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lunedì 28 luglio 2014

Lavoro: metà degli italiani non hanno un impiego

Questa volta non si tratta dell'ennesima profezia catastrofica attribuibile ad un qualsivoglia guru pentastellato, bensì la notizia arriva direttamente da uno studio dell'Associazione Bruno Trentin della Cgil, condotto elaborando i dati Istat della Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro: metà degli italiani in età lavorativa non hanno oggi un impiego.

Il tasso di occupazione in Italia corrisponde, infatti, al 48,7%, di poco superiore soltanto a quello della Grecia, tanto da collocarci al penultimo posto tra i Paesi dell'eurozona: in questi termini lo studio evidenzia come, a fronte di un tasso di disoccupazione allineato alla media europea (12,2% in Italia e 11,9% dei 18 principali Paesi europei, secondo i dati del 2013), corrisponda un tasso di occupazione inferiore di quasi 8 punti percentuali rispetto alla corrispondente media continentale.

La peculiarità della situazione evidenziata dal nostro Paese appare ancora più chiara, osservando i dati relativi agli altri stati europei più colpiti dalla crisi, come la Spagna, la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda, dove è ben vero che il tasso di disoccupazione registrato un anno fa è stato superiore al nostro, ma altrettanto è avvenuto a proposito del tasso di occupazione, fatta sempre eccezione per la cenerentola Grecia.

domenica 9 marzo 2014

Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi

Checché se ne dica, la vera asimmetria che sta sgretolando l'Europa non è quella tra unione monetaria (realizzata) e unione politica (inesistente), bensì quella lasciata alla discrezione degli Stati nazionali a proposito di fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Nell'attuale scenario di crisi, sempre più spesso si sente proporre, quale unica alternativa all'euroscetticismo, uno scatto in avanti verso l'unione politica: purtroppo non è affatto vero che questo gioverebbe, da solo, a risolvere i profondi problemi che affliggono in modo quasi incurabile gran parte dell'Eurozona.

Per un motivo molto semplice: tra Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi si combatte tra le politiche economiche comunitarizzate (moneta unica e concorrenza) e quelle lasciate in balia dei singoli governi nazionali, vale a dire quelle relative alla fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Siccome le decisioni europee su queste materie devono essere assunte all'unanimità, è sufficiente che uno stato membro sia contrario per far sì che non vi possano essere regole fiscali comuni: ed è proprio grazie all'assenza di soglie minime condivise di tassazione che le imprese hanno finora potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi dove la tassazione era più conveniente.

Questo ha ingenerato, a sua volta, una concorrenza al ribasso per quanto riguarda la tassazione delle imprese: in qualche caso nella forma di aliquote più basse che in passato, in altri casi -come in Italia e in Grecia- attraverso l'incremento dell'evasione fiscale.

L'ovvia conseguenza, visto che i vincoli di Maastricht imponevano soglie basse di deficit, è stato l'aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (in particolare lavoratori dipendenti e pensionati), accompagnato da una progressiva riduzione delle prestazioni sociali erogate dai singoli stati.

Lo stesso meccanismo del voto unanime vale per quanto riguarda le politiche sociali e dell'impiego, standard di protezione e livelli salariali minimi: anche in questo caso l'Europa ha lasciato tutto alla decisione dei singoli stati, contribuendo ad ingenerare un'ovvia riduzione delle protezioni e dei diritti.

L'imminente consultazione elettorale pone dunque alcuni imperativi, soprattutto a quelle forze politiche che, come il MoVimento 5 Stelle, intendono impegnarsi per un vero cambiamento: a partire dalla modifica di quei presupposti sociali regressivi e di quel liberismo mercantilista, su cui sono state costruite tutte le politiche europee, almeno a partire dall'Atto unico europeo del 1986.

Infatti, se non si porrà fine alla guerra dei cachi, ovvero alla concorrenza al ribasso tra i Paesi dell'Eurozona in materia di politiche fiscali e di protezione del lavoro, non sarà mai possibile realizzare una politica economica comune, al punto che anche la sola idea di un'unione politica, quale panacea per risolvere tutti i mali del Vecchio continente, finirebbe con il rappresentare un'ulteriore, cocente delusione.

giovedì 5 dicembre 2013

Eurostat: un cittadino italiano su tre è nel tunnel della povertà

A dirlo non è quel solito 'populista' di Beppe Grillo dalle pagine del suo Blog, bensì a parlare questa volta sono i dati pubblicati da Eurostat e relativi all'anno 2012, secondo cui nel nostro Paese quasi un cittadino su tre si troverebbe ormai nel tunnel della povertà, in ciò superati nell'eurozona solo dalla Grecia.

Nello specifico, un anno fa il 19,4% della popolazione era a rischio povertà, il 14,5% seriamente privata dei beni materiali, mentre il 10,3% viveva in una famiglia dove c'era poco lavoro, tanto che a rischio di esclusione sociale erano, in tutto, ben 18,2 milioni di nostri concittadini.

Al punto che, in tutta la zona euro, quelli di Grecia ed Italia sono risultati essere i dati peggiori: in Spagna, altro paese in difficoltà economica e con un tasso altissimo di disoccupazione è, infatti, il 28,2% dei cittadini ad essere a rischio, mentre nel confinante Portogallo la percentuale scende al 25,3%, con Cipro al 27,1% e l'Estonia al 23,4 per cento.

Sorprende, per certi versi, il dato della Germania, dove il rischio povertà si concretizza al 19,6%, a fronte del 19,1% della Francia, entrambe in ogni caso abbondantemente sopravanzate, nella classifica dei poveri stilata da Euostat, dalla Finlandia (17,2%) e dall'Olanda (15%).

Per incrociare dati peggiori di quelli di Italia e Grecia, occorre infine spostare la nostra attenzione ai Paesi fuori dalla zona euro, per trovare al top la Bulgaria (49,3%), preceduta dalla Romania (41,7%), dalla Lettonia (36,5%) e dalla Croazia (32,3%): e c'è ancora qualcuno disposto davvero a credere alle 'favole' di partiti e politicanti, a proposito dell'imminente ripresa economica?