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sabato 28 dicembre 2013

Minchia, signor Presidente

Parole, parole, parole, ripeteva il leit motive d'una canzone di molti anni fa, magistralmente interpretata da Mina e supportata dalla voce profonda di Alberto Lupo: e parole, parole, parole saranno anche quelle trasmesse a reti unificate  dal monocorde discorso di Giorgio Napolitano l'ultima sera dell'anno 2013.

Le sue parole non riguarderanno, c'è da starne sicuri, i danni provocati dal sistema dei partiti che per più di vent'anni ha alimentato i desideri di milioni di italiani con promesse fatte in anticipo, e quindi gestite e soddisfatte da altre promesse, con l'obiettivo di spostare nel tempo le risposte a quelli che sarebbero stati i veri bisogni di questo Paese.

Lui non si scaglierà contro questo slittamento, non lancerà 'moniti' contro il colpevole ritardo dei partiti nell'affrontare le questioni più urgenti, che rappresenta la vera origine del nostro debito pubblico: che significa altresì indebitamento etico, politico, culturale e psicologico, totale ed esponenziale.

Dal dopoguerra ad oggi, infatti, l'Italia è come fosse stata costantemente impegnata in un'infinita assemblea di condominio in cui, a cadenze regolari, viene chiesto ai condomini di votare per il rinnovo dell'amministrazione: e gli amministratori lo fanno organizzando una specie di Festival delle promesse, durante il quale per settimane trascorrono il tempo tra pennivendoli compiacenti e servili conduttori televisivi.

Alla fine, la vittoria del Festival delle parole è sempre andata a chi meglio avesse saputo recitare, a chi avesse saputo regalare le promesse più credibili: lo scorso febbraio, però, le cose sono andate in modo diverso, c'è stato un terremoto, per tutti, tranne che per Lei, signor Presidente, che ha colpevolmente lasciato che questo Paese continuasse ad essere amministrato da quegli stessi falliti e fallimentari amministratori.

Nella piena convinzione, senz'altro frutto della sua infinita saggezza, che agli italiani in fondo non gliene frega niente che le promesse vengano mantenute: a loro piace l'arte per l'arte, vanno matti per le infinite variazioni sul tema che i maestri della parola, anche quelli appena usciti dalla 'sezione giovani' del Festival, creano per catturare l'attenzione e ottenere consenso.

Perché gli italiani, come Lei ben sa, amano essere corteggiati da chi, di volta in volta, si trova al governo, ma senza per ciò pretendere che costui sappia governare: del resto, come disse Mussolini, 'governare gli italiani non è difficile, è inutile'.

Minchia, signor Presidente, è anche per tutto questo che nove milioni di cittadini, alle ore 20.30 di martedì 31 dicembre 2013, avranno deciso di non farsi più ingannare né dalle sue parole, nè da quelle della politica marcia che ha voluto la sua rielezione, con l'unico e non celato scopo di salvare ancora una volta sé stessa e i propri padroni, nonché burattinai.

lunedì 28 ottobre 2013

Repubblica in stato vegetativo

Come è stato possibile, per Pdl e Pdmenoelle, pur con l'esperta guida di Re Giorgio, aggirare i principi della Costituzione e indirizzare le scelte del Paese secondo le loro necessità e paure? La risposta è che gli italiani si sono fatti prigionieri da soli.

Dal dopoguerra in poi, infatti, incurante della densità di senso che portano con sé le parole, la maggioranza di noi ha optato per dar vita ad una sorta di rappresentazione della democrazia repubblicana, rinunciando del tutto alla sua sostanza, ovvero alla partecipazione.

Abbiamo ricevuto in dote una Carta costituzionale, il cui incommensurabile pregio avrebbe dovuto essere quello di garantire il funzionamento del sistema repubblicano ma, già al tempo della scoperta di Gladio e delle decine di piani occulti (strategia della tensione), è venuto a galla il volto impietoso di un'Italia costretta per decenni ad una sovranità limitata.

Tanto che oggi ci troviamo ancora imprigionati dal tabù mascherato dall'ipocrisia che, da destra e da sinistra, ha continuato ad aprire delle vere e proprie brecce in quel marchingegno giuridico che ha permesso al Paese di rimettersi in piedi dopo due guerre mondiali

Con la complicità delle più alte cariche politiche è stato addirittura calpestato il sistema di contrappesi e di garanzie, disegnato dalla Costituzione con la divisione dei poteri (amministrativo, legislativo e giudiziario) e la conseguente distribuzione del controllo tra i diversi organi.

Abili ipnotizzatori mediatici di regime auspicano, ora, l'avvento di nuovi attori politici (Renzie e Marina) per rinverdire i fasti degli italici dogmatismi contrapposti, per continuare a recitare litanie e vecchi salmi.

Il loro unico, inconfessato obiettivo, è infatti quello di salvare il salvabile, con ciò evitando accuratamente di porre domande semplici e fondamentali, che metterebbero in discussione la pelosa, oscena farsa recitata da quelle cariche dello Stato, augurandosi in cuor loro di ottenere future prebende e promozioni dagli stati maggiori delle Larghe Fraintese.

Seriamente: è ancora una repubblica parlamentare, nel senso più alto e funzionante del termine, quella dove un Capo dello Stato ha dato vita (negli ultimi due anni) a ben due diversi governi, entrambi sostenuti dalla stessa maggioranza, senza che questa stessa maggioranza sia  mai stata legittimata dal voto popolare?

E' il volto di una repubblica malata, che versa in uno stato vegetativo, a causa della quotidiana vessazione di quelle regole che ne dovrebbero garantire, viceversa, l'esistenza.

La richiesta di #impeachment del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rappresenta, in questi termini, un passaggio obbligato per liberarci democraticamente del neo-autoritarismo economico-finanziario che ci ha trasformati in uno Popolo a sovranità limitata.

sabato 21 settembre 2013

Giustizia malata, magistrati fortunatamente in buona salute

Ha detto bene il cittadino-portavoce del Movimento 5 Stelle, Manlio di Stefano, a proposito delle parole pseudo-pacificatrici pronunciate da Giorgio Napolitano, anche perchè in Italia non c'è nessuna guerra in atto tra pm e politici, bensì ci sono dei politici che delinquono da 50 anni, e pm che fanno il loro mestiere, che è quello di indagare.

In presenza di una giustizia malata, perennemente sotto accusa, che deve fare quotidianamente i conti con la scarsezza di risorse a disposizione, alla mercè della schizofrenia di legislatori “ad personam”, per molti magistrati sarebbe certamente più comodo stare dalla parte dei poteri forti, piuttosto che combattere il dilagante crimine politico-finanziario, vero cancro di questo Paese.

Con ciò eviterebbero, se non altro, d'essere presi a pesci in faccia da chi dovrebbe ergersi a Garante della Costituzione ma che, viceversa, altro non fa che calpestarla ogni volta che interviene a gamba tesa in difesa della sua incestuosa creatura: il pulp governissimo della sinistra, puntellato dalla mummia di un vecchio pregiudicato, per di più recidivo

Ha detto bene inoltre, Manlio di Stefano, quando ha chiesto a Giorgio Napolitano di fare un passo indietro, rassegnando le dimissioni dalla sua (bis)carica: gli italiani, mi creda signor Presidente, non sentiranno di certo la sua mancanza.

E se questo invito dovesse non bastare, si dovrà passare alle vie di fatto, chiedendo la messa in stato d'accusa del Capo dello Stato per “attentato alla Costituzione”, prima ancora che l'agibilità politica si traduca in una “grazia” concessa al condannato Berlusconi, fatto che violerebbe i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Che l'Italia necessiti di una riforma della giustizia, nessuno lo mette in dubbio, anzi, il suo pessimo funzionamento, soprattutto nel settore civile, è considerata una delle principali cause -secondo l'Ocse- dei mancati investimenti stranieri nel nostro Paese.

Ma non lasciamoci infinocchiare, i mali della giustizia non risiedono affatto nei pm e nei giudici politicizzati, come ha cercato ancora una volta di farci credere il Cavaliere a delinquere, bensì nell'incertezza del diritto, derivante da procedure farraginose e obsolete, che spesso non consentono ai processi di giungere alla loro naturale conclusione.

Gli italiani onesti dovrebbero, pertanto, schierarsi apertamente dalla parte di quei servitori dello Stato che, dribblando prescrizioni brevi e indulti vari, hanno portato a termine il proprio lavoro, che a null'altro è ispirato se non a  far prevalere, sempre e comunque, l'irrinunciabile valore sociale della giustizia.

In questi termini, la miglior cura di cui avrebbe bisogno la giustizia italiana, potrebbe essere quella d'essere governata da persone oneste e competenti, non certo da chi, come il nuovo giudice costituzionale Giuliano Amato, ha rappresentato per il Psi di Craxi, ciò che Giulio Andeotti è stato in questo Paese per la Democrazia Cristiana.

La giustizia è malata: i magistrati, per nostra fortuna, godono ancora di buona salute.