte dall'Europa?

domenica 20 aprile 2014

M5S, rivoluzione in Europa per salvare l'Italia

In un'epoca in cui i giovani politici somigliano sempre più a cloni dei “mariuoli” della prima repubblica, provare a parlare di vecchi che fino alla morte si sono comportati da giovani, potrebbe apparire un po' fuori tema: ma in questi giorni ho in testa una vecchia canzone “Date fiori ai ribelli caduti...al veggente poeta che muor!” che mi porta con la memoria a Bertrand Russell.

Un nome che, per i teenager di oggi, significa poco o nulla mentre per i diciottenni del secolo scorso rappresentava molto: un filosofo inglese, morto il 2 febbraio del 1970 all'età di 98 anni, le cui opere di divulgazione -da Storia delle idee del XIX secolo a Storia della filosofia occidentale- tradotte in edizione economica, introdussero la generazione del sessantotto a concetti che la Pubblica istruzione di allora non intendeva divulgare.

Ma questo signore, che le istantanee del tempo mostravano svettare con la sua chioma bianca in testa alle manifestazioni studentesche e pacifiste, fu soprattutto un modello di vita, tanto che quando si spense lasciò in eredità un dubbio: sarebbero mai stati capaci, quelli che allora erano giovani, di arrivare alla maturità conservando intatto, come lui l'aveva conservato, lo spirito di giustizia che animava quella straordinaria stagione?

La risposta non si sarebbe fatta attendere molto, basterebbe scorrere le mediocri biografie di parecchi politici nostrani che all'epoca stavano sulle barricate, tanto che il salto dal prima al dopo fu totalizzante: i buoni maestri vennero cancellati dai cattivi, lo stesso termine “Grande Vecchio”, fino ad allora utilizzato per indicare una persona autorevole e onesta, subì una mutazione semantica trasformandosi nell'inquietante Belzebù di andreottiana memoria.

Bertrand Russel non fece in tempo ad assistere all'involuzione di quei movimenti, ma è fatto certo che non si sarebbe fatto scrupolo di esternare i suoi dubbi in proposito, pur sapendo che ciò gli avrebbe alienato parecchie simpatie: perché a differenza dei molti opportunisti che cavalcano ogni partito di successo -sempre pronti a balzare in groppa al successivo- e sempre zelanti nel sostenere acriticamente le ragioni del nuovo leader, lui non ha mai avuto paura dell'impopolarità.

Più che per quello che andava scrivendo e filosofando, infatti, Russel fu amato e rispettato da milioni di giovani in tutto il mondo per la sua vita: per l'onestà e l'intelligenza che testimoniava con la sua stessa esistenza, con la sua rivolta contro i pochi che dirigono troppo, contro la falsa libertà delle prigionie culturali, contro la personalizzazione della politica e le bandiere che puzzano di naftlaina.

Povero Grande Vecchio, che morì predicando una rivoluzione difficile, di quelle rivoluzioni che ai bagni di sangue preferiscono la liberazione delle coscienze: nel nostro Paese Russel fu presto dimenticato, in particolare dagli antenati politici di chi, in quest'epoca tanto drammatica, liquida con tono sprezzante, tacciandola di populismo e demagogia da “gufi”, la coraggiosa rivoluzione pacifica del MoVimento 5 Stelle, alla conquista dell'Europa, per provare a salvare  l'Italia.

lunedì 7 aprile 2014

Renzi-Grillo, #neresteràsoltantouno

A far data dal crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989), non c'è stato documento della Dc che non parlasse di “fine del consociativismo”, di Europa, delle “profonde trasformazioni” e dei “rapidi mutamenti”, di “innovazione” e dei “processi da governare” nonché, naturalmente, di risanamento della finanza pubblica, equità e nuova cultura dei diritti.

Non cè stato documento del Pci che non parlasse di “fine del consociativismo”, di Europa, delle “profonde trasformazioni” e dei “rapidi mutamenti”, di “innovazione” e dei “processi da governare” nonché, naturalmente, di risanamento della finanza pubblica, equità e nuova cultura dei diritti.

Non c'è stato documento del Psi e, dopo Tangentopoli, di Forza Italia, An, Udc, Sel, Scelta Civica, per finire con il multiforme Pd (prima Pds, Ppi, Ds, Ulivo, Margherita) che non parlasse (serve ripetere?)...

Improvvisamente i “programmi” hanno via via sostituito gli schieramenti, a partire dal livello delle amministrazioni comunali, dove è prevalso il principio che un bel parcheggio qua, una ripavimentazione là, un sottopassaggio e una grossa arteria di collegamento, fossero più importanti delle idee politiche (e degli intrallazzi) degli amministratori.

Perché, allora, anche la gente che domandava ai politici di far funzionare bene le cose, facendo lo struzzo per non veder le malefatte, è rimasta alla fine delusa? Perché alla gente non va mai bene niente? Forse perché gli italiani, in fondo, non sanno mai cosa vogliono?

Ma no, la realtà è che anche le poche scelte operate in questi ultimi vent'anni dai partiti inciucioni, tanto cari a Re Giorgio, non hanno mai fatto intravedere uno straccio di orizzonte, con ciò apparendo simili a poveri oggetti di scena senza il fondale, il più delle volte troppo impegnati a spartirsi senza ritegno il bottino.

Da quando la sinistra, ad esempio, ha abbandonato l'idea che non si poteva migliorare il mondo senza far quadrare i bilanci, ha pensato che far quadrare i bilanci “fosse” migliorare il mondo: che è esattamente ciò che pensava la destra, ciò che l'ideologia conservatrice ha da sempre teorizzato.

La sinistra, da quel momento in poi, è irrimediabilmente diventata come la destra, ha smesso di esistere, tanto che oggi si ritrova capitanata da un Renzie La Qualunque, per di più convinto che l'unica differenza in politica risieda semplicisticamente tra chi vuole “fare” (o promette di fare) e chi, come il Movimento 5 Stelle o i professoroni, “non vuole fare”.

In realtà, il vero spartiacque sta tutto fra le cose che si possono fare in un modo e le cose che funzionerebbero meglio in un altro modo, tanto che se scomparisse davvero questa differenza, scomparirebbe con lei la democrazia, il confronto, il pensiero, la libertà, il dissenso: lo scontro finale tra l'uomo di centrodestrasinistra e Beppe Grillo è ormai in atto, in Italia per l'Europa, statene certi, alla fine ne resterà soltanto uno.

mercoledì 2 aprile 2014

Ambiente, è dell'Italia il primato europeo delle infrazioni

Al momento sono 119 i procedimenti d'infrazione inflitti dall'Europa nei confronti del nostro Paese, suddivisi in 20 settori diversi, anche se a farla da padrone in questa poco edificante classifica continentale è senza ombra di dubbio tutto il comparto relativo all'ambiente che, da solo, ne conta ben 22.

Tanto che alla fine del mese appena trascorso la Commissione europea ha comunicato ufficialmente l'avanzamento del procedimento d'infrazione contro l'Italia, cui è imputato il mancato recepimento delle normative comunitarie in materia di valutazione dell'impatto ambientale (VIA).

Al riguardo, è stato fissato un termine di 2 mesi per recepire correttamente la normativa, decorso il quale la Commissione si troverebbe costretta a proporre un ricorso alla Corte di Giustizia europea: finora l'atteggiamento adottato dalle nostre istituzioni è sempre stato quello del “tirare a campare”, nella speranza che la Commissione UE rinunciasse ai propositi sanzionatori.

La conseguenza di tale ignavia ha portato, purtroppo, il nostro Paese ad essere, in questi termini, il fanalino di coda di tutti e 28 gli Stati membri: in quest'ultimo caso, in particolare, viene contestato il fatto che finora la legislazione italiana non prescrive che i progetti (sia pubblici che privati) con un impatto ambientale potenzialmente significativo, vengano autorizzati solo dopo un'attenta valutazione dei possibili effetti sull'ambiente e sul clima.

In altre parole, la Commissione contesta il fatto che le leggi ambientali attualmente vigenti in Italia, consentirebbero delle “scappatoie” molto pericolose per la salute dell'ambiente stesso, per non dire della “nebulosità” delle norme in merito alla partecipazione del pubblico alle procedure di VIA, tali da mettere a serio repentaglio la necessaria trasparenza dell'azione amministrativa.

I tempi concessi (2 mesi) per metterci in regola sono veramente stretti, tanto che risulta estremamente difficile immaginare un lieto fine per quest'ennesima procedura d'infrazione, a meno che Speedy Gonzales Renzie non decida che anche le tematiche ambientali, come nel caso del Senato, facciano parte di un passato in attesa di rottamazione: viva l'Italia!

sabato 15 marzo 2014

Che Italia sarebbe oggi, senza il MoVimento 5 Stelle?

E' possibile chiedersi che Italia sarebbe oggi, se poco più di un anno fa il MoVimento 5 Stelle non fosse riuscito a rappresentare un terzo degli italiani in Parlamento? Sì, è possibile, senza che ciò significhi sperare in una risposta del tutto scontata: perchè si tratta di un evento talmente gigantesco da aver prodotto una ristrutturazione del nostro immaginario.

Potrebbe essere interessante ipotizzare chi, tra Pdl e Pdmenoelle, avrebbe infine prevalso grazie al Porcellum, a fronte di un presumibile tsunami di astensionismo: non che l'una o l'altra ipotesi significasse un che di diverso, ma soltanto per chiederci, se non ci fosse stato il M5S, il sindaco Renzie sarebbe mai divenuto premier senza sottoporsi a democratiche elezioni repubblicane?

Probabilmente la risposta giusta è no, con buona pace della stampa di regime che, pur di evitare lo spauracchio pentastellato dell'abolizione del finanziamento pubblico, avrebbe volentieri rinunciato a girare la ruota della fortuna, accontentandosi del grigio e ben più rassicurante Bersani il quale, grazie al suo proverbiale buonsenso, non si sarebbe lontanamente sognato di espellere Berlusconi dal Senato.

Ma tutto ciò non si è fortunatamente avverato: gli onesti portavoce del M5S hanno invaso il Parlamento, iniziando fin dal primo giorno ad armeggiare con l'apriscatole, a scardinare la falsa sacralità di quell'istituzione democratica usurpata da un'immutabile casta attorniata da viscidi lobbisti, a difendere -udite, udite- gli italiani da quei partiti ormai simili a lupi famelici impegnati a spolpare la carcassa di un Paese in agonia.

Sebbene i più alti esponenti di quel marcio sistema consociativo, a partire dall'Uomo del Colle, non si aspettassero un'onda grillina di tali dimensioni (rivedete i sondaggi di un anno fa), dovettero ben presto farsene una ragione: fino a quel giorno gli italiani erano tenuti all'oscuro di quanto realmente tramavano i capi-bastone, da lì in poi ognuno ha avuto finalmente l'opportunità di vedere.

E' anche grazie a ciò che il sociologo e filosofo Edmund Husserl avrebbe definito epochè, infatti, che oggi ogni cittadino grazie al lavoro del M5S è in grado di mettere in discussione ciò che prima dava per scontato (tutti i politici sono uguali, tutti rubano, nessuno mantiene le promesse, ecc.), individuando al contempo cause e responsabilità di ogni decisione politica che lo riguarda.

E' infine grazie a questa meritevole operazione di trasparenza e di partecipazione che ogni italiano, purchè lo decida liberamente, può permettersi di non credere più alle balle spaziali di un Renzie La Qualunque, come pure ai proclami anti-europeisti di chi, non più tardi di due anni fa, votò per l'inserimento nella nostra Costituzione del pareggio di bilancio e a favore del Fiscal Compact: provate a chiedervi, che Italia sarebbe oggi, senza il MoVimento 5 Stelle?

martedì 11 marzo 2014

Allarme Istat, in Italia a crescere è solo la tassazione

Mai come ora c'è bisogno di uscire dalla maretta degli annunci fumosi di Renzusconi, come sempre amplificati dal solito acritico megafono dei media di regime, per agire concretamente verso una corposa riduzione del cuneo fiscale: l'allarme, questa volta, giunge direttamente dalle parole del Presidente dell'Istat, Antonio Golini.

L'attuale tassazione dei redditi da lavoro dipendente, sommata alla variegata gamma di gabelle nazionali e locali, secondo il numero uno dell'Istituto nazionale di statistica, avrebbe infatti causato “una caduta di intensità eccezionale del potere d'acquisto delle famiglie italiane”.

Durante la sua audizione dinanzi Commissione Finanze del Senato, Golini ha infatti riferito che “nel 2012, a fronte di una flessione del Pil del 2,4%, il potere d'acquisto delle famiglie italiane è diminuito del 4,7%”: si tratta di una caduta mai vista del potere d'acquisto, che arriva tra l'altro dopo un quadriennio caratterizzato da un inarrestabile declino.

E c'era pure chi già vedeva la luce in fondo al tunnel...

L'Istat punta dunque il dito sull'abnorme fiscalità che grava sulle spalle degli italiani, indicandola come principale causa del crollo del potere d'acquisto: mentre nella maggior parte degli altri Paesi europei la pressione fiscale è diminuita complessivamente, nel periodo, di 0,5 punti percentuali, in Italia al contrario è aumentata del 3%, raggiungendo la vetta del 43,8% del Prodotto Interno Lordo.

Alla sbarra degli imputati anche il cuneo fiscale e contributivo dei lavoratori dipendenti, che nel 2012 ha raggiunto quota 49,1% dell'intero costo del lavoro, vale a dire che i lavoratori hanno percepito mediamente 16.153 euro l'anno, costando d'altro canto ai datori di lavoro complessivamente  31.719 euro.

domenica 9 marzo 2014

Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi

Checché se ne dica, la vera asimmetria che sta sgretolando l'Europa non è quella tra unione monetaria (realizzata) e unione politica (inesistente), bensì quella lasciata alla discrezione degli Stati nazionali a proposito di fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Nell'attuale scenario di crisi, sempre più spesso si sente proporre, quale unica alternativa all'euroscetticismo, uno scatto in avanti verso l'unione politica: purtroppo non è affatto vero che questo gioverebbe, da solo, a risolvere i profondi problemi che affliggono in modo quasi incurabile gran parte dell'Eurozona.

Per un motivo molto semplice: tra Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi si combatte tra le politiche economiche comunitarizzate (moneta unica e concorrenza) e quelle lasciate in balia dei singoli governi nazionali, vale a dire quelle relative alla fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Siccome le decisioni europee su queste materie devono essere assunte all'unanimità, è sufficiente che uno stato membro sia contrario per far sì che non vi possano essere regole fiscali comuni: ed è proprio grazie all'assenza di soglie minime condivise di tassazione che le imprese hanno finora potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi dove la tassazione era più conveniente.

Questo ha ingenerato, a sua volta, una concorrenza al ribasso per quanto riguarda la tassazione delle imprese: in qualche caso nella forma di aliquote più basse che in passato, in altri casi -come in Italia e in Grecia- attraverso l'incremento dell'evasione fiscale.

L'ovvia conseguenza, visto che i vincoli di Maastricht imponevano soglie basse di deficit, è stato l'aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (in particolare lavoratori dipendenti e pensionati), accompagnato da una progressiva riduzione delle prestazioni sociali erogate dai singoli stati.

Lo stesso meccanismo del voto unanime vale per quanto riguarda le politiche sociali e dell'impiego, standard di protezione e livelli salariali minimi: anche in questo caso l'Europa ha lasciato tutto alla decisione dei singoli stati, contribuendo ad ingenerare un'ovvia riduzione delle protezioni e dei diritti.

L'imminente consultazione elettorale pone dunque alcuni imperativi, soprattutto a quelle forze politiche che, come il MoVimento 5 Stelle, intendono impegnarsi per un vero cambiamento: a partire dalla modifica di quei presupposti sociali regressivi e di quel liberismo mercantilista, su cui sono state costruite tutte le politiche europee, almeno a partire dall'Atto unico europeo del 1986.

Infatti, se non si porrà fine alla guerra dei cachi, ovvero alla concorrenza al ribasso tra i Paesi dell'Eurozona in materia di politiche fiscali e di protezione del lavoro, non sarà mai possibile realizzare una politica economica comune, al punto che anche la sola idea di un'unione politica, quale panacea per risolvere tutti i mali del Vecchio continente, finirebbe con il rappresentare un'ulteriore, cocente delusione.

lunedì 17 febbraio 2014

Per 5 milioni di italiani la salute non è più un diritto

Negli ultimi cinque anni la povertà assoluta è cresciuta in Italia del 60 per cento, coinvolgendo nella sua drammatica escalation il 6,8% dell'intera popolazione, quasi 5 milioni di cittadini: nelle famiglie più povere, pertanto, si spendono in media per la sanità 16,34 euro al mese, rispetto ai 92,45 euro di media di tutte le altre famiglie italiane.

Ma la salute è ancora un un diritto garantito dalla Costituzione?  Pare proprio di no, visto che il più delle volte si è costretti a pagare due volte, con le tasse (per un servizio quasi sempre non all'altezza), con i ticket o con la parcella delle strutture private, come nel caso di esami diagnostici urgenti: un tanto emerge dal primo Rapporto sulla povertà sanitaria e sulla donazione dei farmaci in Italia, realizzato a cura della Fondazione banco farmaceutico.

I numeri rivelano che, dal punto di vista economico, la Fbc nel 2013 ha distribuito gratuitamente ai più bisognosi farmaci per un valore di oltre otto milioni di euro, ovvero circa sei milioni di euro in più di quanto avveniva nel 2007: per quanto riguarda le tipologie dei farmaci donati (75% proveniente dalle aziende produttrici), i più diffusi sono quelli contro l'acidità, gli analgesici, gli antinfiammatori, i preparati per la tosse e quelli contro i dolori articolari e muscolari.

Sempre nel corso del 2013, sono state 24  le aziende che hanno effettuato 274 donazioni, per un totale di 812mila confezioni, mentre alla Giornata di raccolta del farmaco hanno aderito 3.366 farmacie italiane, con una maggiore adesione al Nord (28% circa), rispetto ad una media nazionale del 18,7%: complessivamente sono state raccolte, infine, oltre 350mila confezioni, di cui quasi una su tre nella sola Lombardia.

mercoledì 5 febbraio 2014

Crisi infinita, se non torna la fiducia nella politica

Se da questa crisi non dipendessero i destini di tre quarti delle terre emerse, saremmo più liberi di riconoscervi addirittura un notevole fascino: perché sta facendo emergere una dopo l'altra le vistose falle, da molti per troppo tempo nascoste o sottovalutate, delle nostre stesse idee sia riguardo la politica che l'economia.

L'ultima certezza a cadere è stata che “puoi fare fessi i tuoi elettori una volta, o parecchie volte, ma non puoi farli fessi tutti per sempre: il PD, invece, c'è riuscito, facendo fesso il proprio elettorato per anni e anni, sia quando si trovava alla guida del vapore, sia quando fingeva di opporsi all'odiato “caimano”.

Mentre già nel 2008 i mercati scoprivano che i bilanci di celebrati gruppi bancari erano meno affidabili di quelli della Parmalat di Callisto Tanzi, che i conti pubblici italiani languivano in profondo rosso, che l'introduzione dell'Euro al cambio stabilito dalla Bundesbank, il maggiore partito della sinistra si dilettava a danzare gaudente sul ponte di prua del Titanic.

Qual'è la morale? Nessuna, se non che gli italiani, traditi dalla politica politicante, lontana anni luce dai reali bisogni del Paese, sono ancora oggi immersi fino al collo in una depressione economica ed occupazionale senza un'apparente via d'uscita: la crisi, infatti, potrà finire soltanto quando potremo tornare a fidarci della politica.

Fiducia nella solidità delle nostre banche che torneranno a fare il loro mestiere, nella capacità dello Stato di onorare i debiti, in quella delle imprese di rispettare gli obiettivi industriali, nell'idea che domani si possa avere una qualità della vita migliore di quella di oggi: i dati diffusi a livello europeo, a proposito della corruzione dilagante ad ogni livello nel nostro Paese, ci ricordano invece quanto ancora siamo lontani da un auspicabile cambio di rotta.

Prima di tornare a fidarci della politica, prima di esercitare fino in fondo il libero arbitrio per eleggere una nuova, onesta e competente classe dirigente, dovremmo quantomeno pretendere che tutti gli scandali, coperti in questi anni anche da chi occupa il vertice delle nostre istituzioni repubblicane, emergano finalmente con chiarezza e che, entro i tempi della nostra pur malata giustizia, i responsabili siano una volta per tutte chiamati finalmente a pagare.