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sabato 12 ottobre 2013

Alitalia, storia di un fallimento infinito

Alitalia altro non è che uno dei tanti buchi neri italiani, come Telecom, come la Rai, all'interno dei quali, oramai da decenni, vengono risucchiati e spariscono i soldi dei contribuenti italiani.

Fin dai tempi in cui la compagnia di bandiera era in mano pubblica, abbiamo assistito inermi ad ogni genere di disastri gestionali: scorpori, cambi di management, ricapitalizzazioni, con l'unico ed inconfessato obiettivo di renderla più appetibile a quel gruppo di 'privati', legati a doppio filo con il Pdl e il Pdmenoelle.

Per garantire i guadagni ai loro 'amici' capitanati da Colaninno senior, gli stessi partiti delle odierne false intese si inventarono addirittura una bad company (dove sono confluite le perdite aziendali da far pagare ai cittadini), assicurando al contempo alla nuova Alitalia un monopolio triennale sulla rotta più remunerativa, la Milano-Roma.

Quegli stessi partiti, inoltre, trovarono pure delle banche compiacenti, disposte a buttar via un po' di soldi dei loro azionisti, pur d'imbarcarsi in un'avventura che, viste le premesse, altro non poteva che rivelarsi fallimentare.

Gli unici a non aver perso un centesimo, anzi, ad aver tratto profitto personale dalla combinazione tra marketing elettorale e politico, furono al tempo il Cavaliere a delinquere e l'ex ministro Corrado Passera.

Dall'altra parte gli sconfitti, come sempre accade in questo Paese, sono stati i cittadini italiani che hanno pagato un conto salato da più di cinque miliardi, bruciati sull'altare delle ambizioni personali di questi impresentabili personaggi.

Allora: perché non disfarci di Alitalia? Per alcuni, come Capitan Findus Letta e il suo valletto Lupi, la vendita significherebbe privarci di un 'asset strategico' (?) per il Paese, altri tirano in ballo addirittura (come già per Telecom) questioni legate alla sicurezza nazionale.

Come se vendere Alitalia possa, ad esempio, impedirci di disporre di velivoli per trasportare le nostre truppe a Shangai, in caso di guerra con la Cina.

Cosa significa, invece, 'asset strategico'? Per politici e sindacati, fino ad oggi, ha voluto dire mantenere in piedi un'azienda colabrodo in cui l'hanno sempre fatta da padroni, con il risultato di un fallimento infinito che è sotto gli occhi di tutti.

Il tentativo di 'privatizzazione' del 2008, del resto, dovrebbe aver insegnato anche ad un bambino che non ci si può improvvisare manager di una compagnia aerea, ci vogliono competenze professionali specifiche, non bastano le 'amicizie' politiche.

Invece no, il governo dell'Inciucio ci riprova: un bel versamento da parte di Poste Italiane di una quota iniziale di 75 milioni di euro, cui va aggiunto un centinaio di milioni per la quota di debito della compagnia a carico pubblico, su un totale di quasi un miliardo.

Vedremo tra qualche mese se l'operazione di resuscitare, per la seconda volta, il cadavere di Alitalia, non avrà invece contagiato anche l'azienda 'al servizio dei cittadini che rappresenta un motore di sviluppo per l'intero Paese', come recita la pubblicità di Poste Italiane.

mercoledì 25 settembre 2013

Italia in vendita: tocca a Telecom, Olè

Non ci avevano detto che gli spagnoli stavano peggio di noi? Se questo è vero, com'è che un'azienda indebitata come Telefonica può venire a fare acquisti in un settore strategico come quello della telefonia italiana, mentre noi siamo costretti a svendere anche i gioielli di famiglia?

Come bene spiega Codacons, infatti, il problema non è tanto se una società è italiana, oppure straniera, bensì il fatto che questa società, la Telecom appunto, controlla il mercato della telefonia del nostro Paese dalla posizione dominante di price maker.

Quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi, altro non è che il risultato di politiche autolesioniste (se non di malaffare), attuate in spregio dei più elementari diritti dei cittadini da cinquant'anni di casta politica (ben rappresentata anche nel governo Letta), che, con la privatizzazione di Telecom, ha saputo solo trasferire i privilegi dell'ex monopolista pubblico all'oligopolista privato.

Tanto che, come si evince dai dati contenuti nell'ultima rilevazione dell'Agicom, Telecom Italia possiede il 46,7% della spesa finale degli utenti di rete fissa e telefonia mobile, quasi il cinquantuno per cento delle quote di mercato nei servizi a banda larga retail e, infine, il 64% degli accessi diretti a rete fissa, con il picco del 78,4% in provincia di Trento.

Forse è troppo tardi per intervenire, anche se, in primis le associazioni dei consumatori stanno chiedendo a gran voce alcune garanzie per i futuri utenti italiani della spagnola Telefonica.

In particolare, si chiede l'eliminazione del canone Telecom, che potrebbe essere utilizzato dallo Stato per finanziare la banda larga veloce, piuttosto che arricchire i nuovi azionisti spagnoli, oltre all'abolizione delle penali, che ancora oggi sono costretti a pagare gli utenti che abbandonano la compagnia telefonica, nonostante siano vietate dalla legge.

Nell'assenza totale di una qualsivoglia strategia governativa, rischiamo seriamente di fare la fine dell'Albania, con tutti i più importanti settori strategici controllati da soggetti stranieri.

Per tutta risposta, dalla barca dell'Inciucio, guidata a vista (?) e protetta dall'illustre concittadino di Capitan Schettino, si ribadisce l'intenzione di voler far tornare le nostre aziende in Italia: peccato che, prima con Alitalia ai francesi di Air France, ora con Telecom agli spagnoli di Telefonica, siano le nostre aziende a diventare straniere.