domenica 20 aprile 2014

M5S, rivoluzione in Europa per salvare l'Italia

In un'epoca in cui i giovani politici somigliano sempre più a cloni dei “mariuoli” della prima repubblica, provare a parlare di vecchi che fino alla morte si sono comportati da giovani, potrebbe apparire un po' fuori tema: ma in questi giorni ho in testa una vecchia canzone “Date fiori ai ribelli caduti...al veggente poeta che muor!” che mi porta con la memoria a Bertrand Russell.

Un nome che, per i teenager di oggi, significa poco o nulla mentre per i diciottenni del secolo scorso rappresentava molto: un filosofo inglese, morto il 2 febbraio del 1970 all'età di 98 anni, le cui opere di divulgazione -da Storia delle idee del XIX secolo a Storia della filosofia occidentale- tradotte in edizione economica, introdussero la generazione del sessantotto a concetti che la Pubblica istruzione di allora non intendeva divulgare.

Ma questo signore, che le istantanee del tempo mostravano svettare con la sua chioma bianca in testa alle manifestazioni studentesche e pacifiste, fu soprattutto un modello di vita, tanto che quando si spense lasciò in eredità un dubbio: sarebbero mai stati capaci, quelli che allora erano giovani, di arrivare alla maturità conservando intatto, come lui l'aveva conservato, lo spirito di giustizia che animava quella straordinaria stagione?

La risposta non si sarebbe fatta attendere molto, basterebbe scorrere le mediocri biografie di parecchi politici nostrani che all'epoca stavano sulle barricate, tanto che il salto dal prima al dopo fu totalizzante: i buoni maestri vennero cancellati dai cattivi, lo stesso termine “Grande Vecchio”, fino ad allora utilizzato per indicare una persona autorevole e onesta, subì una mutazione semantica trasformandosi nell'inquietante Belzebù di andreottiana memoria.

Bertrand Russel non fece in tempo ad assistere all'involuzione di quei movimenti, ma è fatto certo che non si sarebbe fatto scrupolo di esternare i suoi dubbi in proposito, pur sapendo che ciò gli avrebbe alienato parecchie simpatie: perché a differenza dei molti opportunisti che cavalcano ogni partito di successo -sempre pronti a balzare in groppa al successivo- e sempre zelanti nel sostenere acriticamente le ragioni del nuovo leader, lui non ha mai avuto paura dell'impopolarità.

Più che per quello che andava scrivendo e filosofando, infatti, Russel fu amato e rispettato da milioni di giovani in tutto il mondo per la sua vita: per l'onestà e l'intelligenza che testimoniava con la sua stessa esistenza, con la sua rivolta contro i pochi che dirigono troppo, contro la falsa libertà delle prigionie culturali, contro la personalizzazione della politica e le bandiere che puzzano di naftlaina.

Povero Grande Vecchio, che morì predicando una rivoluzione difficile, di quelle rivoluzioni che ai bagni di sangue preferiscono la liberazione delle coscienze: nel nostro Paese Russel fu presto dimenticato, in particolare dagli antenati politici di chi, in quest'epoca tanto drammatica, liquida con tono sprezzante, tacciandola di populismo e demagogia da “gufi”, la coraggiosa rivoluzione pacifica del MoVimento 5 Stelle, alla conquista dell'Europa, per provare a salvare  l'Italia.

domenica 13 aprile 2014

Politica e suicidi, eroismo o depressione?

Nell'estate del 1968 viveva a Praga un ragazzo di nome Jan Palach: quando i carri armati russi invasero la sua città, ponendo fine alla "Primavera", lui per protesta si diede fuoco in mezzo alla piazza principale della città e morì.

La sua morte, così atroce, commosse al tempo il mondo intero, tanto che per tutti Jan Palach divenne un eroe, un martire (anzi, di più: un martire-ragazzo), il simbolo straziato della vita immolata per un bene più grande, quello della libertà.

Ci vollero poco più di vent'anni perché in quella stessa piazza di Praga, dopo il crollo del Muro di Berlino, tornasse la gente in festa: lui a quella scena non poté assistere, a differenza dei suoi compagni di allora che vedevano finalmente, felici e quasi increduli, realizzarsi tutte le loro speranze.

Gli amici di Jan furono forse meno radicali di lui, meno profetici, meno coraggiosi o, forse, soltanto più lungimiranti e, soprattutto, più vitali? Il gesto di Jan Pallach fu, dunque, il massimo della non rassegnazione o, piuttosto, il massimo della rassegnazione?

Non ho una una risposta, però la vorrei: fu il suo un gesto di massima opposizione al regime totalitario o -paradossalmente- la più radicale delle subalternità, l'accettazione più totale e irreversibile della sconfitta? Fu un gesto eroico di vita, o depressione e morte?

In questi termini: perché se uno immola la propria vita per un motivo politico è sempre un eroe, mentre se lo fa per motivi personali, come per il fallimento della propria impresa o per la perdita del posto di lavoro e, con esso, della propria dignità, è considerato da tutti soltanto un malato, un depresso?

Personalmente, non sono del tutto convinto che il valore di testimonianza politica sia sufficiente a riscattare un gesto altrimenti considerato autolesionista, ma non credo neppure che la morte scelta significhi soltanto e sempre una debole resa. “Tuttavia, per me, sarà sempre una sorpresa se dovrò smettere di vivere” (Dashiell Hammett).

lunedì 7 aprile 2014

Renzi-Grillo, #neresteràsoltantouno

A far data dal crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989), non c'è stato documento della Dc che non parlasse di “fine del consociativismo”, di Europa, delle “profonde trasformazioni” e dei “rapidi mutamenti”, di “innovazione” e dei “processi da governare” nonché, naturalmente, di risanamento della finanza pubblica, equità e nuova cultura dei diritti.

Non cè stato documento del Pci che non parlasse di “fine del consociativismo”, di Europa, delle “profonde trasformazioni” e dei “rapidi mutamenti”, di “innovazione” e dei “processi da governare” nonché, naturalmente, di risanamento della finanza pubblica, equità e nuova cultura dei diritti.

Non c'è stato documento del Psi e, dopo Tangentopoli, di Forza Italia, An, Udc, Sel, Scelta Civica, per finire con il multiforme Pd (prima Pds, Ppi, Ds, Ulivo, Margherita) che non parlasse (serve ripetere?)...

Improvvisamente i “programmi” hanno via via sostituito gli schieramenti, a partire dal livello delle amministrazioni comunali, dove è prevalso il principio che un bel parcheggio qua, una ripavimentazione là, un sottopassaggio e una grossa arteria di collegamento, fossero più importanti delle idee politiche (e degli intrallazzi) degli amministratori.

Perché, allora, anche la gente che domandava ai politici di far funzionare bene le cose, facendo lo struzzo per non veder le malefatte, è rimasta alla fine delusa? Perché alla gente non va mai bene niente? Forse perché gli italiani, in fondo, non sanno mai cosa vogliono?

Ma no, la realtà è che anche le poche scelte operate in questi ultimi vent'anni dai partiti inciucioni, tanto cari a Re Giorgio, non hanno mai fatto intravedere uno straccio di orizzonte, con ciò apparendo simili a poveri oggetti di scena senza il fondale, il più delle volte troppo impegnati a spartirsi senza ritegno il bottino.

Da quando la sinistra, ad esempio, ha abbandonato l'idea che non si poteva migliorare il mondo senza far quadrare i bilanci, ha pensato che far quadrare i bilanci “fosse” migliorare il mondo: che è esattamente ciò che pensava la destra, ciò che l'ideologia conservatrice ha da sempre teorizzato.

La sinistra, da quel momento in poi, è irrimediabilmente diventata come la destra, ha smesso di esistere, tanto che oggi si ritrova capitanata da un Renzie La Qualunque, per di più convinto che l'unica differenza in politica risieda semplicisticamente tra chi vuole “fare” (o promette di fare) e chi, come il Movimento 5 Stelle o i professoroni, “non vuole fare”.

In realtà, il vero spartiacque sta tutto fra le cose che si possono fare in un modo e le cose che funzionerebbero meglio in un altro modo, tanto che se scomparisse davvero questa differenza, scomparirebbe con lei la democrazia, il confronto, il pensiero, la libertà, il dissenso: lo scontro finale tra l'uomo di centrodestrasinistra e Beppe Grillo è ormai in atto, in Italia per l'Europa, statene certi, alla fine ne resterà soltanto uno.

domenica 6 aprile 2014

Arriva Biofore, l'auto alimentata a legna

Tra le tante novità ispirate al concetto di eco-sostenibilità, messe in mostra all'ultimo Salone dell'automobile di Ginevra, la Biofore è l'unica concept-car che può realisticamente fregiarsi dell'appellativo “all nature”.



La sua carrozzeria, ad esempio, è stata prodotta utilizzando materiale bio-composito derivante da fibre rinnovabili, mentre il pavimento, la consolle centrale, il cruscotto ed i rivestimenti interni, sono stati ricavati da pannelli di legno termoforati con presse ad alta temperatura.

Nata dalla collaborazione tra la società finlandese UPM (United Papers Mills), ditta specializzata nella lavorazione della carta, e la Metropolitan University di Helsinki, la Biofore deve sia le proprie forme innovative, sia la scelta dei materiali costruttivi, a quattro anni di lavoro svolto da un team di studenti universitari, guidati dal noto designer Juha Tuomola.

Se si escludono i cristalli e gli indispensabili componenti elettronici, l'unico elemento della Biofore realizzato in leghe e metalli è il motore, un tre cilindri 1.2 diesel della Volkswagen, la cui alimentazione è stata sostituita con il BioVerno, un combustibile derivato dal legno estratto da alcune raffinerie nei pressi della città finlandese di Lappeenranta.

mercoledì 2 aprile 2014

Ambiente, è dell'Italia il primato europeo delle infrazioni

Al momento sono 119 i procedimenti d'infrazione inflitti dall'Europa nei confronti del nostro Paese, suddivisi in 20 settori diversi, anche se a farla da padrone in questa poco edificante classifica continentale è senza ombra di dubbio tutto il comparto relativo all'ambiente che, da solo, ne conta ben 22.

Tanto che alla fine del mese appena trascorso la Commissione europea ha comunicato ufficialmente l'avanzamento del procedimento d'infrazione contro l'Italia, cui è imputato il mancato recepimento delle normative comunitarie in materia di valutazione dell'impatto ambientale (VIA).

Al riguardo, è stato fissato un termine di 2 mesi per recepire correttamente la normativa, decorso il quale la Commissione si troverebbe costretta a proporre un ricorso alla Corte di Giustizia europea: finora l'atteggiamento adottato dalle nostre istituzioni è sempre stato quello del “tirare a campare”, nella speranza che la Commissione UE rinunciasse ai propositi sanzionatori.

La conseguenza di tale ignavia ha portato, purtroppo, il nostro Paese ad essere, in questi termini, il fanalino di coda di tutti e 28 gli Stati membri: in quest'ultimo caso, in particolare, viene contestato il fatto che finora la legislazione italiana non prescrive che i progetti (sia pubblici che privati) con un impatto ambientale potenzialmente significativo, vengano autorizzati solo dopo un'attenta valutazione dei possibili effetti sull'ambiente e sul clima.

In altre parole, la Commissione contesta il fatto che le leggi ambientali attualmente vigenti in Italia, consentirebbero delle “scappatoie” molto pericolose per la salute dell'ambiente stesso, per non dire della “nebulosità” delle norme in merito alla partecipazione del pubblico alle procedure di VIA, tali da mettere a serio repentaglio la necessaria trasparenza dell'azione amministrativa.

I tempi concessi (2 mesi) per metterci in regola sono veramente stretti, tanto che risulta estremamente difficile immaginare un lieto fine per quest'ennesima procedura d'infrazione, a meno che Speedy Gonzales Renzie non decida che anche le tematiche ambientali, come nel caso del Senato, facciano parte di un passato in attesa di rottamazione: viva l'Italia!