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lunedì 10 febbraio 2014

Cannabis, Letta difende la Fini-Giovanardi davanti alla Consulta

Potrebbe davvero essere questione di ore, per l'abrogazione della Fini-Giovanardi, ovvero la legge che dal 2006, equiparando la cannabis alla cocaina, ha di fatto contribuito a far crescere a dismisura il numero dei detenuti per spaccio di droga nelle già sovraffollate carceri italiane: la questione di legittimità delle norme, infatti, si trova in questi giorni sui banchi della Corte Costituzionale.

La Consulta dovrà esprimersi sulla paventata violazione dell'art. 77 della Costituzione, causa la disomogeneità della norme contenute nella Fini-Giovanardi, rispetto a quelle dell'originario decreto legge: in caso di pronuncia favorevole della Consulta, i suoi effetti riguarderebbero sia i processi in corso, sia quelli già definiti, riesumando con ciò le pene più lievi (da 2 a 6 anni di carcere) per lo spaccio di droghe leggere, anziché la reclusione da 6 a 20 anni e la multa (da 26mila a 260mila euro) attualmente in vigore.

In caso di bocciatura, invece, le relative valutazioni spetteranno, caso per caso, al giudice di merito: a tale proposito occorre ricordare che, a fine anno 2013, su circa 23mila imputati totali, ben 8mila risultavano incarcerati per violazione della legge sugli stupefacenti, mentre su oltre 40mila condannati in via definitiva, 15 mila stavano scontando la pena per questo tipo di reato.

Il merito d'aver portato la questione all'attenzione della Consulta, è della terza sezione penale della Cassazione, cui aveva fatto ricorso un uomo che, per aver detenuto 3,8 chilogrammi di cannabis, era stato condannato dal Tribunale di Trento a quattro anni di reclusione e 26mila euro di multa, senza poter così usufruire della sospensione condizionale della pena.

A giudizio degli ermellini, dunque, la Fini-Giovanardi rappresenterebbe un chiaro esempio di pasticcio legislativo all'italiana, visto che l'originale decreto d'urgenza, varato dall'esecutivo al tempo guidato da Silvio Berlusconi, riguardava argomenti del tutto disomogenei tra loro: lo svolgimento delle Olimpiadi invernali a Torino, misure per prevenire e combattere la criminalità organizzata, il diritto di voto degli italiani all'estero e, infine, norme per favorire il recupero dei tossicodipendenti.

L'equiparazione tra droghe pesanti e quelle leggere (con il conseguente inasprimento delle pene), fu invece introdotto in sede di approvazione parlamentare, ancora una volta grazie alla pessima (e tuttora perdurante) consuetudine del maxi-emendamento monstre, che aveva di fatto riscritto il testo sul quale il governo aveva posto la fiducia, senza peraltro aver bisogno di agitare lo spettro della "ghigliottina", data la qualità dell'opposizione del 2006.

I giudici della Corte Costituzionale -che affronteranno la questione nei prossimi giorni in Camera di Consiglio- potrebbero così bocciare due articoli (il 4-bis e il 4-vicies ter) della Fini-Giovanardi, proprio perché adottati abusando del limite di esercizio del potere legislativo in sede di conversione (guarda un po') della decretazione d'urgenza.

Ad ulteriore dimostrazione (ce ne fosse ancora bisogno) della “finta” opposizione del Partito Democratico nei confronti dell'allora governo Berlusconi, ecco che il governo Letta si è prontamente costituito in giudizio, chiedendo alla Consulta di pronunciarsi a favore del mantenimento della Fini-Giovanardi.

Viene da chiedersi: cosa ne pensano gli elettori del PD della coerenza del coriaceo ex oppositore Enrico Letta, oggi a paladino di quel governo di centrodestra, tanto da ritenere che l'equiparazione tra cannabis e cocaina avrebbe risposto alla “straordinaria urgenza e necessità di disciplinare una materia di fondale importanza ai fini della tutela della salute collettiva, nonché ai fini della salvaguardia della sicurezza pubblica”?

sabato 21 settembre 2013

Giustizia malata, magistrati fortunatamente in buona salute

Ha detto bene il cittadino-portavoce del Movimento 5 Stelle, Manlio di Stefano, a proposito delle parole pseudo-pacificatrici pronunciate da Giorgio Napolitano, anche perchè in Italia non c'è nessuna guerra in atto tra pm e politici, bensì ci sono dei politici che delinquono da 50 anni, e pm che fanno il loro mestiere, che è quello di indagare.

In presenza di una giustizia malata, perennemente sotto accusa, che deve fare quotidianamente i conti con la scarsezza di risorse a disposizione, alla mercè della schizofrenia di legislatori “ad personam”, per molti magistrati sarebbe certamente più comodo stare dalla parte dei poteri forti, piuttosto che combattere il dilagante crimine politico-finanziario, vero cancro di questo Paese.

Con ciò eviterebbero, se non altro, d'essere presi a pesci in faccia da chi dovrebbe ergersi a Garante della Costituzione ma che, viceversa, altro non fa che calpestarla ogni volta che interviene a gamba tesa in difesa della sua incestuosa creatura: il pulp governissimo della sinistra, puntellato dalla mummia di un vecchio pregiudicato, per di più recidivo

Ha detto bene inoltre, Manlio di Stefano, quando ha chiesto a Giorgio Napolitano di fare un passo indietro, rassegnando le dimissioni dalla sua (bis)carica: gli italiani, mi creda signor Presidente, non sentiranno di certo la sua mancanza.

E se questo invito dovesse non bastare, si dovrà passare alle vie di fatto, chiedendo la messa in stato d'accusa del Capo dello Stato per “attentato alla Costituzione”, prima ancora che l'agibilità politica si traduca in una “grazia” concessa al condannato Berlusconi, fatto che violerebbe i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Che l'Italia necessiti di una riforma della giustizia, nessuno lo mette in dubbio, anzi, il suo pessimo funzionamento, soprattutto nel settore civile, è considerata una delle principali cause -secondo l'Ocse- dei mancati investimenti stranieri nel nostro Paese.

Ma non lasciamoci infinocchiare, i mali della giustizia non risiedono affatto nei pm e nei giudici politicizzati, come ha cercato ancora una volta di farci credere il Cavaliere a delinquere, bensì nell'incertezza del diritto, derivante da procedure farraginose e obsolete, che spesso non consentono ai processi di giungere alla loro naturale conclusione.

Gli italiani onesti dovrebbero, pertanto, schierarsi apertamente dalla parte di quei servitori dello Stato che, dribblando prescrizioni brevi e indulti vari, hanno portato a termine il proprio lavoro, che a null'altro è ispirato se non a  far prevalere, sempre e comunque, l'irrinunciabile valore sociale della giustizia.

In questi termini, la miglior cura di cui avrebbe bisogno la giustizia italiana, potrebbe essere quella d'essere governata da persone oneste e competenti, non certo da chi, come il nuovo giudice costituzionale Giuliano Amato, ha rappresentato per il Psi di Craxi, ciò che Giulio Andeotti è stato in questo Paese per la Democrazia Cristiana.

La giustizia è malata: i magistrati, per nostra fortuna, godono ancora di buona salute.