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venerdì 14 febbraio 2014

San Valentino, scende in campo il Gran Putto di Fi-Renzie

Da troppo tempo, ormai, svolazzava sulle macerie del PD, tanto che l'abile giravolta di Matteo Renzi non è riuscita a cogliere di sorpresa nessuno, nemmeno Dudù: morto un Letta, se ne fa un altro, deve aver pensato il Gran Putto di Fi-Renzie, dopo avergli sorriso con gli occhioni grandi, mentre gli tirava un colpo in testa.

A fin di bene, perché Enrico Letta non è mai stato un leader, semmai un giovane brontosauro, inevitabilmente destinato all'estinzione: è così che il Gran Putto di Fi-Renzie ha scelto quest'anno di festeggiare San Valentino, non certo scoccando la freccia che fa scoppiare l'amore, bensì usurpando da par suo (complice Re Giorgio) quella sedia, già un tempo appannaggio d'altri demo-dereatani.

Tecnologico e televisivo da sempre, a diciannove anni fu campione per cinque puntate con Mike Bongiorno a La ruota della fortuna, dimostrando fin d'allora agli italiani che le sapeva tutte, portandosi a casa ben 48 milioni 400mila lire, ancor prima di conoscere l'ex tesoriere Lusi, quello accusato di aver prosciugato da solo le casse della Margherita.

Nonostante ciò il Gran Putto di Fi-Renzie ama presentarsi come un candido angioletto, il nuovo perenne, l'emblema di un futuro migliore sempre di là da venire, un politico sempre pronto alla discussione, spiritoso un po' per carattere un po' perché forse Berlusconi gli ha insegnato che per parlare alla pancia dell'elettorato italiano conviene.

Egli incarna perfettamente quello che ci si aspetta da un toscano, ovvero quello stereotipo condiviso che prevede che i toscani, tutti, siano sempre su di giri, con la battuta pronta, effervescenti come Roberto Benigni quando entra a passo di corsa in televisione: in più il Gran Putto di Fi-Renzie ha sempre voglia di menare le mani (in senso politico), ma anche questo è molto fiorentino, come il calcio storico in costume, dove si colpisce la palla ma non si negano due cazzotti agli avversari.

E anche ai compagni di squadra, perché quando parte la rissa l'importante è darle, senza stare a vedere se il nemico si chiama Berlusconi, Cuperlo, Letta o Verdini, se stai nell'arena, meni, lo spettacolo della politica politicante vuole questo: anche il voto popolare appare, in questi termini, del tutto superfluo, mentre si materializza sinistro agli occhi degli italiani lo spettro della fine della democrazia.

martedì 10 dicembre 2013

Unione Europea, la politica sarà capace di andare oltre?

Tutte le decisioni assunte nel corso di questi ultimi anni dai governi dell'eurozona sono state giustificate in nome dei mercati: nel nostro caso, si è operato per ricevere la loro benevolenza ed evitare la loro ira funesta (la prima tradotta nella disponibilità ad acquistare i titoli di stato emessi dal nostro Paese, la seconda nel venderli).

Anche se l'idea (sbagliata) che si debba ossequiare sempre e comunque quello che desiderano i mercati prese vita già negli anni novanta, più precisamente negli anni in cui si concretizzò l'idea della moneta unica: fu allora, infatti, che il presidente della Bunsebank, Hans Tietmeyer, lodò i governi nazionali per aver scelto di privilegiare il “permanente plebiscito dei mercati mondiali”, rispetto ai risultati elettorali.

Tanto che la “dittatura” vigente nel nostro Paese, prima con il governo Monti, ora con quello delle “strette” intese di Enrico Letta, instaurata anche per via dell'intromissione incostituzionale del Capo dello Stato, deve la propria nascita proprio al concetto contenuto in quell'affermazione.

In verità, come ogni persona di buon senso è in grado di sapere, non esiste nessun signor Mercato, essendo i mercati luoghi in cui si scambiano delle cose (scarpe, pesci, azioni, obbligazioni), in genere a fronte di una contropartita in denaro.

Nel caso dei mercati finanziari, si tratta di trader e operatori di borsa, di gestori di fondi di investimento e similari, le cui decisioni non sempre sono basate su aspettative razionali, tanto che non più tardi di un anno fa Warren Buffet (gestore di grandi patrimoni, nonché l'uomo più ricco degli Stati Uniti) ebbe ad affermare “Se i mercati fossero sempre efficienti, a quest'ora io sarei un barbone per strada con una tazza di latta”.

Piuttosto, la crisi che ancora attanaglia parecchi Paesi dell'eurozona, rappresenta un chiaro esempio dell'interazione tra l'imperfezione dei mercati e quella delle decisioni politiche imperfette: prima fra tutte, il Trattato di Maastricht, che diede vita a un'unione monetaria senza un'unione politica.

Altro grave errore, in questi termini, fu quello rappresentato dalla mancata previsione di una via d'uscita dall'euro, cosicché i membri più deboli dell'unione si trovano alla stregua di un Paese del Terzo Mondo che si è sovraindebitato in una valuta forte: in questi termini, appare del tutto improbabile pensare che la stessa Unione Europea possa sopravvivere ancora per molto.

Come fare per scongiurare questa prospettiva? Innanzitutto, andrebbe modificato radicalmente il fiscal compact, tenendo conto non soltanto del debito pubblico, ma anche del deficit della bilancia commerciale, con ciò distinguendo tra spese correnti e investimenti che possono far ripartire la crescita (questi ultimi potrebbero essere co-finanziati dalla Banca europea degli investimenti).

In secondo luogo, si renderebbe necessaria una condivisione europea dei debiti eccedenti il 60% del Pil, ed in terzo luogo, il debito esistente dovrebbe poter essere rifinanziato a tassi non più elevati di quelli attuali.

Chiaramente la Bundsbank non accetterà mai queste proposte, ma le forze politiche che si candidano a rappresentare l'Europa nel 2014 dovrebbero prenderle in seria considerazione: è ora più che mai necessario affermare che il futuro, ovvero il fallimento dell'Unione Europea rappresentano una questione soltanto politica, che si colloca oltre le competenze della Bundesbank e oltre le aspettative dei mercati.

sabato 23 novembre 2013

Ma l'Italia è ancora una democrazia?

Al contrario di quanto a prima vista potrebbe sembrare, il saper distinguere tra una democrazia e una dittatura non è affatto facile, nonostante qualcuno sia ancora convinto che il regolare svolgimento di consultazioni elettorali possa di per sé rappresentare un buon indicatore.

Ne è convinto, ad esempio, il Cavaliere a delinquere Silvio Berlusconi, per il quale il potere costituzionale della magistratura dovrebbe soggiacere al giudizio espresso nei suoi confronti dagli elettori, e ne sono altrettanto convinti pure l'attuale premier-nipote Enrico Letta e il suo mentore Re Giorgio, letteralmente terrorizzati dall'ipotesi di un “Grillo al 51%”.

Ma le cose non stanno così: il mondo è pieno di dittatori eletti tra i brogli o contro un'opposizione che non ha nessuna possibilità di vincere, oppure di dittature hanno persino stabilito un patto implicito con l'opposizione, per cui quest'ultima può presentarsi alle elezioni, a condizione che non si metta in testa di vincerle.

Inoltre, non bisogna dimenticare che le dittature si possono presentare in forme molto diverse: un regime totalitario che ha il controllo su tutti gli ingranaggi del potere (stato, mercato, partiti, sindacati, organizzazioni della società civile e mezzi di comunicazione), non è la stessa cosa di un regime cosiddetto autoritario, in cui esistono un simulacro di pluralismo e cittadini parzialmente indipendenti.

Infine, secondo la divisione al tempo operata da Niccolò Macchiavelli, ci sono dittatori che si accontentano di essere temuti, con ciò reprimendo gli oppositori e offrendo benefici ai propri sostenitori, e altri, più megalomani, che pretendono di essere anche amati: obiettivo, quest'ultimo, che richiede una capillare opera di propaganda e un lavaggio del cervello collettivo.

Neanche le democrazie, del resto, sono così semplici da spiegare: parecchie di queste, infatti, lo sono solo un giorno ogni quattro-cinque anni, tanto da meritare l'appellativo di democrazie “elettorali”, altre sono addirittura riuscite nel paradosso d'essere considerate democrazie, pur senza rispettare i diritti umani o il principio di uguaglianza davanti alla legge (democrazie illiberali).

Altre democrazie, come quella israeliana, sono invece tali solo per una parte della popolazione, distinguendo all'interno dello stesso territorio tra cittadini a pieno diritto e sudditi totalmente sottomessi.

Ci sono, infine, le democrazie dove questioni come l'onestà, la moralità, la legittimità, la rappresentatività o la responsabilità versano in una crisi tanto profonda, che la parola stessa “democrazia” sempre più spesso appare come una formula vuota e priva di ogni significato: ma, allora, l'Italia è ancora una democrazia?

giovedì 3 ottobre 2013

Politici d'avanspettacolo e i costi per il pubblico pagante

Altro che spread sotto controllo, altro che salvati dal baratro dell'instabilità politica, altro che nascita di governi deberlusconizzati, altro che nuove-vecchie-maggioranze: la verità è che siamo di fronte, purtroppo per tutti noi, all'ennesima farsa inscenata dai soliti noti dell'ignobile compagnia di guitti d'avanspettacolo.

I gemelli siamesi democristiani Enrico Letta e Angelino Alfano, separati alla nascita e ricongiunti grazie all'immoral suasion quirinalesca, assomigliano infatti sempre più ai compianti Walter Chiari e Carlo Campanini nel loro memorabile sketch intitolato“Vieni avanti, cretino!”, dove l'ultima parola è ormai sinonimo di “italiano”.

Tutto questo, mentre l'Istat (non Beppe Grillo) ci comunica che il potere di acquisto delle famiglie nel nostro Paese è sceso del 4,7% nel 2012, facendo registrare il peggior calo dal 1990, a fronte del reddito disponibile delle famiglie per il consumo, che è calato a sua volta del 2%.

Come hanno calcolato le associazioni dei consumatori, il calo del potere d'acquisto si è tradotto, in pratica, in una tanto disastrosa quanto invisibile “stangata” da 1.642 euro per una famiglia composta da tre persone, 1.809 euro per una di quattro.

Con la logica conseguenza che, come dovrebbero ben sapere i nostri due gemelli ridens, fintanto che le famiglie non avranno soldi da spendere, i commercianti non potranno vendere, gli industriali non potranno produrre e, pertanto, i disoccupati non potranno trovare lavoro.

Per non tacere del fatto che, causa il perdurante crollo del potere d'acquisto anche nel corso di quest'anno, in ciò anche alimentato dall'aumento dell'Iva, gli italiani dovranno auto-infliggersi, entro la fine del  2013, ulteriori tagli al budget famigliare.

Fino a quando saremo ancora costretti ad assistere, in qualità di pubblico pagante, al penoso teatrino dei politici d'avanspettacolo che ingrossano le fila di questa maggioranza delle rinnovate false intese e delle facili spese? Il vaso è colmo, colmo, colmo.

martedì 30 luglio 2013

Ma davvero io sono più benestante di Enrico Letta?

E' bene mettere in chiaro, fin da subito, una cosa: il premier Enrico Letta non è più povero di me, anzi.

Il fatto è che, a seguito di una circolare del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi, in ottemperanza di quanto previsto dalle normative sulla trasparenza introdotte con il Dlgs. n. 33 del 14 marzo scorso, tutti i membri del governo hanno dovuto pubblicare online i dati sulla loro situazione reddituale e patrimoniale.

Ciò che mi ha stupito vedere, al riguardo, sono stati i dati forniti dal nostro Presidente del Consiglio, in relazione al patrimonio di sua proprietà.

Probabilmente, ho subito pensato, aver fatto di mestiere il “nipote” per 26 anni, non gli ha reso poi così tanto.

Infatti, a fronte di un reddito imponibile, per l'anno 2012, di 123.893 euro lordi (?), Enrico Letta ha dichiarato di non possedere alcun patrimonio, in pratica nemmeno l'automobile.

A differenza di chi scrive, invece, che risulta proprietario (al 50% con la propria consorte) di un appartamento (gravato ovviamente da un mutuo) e di una Toyota immatricolata nel 2003.
Di fatto -quantomeno sotto il profilo patrimoniale- sono più ricco io!

Ora, non è per fare i conti in tasca al premier (anche se...perchè no?) ma, sempre a differenza del sottoscritto, Enrico Letta proviene da una famiglia nella quale il padre è stato professore all'Università di Pisa, oltre ad aver ricoperto diversi incarichi di prestigio.

Inoltre, già nel 1998, a soli 32 anni, l'attuale Presidente del Consiglio era già stato Ministro, mentre la sua prima elezione in Parlamento risale al 2001: un vero e proprio predestinato.

Ora, come tutti sanno, i parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa (fatti salvi quelli del Movimento 5 Stelle che restituiscono gran parte delle indennità), tanto che sorge spontanea la domanda: dove avrà messo tutti i soldi finora incassati il nostro “ggiovane” premier?

La prima risposta che viene alla mente è che potrebbe averli spesi tutti, e del resto sarebbe più che lecito.
Mentre -sempre il sottoscritto- il cui papà non è stato professore universitario (avendo trascorso i suoi anni migliori a combattere per la patria), che di lavoro non fa il politico, per il solo fatto di avere un appartamento di proprietà e un'auto vecchia di dieci anni, si ritrova, invece, a dover pagare Imu, mutuo, bollo e Rc auto.

Non so, magari il cattolico Letta avrà intestato tutto alla sua seconda moglie, oppure avrà speso tutto quanto per il mantenimento dei suoi tre figli, oltre che per quello della prima moglie, tra l'altro completamente cancellata (come l'ex moglie trentina del Duce) dalle biografie che lo riguardano.

Alla fine, mi sono dovuto arrendere: è proprio vero, io sono più benestante di Enrico Letta.