mercoledì 18 dicembre 2013

Nepotismo e populismo, da che parte stanno gli italiani?

C'è un comportamento sociale che, più d'altri, appare emblematico della sub cultura in cui sta naufragando il nostro Paese: si tratta dell'assai  noto fenomeno del nepotismo, di chi lo pratica ma anche di chi, in un rassegnato silenzio accetta che la cosa pubblica sia uno spazio da occupare e il merito un fastidioso impedimento.

Capita infatti sovente che, chiunque abbia un qualche potere debba prima o poi avere a che fare con lo Stato e le sue diramazioni amministrative e, anche senza commettere reati, decida di assumere o di far assumere un familiare, un amico o, peggio, di aiutare o far aiutare qualcuno con cui ha contratto magari un debito.

Ed è in casi come questi che viene fuori l'arroganza di quel particolare potere, volgarmente mascherata con frasi del tipo: “Siccome è mio fratello non può essere bravo e diventare dirigente di Poste Italiane?”, “La signora Ligresti aveva le carte in regola per uscire dal carcere, io cosa c'entro?",  “Solo perché è mio cugino, nipote di mio zio, non può essere che sia anche il più qualificato per ricoprire il ruolo di vicesegretario generale della Camera?”

Fare tutto il possibile per favorire parenti ed amici: cosa c'è di male, se poi non si violano leggi o regolamenti? Pensarla diversamente si rischia solo di fare la figura dei parrucconi moralisti o, peggio, d'essere tacciati quali pericolosi populisti: non c'è niente di male, in fondo, ad adoperarsi per chi si ama...

Così la cosa pubblica diventa solo uno spazio da occupare, non una macchina da far funzionare e, magari da migliorare, tanto che ormai da parecchi decenni questo Paese nasconde, intralcia, soffoca nella culla o costringe all'esilio le sue intelligenze, i suoi talenti, in definitiva tutti coloro che, in ogni campo della vita sociale, economica e politica non aderiscono a consorterie e camarille.

Per farsene un'idea, basta scorrere i cognomi in coda alle trasmissioni televisive (in questo Rai e Mediaset sono specularmente imparentate), paragonandoli ai percorsi e le carriere di chi ha deciso di non sacrificare la propria libertà ai potenti di turno, siano essi politici, lobby o partiti.

Del resto, se in Italia il merito fosse davvero premiato, se incarichi e responsabilità fossero davvero contendibili, le cose andrebbero sicuramente meglio e non ci sarebbe certamente bisogno di quell'avanguardia della corruzione che si spinge fino all'offerta di prestazioni sessuali, in cambio di favori.

Ben sapendo che il colpevole e fragoroso silenzio dei media, di fronte alle sfacciate parole di chi pratica il nepotismo come stile di vita, come pure la rassegnazione di molti, altro non possono essere considerati se non alla stregua di un'ammissione di colpa, riconoscere di essere loro parenti.

Se, d'altro canto, la maggioranza degli italiani è davvero convinta che non esista altro modo per farsi strada nel mondo, che arrampicarsi sulle spalle degli amici, strutturando a tal fine intere reti e relazioni in un infinito, stratificato conflitto d'interessi, è giusto che scelga anche per il futuro d'essere rappresentata dai degni eredi del proprietario della madre dei conflitti d'interesse.