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domenica 29 giugno 2014

Politica: cara casta, ma quanto mi costi?

Ognuno è libero di pensarla come meglio crede, fatto sta che l'attuale apparato istituzionale del nostro Paese, ovvero Parlamento, Governo, Consigli regionali e comunali, nonché la marea diffusa di organismi politici territoriali, costa alle tasche di ogni italiano ben 644 euro l'anno, vale a dire quasi il doppio che in altri paesi europei, come ad esempio la Francia (384 euro) o la Spagna (389 euro).

Tradotto in termini di Pil, ciò significa che l'Italia spende complessivamente il 2,5% del prodotto interno lordo per mantenere la propria inconcludente classe politica, decisamente troppo, se paragonato all'1,3% della Francia, all'1,6% della Germania e all'1,7 della Spagna: solo quattro Paesi in Europa spendono più di noi, Cipro, Portogallo, Austria e Slovenia.

Nel dettaglio, secondo l'indagine condotta dalla Uil Lazio, in collaborazione con Eures, i costi parlamentari avrebbero raggiunto nel 2012 l'incredibile cifra di 1,5 miliardi, con un incremento complessivo di 33 milioni di euro, rispetto ai cinque anni precedenti: per quanto riguarda la Camera dei deputati, in particolare, gli aumenti sarebbero per larga parte imputabili all'impennata del 14% relativa ai costi del personale.

Anche al Senato negli anni 2007-2012 si è registrato un aumento, seppur più contenuto (+9,5%) della spesa per il personale dipendente, a fronte di una minima diminuzione dei costi “politici” del 6,9%: nonostante ciò, la Camera dei deputati ha elargito nel 2013 per indennità e rimborsi per 146,5 milioni di euro, nonché vitalizi ai parlamentari cessati per ulteriori 139,9 milioni, mentre dalle casse del Senato sono usciti 146,1 milioni di euro, di cui 82 per vitalizi.

Confrontando, infine, le spese del Parlamento italiano con il simile organo costituzionale della Francia, emergono divergenze piuttosto rilevanti: il rapporto tra “politici” e popolazione residente in Italia, ad esempio, riferisce di una percentuale dell'1,6% di parlamentari ogni 100 mila abitanti, leggermente superiore a quello francese dell'1,4%.

I costi: come abbiamo sopra detto, un miliardo e mezzo di euro l'anno per il Parlamento del nostro Paese, 870 milioni per quello transalpino, con uno squilibrio maggiore se raffrontato ai costi complessivi dei deputati italiani, rispetto ai colleghi francesi: i primi oltre un miliardo di euro, i secondi quasi la metà (527 milioni per l'Assemblée Nationale), con la conseguenza che ogni italiano spende 26 euro l'anno solo per pagare le spese parlamentari, mentre ogni francese si limita a 13,3 euro.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: dalla lista della spesa dei provvedimenti urgenti che “ce lo chiede l'Europa”, che fine hanno fatto i tagli ai costi della politica?

martedì 24 giugno 2014

Finanziamenti Ue per la mobilità sostenibile: dov'è finita l'Italia?

Riceveranno finanziamenti fino a 7.000 euro ciascuno, i 19 progetti selezionati dal concorso europeo denominato "Do The Right Mix", al quale hanno partecipato cittadini di tutti gli stati membri dell'Ue, per la realizzazione di iniziative rivolte all'implementazione della mobilità sostenibile urbana.

Tra le tante proposte presentate, gran parte si sono concentrate sulle modalità di utilizzo della bici in città (come la App ispirata al 'Tour de France', realizzata dalla regione di Arnhem-Nijmegen, nei Paesi Bassi), oppure sullo sviluppo di 'parcheggi intelligenti', come nella città polacca di Gdynia: tali progetti selezionati potranno, inoltre, avvalersi del sostegno Ue anche nello sviluppare attività didattiche e concorsi atti a promuovere, anche a livello locale, nuovi modelli di spostamento eco-sostenibile nelle città.

A margine di questa campagna promozionale del trasporto urbano 'green', Sim Kallas, vicepresidente della Commissione europea nonché commissario ai trasporti si è così espresso “L'Europa ha dimostrato di essere incredibilmente innovativa nella creazione di una cultura della mobilità urbana sostenibile -ha detto- “ci auguriamo che questi finanziamenti possano contribuire a che l'ottimo lavoro svolto sul campo possa continuare.

Nell'elenco dei 19 Paesi vincitori, che vanno dall'Austria alla Spagna, fino al piccolo Lussemburgo, manca -ahimè- l'Italia: si tratta di mancanza di idee, ovvero dell'endemica inerzia della politica nostrana nel saper cogliere le opportunità offerte dall'Europa?

domenica 20 aprile 2014

M5S, rivoluzione in Europa per salvare l'Italia

In un'epoca in cui i giovani politici somigliano sempre più a cloni dei “mariuoli” della prima repubblica, provare a parlare di vecchi che fino alla morte si sono comportati da giovani, potrebbe apparire un po' fuori tema: ma in questi giorni ho in testa una vecchia canzone “Date fiori ai ribelli caduti...al veggente poeta che muor!” che mi porta con la memoria a Bertrand Russell.

Un nome che, per i teenager di oggi, significa poco o nulla mentre per i diciottenni del secolo scorso rappresentava molto: un filosofo inglese, morto il 2 febbraio del 1970 all'età di 98 anni, le cui opere di divulgazione -da Storia delle idee del XIX secolo a Storia della filosofia occidentale- tradotte in edizione economica, introdussero la generazione del sessantotto a concetti che la Pubblica istruzione di allora non intendeva divulgare.

Ma questo signore, che le istantanee del tempo mostravano svettare con la sua chioma bianca in testa alle manifestazioni studentesche e pacifiste, fu soprattutto un modello di vita, tanto che quando si spense lasciò in eredità un dubbio: sarebbero mai stati capaci, quelli che allora erano giovani, di arrivare alla maturità conservando intatto, come lui l'aveva conservato, lo spirito di giustizia che animava quella straordinaria stagione?

La risposta non si sarebbe fatta attendere molto, basterebbe scorrere le mediocri biografie di parecchi politici nostrani che all'epoca stavano sulle barricate, tanto che il salto dal prima al dopo fu totalizzante: i buoni maestri vennero cancellati dai cattivi, lo stesso termine “Grande Vecchio”, fino ad allora utilizzato per indicare una persona autorevole e onesta, subì una mutazione semantica trasformandosi nell'inquietante Belzebù di andreottiana memoria.

Bertrand Russel non fece in tempo ad assistere all'involuzione di quei movimenti, ma è fatto certo che non si sarebbe fatto scrupolo di esternare i suoi dubbi in proposito, pur sapendo che ciò gli avrebbe alienato parecchie simpatie: perché a differenza dei molti opportunisti che cavalcano ogni partito di successo -sempre pronti a balzare in groppa al successivo- e sempre zelanti nel sostenere acriticamente le ragioni del nuovo leader, lui non ha mai avuto paura dell'impopolarità.

Più che per quello che andava scrivendo e filosofando, infatti, Russel fu amato e rispettato da milioni di giovani in tutto il mondo per la sua vita: per l'onestà e l'intelligenza che testimoniava con la sua stessa esistenza, con la sua rivolta contro i pochi che dirigono troppo, contro la falsa libertà delle prigionie culturali, contro la personalizzazione della politica e le bandiere che puzzano di naftlaina.

Povero Grande Vecchio, che morì predicando una rivoluzione difficile, di quelle rivoluzioni che ai bagni di sangue preferiscono la liberazione delle coscienze: nel nostro Paese Russel fu presto dimenticato, in particolare dagli antenati politici di chi, in quest'epoca tanto drammatica, liquida con tono sprezzante, tacciandola di populismo e demagogia da “gufi”, la coraggiosa rivoluzione pacifica del MoVimento 5 Stelle, alla conquista dell'Europa, per provare a salvare  l'Italia.

lunedì 7 aprile 2014

Renzi-Grillo, #neresteràsoltantouno

A far data dal crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989), non c'è stato documento della Dc che non parlasse di “fine del consociativismo”, di Europa, delle “profonde trasformazioni” e dei “rapidi mutamenti”, di “innovazione” e dei “processi da governare” nonché, naturalmente, di risanamento della finanza pubblica, equità e nuova cultura dei diritti.

Non cè stato documento del Pci che non parlasse di “fine del consociativismo”, di Europa, delle “profonde trasformazioni” e dei “rapidi mutamenti”, di “innovazione” e dei “processi da governare” nonché, naturalmente, di risanamento della finanza pubblica, equità e nuova cultura dei diritti.

Non c'è stato documento del Psi e, dopo Tangentopoli, di Forza Italia, An, Udc, Sel, Scelta Civica, per finire con il multiforme Pd (prima Pds, Ppi, Ds, Ulivo, Margherita) che non parlasse (serve ripetere?)...

Improvvisamente i “programmi” hanno via via sostituito gli schieramenti, a partire dal livello delle amministrazioni comunali, dove è prevalso il principio che un bel parcheggio qua, una ripavimentazione là, un sottopassaggio e una grossa arteria di collegamento, fossero più importanti delle idee politiche (e degli intrallazzi) degli amministratori.

Perché, allora, anche la gente che domandava ai politici di far funzionare bene le cose, facendo lo struzzo per non veder le malefatte, è rimasta alla fine delusa? Perché alla gente non va mai bene niente? Forse perché gli italiani, in fondo, non sanno mai cosa vogliono?

Ma no, la realtà è che anche le poche scelte operate in questi ultimi vent'anni dai partiti inciucioni, tanto cari a Re Giorgio, non hanno mai fatto intravedere uno straccio di orizzonte, con ciò apparendo simili a poveri oggetti di scena senza il fondale, il più delle volte troppo impegnati a spartirsi senza ritegno il bottino.

Da quando la sinistra, ad esempio, ha abbandonato l'idea che non si poteva migliorare il mondo senza far quadrare i bilanci, ha pensato che far quadrare i bilanci “fosse” migliorare il mondo: che è esattamente ciò che pensava la destra, ciò che l'ideologia conservatrice ha da sempre teorizzato.

La sinistra, da quel momento in poi, è irrimediabilmente diventata come la destra, ha smesso di esistere, tanto che oggi si ritrova capitanata da un Renzie La Qualunque, per di più convinto che l'unica differenza in politica risieda semplicisticamente tra chi vuole “fare” (o promette di fare) e chi, come il Movimento 5 Stelle o i professoroni, “non vuole fare”.

In realtà, il vero spartiacque sta tutto fra le cose che si possono fare in un modo e le cose che funzionerebbero meglio in un altro modo, tanto che se scomparisse davvero questa differenza, scomparirebbe con lei la democrazia, il confronto, il pensiero, la libertà, il dissenso: lo scontro finale tra l'uomo di centrodestrasinistra e Beppe Grillo è ormai in atto, in Italia per l'Europa, statene certi, alla fine ne resterà soltanto uno.

domenica 9 marzo 2014

Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi

Checché se ne dica, la vera asimmetria che sta sgretolando l'Europa non è quella tra unione monetaria (realizzata) e unione politica (inesistente), bensì quella lasciata alla discrezione degli Stati nazionali a proposito di fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Nell'attuale scenario di crisi, sempre più spesso si sente proporre, quale unica alternativa all'euroscetticismo, uno scatto in avanti verso l'unione politica: purtroppo non è affatto vero che questo gioverebbe, da solo, a risolvere i profondi problemi che affliggono in modo quasi incurabile gran parte dell'Eurozona.

Per un motivo molto semplice: tra Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi si combatte tra le politiche economiche comunitarizzate (moneta unica e concorrenza) e quelle lasciate in balia dei singoli governi nazionali, vale a dire quelle relative alla fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Siccome le decisioni europee su queste materie devono essere assunte all'unanimità, è sufficiente che uno stato membro sia contrario per far sì che non vi possano essere regole fiscali comuni: ed è proprio grazie all'assenza di soglie minime condivise di tassazione che le imprese hanno finora potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi dove la tassazione era più conveniente.

Questo ha ingenerato, a sua volta, una concorrenza al ribasso per quanto riguarda la tassazione delle imprese: in qualche caso nella forma di aliquote più basse che in passato, in altri casi -come in Italia e in Grecia- attraverso l'incremento dell'evasione fiscale.

L'ovvia conseguenza, visto che i vincoli di Maastricht imponevano soglie basse di deficit, è stato l'aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (in particolare lavoratori dipendenti e pensionati), accompagnato da una progressiva riduzione delle prestazioni sociali erogate dai singoli stati.

Lo stesso meccanismo del voto unanime vale per quanto riguarda le politiche sociali e dell'impiego, standard di protezione e livelli salariali minimi: anche in questo caso l'Europa ha lasciato tutto alla decisione dei singoli stati, contribuendo ad ingenerare un'ovvia riduzione delle protezioni e dei diritti.

L'imminente consultazione elettorale pone dunque alcuni imperativi, soprattutto a quelle forze politiche che, come il MoVimento 5 Stelle, intendono impegnarsi per un vero cambiamento: a partire dalla modifica di quei presupposti sociali regressivi e di quel liberismo mercantilista, su cui sono state costruite tutte le politiche europee, almeno a partire dall'Atto unico europeo del 1986.

Infatti, se non si porrà fine alla guerra dei cachi, ovvero alla concorrenza al ribasso tra i Paesi dell'Eurozona in materia di politiche fiscali e di protezione del lavoro, non sarà mai possibile realizzare una politica economica comune, al punto che anche la sola idea di un'unione politica, quale panacea per risolvere tutti i mali del Vecchio continente, finirebbe con il rappresentare un'ulteriore, cocente delusione.

giovedì 27 febbraio 2014

Made in Italy, 60 miliardi in fumo per la contraffazione alimentare

Secondo i dati forniti da Coldiretti all'ultima edizione di Fieragricola tenutasi a Verona, il valore del Made in Italy alimentare ammonta a ben 250 miliardi di euro, cui vanno aggiunti gli 8 miliardi circa della meccanica agricola: purtroppo, a causa dell'agro-pirateria internazionale, oltre 60 miliardi di euro di fatturato se ne vanno in fumo ogni anno.

Tra i prodotti tipici della nostra impareggiabile produzione alimentare, il più copiato risulta essere il Parmigiano Reggiano, di cui non solo esistono imitazioni in tutti i continenti (dal Parmisan venduto in Usa, Asia e Australia, al Parmesao brasiliano, dal Regianito argentino al Pèamesello belga), bensì è possibile trovare in commercio addirittura un kit per realizzare un falso parmigiano fai-da-te.

La contraffazione alimentare si concentra, in modo particolare, nel settore dei formaggi (pecorino friulano prodotto in Canada e gorgonzola sauce tedesca), dei vini (produzione fai-da-te del Valpolicella, il Barbera bianco rumeno, oppure il Chianti americano), dei salumi (Salame Milano di Copacabana, mortadella siciliana dei balcani, prosciutto cotto Villa Gusto bavarese).

Non solo: anche l'olio e la passata di pomodoro, al punto che le aziende agricole produttrici del Made in Italy chiedono a gran voce la sottoscrizione di specifici accordi WTO (organizzazione mondiale del commercio) a garanzia delle denominazioni protette dalla diffusione dei falsi, oltre che l'estensione in tutta Europa dell'obbligo, come già avviene in Italia, di indicare nell'etichetta l'origine dei prodotti.

martedì 11 febbraio 2014

Rinnovabili, Italia al decimo posto in Europa per consumo di energia pulita

Secondo il recente rapporto Istat Noi Italia 2014, il nostro Paese occuperebbe solo uno sconsolante decimo posto in Europa, per quanto riguarda i consumi di energia prodotta da fonti rinnovabili: l'assenza di adeguati investimenti pubblici, nonché l'endemica lentezza della nostra macchina burocratica starebbero pesantemente condizionando, infatti, anche lo sviluppo del settore delle energie pulite.

Basti pensare che prima di noi si sono piazzati Svezia, Austria, Portogallo, Lettonia, Danimarca, Spagna, Finlandia, Romania e Slovenia, per non tacere del fatto che, entro il 2020, l'Italia dovrà essere in grado di coprire il 17 per cento dei consumi finali di energia, esclusivamente attraverso le rinnovabili, che significa ben sei punti percentuali in più, rispetto al quota del 11,5 per cento, rilevata nel corso del precedente rilevamento.

A tale proposito, risulta interessante vedere cosa accade nelle varie Regioni: la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, infatti, ha fatto registrare un forte incremento in Valle d'Aosta (265,8%) e nelle Province Autonome di Trento (102,4%) e Bolzano (199,6%), mentre tra le altre regioni del Nord solo il Piemonte (32,8 per cento) si è distinto positivamente, rispetto alla media nazionale.

Se è pur vero che al Centro la Toscana rappresenta un esempio virtuoso (33,4%), è altrettanto vero che dall'altra parte troviamo il Lazio con una scarsa percentuale del 10,5%: le cose migliorano, invece, al Sud dove si registrano le quote più alte di consumi di energia elettrica coperte con fonti pulite, come stanno a dimostrare sia il Molise con il 78,6 per cento, che la Calabria con il 58 per cento.

Infine, occorre prendere atto che l'Italia si caratterizza, purtroppo, sia per una forte dipendenza dai mercati esteri, sia per la consistente quota di energia elettrica ancora oggi prodotta da fonti termoelettriche: nel 2012 i consumi elettrici sono stati pari a 5.082,9 Kwh per abitante, con una diminuzione, rispetto all'anno precedente, del 2,4 per cento circa.

Il consumo complessivo di energia elettrica, in questi termini, ha fatto registrare un aumento nel settore agricolo (+0,3%) e nel terziario (+3,4%), mentre è sensibilmente diminuito nell'industria (-6,6%), soprattutto a causa della perdurante crisi che ha portato alla chiusura di parecchie imprese, oltre a quello domestico (-1,0 per cento).

giovedì 30 gennaio 2014

In Italia pensioni minime da fame, se ne accorge pure l'Europa

Così recitava una battuta del grande Ettore Petrolini “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri, che hanno poco, ma sono in tanti”, tant'è che in Italia le pensioni minime siano da fame, se ne accorge pure l'Europa, che ha altresì sottolineato come tale trattamento sia del tutto “inadeguato”, non garantendo affatto agli anziani lo stesso tenore di vita del resto della popolazione.

La cosa che salta immediatamente agli occhi, riguardo al tema delle pensioni minime, non è tanto (o non solo) l'ingiustificata sperequazione con gli assegni e i vitalizi milionari, bensì la sua palese iniquità in un Paese dove ogni anno vengono evasi qualcosa come 120 miliardi di euro.

Un Paese, il nostro, in cui il governo di Palle d'Acciaio Letta si rifiuta ostinatamente di introdurre qualsiasi forma di imposta patrimoniale (praticamente unico in tutta Europa) mentre, al contrario, si permette di regalare alle banche ben 7,5 miliardi di euro, sputando in faccia alle pensioni minime da fame.

La denuncia, questa volta, arriva dal Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d'Europa, che ha evidenziato come il governo italiano stia violando ben sette norme della Carta sociale europea: in un documento di cinquanta pagine, sono state prese in esame le politiche per la lotta alla povertà, all'esclusione sociale, per il diritto alla sicurezza sui posti di lavoro, nonché quelle relative all'accesso ai servizi sanitari e all'assistenza sociale.

Il documento, da poco reso noto, è riferito al periodo che va dal gennaio 2008 al 31 dicembre 2011, mentre la Carta sociale europea, una delle convenzioni internazionali alla base dell'attività del Consiglio d'Europa, è stata firmata a Torino nel 1961 e successivamente riveduta nel 1996.

Naturale complemento alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la Carta ha lo scopo di garantire l'applicazione dei diritti sociali in materia di casa, salute, istruzione, occupazione, libera circolazione, non discriminazione e tutela giuridica dei cittadini: in tale contesto, il Comitato per i diritti sociali è l'organismo paneuropeo, cui aderiscono 47 nazioni, cui è affidato il compito di verificare la compatibilità delle situazioni nazionali, con quanto enunciato nella Carta.

martedì 21 gennaio 2014

Europa 2014, il pericolo cova sotto le ceneri della storia

Sui motivi dei disastri causati nel nostro Paese dall'euro, quasi tutti gli analisti sono concordi: l'unità monetaria è stata lasciata orfana del coordinamento delle politiche economiche e fiscali, tanto che oggi è possibile tranquillamente affermare che gli squilibri che hanno profondamente minato le fondamenta stesse dell'Europa, erano scritti nel progetto stesso dell'Unione.

Per non dire di quanto pensano e disfano dalle parti di Francoforte, come quando, nella conferenza tenuta all'Università Cattolica di Milano il 21 marzo 2011, il Presidente della Bce Mario Draghi ebbe a dichiarare solennemente “Le riforme già fatte, in particolare quella pensionistica, pongono l'Italia tra i Paesi in cui, per assicurare la sostenibilità di lungo periodo dei conti pubblici, occorre una minore correzione dei saldi di bilancio”.

Meno di quattro mesi dopo, nella famosa lettera del 5 agosto inviata all'allora governo presieduto dal pregiudicato Berlusconi, stesa a due mani con Trichet, lo stesso Draghi avrebbe invece scritto, imperturbabile “E' possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità, riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico”.

Nemmeno una parola, invece, venne spesa sull'indecenza dei privilegi di quel milione e mezzo di persone che in questo Paese vivono quotidianamente di politica, nemmeno una parola a proposito delle pensioni d'oro, delle false invalidità e dei vitalizi di un'infinità di ex parlamentari, ex consiglieri provinciali e regionali.

Poi, ovviamente, ci sono anche i problemi strutturali specifici dell'Italia: l'inadeguatezza dei governi che si sono succeduti in questi ultimi vent'anni, la perdurante e diffusa corruzione, l'evasione fiscale, la criminalità organizzata, gli imprenditori ricchi e le aziende povere, visti anche gli investimenti immobiliari fatti dalla nostra borghesia industriale.

Tutto in nome di quel feticcio chiamato stabilità che ha trasformato l'Italia, con il plauso dei principali mezzi d'informazione, avvallato dai due principali partiti responsabili dello sfascio, in una dittatura monarchico-presidenziale retta da Re Giorgio I, nonostante nove milioni di cittadini italiani con il voto al MoVimento 5 Stelle avessero mandato un chiaro segnale di cambiamento, fin qui colpevolmente ignorato.

Ma il pericolo, per l'Italia e l'Europa, cova tuttora sotto le ceneri della storia, visto che a portare Adolf Hitler al potere non fu l'inflazione del 1923, bensì le politiche deflazionistiche dei primi anni '30, attuate, in Germania e altrove, proprio per paura dell'inflazione.

A quel tempo, i politici cercarono di evitare qualsiasi cosa che minacciasse la stabilità della moneta e dei bilanci in pareggio: in Francia lo stato perseguì una rigida politica monetaristica sino al 1936, riducendo gli stipendi dei funzionari pubblici e dei dipendenti dello stato, tagliando le spese per la sanità e l'assistenza sociale, mentre nella Germania del 1932 si ebbe una serie di tagli forzosi sui salari pubblici, sulle rendite e sulle pensioni: il che, purtroppo, suona piuttosto familiare.

domenica 29 dicembre 2013

Mobilità sostenibile, la sfida europea è già iniziata

I numeri parlano chiaro: a fine 2012 in Europa ben 800mila automobilisti si sono serviti del car sharing, con 22mila vetture condivise, mentre le previsioni indicano che, entro i prossimi sei anni, il numero degli iscritti a tale servizio raggiungerà la ragguardevole cifra di 15 milioni di persone, con oltre 240mila veicoli in condivisione, un terzo dei quali ad alimentazione elettrica.

Questi dati, emersi a seguito di una ricerca condotta da AlixPartners, ben rappresentano un fenomeno certamente destinato a far riflettere i principali attori economici e politici anche del nostro Paese, tanto più perché raccontano di un settore vitale, all'interno dell'agonizzante mercato tradizionale dell'auto.

Non è del resto un mistero che, nella sola Italia, il calo delle vendite di automobili abbia fatto segnare, negli ultimi cinque anni, percentuali di poco inferiori al 40%, che rappresentano il peggior risultato dagli anni Sessanta: e questa è una delle poche buone notizie legate alla crisi, che ha quantomeno fatto la propria parte nel diffondere una maggior sensibilità per le tematiche ambientali.

Sempre più persone, in ogni angolo del vecchio continente, si stanno infatti convincendo che per avere città più vivibili, occorre perseguire soluzioni capaci di aggregare risultati come un traffico più snello, una migliore qualità dell'aria e della salute, uniti al risparmio economico.

Per quanto riguarda il nostro Paese, si calcola che occorrerà attendere ancora alcuni anni, per un reale decollo del car sharing, pur essendo già passati dai 17.900 utenti del 2009, ai 22.700 del 2011: allo stesso modo, nonostante il crescente interesse delle case automobilistiche, appare solo teoricamente avviato il settore delle automobili elettriche, come pure necessitano di maggiore implementazione le reti di distribuzione di alimentazione alternativa (Gpl e metano).

Questa crescente consapevolezza, segno di un rinnovato approccio alle tematiche della mobilità, ha comunque bisogno di un costante sostegno da parte dell'opinione pubblica, affinché vengano operate le conseguenti scelte politiche ad ogni livello della pubblica amministrazione.

La sfida europea, dunque, è già iniziata: resta solo da vedere chi nel 2014 sarà in grado di dimostrare con i fatti, di voler assolutamente vincere questa partita, tra le più strategiche per il nostro futuro e per quello delle città nelle quali quotidianamente viviamo.

venerdì 8 novembre 2013

La balla europea del debito pubblico

Non è possibile raccontare la storia di questa crisi, senza conoscere la storia delle politiche sin qui adottate per combatterla, nonché dei loro presupposti, considerati, a torto, alla stregua di assiomi indiscutibili: uno tra tutti, la lotta senza quartiere al debito pubblico di alcuni stati del Vecchio Continente, tra i quali non poteva mancare la nostra malandata penisola.

Tanto che le politiche poste in essere in ambito europeo, al fine del raggiungimento di quell'obiettivo, sono state adottate in assenza di qualsivoglia dibattito pubblico, come se si trattasse di una ineludibile e prioritaria necessità.

Questa ricetta è stata tranquillamente condivisa tanto dai partiti socialdemocratici, quanto da quelli popolari e conservatori al potere, in una sorta di “pensiero unico”, a testimonianza dell'evanescenza globale delle attuali forme e strutture di democrazia rappresentativa: la stessa priorità assegnata alla riduzione del debito pubblico avrebbe, infatti, parecchie ragioni per essere messa in discussione.

Innanzitutto sarebbe opportuno considerare il debito degli stati nel suo complesso, e non soltanto alla sua componente pubblica: nelle dieci maggiori economie capitalistiche, infatti, il debito privato (ovvero quello di famiglie, imprese finanziarie e non finanziarie) si configura sempre come la parte maggiore del debito totale di un Paese.

In secondo luogo, non è corretto affrontare il tema del debito pubblico di una nazione, senza tenere in giusto conto la sua posizione debitoria (o creditoria) nei confronti dell'estero, anche perché la solvibilità di un Paese non significa, necessariamente, scomparsa del deficit pubblico: uno Stato dell'eurozona con un debito pubblico significativo, ma senza deficit nei confronti dell'estero, non rischierà di soccombere sotto la spinta della crisi finanziaria.

Non è un caso, infatti, che tutti i Paesi europei che stanno oggi vivendo una crisi del debito sovrano, avessero negli anni precedenti un'esposizione commerciale e delle partite correnti addirittura in crescita: proprio per questi motivi, l'obiettivo corretto verso cui puntare sarebbe quello di avere una bilancia commerciale in attivo nei confronti dell'estero, come nel caso della Germania.

Terza questione: pur apparendo paradossale, abbiamo potuto toccare con mano come le manovre di riduzione del deficit pubblico fin qui intraprese, abbiano viceversa prodotto un aumento del peso del debito: ciò si è verificato in quanto le politiche fiscali restrittive (taglio della spesa pubblica, aumento delle tasse) hanno causato il crollo della domanda interna, provocando con ciò un forte rallentamento delle attività produttive e del Pil, con la conseguenza di aver peggiorato il rapporto tra quest'ultimo e il debito.

Infine, intestardirsi nell'affrontare il problema del debito soltanto dal versante del debito pubblico, perseverando con le misure di austerity, non offrirà alcuna via d'uscita nemmeno in futuro per Paesi come il nostro, oppure la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l'Irlanda e, presto, la Francia.

Come un cane che si morde la coda, i minori investimenti pubblici (infrastrutture, formazione, ricerca), uniti alle privatizzazioni dei servizi essenziali ed alla riduzione dei salari indiretti (i servizi sociali) e differiti (le pensioni), produrranno, infatti, i propri esiti negativi anche nel lungo termine, sia sulla produttività del lavoro, che sulla competitività stessa del sistema e, quindi, sulla bilancia commerciale.

domenica 13 ottobre 2013

Primi in Europa: gli italiani pagano più di cento tasse

La Cgia di Mestre s'è presa la briga di contarle tutte e, alla fine, il risultato è stato decisamente sconfortante: sono, infatti, di più di cento le tasse e i balzelli che gravano annualmente sulle spalle degli italiani.

Soltanto le prime dieci tasse in classifica garantiscono alla macchina statale circa 413,3 miliardi di euro di introiti, a fronte di un totale di oltre 472 miliardi di entrate tributarie: le imposte che pesano di più sulle nostre tasche sono, senza alcun dubbio, Irpef (Imposta sulle persone fisiche) e Iva (Imposta sul valore aggiunto).

Entrambe garantiscono all'erario un gettito complessivo che sfiora i 260 miliardi di euro l'anno, incidendo addirittura per il 54% sul totale delle entrate fiscali.

A gravare pesantemente sulle attività produttive che ancora sopravvivono, sono invece l'Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), che attualmente garantisce 33,2 miliardi di gettito all'anno, e l'Ires (Imposta sul reddito delle società), che porta all'incasso da parte dello Stato di ulteriori 32,9 miliardi di euro.

Combinando gli studi di Cgia e Codacons emerge, in proposito, che tra lo scorso anno e quello in corso, nel nostro Paese si sono registrati i maggiori aumenti di tasse del vecchio Continente, visto che in Europa nessuno è più tar-tassato di noi.

Solo nel 2013, infatti, ciascun italiano (ivi compresi bambini e ultracentenari) pagherà mediamente 11.800 euro, suddivisi tra imposte, tasse e contributi previdenziali, tutto ciò in cambio di servizi inadeguati e, in alcuni casi, persino scadenti o inesistenti.

Sempre più, del resto, nel momento del bisogno siamo costretti a pagare due volte per lo stesso servizio: succede, ad esempio, se dobbiamo inviare un pacco, se abbiamo bisogno di un esame o di una visita medica specialistica in tempi brevi, di doverci spostare, ma anche nel momento in cui vogliamo che la giustizia (civile e penale) intervenga in tempi ragionevoli, come sono quelli richiesti dalla società in cui viviamo.

Non solo per numero e incidenza delle tasse, anche nel campo delle tariffe (nazionali e locali) l'Italia ha conquistato il primato europeo, con aumenti più alti di tutti i Paesi membri: i trasporti (+5,3%), l'acqua potabile (+6,7%), i rifiuti (+4,7%), ma anche i taxi (+5,2%), la telefonia (+9,9%), i pedaggi autostradali (+4,1%) e le tariffe postali (+10,1%).

Un discorso a parte meritano -secondo Codacons- le tariffe di luce e gas: se è pur vero che in questo settore si sono registrate, nell'ultimo periodo riduzioni delle tariffe, è altrettanto scoraggiante constatare che continuiamo a pagare l'energia più che nel resto d'Europa: nel solo 2012, infatti, le famiglie italiane hanno visto crescere la loro bolletta elettrica dell'11, 2%, contro una media europea del 6,6%.

E' del tutto superfluo ricordare, infine, che la corsa delle tariffe ha un peso determinante nell'erosione del potere d'acquisto delle famiglie, tanto che qualsiasi rincaro delle stesse si traduce, inevitabilmente, in un ulteriore prelievo forzoso che, unito alle gabelle di cui sopra, ha ormai ridotto noi italiani ad essere, oltre che i più tartassati, anche i più poveri cittadini europei.

Sarebbero questi i risultati della tanto decantata 'stabilità', autentico totem  di chi si occupa dei problemi del Paese

domenica 15 settembre 2013

Politica europea: l'austerità ha aumentato le diseguaglianze

Se ne stanno accorgendo, con colpevole ritardo, anche paludate istituzioni da sempre schierate a favore delle politiche di austerity, come il Fmi, al punto da riconoscere che le misure adottate in Europa in questi ultimi anni, si sono rivelate inutili per la riduzione del debito pubblico e il deficit di bilancio.

Anzi, il perdurare della dieta dimagrante imposta in primis dalla Germania, altro non ha causato che l'aumento delle diseguaglianze, accompagnato da un pesante rallentamento della crescita economica.

Opinione condivisa anche da autorevoli economisti, come il premio Nobel Joseph Stiglitz, il quale è convinto che l'ondata di austerità economica, dilagante nel vecchio continente, rischia di compromettere seriamente il modello sociale europeo.

Secondo Stiglitz, inoltre, l'austerità ha avuto il solo effetto di paralizzare la crescita, a fronte di incrementi nelle posizioni fiscali costantemente deludenti, tanto che tale situazione sta contribuendo ad aumentare le diseguaglianze, rendendo con ciò duratura l'attuale debolezza economica.

Ciò che è peggio, è che a pagarne le conseguenze saranno i disoccupati, per parecchi anni a venire: così Oxfam Italia dipinge, nel suo rapporto, il quadro che emerge dai programmi di austerità europei, che hanno ripetuto gli stessi errori delle politiche di aggiustamento strutturale imposte in America Latina, Sud Est Asiatico e Africa Sub-Sahariana, tra gli anni 80 e 90.

Lo studio prodotto da Oxfam Italia indica, addirittura, che gli effetti di tali politiche impediranno ai più poveri di riprendersi, anche quando l'Europa tornerà a crescere, visto che la ricchezza si sta concentrando sempre più nelle mani del 10% degli europei già abbienti.

E' facile prevedere, al riguardo, che senza l'adozione urgente di politiche di stimolo per una crescita inclusiva (investimenti in servizi essenziali, lotta all'evasione ed elusione fiscale), nei prossimi dieci anni il divario esistente tra ricchi e poveri di paesi quali la Grecia, l'Italia, la Spagna o il Portogallo, potrebbe assomigliare a quello oggi esistente nel Sudan o nel Paraguay.

A proposito della situazione in cui versa il nostro Paese, Oxfam Italia rimarca il fatto che, anche da noi, le politiche di austerità dei governi Monti prima, Letta poi, hanno inciso in maniera decisamente negativa sui livelli di povertà e diseguaglianza sociale.

La povertà diffusa, infatti, lungi dall'essere un effetto scontato della crisi economica globale, è spesso causata dall'assoluta mancanza di politiche adeguate e capaci di affrontarla.

La ricetta suggerita da Oxfam Italia, in questi termini, dice che per l'Italia è necessario ed urgente adottare vere misure di stimolo alla crescita e di sostegno ai servizi educativi.

Allo stesso tempo, per evitare che un numero sempre maggiore di italiani finiscano nel baratro della povertà, andrebbero implementate, da subito, politiche attive per il lavoro, atte innanzitutto a combattere il fenomeno della disoccupazione giovanile.

Le risorse necessarie per questa manovre andrebbero, infine, recuperate dalla tassazione delle rendite finanziarie, nonché da una decisa lotta all'evasione fiscale.

Ma, prima di tutto, l'Italia avrebbe bisogno di un governo legittimato dalla volontà popolare, non certo di questo teatrino d'avanspettacolo fatto da guitti, pregiudicati e compagnia cantante, agli ordini di un bis Presidente della Repubblica, ogni giorno che passa sempre meno garante e sempre più monarca assoluto.