domenica 10 novembre 2013

Reddito di cittadinanza, per cambiare registro

Poco più di un anno fa Martin Wolf, uno tra i più autorevoli commentatori del Financial Times, così si esprimeva a proposito del Fiscal Compact “Una follia è fare più volte la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

Questo trattato, per quei pochi che non ne fossero a conoscenza, impone tra l'altro al nostro Paese la “pura follia” della riduzione di un ventesimo all'anno dello stock di debito pubblico eccedente il 60% del prodotto interno lordo.

Peccato, sostiene Wolf, che il Fiscal Compact riproponga gli stessi principi che ispirarono il “Patto di crescita e stabilità”, siglato dai Paesi dell'eurozona ad Amsterdam nel 1997, il cui fallimento fu certificato da una successiva stentata crescita dellUnione Europea, nonché dalla sua crescente instabilità, tanto da aver creato i presupposti per l'implosione materializzatasi con questa crisi.

La frase di Wolf potrebbe essere benissimo applicata anche alle politiche economiche, adottate dai vari governi italiani che si sono succeduti a partire dal 1992 ad oggi: da un lato misure di austerity a senso unico (manovra Amato da 80.000 miliardi di lire e prelievo forzoso dai nostri conti bancari), dall'altro un attacco frontale ai salari e ai diritti dei lavoratori.

In un crescendo continuo, vennero così adottati i seguenti provvedimenti: prima l'abolizione della scala mobile (1992/93), che bloccò l'aggancio dei salari al costo della vita, poi la magica “flessibilità”, che di fatto determinò la prima sostanziale precarizzazione dei rapporti di lavoro, fino alla “berlusconiana” “Legge 30”.

Per ottenere cosa? La produttività ha continuato a scendere (toccando lo zero assoluto negli anni tra il 2000 e il 2009), il prodotto interno lordo a ristagnare, mentre la crescita complessiva, nel decennio 1999-2009 è stata appena del 5,5%, a fronte degli altri Paesi dell'eurozona che crescevano in media del 13,5%.

Solo i profitti, per tutti gli anni Novanta sono cresciuti, come mai? La risposta è semplice: grazie al massiccio trasferimento di ricchezza a danno dei salari, senza peraltro che detti profitti fossero mai stati reinvestiti in ricerca e sviluppo tecnologico, visto che la possibilità di far calare sempre più i salari rendeva, sarebbe stato inutile farlo.

Ciò ha contribuito a far scivolare l'Italia sul terreno della competizione di prezzo, anziché su quello della qualità e del contenuto tecnologico dei prodotti: qui risiede la radice della stagnazione economica italiana, quando la riduzione dei dazi d'importazione dai paesi emergenti e di nuova industrializzazione, ha messo letteralmente fuori mercato molte nostre produzioni.

In questo modo si è arrivati alla massiccia “flessibilità in uscita”, con i fondi per la cassa integrazione quasi prosciugati, senza che questo si fosse minimamente trasformato in “flessibilità in entrata”, anzi, trasformando ogni lavoro “precario” in un lavoro “insicuro”, sempre sottoposto al ricatto del datore di lavoro e sempre sotto l'incombente minaccia d'essere interrotto arbitrariamente per “motivi economici”.

Soltanto una classe politica incapace, irresponsabile ed arrogante, può permettersi d'ignorare la lezione che ci viene da una lettura onesta della realtà: per provare a riequilibrare la paradossale situazione in cui ci hanno cacciato, occorre cambiare totalmente registro, a partire dall'immediata istituzione del reddito di cittadinanza, così come proposto dal MoVimento 5 Stelle, checchè ne pensi il governo Letta, oppure il suo viceministro all'economia Fassina.