sabato 29 marzo 2014

Fondi europei come #la pizza quattro stagioni

I Fondi europei hanno cicli lunghi ognuno sette anni e ogni volta, qui in Italia, i vari responsabili politici li hanno spesi tardi e male, tanto che da noi i piani di spesa si sono da sempre caratterizzati per una sorta di affinità elettiva con #la pizza quattro stagioni: l'Annuncio, il Letargo, la Corsa e, infine, la Delusione.

E' ormai da vent'anni che sta accadendo, a partire dal ciclo 1994-1999, ripetuto con Agenda 2000 (2000-2006), mentre per quanto riguarda gli ultimi sette anni (2007-2013) siamo passati dal Letargo alla Corsa: dove la caratteristica peculiare della Corsa è quella di concentrarsi sulla quantità di spesa, a totale discapito della necessaria qualità dei progetti.

Dalla fase della Corsa a quella della Delusione, il passo non può che essere breve: è solo allora che quei politici mentitori (che sanno di mentire) si lamentano della pochezza dei risultati e dell'occasione perduta (per colpa di chi?), per approdare come nulla fosse alla cosiddetta fase dell'Annuncio, con tanto di rassicurazione pubblica che con il ciclo successivo si eviteranno gli errori del passato.

Per poi cadere, ahinoi, nel Letargo: a fine 2010, per intenderci, nemmeno il 10% dei Fondi europei a disposizione dell'Italia era stato speso, a fronte di ben undici programmi-lumaca, tra i quali due Pon (Programmi operativi nazionali) su Ricerca e Sviluppo e Reti di Mobilità, altri due Poin (Programmi operativi interregionali) su Attrattori culturali ed Energia e, infine, ben sette Por (Programmi operativi regionali), cioè quelli di Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Abruzzo, Lazio e Friuli Venezia Giulia.

Finchè, a seguito della reprimenda del Commissario europeo per le Politiche regionali, l'austriaco Johannes Hahn, i politici nostrani hanno deciso di entrare ancora una volta nella stagione della Corsa, con l'unico obiettivo di certificare la spesa per incassare i contributi europei: per fortuna uscire dal Letargo, per entrare finalmente nella Primavera sarà presto possibile, grazie alla ventata di onestà e di sana progettualità che il M5S promette di portare a Bruxelles, fin dal prossimo mese di maggio. #Vinciamonoi.

giovedì 27 marzo 2014

Politiche ambientali, 720 Kmq di suolo italiano mangiati dal cemento in soli tre anni

A certificare il preoccupante dato ambientale, con riferimento al consumo di suolo italiano, ci ha pensato l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) che, per la prima volta, ha provato a ricostruire l'andamento della cementificazione nel nostro Paese nel periodo compreso tra il 1956 e il 2012.

In questi termini basti pensare che, solo nell'ultimo triennio 2009-2012, nonostante la profonda crisi che ha colpito l'edilizia, sono stati mangiati dal cemento 720 Kmq di territorio, ovvero un'area corrispondente alla somma dei comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo, oltremodo perdendo terreno ad un ritmo di circa 8 mq al secondo.

Per quanto riguarda la suddivisione su base regionale, Lombardia e Veneto fanno segnare da sole il primato nazionale (10%), seguite a poca distanza da Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia, che si collocano tutte tra l'8 e il 10%: le municipalità che hanno subito maggiormente il peso della cementificazione sono, invece, quelle di Napoli (62,1%), Milano (61,7%), Torino (54,8%), Pescara (53,4%), Monza (48,6%), Bergamo (46,4%) e Brescia (44,5%).

Le conseguenze di questa scellerata erosione del suolo, realizzata grazie alla complicità di amministratori espressi da una partitocrazia sempre indulgente nei confronti del remunerativo cemento, le ritroviamo purtroppo nei dati che emergono sul fronte dei cambiamenti climatici, sull'acqua e, infine, sulla capacità di produzione agricola.

In base ad uno studio del Central Europe Programme, inoltre, ogni ettaro di terreno consumato comporta mediamente una spesa di 6.500 euro (ciò solo per la pulizia di canali e fognature), mentre il costo della gestione dell'acqua non infiltrata, causa la progressiva impermeabilizzazione, è stato stimato per il nostro Paese, sempre nel triennio 2009-2012, addirittura intorno ai 500 milioni di euro.

Senza tener conto dei gravissimi danni causati al settore agricolo nazionale: se i 70 ettari mangiati dal cemento fossero stati, viceversa, tutti coltivati a cereali, in questi tre anni avremmo potuto contare su una produzione di 450.000 tonnellate di cereali, equivalenti ad un guadagno di circa 90 milioni di euro e, oltre ad una minor dipendenza italiana dalle importazioni.

lunedì 24 marzo 2014

Rc Auto, la riforma targata MoVimento 5 Stelle

La voce relativa all'assicurazione Rc Auto, soprattutto in questi tempi di crisi, non solo rappresenta un notevole costo per le asfittiche casse della maggior parte degli italiani, bensì viene spesso percepita dagli automobilisti come un ulteriore ingiustificata gabella, cui corrisponde un servizio spesso scadente, se non in parecchi casi addirittura truffaldino.

Anche se, non sarebbe del tutto corretto affermare che i vari governi, fin qui succedutisi, non abbiano fatto nulla al riguardo, seppur quasi sempre le proposte di riforma erano tutte a favore delle Assicurazioni: come nel caso dell'ultimo disegno di legge, ancora targato governo Letta, che introduceva l'obbligo per l'automobilista di rivolgersi al carrozziere convenzionato con la Compagnia assicuratrice, creando di fatto norme anti-concorrenziali e negando, al contempo, il diritto ad ottenere un equo risarcimento.

Nella direzione opposta sembrerebbe invece andare, stando alle prime indiscrezioni, il disegno di legge sulla Rc Auto che i parlamentari del MoVimento 5 Stelle sono in procinto di depositare: si tratta, in questo caso, dell'introduzione di nuove norme a tutela dell'assoluta libertà dell'automobilista di scegliere a quale carrozzeria rivolgersi, consentendo la cessione del credito alla stessa.

Allo stesso modo, tutti i contratti Rc Auto dovranno obbligatoriamente prevedere la facoltà per l'assicurato, nel caso di danno coperto dal contratto medesimo, di scegliere liberamente di quale riparatore avvalersi: tale informazione dovrà inoltre essere fornita all'utente sia nelle condizioni generali di polizza, sia all'atto della denuncia di sinistro.

Infine, in ogni contratto stipulato per la Rc Auto, dovrà prevedere una clausola che consenta all'automobilista, decorso un anno dalla prima stipula, di recedere dal contratto stesso senza oneri, spese o penalità: in questo caso, il recesso avrà effetto dopo un mese dalla ricezione della disdetta che dovrà essere inviata in forma scritta.

Finalmente delle regole a favore degli automobilisti.

sabato 22 marzo 2014

Pmi, il 40% si vede rifiutato un prestito dalle banche

I dati che emergono da una recente indagine condotta da Adnkronos sulla crisi del credito, mettono drammaticamente in luce due aspetti legati a doppio filo tra loro: la metà delle piccole e medie imprese italiane non è in grado di onorare i prestiti ricevuti dalle banche, mentre il 40% denuncia il perdurare del rifiuto degli istituti di credito a concedere nuovi finanziamenti.

Basti pensare che, su cento imprese di piccole e medie dimensioni equamente suddivise su tutta la penisola, 47 hanno rivelato di aver accumulato un ritardo nei pagamenti superiore a tre rate nell'arco dell'ultimo anno, mentre 33 di queste hanno già messo nel conto di non essere in grado di poter riprendere a pagare il debito con regolarità nemmeno nel corso dei prossimi dodici mesi.

Al punto che, come un gatto che si morde la coda, un terzo delle Pmi contribuisce, alla fine, ad alimentare il flusso delle nuove sofferenze bancarie: anche a causa di detta circostanza, secondo l'indagine di Adnkronos, gli istituti di credito stenterebbero ad allentare i cordoni della borsa, con il risultato che 39 imprese su 100 denunciano di aver visto rifiutata la richiesta di un finanziamento, da parte di almeno tre banche nel corso dell'ultimo anno.

A conferma delle persistenti difficoltà nel rapporto tra Pmi e banche, basta scorrere l'ultimo bollettino mensile dell'Abi: nello scorso mese di gennaio 2014, infatti, le sofferenze lorde hanno toccato il per nulla edificante record di 160,42 miliardi di euro, vale a dire una percentuale pari all'8,4% del totale dei prestiti concessi, con un aumento di due punti rispetto all'anno precedente.

Altrettanto negativi, sotto questo profilo, sono altresì i dati relativi al numero dei finanziamenti alle imprese: il calo registrato nel primo mese di quest'anno, infatti, è stato del 5% (-5,2% sul mese di dicembre 2013 e -2,6% rispetto un anno fa), il che evidenzia come, nei fatti, il credit crunch sia da considerarsi tutt'altro che archiviato.

lunedì 17 marzo 2014

Mobilità sostenibile, la Danimarca sceglie il green made in Italy

La municipalità di Copenhagen va certamente annoverata tra le città europee che da più tempo stanno investendo in progetti di innovazione tecnologica, finalizzati alla riduzione delle emissioni climalteranti e del traffico veicolare, a favore di un modello di trasporto ampiamente sostenibile.

L'impegno in tal senso profuso dai suoi amministratori per tagliare il traguardo delle emissioni zero entro il 2025, ha recentemente permesso alla Capitale danese di fregiarsi del titolo di Capitale Europea green 2014, oltre al prestigioso premio ERTICO (Intelligent Transport System and Services for Europe) per le soluzioni di mobilità sostenibile a favore di ciclisti e pedoni.

Con l'obiettivo di una maggiore integrazione e fruibilità dei sistemi di mobilità urbana in chiave sostenibile, ecco che in questi giorni l'Amministrazione di Copenaghen ha deciso di affidare alla veneziana Thetis un nuovo progetto pilota smart city/smart mobility.

Come spiega il sito dell'azienda italiana, scopo del progetto è quello di fornire un sistema multimediale di informazione al pubblico, che prenda in considerazione tutti i mezzi di trasporto (auto, treni, bus, metro, biciclette), un sistema di parcheggio integrato con le informazioni ai passeggeri e, per ultimo, un sistema di monitoraggio del traffico e del livello d'inquinamento ambientale.

Tra i partners dell'iniziativa, oltre all'apporto tecnologigo del green made in Italy, si contano anche i francesi di Systra e la multinazionale Parkeon: a dimostrazione dell'alto livello qualitativo dell'ingegneristica ambientale del nostro Paese, occorre infine ricordare che Thetis S.p.A. sbarca in Danimarca, dopo aver già operato in precedenza nel campo della mobilità sostenibile in Cina, India, Georgia, Malta e Inghilterra.

sabato 15 marzo 2014

Che Italia sarebbe oggi, senza il MoVimento 5 Stelle?

E' possibile chiedersi che Italia sarebbe oggi, se poco più di un anno fa il MoVimento 5 Stelle non fosse riuscito a rappresentare un terzo degli italiani in Parlamento? Sì, è possibile, senza che ciò significhi sperare in una risposta del tutto scontata: perchè si tratta di un evento talmente gigantesco da aver prodotto una ristrutturazione del nostro immaginario.

Potrebbe essere interessante ipotizzare chi, tra Pdl e Pdmenoelle, avrebbe infine prevalso grazie al Porcellum, a fronte di un presumibile tsunami di astensionismo: non che l'una o l'altra ipotesi significasse un che di diverso, ma soltanto per chiederci, se non ci fosse stato il M5S, il sindaco Renzie sarebbe mai divenuto premier senza sottoporsi a democratiche elezioni repubblicane?

Probabilmente la risposta giusta è no, con buona pace della stampa di regime che, pur di evitare lo spauracchio pentastellato dell'abolizione del finanziamento pubblico, avrebbe volentieri rinunciato a girare la ruota della fortuna, accontentandosi del grigio e ben più rassicurante Bersani il quale, grazie al suo proverbiale buonsenso, non si sarebbe lontanamente sognato di espellere Berlusconi dal Senato.

Ma tutto ciò non si è fortunatamente avverato: gli onesti portavoce del M5S hanno invaso il Parlamento, iniziando fin dal primo giorno ad armeggiare con l'apriscatole, a scardinare la falsa sacralità di quell'istituzione democratica usurpata da un'immutabile casta attorniata da viscidi lobbisti, a difendere -udite, udite- gli italiani da quei partiti ormai simili a lupi famelici impegnati a spolpare la carcassa di un Paese in agonia.

Sebbene i più alti esponenti di quel marcio sistema consociativo, a partire dall'Uomo del Colle, non si aspettassero un'onda grillina di tali dimensioni (rivedete i sondaggi di un anno fa), dovettero ben presto farsene una ragione: fino a quel giorno gli italiani erano tenuti all'oscuro di quanto realmente tramavano i capi-bastone, da lì in poi ognuno ha avuto finalmente l'opportunità di vedere.

E' anche grazie a ciò che il sociologo e filosofo Edmund Husserl avrebbe definito epochè, infatti, che oggi ogni cittadino grazie al lavoro del M5S è in grado di mettere in discussione ciò che prima dava per scontato (tutti i politici sono uguali, tutti rubano, nessuno mantiene le promesse, ecc.), individuando al contempo cause e responsabilità di ogni decisione politica che lo riguarda.

E' infine grazie a questa meritevole operazione di trasparenza e di partecipazione che ogni italiano, purchè lo decida liberamente, può permettersi di non credere più alle balle spaziali di un Renzie La Qualunque, come pure ai proclami anti-europeisti di chi, non più tardi di due anni fa, votò per l'inserimento nella nostra Costituzione del pareggio di bilancio e a favore del Fiscal Compact: provate a chiedervi, che Italia sarebbe oggi, senza il MoVimento 5 Stelle?

martedì 11 marzo 2014

Allarme Istat, in Italia a crescere è solo la tassazione

Mai come ora c'è bisogno di uscire dalla maretta degli annunci fumosi di Renzusconi, come sempre amplificati dal solito acritico megafono dei media di regime, per agire concretamente verso una corposa riduzione del cuneo fiscale: l'allarme, questa volta, giunge direttamente dalle parole del Presidente dell'Istat, Antonio Golini.

L'attuale tassazione dei redditi da lavoro dipendente, sommata alla variegata gamma di gabelle nazionali e locali, secondo il numero uno dell'Istituto nazionale di statistica, avrebbe infatti causato “una caduta di intensità eccezionale del potere d'acquisto delle famiglie italiane”.

Durante la sua audizione dinanzi Commissione Finanze del Senato, Golini ha infatti riferito che “nel 2012, a fronte di una flessione del Pil del 2,4%, il potere d'acquisto delle famiglie italiane è diminuito del 4,7%”: si tratta di una caduta mai vista del potere d'acquisto, che arriva tra l'altro dopo un quadriennio caratterizzato da un inarrestabile declino.

E c'era pure chi già vedeva la luce in fondo al tunnel...

L'Istat punta dunque il dito sull'abnorme fiscalità che grava sulle spalle degli italiani, indicandola come principale causa del crollo del potere d'acquisto: mentre nella maggior parte degli altri Paesi europei la pressione fiscale è diminuita complessivamente, nel periodo, di 0,5 punti percentuali, in Italia al contrario è aumentata del 3%, raggiungendo la vetta del 43,8% del Prodotto Interno Lordo.

Alla sbarra degli imputati anche il cuneo fiscale e contributivo dei lavoratori dipendenti, che nel 2012 ha raggiunto quota 49,1% dell'intero costo del lavoro, vale a dire che i lavoratori hanno percepito mediamente 16.153 euro l'anno, costando d'altro canto ai datori di lavoro complessivamente  31.719 euro.

domenica 9 marzo 2014

Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi

Checché se ne dica, la vera asimmetria che sta sgretolando l'Europa non è quella tra unione monetaria (realizzata) e unione politica (inesistente), bensì quella lasciata alla discrezione degli Stati nazionali a proposito di fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Nell'attuale scenario di crisi, sempre più spesso si sente proporre, quale unica alternativa all'euroscetticismo, uno scatto in avanti verso l'unione politica: purtroppo non è affatto vero che questo gioverebbe, da solo, a risolvere i profondi problemi che affliggono in modo quasi incurabile gran parte dell'Eurozona.

Per un motivo molto semplice: tra Europa sì, Europa no, la guerra dei cachi si combatte tra le politiche economiche comunitarizzate (moneta unica e concorrenza) e quelle lasciate in balia dei singoli governi nazionali, vale a dire quelle relative alla fiscalità, diritti e protezione dei lavoratori.

Siccome le decisioni europee su queste materie devono essere assunte all'unanimità, è sufficiente che uno stato membro sia contrario per far sì che non vi possano essere regole fiscali comuni: ed è proprio grazie all'assenza di soglie minime condivise di tassazione che le imprese hanno finora potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi dove la tassazione era più conveniente.

Questo ha ingenerato, a sua volta, una concorrenza al ribasso per quanto riguarda la tassazione delle imprese: in qualche caso nella forma di aliquote più basse che in passato, in altri casi -come in Italia e in Grecia- attraverso l'incremento dell'evasione fiscale.

L'ovvia conseguenza, visto che i vincoli di Maastricht imponevano soglie basse di deficit, è stato l'aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (in particolare lavoratori dipendenti e pensionati), accompagnato da una progressiva riduzione delle prestazioni sociali erogate dai singoli stati.

Lo stesso meccanismo del voto unanime vale per quanto riguarda le politiche sociali e dell'impiego, standard di protezione e livelli salariali minimi: anche in questo caso l'Europa ha lasciato tutto alla decisione dei singoli stati, contribuendo ad ingenerare un'ovvia riduzione delle protezioni e dei diritti.

L'imminente consultazione elettorale pone dunque alcuni imperativi, soprattutto a quelle forze politiche che, come il MoVimento 5 Stelle, intendono impegnarsi per un vero cambiamento: a partire dalla modifica di quei presupposti sociali regressivi e di quel liberismo mercantilista, su cui sono state costruite tutte le politiche europee, almeno a partire dall'Atto unico europeo del 1986.

Infatti, se non si porrà fine alla guerra dei cachi, ovvero alla concorrenza al ribasso tra i Paesi dell'Eurozona in materia di politiche fiscali e di protezione del lavoro, non sarà mai possibile realizzare una politica economica comune, al punto che anche la sola idea di un'unione politica, quale panacea per risolvere tutti i mali del Vecchio continente, finirebbe con il rappresentare un'ulteriore, cocente delusione.

sabato 8 marzo 2014

Otto Marzo, se vedo una mimosa la rivendo

Se l'Otto Marzo ha da essere, che sia contro la marginalità di quelle donne che, facendo le cose senza avere soldi, devono farle un po' più piccole, un po' più svelte, un po' più faticose, così mi hanno detto parecchie donne che conosco, che se vedono una mimosa se la rivendono: il problema vero, oggi, è di sopravvivere sulla scena di un mondo che ti fa pagare anche quello che non consumi.

Foto di Alessandro Barcella
Vediamo di non essere ipocriti, l'universo maschile occidentale ha considerato per millenni le donne come parte dell'arredo domestico, roba loro, differenti solo per la tendenza a fare figli: poi venne il Sessantotto, l'Otto Marzo, e gli uomini hanno cominciato controvoglia a festeggiarle con il rituale collettivo del mazzo di mimose.

E parecchie di loro stavano magari pensando: fa freddo, ma perché non mi ha regalato un paio di guanti?

Altre donne, in altri ambienti, si ritrovavano, al telefono, oppure incontrandosi per festeggiare, conteggiando quelle che ritenevano essere state le loro importanti conquiste: del fatto che avevano un rapporto uterino con la storia, storico con l'utero, intimo con la vita e con la morte, schizzinoso con la volgarità e dionisiaco col sesso.

Alla perenne conquista del mondo, ancor diverse dagli uguali ma pari ai diversi: dopo tre giorni le mimose avevano fatto il marcio nell'acqua e l'odore era di camposanto femminile: gli uomini riprendevano a considerarle chi con terrore, chi con cieca dedizione, come sempre ad esercitarsi in varie sociologie su “noi” e su “loro”.

Sarebbe proprio una bella cosa se, oggi, il rito collettivo dell'Otto Marzo potesse finalmente trasformarsi nel momento in cui entrambi i “generi”, sforzandosi per superare ogni forma di steccato ideologico e culturale, provassero concretamente a mescolarsi per cambiare i destini di questo mondo cinicamente asessuato e sempre più alla deriva.

mercoledì 5 marzo 2014

Entro il 2025, il 40% degli impiegati sarà sostituito da robot intelligenti

Giusto per farci un'idea, basti pensare che in Giappone stanno costruendo un robot, con il solo scopo di portarlo a sostenere e, naturalmente superare, l'esame di ammissione all'università: questo è solo un esempio, sono infatti parecchie le aziende che stanno cercando di sviluppare un'intelligenza artificiale, in grado di svolgere quasi tutte le mansioni lavorative.

Al punto che il vecchio sogno dell'uomo di farsi sostituire dalle macchine, quantomeno nei lavori più faticosi, rischia ora di trasformarsi in un incubo: la nota società di consulenza McKinsey & Company  stima infatti che, entro il 2025, ben il 40 per cento dei “lavori di concetto” verranno svolti dai robot intelligenti.

Alcuni ricercatori della Oxford University prevedono, inoltre, che nel prossimo futuro quasi il cinquanta per cento dei posti di lavoro americani è destinato a sparire: non a causa del perdurare della crisi economica o per l'occupazione di manodopera straniera a basso costo, bensì perché verranno presi da robot intelligenti, non più solo in grado di avvitare bulloni, ma anche di assolvere a funzioni che un tempo richiedevano l'impiego del cervello.

Una recente inchiesta del Financial Times sulle origini di questa tendenza, ha scoperto ad esempio l'esistenza della start up di tale Daniel Nadler il quale, anche grazie al finanziamento di Google, ha creato un sistema denominato Warren (in onore di Warren Buffet), che in pratica si occupa di raccogliere i dati, inserirli nel computer e prevedere le reazioni dei titoli di borsa ai vari avvenimenti.

Oggi ci sono migliaia di lavoratori del mondo finanziario che svolgono queste mansioni, mentre Warren, sulla base delle proprie analisi, consiglia addirittura cosa comprare e cosa vendere, il tutto senza il supporto del cervello umano, sostituendolo in tutto e per tutto: a questo punto non rimane che chiederci se non sia, piuttosto, arrivato il momento di progettare un mondo senza lavoro per i nostri figli e i nostri nipoti.

domenica 2 marzo 2014

Don Lorenzo Milani, oggi sarebbe un eversivo grillino?

E' lassù in montagna, a Vicchio nel Mugello, dove è stato spedito in una sorta di esilio nel 1955, che Don Lorenzo Milani (1923-1967) decide di combattere la sua battaglia per non farsi sconfiggere dalla sfiducia e dallo scoramento: scrive una lettera aperta al direttore del Giornale del Mattino, in cui rivendica la necessità della proprietà pubblica dell'acqua.

L'impossibilità per gli abitanti di quel paesino di montagna di usare l'acqua della sorgente che si trova collocata in un terreno privato, il sacerdote Milani la avverte come una minaccia distruttiva della comunità che vede in pericolo e vuole difendere, prima di tutto dallo scontro fra interesse privato e pubblica utilità, che gli sembra oltremodo sbilanciato e risolto dal potere a vantaggio del primo.

Una sconfitta che egli imputa non solo all'ennesima riprova del prevalere del privato sul bene pubblico, ma anche come un tradimento del messaggio cristiano, tanto più nel sistema politico italiano, nel quale i cattolici si presentavano come i protagonisti assoluti della cosa pubblica.

...Hanno in pugno i due poteri: di fare le leggi e di applicarle -scriveva Don Milani- “...sommo disonore è se potranno dire di noi che, con tutte le pretese che abbiamo, non sappiamo poi di dove veniamo o dove andiamo, e qual'è la gerarchia dei valori, qual'è il bene e qual'è il male, e a chi appartengono le polle d'acqua che sgorgano nel prato di un ricco, in un paesino di poveri”.

Il problema, come si vede, non è se la politica sia o meno efficace o se ottenga dei risultati immediati, ma se valga o meno un principio a cui si dice di aderire: l'idea di Don Milani era, infatti, quella della politica come istanza della coerenza e, dunque, dell'atto politico prima di tutto come un atto di convinzione che rifiuta l'obbedienza supina.

Questo atteggiamento accompagnerà Milani per tutta la vita, come testimonia ad esempio la lettera ai giudici che lo processarono per apologia di reato e sostegno all'obiezione di coscienza dell'ottobre 1965, in cui scrive “Non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla...quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”.

Per concludere “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto”.

Non rimane che chiederci: Don Lorenzo Milani, oggi sarebbe un eversivo grillino?

sabato 1 marzo 2014

E' nata in Trentino la casa tutta in bambù

Il merito è di tre imprenditori trentini, Dino e Fabrizio Fante e Giuliano Marchi, con il prezioso contributo della Facoltà di Architettura dell'Università di Venezia, che hanno presentato il rivoluzionario progetto di una casa costruita integralmente in bambù, a seguito di una laboriosa ricerca di settore condotta da un'equipe di ingegneri della provincia di Padova.

La nuova costruzione, secondo quanto riferito dai suoi ideatori, costerà il 30% in meno rispetto ad una casa costruita in legno, non solo, come valore aggiunto consentirà di produrre autonomamente acqua potabile ed energia elettrica, grazie all'utilizzo di appositi pannelli fotovoltaici adattati alla pianta di bambù opportunamente trattata.

Una prima ipotesi d'impiego delle case costruite in bambù, ad altissima impermeabilizzazione, resistenza e risparmio energetico, è stata pensata per i mercati extraeuropei, in particolare per i villaggi turistici: il progetto può, in ogni caso, ritenersi sostenibile anche in realtà urbane che intendessero convertirsi al “Green building”.

L'idea nasce dalla semplice constatazione che la pianta di bambù rappresenta, da sempre, una risorsa del pianeta disponibile in quantità pressoché illimitata e, allo stesso tempo, mai sfruttata su larga scala: Qui, però, non c'è deforestazione -precisano gli imprenditori trentini- “la pianta (solo 40 su tutte le specie sono utilizzabili) cresce al ritmo di un metro al giorno e solo dopo quattro anni giunge a maturazione, per essere utilizzata al nostro scopo”.

Il materiale grezzo viene reperito prevalentemente in Sud America, per poi essere lavorato e trattato con uno speciale macchinario brevettato e messo a disposizione degli acquirenti per il montaggio della costruzione: i costi di produzione si aggirano, più o meno, sugli 850 euro per metro quadrato, considerato il fatto che il bambù viene utilizzato non solo per gli esterni, ma anche per il pavimento, il tetto e gli arredi.

La prima costruzione sarà realizzata entro la fine di quest'anno, anche se attualmente è ancora top secret il luogo in cui sorgerà, come pure i costi finali ed i ricavi, che saranno commisurati di volta in volta a seconda del Paese in cui approderà questo super innovativo progetto di bio-architettura completamente italiano.