mercoledì 3 dicembre 2014

Corruzione, #PrimiInEuropa!

Ne avremmo volentieri fatto a meno ma, come dimostra anche l'inchiesta di queste ore su Mafia Capitale, il primato di paese europeo più corrotto l'Italia sembra proprio meritarselo interamente: questo, in ogni caso, è quanto emerge dalla ventesima edizione del "Corruption Perception Index", ovvero dall'indagine che misura il grado di “debolezza etica” degli Stati nel mondo.

La nuova mappa mondiale della corruzione, secondo la classifica 2014 stilata da Trasparency International, vede primeggiare tra i Paesi virtuosi la Danimarca (con un punteggio di 92 su 100), seguita dalla Nuova Zelanda (91), Finlandia (89), Svezia (87), Norvegia e Svizzera (entrambe a 86): ottimo piazzamento anche per Singapore (84) e Olanda (83), tallonate a poca distanza da Lussemburgo (82), Canada (81) e Australia (80).

Nelle posizioni di rincalzo, troviamo 12ma la Germania (79), che sta messa meglio quanto a corruzione sia dell'Inghilterra (78), sia della Francia, relegata in 26ma posizione con il punteggio di 69: e l'Italia? Il nostro Paese, purtroppo, si conferma nel medesimo posto dello scorso anno, ovvero 69ma su 174, evidenziando il medesimo livello di corruzione registrato in Romania, Brasile, Bulgaria, Senegal e persino nello Swaziland, nell'Africa del sud.

Da Trasparency International Italia arriva anche la proposta di dar vita ad un servizio di "Allerta anticorruzione-Alac", al fine di consentire ai cittadini di segnalare i casi sospetti, previa la garanzia del totale anonimato.

Nel corso del 2013, infatti, solo il 56% degli italiani si dichiarava disposto a denunciare un episodio di corruzione, a fronte di una media planetaria pari al 69%, dimostrando con ciò una predisposizione al silenzio legata, in particolare, ad un sentimento di paura, nonché di totale sfiducia derivante dall'amara convinzione che nel Paese del Gattopardo nulla possa mai cambiare.

martedì 2 dicembre 2014

Condanna Ue, 40 milioni subito e 237mila euro al giorno per discariche abusive

Non è un mistero, visto che già nel 2007 una sentenza della Corte Europea aveva sancito che l'Italia era venuta meno, in modo generale e persistente, agli obblighi imposti dalle direttive comunitarie in materia di rifiuti, rifiuti pericolosi e alle discariche di rifiuti: tanto che, nel corso del 2013, la Commissione Ue ha preso atto che il nostro Paese non aveva ancora provveduto a dare attuazione a tutte le misure contenute nel dispositivo di quella sentenza, emessa sei anni prima.

Fino al 2007, infatti, ben 218 discariche situate in 18 delle 20 regioni italiane non risultavano conformi alle direttive comunitarie, di cui 16 violavano apertamente le norme europee in materia rifiuti pericolosi e, per 5 di queste, l'Italia non era stata in grado di dimostrare che queste fossero state oggetto di riassetto o di chiusura.

Nel corso dell'attuale causa, invece, la Commissione Ue ha denunciato che sarebbero ancora 198 le discariche italiane fuori norma, di cui 14 in violazione della direttiva sui rifiuti pericolosi e 2 non rispettose della direttiva europea sulle discariche rifiuti.

Per la Corte Europea, dunque, il nostro Paese sarà ora condannato a pagare subito una somma forfettaria pari a 40 milioni di euro, nonché a versare un'ulteriore penalità di 42,8 milioni, a cadenza semestrale (circa 237mila euro al giorno), da oggi fin tanto non sarà data completa esecuzione alla sentenza del 2007.

Ciò in quanto, come rileva l'Organo di giustizia lussemburghese, “le operazioni sono state compiute con grande e non giustificata lentezza”, visto che “un numero considerevole di discariche abusive si registra tutt'oggi nella quasi totalità delle regioni italiane.

domenica 26 ottobre 2014

La mia via

La ragazza ventenne sovrappeso sta sulla soglia dell'osteria,
gli occhi socchiusi alla luce dei raggi obliqui del sole.

Il suo volto tra i neri capelli è pallido
eppure il suo sorriso è autentico.

C'è il rumore delle auto e dei motorini
che transitano in fretta senza accorgersi di lei.

Come se i nuovi alberi appena piantati
le sussurrassero indicibili segreti.

Meno di un mese fa le hanno asportato un tumore alle ovaie
oggi s'inebria di sole nell'aria inquinata della mia via.

Appare tremendamente impegnata a godersi il giorno,
come se la sua paura si fosse d'improvviso trasformata in poesia.

sabato 11 ottobre 2014

Trattativa e patto del Nazareno

Non abbiamo visto e (sicuramente), non vedremo nemmeno in futuro le slides di Renzie dedicate alla lotta contro Mafia S.p.A.: eppure, il fatturato di quella che da più di vent'anni risulta essere l'indiscussa azienda leader del nostro Paese, ammonta a circa 150 miliardi di euro l'anno, una tale somma di denaro che, senza alcun dubbio, consentirebbe all'Italia di uscire dalle secche di questa crisi infinita.

Non abbiamo visto ma (con tutta probabilità) c'è, nel cosiddetto patto del Nazareno siglato a nostra totale insaputa da due condannati, un punto che sancisce “mano libera” alle mafie, nel solco dei dettami di quella “trattativa” che sta tanto a cuore ai massimi poteri dello Stato? Giusto per farsi un'idea, basta andare a leggersi i “Mille giorni” del Premier, oppure digitare il sito passodopopasso.

La lotta alla mafia, considerata da molti osservatori una drammatica urgenza per il nostro Paese, sempre evocata nelle campagne elettorali, chissà poi perché finisce sempre per diventare una delle tante promesse politiche non mantenute, da chi ha ottenuto il potere: ultimo in ordine di tempo il giovane capo del governo che, pur affetto d'annuncite acuta, a questo tema non ha dedicato neppure una “promessa” piccola piccola.

Si dirà, quello che il governo non fa, potrebbe essere fatto dal parlamento, ma così purtroppo non è: dei 43 disegni di Legge presentati sulla materia, tra Camera e Senato, 11 risultano essere stati approvati nelle varie fasi dell'iter, mentre soltanto 2 sono diventati definitivamente legge, ovvero quelli relativi alla Commissione Anti-Mafia e la famigerata modifica (un favore fatto ai politici collusi con la criminalità organizzata) dell'art. 416-ter.

Infine, anche tra gli atti non legislativi, molte delle mozioni, interrogazioni ed interpellanze sembrano essersi impantanati nell'iter parlamentare, il più delle volte scientemente dimenticate dal governo e, in ogni caso, mai considerate alla stregua di priorità del momento: all'unica vera opposizione politica presente nelle istituzioni, il M5S, l'arduo compito di continuare coraggiosamente a combattere con tutte le forze quella “trattativa” rilanciata quest'anno con il patto del Nazareno.

giovedì 9 ottobre 2014

Crimini ambientali, animali a rischio estinzione

Messo di fronte alle stragi quotidiane causate dai tanti focolai di guerra pericolosamente accesi sul nostro pianeta, il tema della progressiva estinzione delle specie animali potrebbe anche essere considerato, per certi versi, non meritevole di tanta attenzione: eppure, secondo un recente rapporto del Wwf, a fronte di una popolazione umana in costante aumento a partire dagli anni settanta, gli appartenenti al regno animale si sono drasticamente ridotti, con grave rischio per l'intero ecosistema nonché per la nostra stessa sopravvivenza.

Secondo gli ambientalisti, infatti, ben il 60% degli elefanti delle foreste dell'Africa centrale e occidentale denota una costante decrescita, la popolazione dei leoni del Mole National Park del Ghana è diminuita addirittura del 90%, e la stessa tragica sorte sta per toccare anche i rinoceronti, gli oranghi, gli uccelli migratori, i lupi, gli orsi e i cetacei.

Basti pensare, al riguardo, che solo nel corso dell'ultimo anno sono stati ammazzati tra i 22.000 e i 25.000 elefanti (ad una media di 70 al giorno), mentre in Sudafrica negli ultimi 7 anni si è passati da 13 agli attuali 1.004 rinoceronti uccisi: allarme rosso, poi, per un altro animale ormai pericolosamente avviato sulla china dell'estinzione come la tigre, di cui si conta la soppressione di ben 1.400 esemplari in 10 anni, su una popolazione di poche migliaia.

Questa ennesima catastrofe criminale sta ormai distruggendo non solo i sistemi naturali e le biodiversità, bensì sta letteralmente devastando l'esistenza di interi gruppi sociali autoctoni, oltre che rendere tutti, noi occidentali compresi, immensamente più poveri ed esposti ad ignoti rischi per la nostra stessa salute.

Per non dire del coinvolgimento della criminalità internazionale in questa piaga che sta minando il futuro della Terra: a tale proposito, secondo il Living Planet Report, il commercio degli animali, in particolare di quelli esotici, rappresenterebbe il quarto mercato illegale mondiale, subito dopo quello della droga, armi ed esseri umani, con un giro d'affari di 23 miliardi di dollari l'anno.

Tutto ciò, in un contesto di crimini ambientali diffusi come la deforestazione, il bracconaggio, la pesca di frodo, le estrazioni illecite, scarichi abusivi di rifiuti tossici, che contribuiscono a far lievitare il costo di tali nefandezze fino a 213 miliardi di dollari ogni anno, com'è ampiamente dimostrato dalle indagini condotte da Unep (Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente) e Interpol.


martedì 9 settembre 2014

Ritorno sui banchi di scuola, tra riforme annunciate e tagli alla spesa

Non c'è che dire, le cattive notizie non arrivano mai da sole: proprio nei giorni in cui l'annunciata (sic) riforma del sistema scolastico italiano incassava più d'una bocciatura, ecco come il nuovo rapporto “Uno sguardo all'istruzione 2014: indicatori dell'Ocse” fotografa impietosamente la situazione educativa nel nostro Paese, a poche ore dal ritorno dei ragazzi sui banchi di scuola.

Il primo dato che balza agli occhi, infatti, è il calo del 4% della spesa pubblica riferita all'istruzione, che relega l'Italia agli ultimi posti tra le nazioni europee, soprattutto se consideriamo il fatto che, negli ultimi 16 anni, i vari governi che si sono succeduti sono stati gli unici nel vecchio continente a tagliare in un settore tanto cruciale.

Secondo l'Ocse l'Italia si distingue, altresì, per il suo “piatto profilo” di spesa, visto che quanto viene investito nella scuola primaria e pre-primaria, infatti, non è di molto inferiore rispetto a quanto si spende per l'istruzione terziaria: solo due anni fa le cifre impegnate per la primaria risultavano essere in media con i paesi dell'Ocse, mentre nel ciclo superiore la spesa risultava essere inferiore addirittura del 28%.

Altro dato che emerge, in modo preoccupante, da quest'ultimo rapporto è quello relativo alla difficoltà nel trovare un'occupazione, accompagnato da una progressiva demotivazione dei giovani nei riguardi dell'istruzione, come confermato dall'aumento della quota dei 15-19enni non iscritti al sistema scolastico, scesa dall'83,3% (media europea) fino all'80,8%.

In drammatico aumento di quasi 5 punti risulta, inoltre, il tasso di disoccupazione dei giovani, soprattutto tra coloro che hanno terminato la scuola media superiore, pur a fronte di un significativo aumento del livello generale d'istruzione, in particolare tra le donne, pur rappresentando valori che, anche in questo caso, rimangono ben al di sotto della media Ocse.

Da dove derivano i tagli? In questi ultimi anni, sempre secondo il rapporto, il bisturi ministeriale ha preso di mira il cosiddetto costo salariale per studente, aumentando di conseguenza il numero di alunni per docente, rispettivamente del 15% e del 22% nella scuola primaria e in quella media: mentre degli investimenti per l'edilizia scolastica e per l'acquisto di attrezzature tecnologiche non si vede, ad oggi, alcuna traccia.

Infine, nonostante il livello di competenze matematiche degli italiani di età compresa tra i 25 e i 34 anni risulti essere migliore rispetto a quanto fatto registrare dalla precedente generazione (35-44enni), purtroppo per quanto riguarda sia le competenze di lettura, che quelle matematiche, il livello medio in Italia rimane decisamente basso, se paragonato a quello di altri paesi europei.

Se si considera, ad esempio, la classifica dei risultati medi ottenuti in matematica dai 25-34enni, gli italiani si piazzano, oggi, in una poco edificante penultima posizione.

lunedì 8 settembre 2014

Scozia, indipendentisti al 51% a pochi giorni dal referendum

Secondo il recente sondaggio condotto dall'istituto YouGov, e pubblicato dal Sunday Times a meno di due settimane dal referendum previsto per il prossimo 18 settembre, gli indipendentisti scozzesi risulterebbero in vantaggio di due punti percentuali, con ciò ribaltando clamorosamente, nel giro di un mese, uno svantaggio di ben 22 punti: lo spostamento dei voti si sarebbe registrato, in particolare, tra gli elettori più giovani, quelli della working class e le donne.

Tanto è bastato, da spingere Londra a promettere al governo di Edimburgo ampi poteri e maggiore autonomia in materia fiscale, di welfare e di spesa pubblica in caso di sconfitta delle istanze indipendentiste: anche se su un punto Westminster appare irremovibile, ovvero, nel malaugurato caso di scioglimento dell'Unione, gli scozzesi -come ha affermato il cancelliere dello scacchiere britannico George Osborne- non potranno in nessuna circostanza continuare ad utilizzare la sterlina.

Per tutta risposta, il leader nazionalista Alex Salmond si è limitato a commentare “Li stiamo mettendo in fuga, si stanno auto-distruggendo”: i sondaggi, a suo dire, altro non farebbero, infatti, che riflettere quanto recentemente sta accadendo sul territorio, grazie ad una campagna ben radicata tra la gente, sostenuta da centinaia di attivisti attraverso presidi informativi ed un instancabile opera di volantinaggio.

Per la regina Elisabetta, pur avendo molti legami con la Scozia ed essendo tenuta all'obbligo istituzionale della neutralità, un voto favorevole all'indipendenza potrebbe avere effetti traumatici, visto che le due corone sono unite fin dal 1603: in realtà, alla fine potrebbe non cambiare poi molto, visto che secondo il sondaggio il 54% degli scozzesi si è dichiarato favorevole a mantenere per la regina il ruolo di capo di stato.

venerdì 5 settembre 2014

Esercito impegnato a produrre marijuana di Stato

Da anni sono ormai universalmente riconosciute le proprietà medicali della cannabis, in particolare per la cura dei sintomi di numerose e gravi malattie neurologiche, oltre che nella cosiddetta terapia del dolore per gli ammalati di Aids e di cancro: ad oggi, però, in Italia la marijuana per uso terapeutico viene ancora importata esclusivamente dall'estero, con costi decisamente elevati.

Eppure la prima legge che ne autorizzava l'uso terapeutico nel nostro Paese risale, addirittura, al 1990, l'ultima al 2007: nonostante in questi ultimi anni Puglia, Emilia Romagna, Veneto e Toscana abbiano provveduto a disciplinare la materia con delibere atte a garantire l'adeguata copertura finanziaria per l'approvvigionamento della sostanza, pare che anche in quelle regioni sia molto complicato farsi prescrivere da un medico e, quindi, riuscire ad ottenere da una farmacia ospedaliera il farmaco a base di cannabinoidi.

Una speranza, in questi termini, sembrerebbe affiorare grazie all'inatteso via libera dei Ministeri della Salute e della Difesa, che hanno deciso di affidare nientemeno che all'Esercito, ovvero all'istituto farmaceutico militare di Firenze, la produzione anche per uso civile di farmaci derivanti dalla marijuana: non è da escludere che, entro il prossimo anno, i farmaci cannabis free possano già essere disponibili nelle farmacie italiane.

martedì 2 settembre 2014

Fanatismo islamico e paure occidentali

Nessuno, credo, avrebbe mai l'ardire di contestare la gravità di ciò che sta accadendo nella striscia di Gaza, in Iran e in Iraq: a tale proposito c'è addirittura chi, come i repubblicani statunitensi, ritiene che questa sorta di “cancro islamico” debba essere curato attraverso una radicale operazione (militare), oppure chi, con un ardito parallelo, si è persino spinto a paragonare la crisi mediorientale ad un altro flagello che sta preoccupando di questi tempi, come l'ebola.

A volte, purtroppo, non è sempre vero che l'unica cosa di cui occorre avere paura sia la paura stessa: queste crisi sono vere, ed altrettanto vere sono le minacce che esse rappresentano, anche se inizia ad insinuarsi qualche dubbio sul fatto che la diffusione di certe visioni apocalittiche non rischi, alla fine, di paralizzare la produzione di possibili soluzioni in risposta a queste nuove sfide.

Questo è anche il pensiero di Michael Brenner, professore di Politica Internazionale presso l'Università di Pittsburg (Pennsylvania), convinto del fatto che l'opinione pubblica americana -formata dalle versioni hollywoodiane della storia, piuttosto che da una conoscenza diretta della stessa- percepisca l'avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico come la travolgente scena dell'attacco di Aqaba nel film Lawrence d'Arabia (con Peter O'Toole), oppure quello sferrato dalle orde di beduini del Mahdi (Laurence Olivier) in Khartoum.

In questo modo si rafforza, sempre più, l'idea di trovarci in presenza di un nemico assetato di sangue, fanatico, demoniaco e forse inarrestabile: ed è a questo punto che la percezione diventa apocalittica, ripercuotendosi negativamente sulla capacità di reagire e, soprattutto, nella scelta di mettere in campo risposte non necessariamente militari.

Recentemente, il noto comico statunitense Jon Stewart ha mandato in onda una sorta di “Blob” delle ultime notizie sull'avanzata degli jihadisti trasmesse -in un crescendo di catastrofismo- dalle principali tv americane, commentando “Ma se davvero le cose stanno così, se riteniamo che questi siano davvero inarrestabili, che senso ha mettersi a discutere come reagire? Arrendiamoci!”.

Immaginate cosa sarebbe accaduto da noi, se quelle stesse parole fossero state pronunciate da un noto “comico” genovese? La verità è che i media attirano la nostra attenzione sulla “crisi del giorno”, martellandoci in modo ossessivo, per poi farla sparire una volta superata la fase acuta, dimenticando che la ragioni che hanno provocato lo scoppio della crisi rimangono da affrontare, non con le armi ma con la politica.

Sarebbe forse troppo chiedere ai politici, ai media e ai "fruitori" di notizie di fare uno sforzo per un maggior approfondimento, se non altro per una conoscenza non episodica od epidermica di quanto succede, visto che sarebbe quantomeno opportuno seguire con più continuità l'evolversi delle crisi, riflettendo anche su come, in molti casi, si sia al fine riusciti a venirne a capo.

Magari provando a rispondere a domande di questo tipo: in che modo l'America Latina si è liberata dalla dicotomia dittatura/guerriglia che per parecchi decenni ne aveva contraddistinto la storia politica? Quali risoluzioni hanno stabilizzato l'Albania che, solo fino a pochi anni fa, sembrava destinata a riversare sull'Italia centinaia di migliaia di immigrati? Per quale motivo in Indonesia, il più popoloso Paese a maggioranza islamica, non prevale il fondamentalismo? Come è avvenuto il passaggio dalla dittatura alla democrazia a Taiwan e in Corea del Sud?

Di certo, maggiori riflessioni ed approfondimenti su temi come questi, potrebbero essere d'aiuto e fornire preziose indicazioni su come affrontare le crisi attuali, nonché rappresentare un valido contributo per sfatare le profezie apocalittiche, pericolose in quanto tendenti il più delle volte all'auto-affermazione.

lunedì 1 settembre 2014

Il voto? Per gli italiani non è più un dovere civico

Quali sono le “virtù civiche” più apprezzate dagli italiani? Una risposta a questa domanda ha provato a darla il quotidiano La Stampa che, con l'indagine LaST (Laboratorio sulla Società e il Territorio) realizzata da Community Media Research in collaborazione con Intesa San Paolo, ha cercato di delineare un insieme di comportamenti socialmente accettabili, tanto da costituire una misura del grado di appartenenza ad una comunità civica da parte degli italiani.

Poiché dalla classifica scaturisce che azioni quali “gettare rifiuti in luoghi pubblici” (96,3%) e “compiere atti vandalici come forma di protesta” (91,6%), sono quasi unanimemente annoverate tra le più inaccettabili, ne consegue che valori come la sensibilità ambientale e il rispetto della proprietà privata rappresentano, per i nostri connazionali, due aspetti fondamentali per definire le civiche virtù.

Non molto distanziati, troviamo altri due comportamenti poco tollerati, quali il “fingersi ammalati per non andare al lavoro” (78,3%) e l'“evadere o eludere le tasse” (72,3%): anche se, per circa un quarto degli italiani, in determinate circostanze entrambi questi modi d'agire potrebbero avere delle giustificazioni quantomeno plausibili.

Sul medesimo piano, vi è un altro gruppo di azioni scorrette per le quali gli italiani dimostrano, però, di possedere un minor grado d'insofferenza: "denigrare l'avversario politico" (53,2%), "bloccare i lavori di interesse pubblico" (52,0%), oppure "farsi raccomandare" (51,3%).

Ciò soprattutto in considerazione del fatto che fenomeni quali la politica urlata di questi ultimi anni, scelte incomprensibili come lo scempio in Val Susa per la realizzazione della Tav, oppure il malfunzionamento del mercato del lavoro, hanno certamente influito nel rendere ragionevoli anche siffatti comportamenti: infine, proprio in fondo alla classifica, si colloca la partecipazione alle elezioni.

Solo un preoccupante 34,8% degli italiani, infatti, considera oggi questo diritto democratico una “virtù civica”, alla quale sia opportuno ottemperare: un ulteriore campanello d'allarme, nel caso ve ne fosse bisogno, del distacco nei confronti della politica che serpeggia in tutto lo Stivale.

Uno spiccato ed intransigente “senso civico” appare, d'altro canto, più diffuso tra le donne, tra i cittadini più adulti (over 50 anni), tra i disoccupati e tra chi ha un basso livello di studio, mentre, al contrario, un maggior grado di permissività e tolleranza è stato riscontrato tra i maschi, le generazioni più giovani (under 34 anni) e tra chi è in possesso di un titolo di studio medio-alto.

Infine, dall'indagine LaST, condotta lo scorso mese di giugno su un campione rappresentativo della popolazione italiana con età superiore ai 18 anni, emerge che tra i residenti del Nord (soprattutto Nord Est) vi sarebbe un maggior apprezzamento per le “virtù civiche”, rispetto a quanti vivono nel Centro-Sud.

martedì 26 agosto 2014

Grattacielo interamente realizzato con i rifiuti

Traendo ispirazione dalla crescita della vegetazione e dalle piante di bambù asiatiche, lo studio di architettura Chartier-Corbasson ha recentemente proposto un progetto concettuale per la realizzazione, a Londra, di un grattacielo fatto con i rifiuti prodotti dai suoi stessi occupanti: per  la costruzione dell'edificio, che avrà la forma di una piramide verticale, è altresì previsto il riciclo di enormi quantità di carta e vetro, anch'essi provenienti dai rifiuti metropolitani.

A tale proposito, si stima che il materiale riciclato necessario per la realizzazione della facciata del grattacielo, potrebbe essere prodotto nel giro di un anno: come tutti i grattacieli, anche questo progetto richiederà impalcature, ma in questo caso i ponteggi costituiranno parte integrante dell'estetica, visto che i tubi saliranno assieme alla costruzione, come una specie di scheletro su cui poter innestare, nel tempo, futuri componenti.

Inoltre, i tubi che saranno utilizzati per il ponteggio saranno vuoti all'interno, per ridurre al minimo il carico del vento e saranno di un unico formato, in modo che gli operai edili non debbano perdere tempo per il loro taglio in varie dimensioni: lo scheletro metallico in esterno verrà altresì utilizzato per ospitare i generatori che alimenteranno parte dell'edificio.

Questo rivoluzionario grattacielo sarà, infine, dotato di impianti di riciclaggio alla sua sommità, allo scopo di produrre, fin già nei pressi del cantiere, materiale di scarto riutilizzabile: aree di raccolta e smistamento di materiale riciclato saranno ad ogni modo presenti ai piani inferiori e saranno, presumibilmente, collegate agli impianti di riciclaggio tramite montacarichi.

lunedì 25 agosto 2014

Energie rinnovabili dal mare di Scozia

Nonostante dal punto di vista dpolitico la Scozia sia oggi divisa tra secessionisti e sostenitori della sua appartenenza al Regno Unito, questo piccolo territorio nel nord della Gran Bretagna si appresta altresì a diventare il primo Paese europeo a sfruttare, su larga scala, l'energia delle maree: prenderanno infatti il via, entro la fine di quest'anno, sul fondo del mare nel Pentland Firth, i lavori di costruzione di una delle più grandi centrali al mondo per lo sfruttamento delle correnti sottomarine.

Si tratta del mega progetto messo in campo da Atlantis Resource, anche grazie al finanziamento di 50 milioni di sterline (di cui 20 provenienti dal Renewable Energy Investment Fund del governo scozzese, 10 dal Dipartimento britannico per l'Energia e il Cambiamento Climatico, 10 da The Crown Estate e il resto da investitori privati), per realizzare al largo del mare scozzese un impianto di sfruttamento delle correnti sottomarine da circa 400 MW di potenza.

I lavori relativi alla prima fase del progetto, denominato MeygGen, prevedono l'installazione di quattro turbine da 1,5 MW sui fondali marini del Pentland Firth (fra la costa scozzese e l'isola di Stroma), nonché la contemporanea realizzazione delle necessarie infrastrutture sulla terraferma, tra le quali un centro per la conversione dell'energia e successivo collegamento alla rete elettrica regionale: il numero delle turbine sarà portato nel successivo biennio fino a 61, un numero sufficiente a  rifornire di elettricità ben 42.000 abitazioni.

Anche se il vero e ambizioso obiettivo di Atlantis Resource rimane quello di raggiungere le 269 unità sottomarine che, stando alle previsioni, non solo permetterebbero la fornitura di energia pulita a 175mila famiglie, bensì contribuirebbero alla creazione di 100 nuovi posti di lavoro, anche perché “Oggi stiamo assistendo alla trasformazione di un intero settore” -ha commentato l'ad di Atlantis e direttore del progetto Tim Cornelius- “e MeygGen rappresenta, in tale contesto, uno degli sviluppi delle energie rinnovabili più interessanti ed innovativi al mondo. Il tanto atteso arrivo della generazione energetica delle maree.

martedì 19 agosto 2014

Democrazia o lotteria?

L'emozione di esercitare un diritto democratico sembrerebbe non possedere più l'antico fascino nemmeno a Los Angeles, come dimostrato dalla scarsa affluenza registrata nelle recenti elezioni comunali: così la città sta prendendo in considerazione un incentivo più tangibile per attirare i cittadini a votare: premi in denaro.

La Commissione Etica di Los Angeles ha recentemente proposto, infatti, l'introduzione di una sorta di ricompensa monetaria: in pratica, le schede di voto verrebbero utilizzate anche come biglietti della lotteria, con tanto di estrazione finale di un premio in denaro del valore di ben 54.000 dollari.
L'iniziativa è stata pensata per contrastare la disaffezione degli elettori, anche in uno Stato famoso nel mondo per la pratica della "democrazia diretta": i californiani, infatti, vengono regolarmente chiamati a votare su una sconfinata serie di problemi, possono mandare a casa prima del tempo i politici eletti, attraverso l'istituto del “recall” nonché, grazie ai referendum, addirittura respingere atti approvati dal legislatore statale.
Per non dire del fatto che i cittadini possono persino scrivere le proprie leggi: una opzione, questa, che in California è stata esercitata sia sulla regolamentazione della cannabis, sia in materia di tasse di proprietà: negli ultimi tempi, però, un dosaggio forse eccessivo di democrazia sembra aver stancato gli elettori di Los Angeles: solo il 23 per cento di essi, infatti, si è recato alle urne per l'elezione del sindaco lo scorso anno, nonostante la campagna elettorale si fosse rivelata la più dispendiosa di sempre.
A detta di Nathan Hochman, chief director della Commissione Etica californiana, per partecipare alla lotteria indetta nella giornata elettorale, sarebbe sufficiente che l'elettore registrato ritiri la scheda ed entri nella cabina elettorale: l'apatia nei confronti della classe politica sta diventando un problema molto diffuso anche negli Stati Uniti, tanto che un sondaggio Gallup dello scorso mese di luglio ha rivelato che il Congresso avrebbe un indice di gradimento non superiore al 15 per cento.
In passato, per incrementare l'affluenza alle urne era stato anche proposto di cambiare la tempistica delle elezioni locali, in modo che corrispondessero con le elezioni nazionali: tuttavia, a detta dei tecnici, un tale approccio sarebbe parecchio complicato da implementare per tutti gli stati dell'Unione: d'altro canto, se è ben vero che le leggi federali proibiscono agli elettori di essere pagati per esprimere un voto, secondo gli esperti legislativi di Los Angeles tale divieto non sarebbe applicabile se i premi in denaro venissero offerti solo nell'ambito delle elezioni locali.
Prima di una sua eventuale introduzione, il progetto della “Lotteria del Voto” richiederebbe, in ogni caso, il consenso degli elettori californiani: i quali, superfluo ricordarlo, dovranno essere nuovamente chiamati a votare per approvarlo.

lunedì 18 agosto 2014

La mobilità sostenibile a costo zero

La rivoluzionaria idea del trasporto pubblico completamente gratuito, rappresentò un grande successo per Edgar Savisaar, primo cittadino di Tallin: nel referendum indetto per decidere se avviare o meno tale iniziativa, il prevalse infatti con uno schiacciante 76%: non paga di ciò, l'amministrazione comunale della capitale estone ha recentemente deciso di estendere la gratuità del trasporto anche ai treni che attraversano il territorio di Tallin.

Grazie a questa scelta, Tallin (450 mila abitanti) è oggi la prima capitale europea ad essersi dotata di un sistema di mobilità sostenibile a costo zero per i residenti, e dal costo di soli 1,10 euro per i turisti, i quali potranno altresì usufruire della Tallin Card, ovvero di una carta prepagata valida per 24, 48 o 72 ore, che permette anche l'accesso illimitato a musei e altre attrazioni.

Nella capitale dell'Estonia, la politica di mobilità pubblica a costo zero ha preso avvio il 1° gennaio 2012 e, da allora ad oggi, i costi per la società cittadina di trasporti sono risultati pari a 12 milioni di euro, una cifra del tutto ragionevole, considerando che il bilancio totale dell'azienda era di 53 milioni di euro, di cui i biglietti degli autobus, resi gratuiti, ammontavano a 17 milioni di euro e che i biglietti pagati dai non residenti hanno portato nelle casse 5 milioni di euro.

Come spesso avviene per tutte le idee più innovative, anche per quella del trasporto pubblico gratuito non potevano mancare i detrattori: secondo uno studio commissionato dalla città di New York, e condotto dal Royal Institute of Technology di Stoccolma (Svezia), infatti, l'iniziativa della capitale estone avrebbe comportato soltanto l'1,5% di incremento nell'utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico.

Un risultato che appare in netta contraddizione con quanto riportato sul sito dell'Unione Europea: 15% di riduzione degli ingorghi, 12,6% di aumento di passeggeri e diminuzione del 9% di utilizzo di veicoli a motore privati negli spostamenti in città, nonché un risparmio di 45.000 t/anno di emissioni di CO2, in considerazione del fatto che gran parte dei mezzi pubblici di Tallin sono alimentati con energia elettrica.

Dal punto di vista dell'impatto sociale, sia lo studio degli svedesi sia il sito della UE, sono concordi nell'affermare che il progetto di mobilità gratuita si è rivelato estremamente positivo, soprattutto nei quartieri più poveri della capitale, dove il ricorso ai mezzi pubblici ha fatto registrare un balzo del 10%, già nel giro di poco tempo dall'avvio dell'iniziativa.

Infine, l'introduzione del trasporto pubblico gratuito per i residenti, ha paradossalmente contribuito a migliorare anche gli introiti fiscali della municipalità: ben 40.000 persone che risultavano domiciliate nella capitale alla fine del 2009, grazie a ciò hanno spostato definitivamente la propria residenza a Tallin.

Con la positiva conseguenza dell'incremento dei ricavi erariali di 10 milioni di euro che, sommati ai 5 derivanti dall'acquisto di biglietti da parte dei non residenti, non solo sono serviti a coprire i 12 milioni di perdite, bensì hanno contribuito a generare un surplus di tutto rispetto.

domenica 17 agosto 2014

Puglia, schiavi nelle miniere di pomodoro

E' un tema scabroso di cui nessun organo di informazione del nostro Paese ha mostrato finora di volersi occupare: il lato oscuro del pomodoro, ovvero la storia dello sfruttamento degli immigrati e della completa distruzione di una florida filiera in Ghana, Africa, sono invece gli argomenti affrontati in una coraggiosa inchiesta condotta dai giornalisti Stefano Liberti e Mathilde Auvillain.

Il dossier ci racconta di come, tolti nel 2000 i dazi d'importazione dall'Europa, diversi stati africani tra cui il Ghana furono invasi da milioni di tonnellate di pomodoro in scatola prodotto in Italia, venduto a prezzi stracciati grazie alle sovvenzioni garantite dai sussidi europei: con che risultato? Lo svuotamento dei campi ghanesi e l'immigrazione irregolare di migliaia di ex contadini africani nel sud del nostro Paese, per essere arruolati in qualità di braccianti senza diritti.

Molto spesso sono pagati a cottimo, 3,5 euro in cambio della fatica di riempire di pomodori un cassone da 300 chili, vale a dire meno di 20 euro al giorno per un lavoro effettivamente massacrante: queste persone sgobbano senza contratto di lavoro, né copertura sanitaria e alla mercè dei cosiddetti “caporali”, per poi rientrare la sera in alloggi fatiscenti dove hanno affittato un materasso su cui riposare per poche ore.

Da questa situazione emerge un dato economico piuttosto rilevante: ogni anno, infatti, il solo Ghana importa circa 50mila tonnellate di pomodoro concentrato, con il risultato d'aver ridotto gran parte del continente africano da produttore a consumatore, con un mercato dai volumi d'affari piuttosto interessanti per l'Italia che, in tale contesto, se la gioca ad armi pari persino con la Cina.

Tanto che nel loro reportage Liberti ed Auvillain giungono ad affermare che, nel 2013, l'industria italiana del pomodoro trasformato ha raggiunto i 1,127 milioni di tonnellate di conserve esportate, corrispondente ad un fatturato di 846 milioni di euro, in un mercato che ha fatto registrare una crescita dell'8,32%, solo nell'ultimo anno.

Ciò non bastasse, c'è un'altra nota poco edificante: se è vero che i container partono dalla Campania alla volta dell'Africa, viceversa la produzione agricola è stata invece delocalizzata in Puglia, dal momento che i rigogliosi e fertili suoli dell'agro napoletano sono stati man mano divorati da un'urbanizzazione insensata e selvaggia, oltre che dai veleni come per decenni è avvenuto nella Terra dei Fuochi.

Così, la piana della Capitanata nel foggiano, un tempo fiore all'occhiello delle culture cerealicole, si è oggi trasformata in un'immensa miniera a cielo aperto per la produzione di “oro rosso”, causa principale di questa ondata di colonizzazione mercantile che ha generato nuovi schiavi.

L'indagine di Liberti ed Auvillain si conclude, infine, con i seguenti dati “L'Italia, terza potenza agricola europea, dopo Francia e Germania, si contende con la Spagna il primato della produzione di ortaggi: negli ultimi 10 anni, secondo i dati forniti da Oxfam, d'altro canto l'Unione europea avrebbe sovvenzionato la produzione totale di pomodoro in Europa per circa 34,5 euro a tonnellata, tanto da coprire addirittura il 65% del prezzo di mercato del prodotto finale”.

Un tanto per chi fosse ancora convinto che alle centinaia di clandestini, che arrivano quotidianamente sulle nostre coste provenienti dall'Africa, rimangano forse parecchie alternative  per poter restare e poter sopravvivere nel loro Paese.