domenica 13 aprile 2014

Politica e suicidi, eroismo o depressione?

Nell'estate del 1968 viveva a Praga un ragazzo di nome Jan Palach: quando i carri armati russi invasero la sua città, ponendo fine alla "Primavera", lui per protesta si diede fuoco in mezzo alla piazza principale della città e morì.

La sua morte, così atroce, commosse al tempo il mondo intero, tanto che per tutti Jan Palach divenne un eroe, un martire (anzi, di più: un martire-ragazzo), il simbolo straziato della vita immolata per un bene più grande, quello della libertà.

Ci vollero poco più di vent'anni perché in quella stessa piazza di Praga, dopo il crollo del Muro di Berlino, tornasse la gente in festa: lui a quella scena non poté assistere, a differenza dei suoi compagni di allora che vedevano finalmente, felici e quasi increduli, realizzarsi tutte le loro speranze.

Gli amici di Jan furono forse meno radicali di lui, meno profetici, meno coraggiosi o, forse, soltanto più lungimiranti e, soprattutto, più vitali? Il gesto di Jan Pallach fu, dunque, il massimo della non rassegnazione o, piuttosto, il massimo della rassegnazione?

Non ho una una risposta, però la vorrei: fu il suo un gesto di massima opposizione al regime totalitario o -paradossalmente- la più radicale delle subalternità, l'accettazione più totale e irreversibile della sconfitta? Fu un gesto eroico di vita, o depressione e morte?

In questi termini: perché se uno immola la propria vita per un motivo politico è sempre un eroe, mentre se lo fa per motivi personali, come per il fallimento della propria impresa o per la perdita del posto di lavoro e, con esso, della propria dignità, è considerato da tutti soltanto un malato, un depresso?

Personalmente, non sono del tutto convinto che il valore di testimonianza politica sia sufficiente a riscattare un gesto altrimenti considerato autolesionista, ma non credo neppure che la morte scelta significhi soltanto e sempre una debole resa. “Tuttavia, per me, sarà sempre una sorpresa se dovrò smettere di vivere” (Dashiell Hammett).