martedì 12 novembre 2013

Mafia Football Club, non solo ultrà

Il campionato di calcio più bello del mondo, si diceva una volta: ormai da un po' di tempo, invece, anche questo prodotto italiano appare in netta crisi, con la tradizione nostrana che paga dazio alle vecchie e nuove potenze europee: Spagna, Germania, Olanda, con le loro nidiate di campioncini, tutti campo, banchi di scuola, talento e disciplina.

I bilanci delle “grandi” sono in perenne rosso, le stelle migrano verso altri lidi, nella ricca Inghilterra, ad esempio, dove il pallone è un business che continua a tirare, dove gli stadi sono dei veri e propri gioielli e gli sceicchi fanno a gara per comprare i club più prestigiosi.

Qualcosa dovrà pur significare se l'Italia, nonostante sporadici investitori americani o indonesiani, invece degli sceicchi arabi sa attirare solo fetenti e criminali: perché il pallone produce consenso, e la mafia lo sa, partite truccate, sponsor fasulli, accordi in nero ed altri tantissimi sistemi per riciclare denaro nel calcio, che le cosche conoscono assai bene.

Eppure c'è ancora chi, anche di fronte ad episodi intimidatori come quello accaduto ai danni dei calciatori della Nocerina, costretti sotto minaccia di morte a fingere improbabili infortuni di gioco, vorrebbe attribuirne la colpa esclusiva al solito sparuto gruppetto di tifosi ultrà, notoriamente violenti ed esagitati.

Ebbene, se qualcuno pensa che i volti sudici del calcio italiano siano stati solo quelli di Moggi e Giraudo, sia il benvenuto nel girone infernale del calcio di periferia, quello degli stadi da due-tremila posti, dove gli arbitri entrano ed escono dal terreno di gioco accucciati dentro auto della Polizia, per difendersi dalle aggressioni di facinorosi e dirigenti delle società.

Mi permetto, al riguardo, di consigliare la lettura dell'illuminante libro di Daniele Poto, "Le Mafie nel pallone" (Edizioni Gruppo Abele, Torino), nel quale l'autore ha preso in considerazione inchieste e atti giudiziari degli ultimi anni, da cui risulterebbero essere più di trenta i clan direttamente coinvolti, o contigui, nei casi di corruzione e riciclaggio di denaro sporco nel mondo del pallone.

Alla spartizione della torta parteciperebbero, infatti, le cosche e i boss più spietati: Lo Piccolo e Santapaola in Sicilia, i Casalesi e i Misso in Campania, i Pelle e i Pesce in Calabria, con l'infiltrazione mafiosa che non sarebbe limitata alle regioni strettamente meridionali.

Il calcio professionistico, in particolare nelle serie minori come la Lega Pro, è infatti preso di mira anche in Lombardia, Lazio e Abruzzo, dove il riciclaggio di denaro sporco avviene attraverso le compartecipazioni societarie e le scommesse, sia quelle legali che il totonero.

Alla faccia della passione popolare e delle speranze di migliaia di ragazzi che ancora crescono sognando di diventare campioni da copertina: la commistione tra calcio e criminalità non risparmia neppure i settori giovanili, laddove più dei meriti contano le vicinanze alle cosche e le raccomandazioni, giusto che le giovani promesse capiscano, fin da subito, che c'è qualcuno più uguale degli altri.

Lo spaccato che emerge dal libro di Daniele Poto, racconta di una penetrazione mafiosa diffusa soprattutto nelle realtà piccole e medie, anche perché controllare una società calcistica assicura ai clan un certo prestigio e consenso che, proiettati sul territorio,  diventano utili al reclutamento di nuovi picciotti.

In proposito, alcuni collaboratori di giustizia hanno raccontato del reclutamento operato dalla 'ndrangheta nella piana di Gioia Tauro, sotto forma di posti di lavoro nei piccoli club calcistici: manovalanza a basso costo e con un'ottima copertura: anche e soprattutto per questi motivi, ogniqualvolta viene confiscato un campo di calcio alla criminalità, “loro” cercano sempre complicità ai più alti livelli per portarsi di nuovo il pallone a casa.