venerdì 28 febbraio 2014

Papà, cosa significa la parola tasse?

Ho letto da qualche parte questa (poco) divertente ma istruttiva storiella la quale, pur nella sua ingenua rappresentazione, rende appieno l'idea della paradossale e drammatica situazione che sta minando profondamente non solo l'economia bensì, cosa ben più grave, la stessa coesione sociale del nostro Paese.

Un bimbo chiede al papà che cosa significa la parola tasse? Per tutta risposta quest'ultimo gli sfila con lestezza la merenda dalla manina, mangiandone una quantità pari all'82%, e lasciando in tal modo il figliolo attonito e senza parole.

Più tardi il padre si accorge che il piccolo, dopo aver preso un'altra merendina, l'ha furbescamente mangiata di nascosto: allora lo chiama a sé, spiegandogli che con il suo comportamento è diventato un evasore e che, in quanto tale, la sua sanzione ammonterà al 200% dell'82% della merendina nascosta, oltre agli interessi.

Ma il bimbo, ora, di merendine non ne ha più e comincia a piangere: a questo punto il genitore, con fare minaccioso, gli dice che se entro tre giorni non sarà in grado di pagare la sanzione, gli manderà Equipapà a sequestrargli tutti i giocattoli.

Da allora il bambino non ha più mangiato merendine, gettando nella disperazione il commerciante che le vendeva, tanto da costringerlo a chiudere il negozio: il bimbo, senza le sue merendine è smagrito sempre più, diventando al contempo irascibile e malfidente nei confronti del padre, nel mentre il commerciante è ricorso al suicidio.

giovedì 27 febbraio 2014

Made in Italy, 60 miliardi in fumo per la contraffazione alimentare

Secondo i dati forniti da Coldiretti all'ultima edizione di Fieragricola tenutasi a Verona, il valore del Made in Italy alimentare ammonta a ben 250 miliardi di euro, cui vanno aggiunti gli 8 miliardi circa della meccanica agricola: purtroppo, a causa dell'agro-pirateria internazionale, oltre 60 miliardi di euro di fatturato se ne vanno in fumo ogni anno.

Tra i prodotti tipici della nostra impareggiabile produzione alimentare, il più copiato risulta essere il Parmigiano Reggiano, di cui non solo esistono imitazioni in tutti i continenti (dal Parmisan venduto in Usa, Asia e Australia, al Parmesao brasiliano, dal Regianito argentino al Pèamesello belga), bensì è possibile trovare in commercio addirittura un kit per realizzare un falso parmigiano fai-da-te.

La contraffazione alimentare si concentra, in modo particolare, nel settore dei formaggi (pecorino friulano prodotto in Canada e gorgonzola sauce tedesca), dei vini (produzione fai-da-te del Valpolicella, il Barbera bianco rumeno, oppure il Chianti americano), dei salumi (Salame Milano di Copacabana, mortadella siciliana dei balcani, prosciutto cotto Villa Gusto bavarese).

Non solo: anche l'olio e la passata di pomodoro, al punto che le aziende agricole produttrici del Made in Italy chiedono a gran voce la sottoscrizione di specifici accordi WTO (organizzazione mondiale del commercio) a garanzia delle denominazioni protette dalla diffusione dei falsi, oltre che l'estensione in tutta Europa dell'obbligo, come già avviene in Italia, di indicare nell'etichetta l'origine dei prodotti.

martedì 25 febbraio 2014

Governo Napolitano III, la Caporetto della casta

C'è una battaglia, in particolare, che viene ancor oggi ricordata per definire una delle sconfitte più clamorose della Storia italiana: iniziata il 24 ottobre 1917, alle 2 del mattino, la battaglia di Caporetto ha infatti rappresentato, al di là dell'onta militare, un drammatico esempio dell'assoluta disgregazione in cui si consuma una sconfitta, nell'incapacità di gestire un'emergenza, nella totale dispersione di un mondo e di coloro che fino ad allora lo hanno rappresentato.

Quando le armate italiane in ritirata giunsero sulle rive del Tagliamento e del Piave, tutto si trasformò in un indescrivibile groviglio di uomini, carri, cavalli uccisi, colonne bloccate per decine di chilometri: non sarebbe andata così, se i comandi fossero stati capaci di organizzare la circolazione stradale, la trasmissione delle notizie e i rifornimenti, tanto che la disfatta di Caporetto costò la morte di 11.000 italiani, 19.000 feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 fra disertori e sbandati.

In quella scena risiedono molte delle cose che, purtroppo, si sono ripresentate nella nostra storia, anche in epoche diverse da quelle attraversate da eventi bellici: è una scena che fa da prototipo, ad esempio, anche all'Italia attuale, caratterizzata da istituzioni ostaggio di poteri economici estranei, che tirano le fila di una sparuta (ma coriacea) casta di politici-burattini senza parte né anima.

Per gli italiani rischia di ripetersi la scena dei ponti sul Tagliamento e sul Piave: una massa di cittadini allo sbando, privati di ogni radicamento e smarriti in un territorio all'interno del quale si muovono “alla cieca”, lasciando sul campo ciò che resta delle loro vite, parecchi con la speranza di poter un giorno “ritornare a casa”, di liberarsi per sempre di questi comandanti incapaci di garantire loro la men che minima protezione sociale.

Alcuni potranno forse dissentire sui metodi e sugli obiettivi dell'unica forza di liberazione rappresentata, oggi, dal MoVimento 5 Stelle: non si può, viceversa, dissentire sulla necessità di questa lotta e sull'opportunità di contribuire ad essa partecipando ed impegnandosi in prima persona, affinchè questo Governo Napolitano III rappresenti, una volta per tutte, la Caporetto della casta.

domenica 23 febbraio 2014

Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore

Ad uno sguardo attento sulle cose della politica in questo Paese, non può certamente essere sfuggito il Fil rouge che lega in maniera subdola e perversa tutti gli avvenimenti che sono accaduti, in rapida successione, nel corso di queste ultime settimane.

Il timone del governo, assegnato in tutta fretta da Re Giorgio al Valvassino di Fi-Renzie, altro non rappresenta, in questi termini, che l'inizio di una disperata strategia difensiva messa in campo dalla camaleontica casta che governa ininterrottamente l'Italia fin dal secondo dopoguerra.

Da qui in avanti, Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore entreranno a far parte di ogni palinsesto televisivo, occuperanno le pagine di giornali e le copertine dei settimanali, insomma, non si faranno mancare proprio niente: il loro vero obiettivo, in questa prima fase, sarà infatti quello di dimostrare agli italiani che gioventù, novità, simpatia e parità tra i sessi in politica possono essere prerogative anche di chi appartiene alla casta, non solo degli scomodi “grillini”.

Ecco dunque svelato l'arcano della sostituzione dello scialbo Enrico Letta, con l'esuberante Renzie, leader (tragi)comico attorniato da quattro coppie d'individui più simili ad ospiti di un banchetto nunziale, piuttosto che a Ministri della Repubblica: una minestra condita con burocrati di partito, lobbisti in evidente conflitto d'interessi, affiancati dai soliti “utili idioti” e dagli immancabili Uomini del Presidente.

Non uno straccio di programma, nessun mandato popolare, ciò che conta è alzare una cortina fumogena (obiettivo fallito sia da Monti che da Letta) davanti agli occhi degli italiani ma, soprattutto, provare con ogni mezzo ad arginare l'onda d'urto del MoVimento 5 Stelle, pronta a travolgere tutti e tutto alle Elezioni Europee del prossimo mese di maggio.

Solo allora, alla luce di quell'esito elettorale, il Partito Unico della Casta deciderà, sempre di concerto con il Monarca, se e quale Legge elettorale sarà più utile confezionare per sopravvivere e continuare a perpetuare questo marcio sistema.

Così, se Renzie e sedici personaggi in cerca d'autore saranno riusciti nell'ardua impresa d'ingannare ancora una volta gli italiani, si andrà a votare già nella primavera del prossimo anno, viceversa lo spettro della consultazione popolare rimarrà congelato fino al 2018, con l'augurio che, nel frattempo, la spinta innovatrice del MoVimento 5 Stelle si sia esaurita nell'indifferenza e nella fatica del fare opposizione.

E se, invece, le cose non andassero esattamente così? Potrebbe anche venire il tempo in cui “alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch'io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”... “E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime”. (Antonio Gramsci).

giovedì 20 febbraio 2014

Terra dei Fuochi in Kosovo: rifiuti tossici nelle ex fabbriche diroccate

Prima della guerra che ha smembrato l'ex Jugoslavia, su quei 72 ettari di terreno nella zona Ovest del Kosovo sorgeva la Zastava, una fabbrica che produceva indifferentemente pezzi sia per automobili che per armi: oggi, quell'ex regione serba abitata da una maggioranza albanese, autoproclamatasi Repubblica indipendente dal 2008, si è trasformata in un'autentica polveriera.

Basti pensare, al riguardo, che soltanto nell'aerea amministrata dal contingente militare italiano della missione K-for, sono ben 5 i siti che ospitano tuttora rifiuti tossici, su un totale di 17 in tutto il Paese: al centro della vecchia fabbrica Zastava, ridotta ormai ad una discarica a cielo aperto, si trova ad esempio un capannone sgangherato, al cui interno sono stati stoccati, durante la guerra, parecchi materiali chimici di dubbia composizione.

Delle operazioni di controllo del materiale tossico, fino a quattro anni fa, si faceva carico, la missione K-for alla quale è successivamente subentrato il governo kosovaro, con la Kosovo Security Force: il team Nbc (Nucleare-batteriologico-chimico) della K-for è stato di conseguenza ridotto a soli tre membri esperti, con l'incarico di compiere ispezioni periodiche sotto la supervisione di funzionari governativi.

Nell'ultima ispezione, programmata per lo scorso 18 febbraio, cui erano presenti anche giornalisti italiani, nessuno si è però inspiegabilmente presentato, nonostante il sito dell'ex fabbrica Zastava sia considerato uno di quelli in condizioni peggiori, come spiegato da Rui Esteves, militare portoghese attualmente a capo del team Nbc “Per i materiali chimici qui stoccati è iniziato il processo di decadimento, in un capannone del tutto fuori norma, diroccato e soggetto a pericolosi sbalzi di temperatura”.

lunedì 17 febbraio 2014

Per 5 milioni di italiani la salute non è più un diritto

Negli ultimi cinque anni la povertà assoluta è cresciuta in Italia del 60 per cento, coinvolgendo nella sua drammatica escalation il 6,8% dell'intera popolazione, quasi 5 milioni di cittadini: nelle famiglie più povere, pertanto, si spendono in media per la sanità 16,34 euro al mese, rispetto ai 92,45 euro di media di tutte le altre famiglie italiane.

Ma la salute è ancora un un diritto garantito dalla Costituzione?  Pare proprio di no, visto che il più delle volte si è costretti a pagare due volte, con le tasse (per un servizio quasi sempre non all'altezza), con i ticket o con la parcella delle strutture private, come nel caso di esami diagnostici urgenti: un tanto emerge dal primo Rapporto sulla povertà sanitaria e sulla donazione dei farmaci in Italia, realizzato a cura della Fondazione banco farmaceutico.

I numeri rivelano che, dal punto di vista economico, la Fbc nel 2013 ha distribuito gratuitamente ai più bisognosi farmaci per un valore di oltre otto milioni di euro, ovvero circa sei milioni di euro in più di quanto avveniva nel 2007: per quanto riguarda le tipologie dei farmaci donati (75% proveniente dalle aziende produttrici), i più diffusi sono quelli contro l'acidità, gli analgesici, gli antinfiammatori, i preparati per la tosse e quelli contro i dolori articolari e muscolari.

Sempre nel corso del 2013, sono state 24  le aziende che hanno effettuato 274 donazioni, per un totale di 812mila confezioni, mentre alla Giornata di raccolta del farmaco hanno aderito 3.366 farmacie italiane, con una maggiore adesione al Nord (28% circa), rispetto ad una media nazionale del 18,7%: complessivamente sono state raccolte, infine, oltre 350mila confezioni, di cui quasi una su tre nella sola Lombardia.

domenica 16 febbraio 2014

Solo le dittature non concedono al popolo di decidere

E' paradossale: grazie ad internet abbiamo tutti la concreta possibilità -senza distinzione di sesso o di estrazione culturale e sociale- di connetterci in qualsiasi momento per cercare di conoscere la verità, soprattutto quella che i tradizionali mezzi di comunicazione tendono a nascondere o mistificare, eppure parecchie persone sembrano connettere sempre di meno.

Sono ancora troppi, infatti, i nostri connazionali che non hanno la percezione di come il sistema partitocratico abbia dato vita ad un'interpretazione autoritaria della democrazia in questo Paese, ovvero ad una dittatura monarchica avvallata da maggioranze nate grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale: solo le dittature non concedono al popolo di decidere.

Eppure è passato un quarto di secolo da quando un ex hippy, John Perry Barlow (già paroliere dei Greatful Dead) cominciò a predicare l'avvento di una nuova società liberata, di qualcosa che avrebbe dovuto andare oltre la stessa democrazia, grazie alla tecnologia: nel 1990 fondò, assieme a Mitch Kapor  e John Gilmore, la Electronic Frontier Foundation e, sei anni dopo, lanciò in rete la Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio.

“Governments of the Industrial World, you weary giants of flesh and steel, I come from Cyberspace, the new home of Mind. On behalf of the future, I ask you of the past to leave us alone. You are not welcome among us. You have no sovereignty where we gather...”

Parole che riescono a commuovere ancora oggi: al tempo parecchi di noi erano lì, trepidanti, con i primi modem a 1200 baud, a scaricarle via grapher, certi che con l'avvento di internet e con profeti come questi la rivoluzione non avrebbe tardato a venire.

Ma di questa rivoluzione, per parecchi anni a seguire, non s'è vista traccia: mentre la rete si affermava sempre più come luogo di scambio delle idee, allo stesso modo il suo utilizzo “medievale” appariva incapace di portare l'umanità in una nuova era, ove le tecnologie avrebbero preso il posto delle superstizioni.

Cos'è cambiato oggi? Con la crisi economica globale, che ha messo tragicamente a nudo la fine del potere decisionale della politica rappresentativa, ecco che la Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio assume più di un valore profetico: liquidata come utopia elettronica dai miopi esegeti di un mondo politico ormai morto e sepolto, la democrazia digitale partecipata si presenta, come ampiamente dimostrato dal MoVimento 5 Stelle, l'unica via per ridare concretamente il potere alla gente.

venerdì 14 febbraio 2014

San Valentino, scende in campo il Gran Putto di Fi-Renzie

Da troppo tempo, ormai, svolazzava sulle macerie del PD, tanto che l'abile giravolta di Matteo Renzi non è riuscita a cogliere di sorpresa nessuno, nemmeno Dudù: morto un Letta, se ne fa un altro, deve aver pensato il Gran Putto di Fi-Renzie, dopo avergli sorriso con gli occhioni grandi, mentre gli tirava un colpo in testa.

A fin di bene, perché Enrico Letta non è mai stato un leader, semmai un giovane brontosauro, inevitabilmente destinato all'estinzione: è così che il Gran Putto di Fi-Renzie ha scelto quest'anno di festeggiare San Valentino, non certo scoccando la freccia che fa scoppiare l'amore, bensì usurpando da par suo (complice Re Giorgio) quella sedia, già un tempo appannaggio d'altri demo-dereatani.

Tecnologico e televisivo da sempre, a diciannove anni fu campione per cinque puntate con Mike Bongiorno a La ruota della fortuna, dimostrando fin d'allora agli italiani che le sapeva tutte, portandosi a casa ben 48 milioni 400mila lire, ancor prima di conoscere l'ex tesoriere Lusi, quello accusato di aver prosciugato da solo le casse della Margherita.

Nonostante ciò il Gran Putto di Fi-Renzie ama presentarsi come un candido angioletto, il nuovo perenne, l'emblema di un futuro migliore sempre di là da venire, un politico sempre pronto alla discussione, spiritoso un po' per carattere un po' perché forse Berlusconi gli ha insegnato che per parlare alla pancia dell'elettorato italiano conviene.

Egli incarna perfettamente quello che ci si aspetta da un toscano, ovvero quello stereotipo condiviso che prevede che i toscani, tutti, siano sempre su di giri, con la battuta pronta, effervescenti come Roberto Benigni quando entra a passo di corsa in televisione: in più il Gran Putto di Fi-Renzie ha sempre voglia di menare le mani (in senso politico), ma anche questo è molto fiorentino, come il calcio storico in costume, dove si colpisce la palla ma non si negano due cazzotti agli avversari.

E anche ai compagni di squadra, perché quando parte la rissa l'importante è darle, senza stare a vedere se il nemico si chiama Berlusconi, Cuperlo, Letta o Verdini, se stai nell'arena, meni, lo spettacolo della politica politicante vuole questo: anche il voto popolare appare, in questi termini, del tutto superfluo, mentre si materializza sinistro agli occhi degli italiani lo spettro della fine della democrazia.

martedì 11 febbraio 2014

Rinnovabili, Italia al decimo posto in Europa per consumo di energia pulita

Secondo il recente rapporto Istat Noi Italia 2014, il nostro Paese occuperebbe solo uno sconsolante decimo posto in Europa, per quanto riguarda i consumi di energia prodotta da fonti rinnovabili: l'assenza di adeguati investimenti pubblici, nonché l'endemica lentezza della nostra macchina burocratica starebbero pesantemente condizionando, infatti, anche lo sviluppo del settore delle energie pulite.

Basti pensare che prima di noi si sono piazzati Svezia, Austria, Portogallo, Lettonia, Danimarca, Spagna, Finlandia, Romania e Slovenia, per non tacere del fatto che, entro il 2020, l'Italia dovrà essere in grado di coprire il 17 per cento dei consumi finali di energia, esclusivamente attraverso le rinnovabili, che significa ben sei punti percentuali in più, rispetto al quota del 11,5 per cento, rilevata nel corso del precedente rilevamento.

A tale proposito, risulta interessante vedere cosa accade nelle varie Regioni: la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, infatti, ha fatto registrare un forte incremento in Valle d'Aosta (265,8%) e nelle Province Autonome di Trento (102,4%) e Bolzano (199,6%), mentre tra le altre regioni del Nord solo il Piemonte (32,8 per cento) si è distinto positivamente, rispetto alla media nazionale.

Se è pur vero che al Centro la Toscana rappresenta un esempio virtuoso (33,4%), è altrettanto vero che dall'altra parte troviamo il Lazio con una scarsa percentuale del 10,5%: le cose migliorano, invece, al Sud dove si registrano le quote più alte di consumi di energia elettrica coperte con fonti pulite, come stanno a dimostrare sia il Molise con il 78,6 per cento, che la Calabria con il 58 per cento.

Infine, occorre prendere atto che l'Italia si caratterizza, purtroppo, sia per una forte dipendenza dai mercati esteri, sia per la consistente quota di energia elettrica ancora oggi prodotta da fonti termoelettriche: nel 2012 i consumi elettrici sono stati pari a 5.082,9 Kwh per abitante, con una diminuzione, rispetto all'anno precedente, del 2,4 per cento circa.

Il consumo complessivo di energia elettrica, in questi termini, ha fatto registrare un aumento nel settore agricolo (+0,3%) e nel terziario (+3,4%), mentre è sensibilmente diminuito nell'industria (-6,6%), soprattutto a causa della perdurante crisi che ha portato alla chiusura di parecchie imprese, oltre a quello domestico (-1,0 per cento).

lunedì 10 febbraio 2014

Cannabis, Letta difende la Fini-Giovanardi davanti alla Consulta

Potrebbe davvero essere questione di ore, per l'abrogazione della Fini-Giovanardi, ovvero la legge che dal 2006, equiparando la cannabis alla cocaina, ha di fatto contribuito a far crescere a dismisura il numero dei detenuti per spaccio di droga nelle già sovraffollate carceri italiane: la questione di legittimità delle norme, infatti, si trova in questi giorni sui banchi della Corte Costituzionale.

La Consulta dovrà esprimersi sulla paventata violazione dell'art. 77 della Costituzione, causa la disomogeneità della norme contenute nella Fini-Giovanardi, rispetto a quelle dell'originario decreto legge: in caso di pronuncia favorevole della Consulta, i suoi effetti riguarderebbero sia i processi in corso, sia quelli già definiti, riesumando con ciò le pene più lievi (da 2 a 6 anni di carcere) per lo spaccio di droghe leggere, anziché la reclusione da 6 a 20 anni e la multa (da 26mila a 260mila euro) attualmente in vigore.

In caso di bocciatura, invece, le relative valutazioni spetteranno, caso per caso, al giudice di merito: a tale proposito occorre ricordare che, a fine anno 2013, su circa 23mila imputati totali, ben 8mila risultavano incarcerati per violazione della legge sugli stupefacenti, mentre su oltre 40mila condannati in via definitiva, 15 mila stavano scontando la pena per questo tipo di reato.

Il merito d'aver portato la questione all'attenzione della Consulta, è della terza sezione penale della Cassazione, cui aveva fatto ricorso un uomo che, per aver detenuto 3,8 chilogrammi di cannabis, era stato condannato dal Tribunale di Trento a quattro anni di reclusione e 26mila euro di multa, senza poter così usufruire della sospensione condizionale della pena.

A giudizio degli ermellini, dunque, la Fini-Giovanardi rappresenterebbe un chiaro esempio di pasticcio legislativo all'italiana, visto che l'originale decreto d'urgenza, varato dall'esecutivo al tempo guidato da Silvio Berlusconi, riguardava argomenti del tutto disomogenei tra loro: lo svolgimento delle Olimpiadi invernali a Torino, misure per prevenire e combattere la criminalità organizzata, il diritto di voto degli italiani all'estero e, infine, norme per favorire il recupero dei tossicodipendenti.

L'equiparazione tra droghe pesanti e quelle leggere (con il conseguente inasprimento delle pene), fu invece introdotto in sede di approvazione parlamentare, ancora una volta grazie alla pessima (e tuttora perdurante) consuetudine del maxi-emendamento monstre, che aveva di fatto riscritto il testo sul quale il governo aveva posto la fiducia, senza peraltro aver bisogno di agitare lo spettro della "ghigliottina", data la qualità dell'opposizione del 2006.

I giudici della Corte Costituzionale -che affronteranno la questione nei prossimi giorni in Camera di Consiglio- potrebbero così bocciare due articoli (il 4-bis e il 4-vicies ter) della Fini-Giovanardi, proprio perché adottati abusando del limite di esercizio del potere legislativo in sede di conversione (guarda un po') della decretazione d'urgenza.

Ad ulteriore dimostrazione (ce ne fosse ancora bisogno) della “finta” opposizione del Partito Democratico nei confronti dell'allora governo Berlusconi, ecco che il governo Letta si è prontamente costituito in giudizio, chiedendo alla Consulta di pronunciarsi a favore del mantenimento della Fini-Giovanardi.

Viene da chiedersi: cosa ne pensano gli elettori del PD della coerenza del coriaceo ex oppositore Enrico Letta, oggi a paladino di quel governo di centrodestra, tanto da ritenere che l'equiparazione tra cannabis e cocaina avrebbe risposto alla “straordinaria urgenza e necessità di disciplinare una materia di fondale importanza ai fini della tutela della salute collettiva, nonché ai fini della salvaguardia della sicurezza pubblica”?

domenica 9 febbraio 2014

Beppe Grillo, un vero rivoluzionario arrabbiato

Nel luglio del 1966, rispondendo a Giorgio Bocca che gli chiedeva ”Qual'è la differenza fra arrabbiato e rivoluzionario?”, Pier Paolo Pasolini rispose “La contestazione dell'arrabbiato è interna al sistema, ma perché esso viva, mentre il rivoluzionario lo nega sul piano del reale e gli contrappone una sua prospettiva utopistica”.

Pasolini continuò “Spesso il rivoluzionario dopo aver distrutto la società costituita eccede nella ricostruzione, vuole che abbia tutti gli attributi, ci riporta anche il moralismo e il perbenismo borghesi, al punto che l'arrabbiato, a volte, incide più profondamente del rivoluzionario”- concludendo così- “Però una cosa è chiara, l'arrabbiato quasi sempre non è un rivoluzionario, mentre il rivoluzionario è sempre un arrabbiato”.

Trascorso un anno dalle elezioni politiche 2013 in cui si sono registrate: la sconfitta sia della destra berlusconiana che del centrosinistra mummificato di Bersani, la morte in culla del terzo polo di Fini-Casini-Monti, ma soprattutto l'affermazione di una forza popolare e post-ideologica come il MoVimento 5 Stelle, è lecito domandarsi se la crisi economica abbia favorito gli arrabbiati o i rivoluzionari.

Inizialmente, quantomeno a livello europeo, sembrava che i rivoluzionari stessero emergendo: prima gli Indignados, a Madrid e a Puerta del Sol, poi Occupy Wall Street: tende, gruppi di discussione, voluminosi documenti, analisi, nessun leader, niente applausi ai comizi, solo muti gesti di consenso, nessuna rivendicazione, nessun programma.

Dopo gli indignati, che erano davvero rivoluzionari perché non inquadrabili in nessuna categoria, sono arrivati gli arrabbiati: in Francia il Front National di Marine Le Pen, in Grecia i neonazisti di Alba Dorata, in Italia Beppe Grillo, che arrabbiato lo è sempre stato, ma che forse sarebbe ingiusto non inserire anche nella categoria dei rivoluzionari.

Lui sì che rispetta appieno la dicotomia di Pasolini: la contestazione di Beppe Grillo e di tutto il MoVimento 5 Stelle è, infatti,  interna al sistema, come dimostra il passaggio dai VaffaDay (versione nostrana delle piazze indignate), dal blog alle candidature alle elezioni amministrative e politiche: in fondo non c'è niente di meno rivoluzionario di un consigliere comunale o di un parlamentare.

Ma, come notava sempre Pasolini, gli arrabbiati possono incidere più dei rivoluzionari: Beppe Grillo e il M5S, infatti, non hanno mai rivendicato di voler scardinare l'ordine democratico, anzi, l'obiettivo è quello di difenderlo e di rafforzarlo, tanto che di fronte alla crisi economica viene chiesta più democrazia, più partecipazione ai processi decisionali.

In Italia, il vuoto lasciato dagli agonizzanti partiti tradizionali, è stato così riempito da cittadini incensurati, sinceri guerrieri parlamentari, da boy scout e volontari ong, ingegneri e operai, da studenti, da casalinghe e da pensionati: un movimento di popolo che ha deciso di tirarsi su le maniche e di occuparsi della cosa pubblica.

Altro che populista, demagogo e pericoloso sovversivo, come continuano a dipingerlo coloro che lo vorrebbero in galera per aver rotto dei “sigilli inconsapevoli”, o per aver chiesto alle forze armate di difendere gli italiani e non, viceversa, i loro affamatori: Beppe Grillo, purtroppo per costoro, è invece un vero rivoluzionario arrabbiato, garante di quel MoVimento 5 Stelle che prova quotidianamente a salvare i cittadini dalle cazzate del regime divulgate dalla falsa informazione, e lo fa rimanendo sempre nei binari del sistema, mai deragliando.

sabato 8 febbraio 2014

No al blocco delle cartelle Equitalia proposto dal M5S

Se c'è qualcuno che crede seriamente che in questo Paese esistano ancora regole democratiche, parli subito o taccia per sempre: la Ragioneria dello Stato, infatti, ha fatto sapere che l'Italia non dispone di sufficienti coperture finanziarie per far fronte ai debiti in essere con le aziende creditrici, tanto che alla Camera è stato detto no al blocco delle cartelle Equitalia proposto dal M5S.

In ogni caso l'emendamento verrà riscritto, per essere votato nella sua nuova formulazione lunedì 10 febbraio: dunque, niente più “soppressione” delle cartelle di Equitalia, per chi aspetta da anni di essere pagato dalla Pubblica Amministrazione, bensì soltanto “compensazione” del proprio credito verso lo Stato.

In questo modo, se un'azienda deve ricevere soldi da un ente statale, ma deve versarne altri al fisco, è previsto che riceva dallo Stato (non è detto, però, in quali tempi) la differenza: tuttavia, affinché divenga operativa almeno questa soluzione, servirà prima un decreto attuativo del Ministero dell'Economia, che dovrà essere firmato entro 90 giorni.

Ora, poiché l'inconcludente governo Letta vanta un arretrato di 850 norme attuative ancora da varare, non sono certo pochi i dubbi sui tempi di approvazione, per non tacere del fatto che per procedere all'azione “compensativa”, si dovranno al contempo garantire gli “equilibri di finanza pubblica”, vale a dire un'altra “tagliola” cui il Ministero di via XX Settembre potrà ricorrere, nel caso i conti non tornino.

Paradossalmente, potrebbe addirittura succedere che il testo modificato dell'emendamento del M5S finisca per aiutare non tanto le aziende creditrici, bensì lo stesso governo che, grazie alla “compensazione”, vedrebbe allungati i tempi di erogazione dei 100 miliardi euro arretrati da pagare, di cui finora ne sono stati stanziati 27 soltanto.

mercoledì 5 febbraio 2014

Crisi infinita, se non torna la fiducia nella politica

Se da questa crisi non dipendessero i destini di tre quarti delle terre emerse, saremmo più liberi di riconoscervi addirittura un notevole fascino: perché sta facendo emergere una dopo l'altra le vistose falle, da molti per troppo tempo nascoste o sottovalutate, delle nostre stesse idee sia riguardo la politica che l'economia.

L'ultima certezza a cadere è stata che “puoi fare fessi i tuoi elettori una volta, o parecchie volte, ma non puoi farli fessi tutti per sempre: il PD, invece, c'è riuscito, facendo fesso il proprio elettorato per anni e anni, sia quando si trovava alla guida del vapore, sia quando fingeva di opporsi all'odiato “caimano”.

Mentre già nel 2008 i mercati scoprivano che i bilanci di celebrati gruppi bancari erano meno affidabili di quelli della Parmalat di Callisto Tanzi, che i conti pubblici italiani languivano in profondo rosso, che l'introduzione dell'Euro al cambio stabilito dalla Bundesbank, il maggiore partito della sinistra si dilettava a danzare gaudente sul ponte di prua del Titanic.

Qual'è la morale? Nessuna, se non che gli italiani, traditi dalla politica politicante, lontana anni luce dai reali bisogni del Paese, sono ancora oggi immersi fino al collo in una depressione economica ed occupazionale senza un'apparente via d'uscita: la crisi, infatti, potrà finire soltanto quando potremo tornare a fidarci della politica.

Fiducia nella solidità delle nostre banche che torneranno a fare il loro mestiere, nella capacità dello Stato di onorare i debiti, in quella delle imprese di rispettare gli obiettivi industriali, nell'idea che domani si possa avere una qualità della vita migliore di quella di oggi: i dati diffusi a livello europeo, a proposito della corruzione dilagante ad ogni livello nel nostro Paese, ci ricordano invece quanto ancora siamo lontani da un auspicabile cambio di rotta.

Prima di tornare a fidarci della politica, prima di esercitare fino in fondo il libero arbitrio per eleggere una nuova, onesta e competente classe dirigente, dovremmo quantomeno pretendere che tutti gli scandali, coperti in questi anni anche da chi occupa il vertice delle nostre istituzioni repubblicane, emergano finalmente con chiarezza e che, entro i tempi della nostra pur malata giustizia, i responsabili siano una volta per tutte chiamati finalmente a pagare.

domenica 2 febbraio 2014

Giorgio Squinzi grillino: “andiamo a votare”

A chiederlo non è certo il solito grillino populista, sfascista, capace solo a protestare e a tifare contro i "grandi" meriti di questo governo piddino-forzista-monarchico: la richiesta di andare subito al voto, infatti, questa volta giunge nientemeno che dai piani alti di Confindustria “O si cambia passo con il governo esistente o a un certo punto andiamo a votare

A partire dalle previsioni del Csc, finora sempre azzeccate, persino il presidente degli industriali Giorgio Squinzi è stato costretto a riconoscere pubblicamente che “i numeri non permettono di guardare con ottimismo verso il futuro”, soprattutto in considerazione del fatto che la stima per quest'anno di +0.6-0,7% per il Pil, non sarà affatto sufficiente a creare occupazione e a far ripartire il Paese.

Infine, pur valutando positivamente il fatto che “un'azienda italiana come la Fiat acquisisce all'estero e diventi più competitiva, il presidente di Confindustria si è augurato al contempo che la stessa Fiat mantenga determinate attività nel nostro Paese, in particolare i “cervelli” e i centri di ricerca, oltre alle attuali produzioni, al fine di mantenere inalterati i livelli occupazionali.

Ma non dicevano tutti che la prima cosa che serve a questo Paese è una nuova Legge elettorale?