venerdì 29 novembre 2013

Europee 2014, nessuna diga potrà reggere l'onda d'urto euroscettica

E' sotto i loro occhi ogni giorno, eppure, i pennivendoli di regime 'rimuovono' psicanaliticamente ciò che sta accadendo, non solo in Italia, ma praticamente in tutti i ventotto stati membri dell'Unione Europea: governanti, uomini di partito, banchieri, grandi imprenditori, sindacalisti, ostinatamente non vogliono prendere atto che, quanto è avvenuto nel nostro Paese con la fine del berlusconismo, è destinato ad avere ripercussioni più ampie, con intere classi dirigenti che saranno presto 'dimissionate' dai cittadini che le considerano il vero problema di questa crisi infinita.

Ovunque nell'eurozona, il rifiuto nei confronti delle 'elites' istituzionali è maggioritario, o sta per diventarlo, tanto che le elezioni europee 2014 si apprestano a diventare lo specchio di tale tendenza, liquidata dai media come 'nazionalista' o 'euroscettica': statene certi, questi disinformatori di massa cadranno un'altra volta dalle nuvole, dopo il voto della prossima primavera a Strasburgo, come già lo scorso febbraio, quando il MoVimento 5 Stelle si affermò come la prima forza politica italiana.

Nonostante ciò, il 'sistema' dei partiti e dei sindacati istituzionali europei ha finora conservato la propria supremazia grazie a 'legislazioni' elettorali e di rappresentanza concepite, di fatto, per escludere l'emergere di forze popolari e di opposizione (doppio turno alla francese, i quorum tedeschi, il 'porcellum' e l'inciucio all'italiana): nel caso delle elezioni europee, però, non potranno contare su queste 'dighe', per reggere l'onda d'urto.

Nel caso della consultazione continentale, infatti, il sistema elettorale è ancora proporzionale, e non artificiosamente maggioritario, tanto che, sebbene l'europarlamento abbia scarsi poteri, una vittoria complessiva degli 'euroscettici' nel 2014 non potrà non riverberarsi sulle scelte elettorali e di governo anche sul piano nazionale.

In questi termini, l'anello debole della catena, è oggi senz'altro rappresentato dalle potenti centrali sindacali: il loro compito istituzionale sarebbe quello di tutelare categorie di lavoratori ma, in un'Europa che sta mostrando la carne viva di una diffusa disoccupazione, soprattutto giovanile e di mezza età, tale rappresentanza non ha, in pratica, alcun potere contrattuale, come le piazze insegnano.

Eppure partiti come la neo-rinata Forza Italia, il Pd di renzicuperlocivati, oppure sindacati come la Cgil, si stanno buttando a capofitto su falsi programmi 'sociali' per tentare, in extremis, di recuperare il favore popolare: ma, come ben sanno, è una strategia destinata all'insuccesso, e ciò per una semplicissima ragione: se questi 'attori' perseguissero realmente obiettivi contrari alle politiche europee di austerity, i burattinai della troika Fmi-Bce-Commissione di Bruxelles toglierebbero letteralmente la sedia da sotto i loro imbolsiti deretani.

Le promesse demagogiche di una maggiore giustizia sociale, fin qui utilizzate ai soli fini elettorali, ormai non attecchiscono più, perlomeno sulla gran parte dei cittadini delusi, indignati e disillusi dagli attuali protagonisti al governo della politica e dell'economia: sarà, dunque, una corsa-boomerang quella delle classi dirigenti al potere, chiuse in una sorta di  fortino fatto di privilegi, ormai ineluttabilmente accerchiato e sul punto di capitolare.

martedì 26 novembre 2013

Regioni sanguisuga e federalismo del gambero

L'escalation iniziò negli anni settanta, con l'avvento delle Regioni: a fronte del decentramento di parte dei poteri dello Stato, iniziò infatti una lenta, ma progressiva, eliminazione dei controlli sull'operato degli enti locali, tanto da lasciar spazio ad una sorta di federalismo del gambero, fatto non da tante realtà territoriali che 'univano' le proprie forze, bensì da una realtà piuttosto stabile che si andava via via sgretolando.

Mano a mano, i 'politicanti' di mestiere riuscirono a far passare l'idea (grazie soprattutto ai compiacenti organi d'informazione assoggettati ai partiti) che la 'politica' aveva dei costi necessari, che trovavano legittimazione nell'esercizio stesso della democrazia: niente di più falso, fuorviante ed oltremodo costoso per le tasche dei cittadini italiani.

Basti pensare, al riguardo, che, pur secondo calcoli fatti per approssimazione, il costo complessivo di Comuni, Province e Regioni ammonta, ogni anno, a circa 400 miliardi di euro: il personale di questi enti pesa sui rispettivi bilanci per circa il 2,5%, un altro 1,5% lo mette lo Stato, mentre in totale i 550.000 dipendenti costano mediamente il 4% del bilancio di un ente.

Come viene speso, allora, il restante 96%? Circa il 50%, cioè 130 miliardi di euro, è destinato alla Sanità (medici, infermieri, tecnici di laboratorio, personale amministrativo, siringhe, provette, apparecchiature diagnostiche, ecc.): in Italia vi sono 20 diverse Sanità con 20 diversi assessori regionali alla sanità che pretendono di nominare i primari ospedalieri e manager delle ASL, 20 centri d'acquisto diversi e, infine, 20 politiche sanitarie.

Tanto che appare pleonastico chiedersi: è più importante l'autonomia gestionale, oppure la qualità dei servizi ai cittadini? Per don dire del fatto che, a dispetto di quanto ancor oggi sancito dalla Legge costituzionale n. 62 del 1953, ogni consigliere regionale guadagna mediamente circa 12.000 euro al mese.

Nel corso di quarant'anni, i 'soli' stipendi dei politici regionali sono gravati sulle spalle dei cittadini per circa 6 miliardi di euro, che sono comunque una miseria, se paragonati ai 60 miliardi di euro spesi, negli ultimi vent'anni, in stipendi ed incentivi per i dirigenti di quegli enti sanguisuga.

Infine, ai circa 1.000 consiglieri regionali in carica, vanno aggiunti i vitalizi di tutti gli ex consiglieri, gli assessori esterni, gli autisti, le auto blu, i finanziamenti ai Gruppi, i portaborse, i segretari particolari, ecc., ecc.: se a questi costi della politica facesse da contraltare un'altissima qualità dei servizi erogati non ci sarebbe, probabilmente, nulla da eccepire.

Invece: escluse rarissime eccezioni che confermano la regola, siamo in presenza di trasporti pubblici costosi e inefficienti, di una pessima gestione del territorio, di una qualità dell'acqua, dell'aria e dei prodotti agricoli vittime dell'inquinamento, di politiche del lavoro che non sanno creare occupazione, di una formazione che non risponde ai bisogni del mercato, ecc. ecc.

Altro che spending review, l'unico modo per uscire da questo pantano altro non potrà essere che l'istituzione di un Tribunale popolare (con una giuria formata da cittadini estratti a sorte dagli albi anagrafici comunali), cui affidare il compito di giudicare i responsabili, nonché a far pagare direttamente dalle loro tasche i 'lussuosi' costi della politica regionale.

lunedì 25 novembre 2013

La fine dell'era spaziale e il rischio di una guerra antisatellitare

L'era spaziale, così come l'abbiamo conosciuta fino agli anni novanta, ha senza alcun dubbio rappresentato una sorta di Eldorado per il progresso scientifico: telecomunicazioni, previsioni del tempo, agricoltura, tutela delle foreste e persino la ricerca dei minerali hanno subito una vera e propria rivoluzione.

Così è avvenuto anche per la guerra: nessuna potenza, infatti, può oggi mobilitare le sue forze armate in segreto, visto che è possibile conoscere la posizione esatta di tutti gli edifici del pianeta, contro i quali è addirittura possibile guidare bombe 'intelligenti' grazie al gps.

Eppure, niente di tutto questo somiglia, neppure lontanamente, all'era spaziale che avevano immaginato i 'pionieri' che la misero in moto negli anni cinquanta e sessanta: quando furono lanciati in orbita i primi razzi spaziali, infatti, si parlava di 'avventura' ed 'esplorazione', ora non più.

Tanto che Bruce Carlson, direttore del National Reconnaissance Office, la squadra che gestisce con discrezione i satelliti spia statunitensi, già nel 2010 annunciò che la sua agenzia si sarebbe imbarcata nel piano di lanci più aggressivi mai intrapreso negli ultimi venticinque anni, a riprova del fatto che la maggior parte dei fondi, un tempo appannaggio della Nasa, sono ora dirottati verso i satelliti militari.

Si tratta, in larga parte, di dispositivi spia per tenere d'occhio gli altri Paesi, ovvero satelliti per le telecomunicazioni che consentono ai militari di parlare tra loro, e satelliti gps ideati per guidare soldati e bombe verso i bersagli: ma ci sono anche programmi più esotici.

L'aeronautica Usa ne ha uno per la guerra antisatellitare, mirato a distruggere o mettere fuori uso i satelliti nemici, mentre un altro prevede l'utilizzo di un velivolo sperimentale, come l'X 37 (discendente ridotto e senza pilota del vecchio shuttle) del quale nessuno pare sappia ancora niente di preciso.

Una delle ipotesi correnti, riferisce trattarsi di un aereo spia capace di individuare i bersagli intelligenti che sanno nascondersi dai satelliti spia, le cui orbite sono del resto prevedibili: secondo altri, invece, l'X 37 servirebbe a distruggere i satelliti o a sganciare bombe, una volta messo in orbita.

Non solo gli Stati Uniti, anche le altre superpotenze starebbero scaldando i muscoli: la Cina, ad esempio, starebbe sparando regolarmente in cielo potenti laser, a dimostrazione della propria capacità di abbagliare o accecare i satelliti, seguita dalla Russia di Putin che ha fatto sapere pubblicamente di possedere anch'essa armi antisatellitari.


Così, mentre il Presidente americano Obama ha annunciato al mondo intero di aver stretto un accordo con l'Iran, riguardo il blocco del programma nucleare portato avanti dagli ayatollah, appare d'altra parte evidente che un auspicabile futuro di pace rischia seriamente d'essere minacciato da un altro e più oscuro pericolo: quello di una  guerra antisatellitare.

sabato 23 novembre 2013

Ma l'Italia è ancora una democrazia?

Al contrario di quanto a prima vista potrebbe sembrare, il saper distinguere tra una democrazia e una dittatura non è affatto facile, nonostante qualcuno sia ancora convinto che il regolare svolgimento di consultazioni elettorali possa di per sé rappresentare un buon indicatore.

Ne è convinto, ad esempio, il Cavaliere a delinquere Silvio Berlusconi, per il quale il potere costituzionale della magistratura dovrebbe soggiacere al giudizio espresso nei suoi confronti dagli elettori, e ne sono altrettanto convinti pure l'attuale premier-nipote Enrico Letta e il suo mentore Re Giorgio, letteralmente terrorizzati dall'ipotesi di un “Grillo al 51%”.

Ma le cose non stanno così: il mondo è pieno di dittatori eletti tra i brogli o contro un'opposizione che non ha nessuna possibilità di vincere, oppure di dittature hanno persino stabilito un patto implicito con l'opposizione, per cui quest'ultima può presentarsi alle elezioni, a condizione che non si metta in testa di vincerle.

Inoltre, non bisogna dimenticare che le dittature si possono presentare in forme molto diverse: un regime totalitario che ha il controllo su tutti gli ingranaggi del potere (stato, mercato, partiti, sindacati, organizzazioni della società civile e mezzi di comunicazione), non è la stessa cosa di un regime cosiddetto autoritario, in cui esistono un simulacro di pluralismo e cittadini parzialmente indipendenti.

Infine, secondo la divisione al tempo operata da Niccolò Macchiavelli, ci sono dittatori che si accontentano di essere temuti, con ciò reprimendo gli oppositori e offrendo benefici ai propri sostenitori, e altri, più megalomani, che pretendono di essere anche amati: obiettivo, quest'ultimo, che richiede una capillare opera di propaganda e un lavaggio del cervello collettivo.

Neanche le democrazie, del resto, sono così semplici da spiegare: parecchie di queste, infatti, lo sono solo un giorno ogni quattro-cinque anni, tanto da meritare l'appellativo di democrazie “elettorali”, altre sono addirittura riuscite nel paradosso d'essere considerate democrazie, pur senza rispettare i diritti umani o il principio di uguaglianza davanti alla legge (democrazie illiberali).

Altre democrazie, come quella israeliana, sono invece tali solo per una parte della popolazione, distinguendo all'interno dello stesso territorio tra cittadini a pieno diritto e sudditi totalmente sottomessi.

Ci sono, infine, le democrazie dove questioni come l'onestà, la moralità, la legittimità, la rappresentatività o la responsabilità versano in una crisi tanto profonda, che la parola stessa “democrazia” sempre più spesso appare come una formula vuota e priva di ogni significato: ma, allora, l'Italia è ancora una democrazia?

mercoledì 20 novembre 2013

Ladri di biciclette e mobilità sostenibile

Sarà anche colpa della crisi ma, secondo una stima di Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta), pare che ogni anno nel nostro Paese avvengano circa 320 mila furti di biciclette, al punto da far ritenere questo (quasi) irrisolvibile problema, un vero e proprio colpo basso sferrato contro qualsivoglia piano di mobilità urbana.

Dallo studio che Fiab ha condotto grazie alla collaborazione di 60 prefetture (su 118 interpellate), diverse amministrazioni comunali e di circa 4 mila cittadini-ciclisti, cui è stato sottoposto un articolato questionario, è alla fine emerso che l'8% dei ciclisti italiani, ovvero quasi quattro milioni di persone, subisce ogni anno il furto del proprio mezzo di locomozione cittadina.

Data l'enorme evidenza, la dimensione attuale di questo pur antico fenomeno è tale da rappresentare un danno economico per l'intero Paese di circa 150 milioni di euro, derivanti in gran parte dai mancati introiti per l'industria, oltre che dalle transazioni in nero che sfuggono del tutto a qualsiasi controllo fiscale.

Dai questionari sottoposti ai ciclisti che usano quotidianamente la bicicletta per i loro spostamenti in città, si è potuto inoltre rilevare che la maggior parte dei furti è concentrata nelle aree urbane del nord e del centro-nord: basti pensare, al riguardo, che in città come Bolzano o Ferrara quasi uno spostamento su tre, avviene sulle due ruote a pedali.

Paradossalmente, ad essere penalizzata è proprio quella minoranza virtuosa che, al contrario, meriterebbe un posto centrale in ogni piano mirato alla sicurezza ed alla mobilità sostenibile: provare a contrastare i furti dovrebbe quindi rappresentare, per le amministrazioni locali, una condizione sine qua non per promuovere l'uso della bicicletta quale strumento di mobilità pratico e sicuro.

Una delle possibili soluzioni potrebbe essere, ad esempio, quella di un sistema di punzonatura pubblico di tutto il parco bici circolante, come già avviene in altri paesi europei: con una semplice e poco costosa operazione, infatti, verrebbe impresso il codice fiscale del proprietario sul telaio della due ruote, garantendo in questo modo l'identificazione del mezzo da parte delle forze di polizia.


Andrebbe infine creato, a livello nazionale, un apposito database con tute le informazioni riguardanti le biciclette ed i relativi proprietari, per il raggiungimento di obiettivi quali una più efficiente gestione delle bici sequestrate, la disincentivazione dei furti e del riciclaggio e, soprattutto, per stimolare i cittadini a denunciare il furto del proprio mezzo di trasporto urbano, senza che la segnalazione rimanga lettera morta, come purtroppo accade il più delle volte oggi.

lunedì 18 novembre 2013

Come far pagare la tredicesima dagli evasori fiscali

Ogni economista che si rispetti ha bell'e pronta la propria personale ricetta per abbassare le tasse che, alla prova dei fatti, si dimostra puntualmente un flop: eppure, una soluzione ci sarebbe, per dare più soldi ai lavoratori dipendenti ed ai pensionati, senza per questo mandare in rosso i conti pubblici.

Per fare ciò servirebbe, innanzitutto, una sorta di meccanismo che permetta di spostare il peso fiscale, garantendo altresì l'assoluta parità del gettito complessivo: questo meccanismo esiste di già, ed è nascosto in una delle più antiche tradizioni italiane, ovvero la tredicesima.

Per prima cosa, un ipotetico Ministro dell'Economia dovrebbe dichiarare a reti televisive unificate che il 2014 sarà “Anno di lotta senza quartiere all'evasione fiscale”, stabilendo al contempo che la tredicesima sarà spalmata per decreto su dodici mesi, per tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati: a dicembre il bonus sarà pagato con le somme recuperate nel frattempo all'elusione ed all'evasione fiscale.

Con lo stesso decreto d'urgenza, verranno altresì congelati (in attesa di una improrogabile revisione dell'intera tematica previdenziale e assistenziale) gli importi eccedenti i cinquemila euro mensili, degli assegni pensionistici attualmente in pagamento: di sicuro dipendenti e pensionati si troverebbero, da subito, più soldi in tasca, con ciò contribuendo alla ripresa dei consumi interni.

Nel frattempo verrà messa in campo una vera e propria task force per intercettare gli evasori, tenendo presente che la spesa delle tredicesime ammonta a meno di un decimo, rispetto al totale stimato di evasione ed elusione fiscale che affligge il nostro Paese.

Supponendo che in un anno di lotta senza quartiere, anche grazie all'occhio vigile di dipendenti e pensionati consci di giocarsi il bonus, si arrivi a recuperare almeno il settanta per cento dell'ammontare delle tredicesime, i tre quarti delle famiglie italiane (ovvero quelle che vivono di stipendi e pensioni) si ritroverebbero in tasca un bel gruzzoletto, da aggiungere alla tredicesima già percepita mensilmente.

Cosa riceverebbero in cambio imprenditori, aziende ed enti pubblici? Ad esempio un armistizio sindacale e una moratoria dei contratti di lavoro, che si tradurrebbe in una conseguente riduzione del costo del lavoro, a tutto vantaggio del recupero di competitività sul piano internazionale.

Se tutti faranno la loro parte, a fine anno si darebbe per consolidato il risultato e, del caso tale formula avesse raggiunto gli obiettivi prefissati, la si potrebbe ripetere per l'anno successivo e per quelli a venire, spalmando sempre la tredicesima su dodici mesi e creando nuovi gruzzoletti per pagare il bonus a fine anno.

In un triennio si potrebbero spostare cento miliardi di euro, attaccando severamente a fondo l'evasione, la corruzione e gli sprechi pubblici, il che consentirebbe di far diminuire l'ormai non più sopportabile pressione tributaria complessiva: solo allora si potrebbe affermare che “le tasse sono bellissime”, sia perché corrispondenti effettivamente al costo dei servizi erogati, sia, soprattutto, perché a pagarle non sarebbero più soltanto i soliti noti.

sabato 16 novembre 2013

Si salva solo il “green”, nel tracollo della produzione italiana

Secondo la classifica stilata dall'Ufficio Studi di Confartigianato, tra il 2009 e il 2013, la palma d'oro del dinamismo imprenditoriale italiano spetta alle aziende “green”, in particolare a quelle che si occupano di manutenzione di aree verdi, pulizia di edifici e cura del paesaggio, che hanno fatto segnare il maggior aumento: 7.379 in più, con un lusinghiero tasso di sviluppo del 23,1%.

Il secondo gradino del podio dei settori economici più vitali del nostro Paese è invece occupato dal settore della riparazione e istallazione di impianti industriali: in questi ultimi quattro anni è stato incrementato da 5.074 nuove aziende, con una crescita del 36,2%.

Infine, medaglia di bronzo per il comparto alimentare che, nonostante la crisi, ha visto nascere 485 imprese in più (+1,2%), ciò a fronte delle profonde sofferenze registrate, all'altro capo della classifica, da settori storicamente trainanti della  nostra economia, quali l'edilizia, l'autotrasporto e le produzioni metalliche.

In questi termini, la sola edilizia ha perso nell'ultimo quadriennio ben 17.209 imprese (-12,7%) nel settore della costruzione di edifici e altre 16.445 (-3,7%) in quello delle costruzioni specializzate, con una diminuzione complessiva di 33.654 imprese, colpite dal blocco quasi totale delle compravendite immobiliari, dai ritardi nei pagamenti e dai rialzi dei tassi d'interesse bancari.

La stagflazione ha colpito profondamente anche gli autotrasporti, con 11.303 imprese in meno (-10,9%), soprattutto a causa del calo dei consumi, il rincaro del prezzo dei carburanti e la concorrenza sleale dei vettori stranieri.

Tra i comparti che hanno visto scomparire il maggior numero di aziende (8.602), c'è infine quello della fabbricazione di prodotti in metallo, messo fuori mercato dalla concorrenza internazionale, nonché dalla volatilità del prezzo dei metalli medesimi.

Sulla questione, ad intervenire con parole dure nei confronti del governo è lo stesso Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti “I nostri dati- sottolinea- “mostrano i pesanti effetti della crisi, aggravati peraltro da decisioni politiche penalizzanti, come nel caso dell'autotrasporto che, in base a quanto previsto dalla legge di stabilità, si vedrà aumentare di 400 milioni il costo del gasolio per uso professionale”.

I piccoli e i medi imprenditori che ancora resistono, si sforzano di innovare, investire in nuovi settori come ad esempio quello caratterizzato dal “green”, ma chi guida il Paese ha il sacrosanto dovere di sostenerli, evitando di aggiungere all'impatto generalizzato della crisi, gli effetti di misure ingiuste ed oltremodo penalizzanti.

giovedì 14 novembre 2013

Mercati finanziari e plebiscito dei Popoli europei

Le agenzie di rating sono società specializzate nel valutare quanto credito possa meritare chiunque (società private, società di proprietà pubblica, Stato, Regioni, Comuni) intenda finanziare i propri investimenti non tramite il credito bancario, bensì accedendo direttamente ai mercati finanziari.

In poche parole, le cose funzionano così: le società che vogliono finanziarsi emettono obbligazioni (nel caso del nostro Paese, ad esempio, possono essere Bot se hanno breve scadenza, oppure Btp, se hanno scadenze di rimborso più lunghe).

Questi strumenti di debito offrono, a chi li acquista, interessi più o meno alti a seconda del rischio che non vengano rimborsati, tanto che, più alto è il rischio, maggiori saranno gli interessi da pagare agli investitori: una corretta valutazione di questo rischio, sarà quindi determinante, non soltanto all'atto dell'emissione dei titoli di debito, ma anche per tutta la durata della loro vita.

Le agenzie di rating  fanno essenzialmente questo lavoro di valutazione, stimano il rischio di fallimento (o dell'incapacità di rimborso) dell'emittente le obbligazioni: le principali agenzie di rating mondiali sono tre, Standard & Poor's, Moody's e Fitch, tutte con base negli Stati Uniti.

Anche se parlare semplicisticamente di egemonia statunitense, non sarebbe del tutto corretto, visto che inizialmente Fitch aveva la propria sede in Francia ma, visto lo scarso interesse dell'Unione Europea, alla fine l'agenzia decise di trasferirsi, armi e bagagli, negli Usa e nel Regno Unito.

E' più lecito pensare, al contrario, che le critiche periodiche dei politici europei alle società di rating Usa, non siano mosse da motivazioni strategiche, ma trovino la loro unica ragion d'essere nei giudizi sgraditi che esse emettono circa la solvibilità dei vari debiti sovrani.

A questo riguardo, i media italiani hanno sempre dedicato molto più spazio alle proteste dei Paesi “degradati”, piuttosto che alle ragioni dei “degradanti”: cosa diceva, ad esempio, Standard & Poor's, al tempo del declassamento del debito sovrano di nove Paesi dell'eurozona?

Cose piuttosto interessanti, come la presa d'atto che i problemi finanziari dell'eurozona, altro non sarebbero che la conseguenza, non solo di politiche fiscali allegre, bensì di squilibri esterni e di divergenze crescenti di competitività tra i Paesi del centro-europa e la cosiddetta periferia.

Non solo, S&P's affermò a chiare lettere che un processo di riforme basato esclusivamente sull'austerity avrebbe corso il rischio di diventare controproducente, a causa di una domanda interna in calo, per via delle preoccupazioni dei cittadini sulla sicurezza del loro posto di lavoro, nonché sulla tenuta della loro capacità patrimoniale.

Ha quindi torto chi oggi chiede di interrompere lo strapotere delle agenzie di rating? Assolutamente no, anche se tale potere può essere spezzato in un unico modo: operando una decisa inversione di rotta rispetto all'idea che i mercati siano entità razionali, in grado di decidere le nostre stesse sorti.

Con le prossime elezioni europee sarà dunque della massima importanza eleggere, in particolare nei cosiddetti Pigs, una classe politica credibile e capace di far prevalere il “plebiscito dei popoli”, rispetto a quello dei mercati finanziari, ripristinando con ciò quelle fette di democrazia scippata, che nessuna agenzia di rating al mondo potrà mai declassare.

martedì 12 novembre 2013

Mafia Football Club, non solo ultrà

Il campionato di calcio più bello del mondo, si diceva una volta: ormai da un po' di tempo, invece, anche questo prodotto italiano appare in netta crisi, con la tradizione nostrana che paga dazio alle vecchie e nuove potenze europee: Spagna, Germania, Olanda, con le loro nidiate di campioncini, tutti campo, banchi di scuola, talento e disciplina.

I bilanci delle “grandi” sono in perenne rosso, le stelle migrano verso altri lidi, nella ricca Inghilterra, ad esempio, dove il pallone è un business che continua a tirare, dove gli stadi sono dei veri e propri gioielli e gli sceicchi fanno a gara per comprare i club più prestigiosi.

Qualcosa dovrà pur significare se l'Italia, nonostante sporadici investitori americani o indonesiani, invece degli sceicchi arabi sa attirare solo fetenti e criminali: perché il pallone produce consenso, e la mafia lo sa, partite truccate, sponsor fasulli, accordi in nero ed altri tantissimi sistemi per riciclare denaro nel calcio, che le cosche conoscono assai bene.

Eppure c'è ancora chi, anche di fronte ad episodi intimidatori come quello accaduto ai danni dei calciatori della Nocerina, costretti sotto minaccia di morte a fingere improbabili infortuni di gioco, vorrebbe attribuirne la colpa esclusiva al solito sparuto gruppetto di tifosi ultrà, notoriamente violenti ed esagitati.

Ebbene, se qualcuno pensa che i volti sudici del calcio italiano siano stati solo quelli di Moggi e Giraudo, sia il benvenuto nel girone infernale del calcio di periferia, quello degli stadi da due-tremila posti, dove gli arbitri entrano ed escono dal terreno di gioco accucciati dentro auto della Polizia, per difendersi dalle aggressioni di facinorosi e dirigenti delle società.

Mi permetto, al riguardo, di consigliare la lettura dell'illuminante libro di Daniele Poto, "Le Mafie nel pallone" (Edizioni Gruppo Abele, Torino), nel quale l'autore ha preso in considerazione inchieste e atti giudiziari degli ultimi anni, da cui risulterebbero essere più di trenta i clan direttamente coinvolti, o contigui, nei casi di corruzione e riciclaggio di denaro sporco nel mondo del pallone.

Alla spartizione della torta parteciperebbero, infatti, le cosche e i boss più spietati: Lo Piccolo e Santapaola in Sicilia, i Casalesi e i Misso in Campania, i Pelle e i Pesce in Calabria, con l'infiltrazione mafiosa che non sarebbe limitata alle regioni strettamente meridionali.

Il calcio professionistico, in particolare nelle serie minori come la Lega Pro, è infatti preso di mira anche in Lombardia, Lazio e Abruzzo, dove il riciclaggio di denaro sporco avviene attraverso le compartecipazioni societarie e le scommesse, sia quelle legali che il totonero.

Alla faccia della passione popolare e delle speranze di migliaia di ragazzi che ancora crescono sognando di diventare campioni da copertina: la commistione tra calcio e criminalità non risparmia neppure i settori giovanili, laddove più dei meriti contano le vicinanze alle cosche e le raccomandazioni, giusto che le giovani promesse capiscano, fin da subito, che c'è qualcuno più uguale degli altri.

Lo spaccato che emerge dal libro di Daniele Poto, racconta di una penetrazione mafiosa diffusa soprattutto nelle realtà piccole e medie, anche perché controllare una società calcistica assicura ai clan un certo prestigio e consenso che, proiettati sul territorio,  diventano utili al reclutamento di nuovi picciotti.

In proposito, alcuni collaboratori di giustizia hanno raccontato del reclutamento operato dalla 'ndrangheta nella piana di Gioia Tauro, sotto forma di posti di lavoro nei piccoli club calcistici: manovalanza a basso costo e con un'ottima copertura: anche e soprattutto per questi motivi, ogniqualvolta viene confiscato un campo di calcio alla criminalità, “loro” cercano sempre complicità ai più alti livelli per portarsi di nuovo il pallone a casa.

domenica 10 novembre 2013

Reddito di cittadinanza, per cambiare registro

Poco più di un anno fa Martin Wolf, uno tra i più autorevoli commentatori del Financial Times, così si esprimeva a proposito del Fiscal Compact “Una follia è fare più volte la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

Questo trattato, per quei pochi che non ne fossero a conoscenza, impone tra l'altro al nostro Paese la “pura follia” della riduzione di un ventesimo all'anno dello stock di debito pubblico eccedente il 60% del prodotto interno lordo.

Peccato, sostiene Wolf, che il Fiscal Compact riproponga gli stessi principi che ispirarono il “Patto di crescita e stabilità”, siglato dai Paesi dell'eurozona ad Amsterdam nel 1997, il cui fallimento fu certificato da una successiva stentata crescita dellUnione Europea, nonché dalla sua crescente instabilità, tanto da aver creato i presupposti per l'implosione materializzatasi con questa crisi.

La frase di Wolf potrebbe essere benissimo applicata anche alle politiche economiche, adottate dai vari governi italiani che si sono succeduti a partire dal 1992 ad oggi: da un lato misure di austerity a senso unico (manovra Amato da 80.000 miliardi di lire e prelievo forzoso dai nostri conti bancari), dall'altro un attacco frontale ai salari e ai diritti dei lavoratori.

In un crescendo continuo, vennero così adottati i seguenti provvedimenti: prima l'abolizione della scala mobile (1992/93), che bloccò l'aggancio dei salari al costo della vita, poi la magica “flessibilità”, che di fatto determinò la prima sostanziale precarizzazione dei rapporti di lavoro, fino alla “berlusconiana” “Legge 30”.

Per ottenere cosa? La produttività ha continuato a scendere (toccando lo zero assoluto negli anni tra il 2000 e il 2009), il prodotto interno lordo a ristagnare, mentre la crescita complessiva, nel decennio 1999-2009 è stata appena del 5,5%, a fronte degli altri Paesi dell'eurozona che crescevano in media del 13,5%.

Solo i profitti, per tutti gli anni Novanta sono cresciuti, come mai? La risposta è semplice: grazie al massiccio trasferimento di ricchezza a danno dei salari, senza peraltro che detti profitti fossero mai stati reinvestiti in ricerca e sviluppo tecnologico, visto che la possibilità di far calare sempre più i salari rendeva, sarebbe stato inutile farlo.

Ciò ha contribuito a far scivolare l'Italia sul terreno della competizione di prezzo, anziché su quello della qualità e del contenuto tecnologico dei prodotti: qui risiede la radice della stagnazione economica italiana, quando la riduzione dei dazi d'importazione dai paesi emergenti e di nuova industrializzazione, ha messo letteralmente fuori mercato molte nostre produzioni.

In questo modo si è arrivati alla massiccia “flessibilità in uscita”, con i fondi per la cassa integrazione quasi prosciugati, senza che questo si fosse minimamente trasformato in “flessibilità in entrata”, anzi, trasformando ogni lavoro “precario” in un lavoro “insicuro”, sempre sottoposto al ricatto del datore di lavoro e sempre sotto l'incombente minaccia d'essere interrotto arbitrariamente per “motivi economici”.

Soltanto una classe politica incapace, irresponsabile ed arrogante, può permettersi d'ignorare la lezione che ci viene da una lettura onesta della realtà: per provare a riequilibrare la paradossale situazione in cui ci hanno cacciato, occorre cambiare totalmente registro, a partire dall'immediata istituzione del reddito di cittadinanza, così come proposto dal MoVimento 5 Stelle, checchè ne pensi il governo Letta, oppure il suo viceministro all'economia Fassina.

venerdì 8 novembre 2013

La balla europea del debito pubblico

Non è possibile raccontare la storia di questa crisi, senza conoscere la storia delle politiche sin qui adottate per combatterla, nonché dei loro presupposti, considerati, a torto, alla stregua di assiomi indiscutibili: uno tra tutti, la lotta senza quartiere al debito pubblico di alcuni stati del Vecchio Continente, tra i quali non poteva mancare la nostra malandata penisola.

Tanto che le politiche poste in essere in ambito europeo, al fine del raggiungimento di quell'obiettivo, sono state adottate in assenza di qualsivoglia dibattito pubblico, come se si trattasse di una ineludibile e prioritaria necessità.

Questa ricetta è stata tranquillamente condivisa tanto dai partiti socialdemocratici, quanto da quelli popolari e conservatori al potere, in una sorta di “pensiero unico”, a testimonianza dell'evanescenza globale delle attuali forme e strutture di democrazia rappresentativa: la stessa priorità assegnata alla riduzione del debito pubblico avrebbe, infatti, parecchie ragioni per essere messa in discussione.

Innanzitutto sarebbe opportuno considerare il debito degli stati nel suo complesso, e non soltanto alla sua componente pubblica: nelle dieci maggiori economie capitalistiche, infatti, il debito privato (ovvero quello di famiglie, imprese finanziarie e non finanziarie) si configura sempre come la parte maggiore del debito totale di un Paese.

In secondo luogo, non è corretto affrontare il tema del debito pubblico di una nazione, senza tenere in giusto conto la sua posizione debitoria (o creditoria) nei confronti dell'estero, anche perché la solvibilità di un Paese non significa, necessariamente, scomparsa del deficit pubblico: uno Stato dell'eurozona con un debito pubblico significativo, ma senza deficit nei confronti dell'estero, non rischierà di soccombere sotto la spinta della crisi finanziaria.

Non è un caso, infatti, che tutti i Paesi europei che stanno oggi vivendo una crisi del debito sovrano, avessero negli anni precedenti un'esposizione commerciale e delle partite correnti addirittura in crescita: proprio per questi motivi, l'obiettivo corretto verso cui puntare sarebbe quello di avere una bilancia commerciale in attivo nei confronti dell'estero, come nel caso della Germania.

Terza questione: pur apparendo paradossale, abbiamo potuto toccare con mano come le manovre di riduzione del deficit pubblico fin qui intraprese, abbiano viceversa prodotto un aumento del peso del debito: ciò si è verificato in quanto le politiche fiscali restrittive (taglio della spesa pubblica, aumento delle tasse) hanno causato il crollo della domanda interna, provocando con ciò un forte rallentamento delle attività produttive e del Pil, con la conseguenza di aver peggiorato il rapporto tra quest'ultimo e il debito.

Infine, intestardirsi nell'affrontare il problema del debito soltanto dal versante del debito pubblico, perseverando con le misure di austerity, non offrirà alcuna via d'uscita nemmeno in futuro per Paesi come il nostro, oppure la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l'Irlanda e, presto, la Francia.

Come un cane che si morde la coda, i minori investimenti pubblici (infrastrutture, formazione, ricerca), uniti alle privatizzazioni dei servizi essenziali ed alla riduzione dei salari indiretti (i servizi sociali) e differiti (le pensioni), produrranno, infatti, i propri esiti negativi anche nel lungo termine, sia sulla produttività del lavoro, che sulla competitività stessa del sistema e, quindi, sulla bilancia commerciale.

martedì 5 novembre 2013

Capitani di Sventura e relazioni pericolose

E' vero, la crisi economica è globale ed in gran parte d'Europa (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, per non dire della Francia), il suo lato peggiore si è manifestato attraverso i guai derivanti dal debito pubblico.

Ma, davvero le nostre élite imprenditoriali non ne hanno alcuna colpa? Troppo comodo. E falso, anche perché i risultati del prodotto interno lordo, lungi dall'essere concetti sfuggenti, altro non sono che la sommatoria di decisioni individuali, di scelte d'investimento, di risparmio, di consumo.

Allo stesso modo, il compito della politica non è certo quello adottato dai governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni, ovvero di stare a guardare, addossando la colpa delle false promesse e dei mancati investimenti da parte di aziende vitali per il nostro Paese, come avvenuto ad esempio con la Fiat, alle cosiddette “regole del mercato”.

Qualunque governo onesto, al tempo del disgraziato piano “Fabbrica Italia”, avrebbe dovuto valutare che le scelte della coppia Marchionne-Elkann erano chiaramente indirizzate al perseguimento dell'interesse della famiglia Agnelli, in netta contrapposizione con quello nazionale.

E quindi la politica avrebbe dovuto intervenire: come? Che ne so, anche simbolicamente, mandando l'Agenzia delle Entrate a contestare a Marchionne la legittimità di pagare le tasse in Svizzera, pur dirigendo un'azienda con sede a Torino? Invece no, la colpa è tutta delle auto che non si vendono.

Nessuna ammissione di avere sbagliato qualcosa è mai arrivata, né per bocca di Marchionne né, tantomeno, da quella stampa e da quei politici che, come il rampante Matteo Renzi, avevano celebrato il manager italo-canadese, sostenendo fosse l'unico capace di creare le condizioni perché in Italia si potesse davvero investire.

Perchè ora tacciono? Semplice, perché in Italia tutto il “sistema”, cioè quella melassa tra imprenditoria oligopolistica, politica clientelare e finanza vischiosa, si regge su un principio piuttosto semplice e collaudato: nessuno è mai responsabile.

Non vorrei farne una questione personale: Marchionne ed Elkann avranno pur le loro responsabilità, ma le condividono con una classe imprenditoriale (Passera, Riva, Ligresti) e politica uniformatesi ai dettami del clientelismo ed allo scambio di favori, tanto da dedicare la maggior parte delle proprie energie a iniziative che servono a cementare quelle relazioni, spesso pericolose, che sono il vero motore degli affari (da Cernobbio al meeting di Rimini di Cl, a VeDrò).

Ora, arrivati a fine pasto, questi Capitani di Sventura si stanno contendendo ciò che resta del banchetto (Alitalia, Telecom), nella certezza che il conto, come sempre, sarà servito ai cittadini italiani, non sotto forma di debito, bensì come negazione di qualsiasi prospettiva di crescita per gli anni a venire.

Possiamo ancora evitare che ciò accada ma, per realizzarlo concretamente, dovremo tutti  assieme andare oltre.

domenica 3 novembre 2013

“Misery Index” e potere d'acquisto delle famiglie italiane

Se volessimo rappresentare graficamente la situazione economica in cui versa la maggior parte delle famiglie italiane, potremmo senz'altro rifarci al cosiddetto “Misery Index”, ovvero all'indicatore economico proposto, per la prima volta, negli anni Settanta, da Arthur Melvin Okun, economista statunitense noto per la sua capacità di costruire unità di misura facilmente comprensibili anche dalla pubblica opinione.

In questi termini, il “Misery Index” non è altro che la semplice somma dei tassi di disoccupazione e di inflazione, dietro la quale si cela, però, una rilevazione empirica dirompente, se paragonata alla teoria ortodossa, la quale afferma che ad ogni rallentamento della crescita economica, corrisponderebbe una pari diminuzione dell'inflazione: ovvero, che i prezzi tenderebbero a seguire lo stesso ciclo del Pil.

Dagli studi sul campo effettuati da Okun emerge, invece, come l'inflazione aumenti (anziché diminuire), anche in presenza di una decelerazione della crescita, mettendo così le famiglie di fronte alla drammatica realtà dovuta alla diminuzione dei redditi nominali, in presenza di una contemporanea caduta del loro potere di acquisto: ciò che, nella seconda parte degli anni Settanta, prese il nome di stagflazione.

Se costruito secondo le indicazioni di Okun, il “Misery Index” tenderà a convergere verso lo zero, man mano che si avvicinerà il conseguimento degli obiettivi di riduzione del tasso di disoccupazione e di inflazione, mentre più la punta del grafico si allontanerà dallo zero, più aumenterà il livello di disagio sociale (la miseria) delle famiglie, rispetto alla situazione degli anni precedenti.

Nonostante i media insistano nel raccontare la favola per cui provvedimenti, adottati dal governo Napolitano-Monti, abbiano contribuito a salvare l'Italia dalla bancarotta, la realtà è che, proprio dall'inizio del 2011, il “Misery Index” ha registrato una vera e propria impennata, con un aumento di oltre tre punti, nell'arco di soli diciotto mesi: vale a dire che oggi, come negli anni Settanta, le famiglie italiane sono state impoverite da un aumento contemporaneo dei tassi di disoccupazione e di inflazione.

Perchè tutto ciò? Innanzitutto perché nell'inseguire la chimera del pareggio di bilancio, gli ultimi due “governi del presidente” hanno entrambi adottato misure (come l'aumento dell'Iva) tutte improntate ad accrescere il gettito fiscale, con ciò provocando un automatico aumento dei prezzi: ci hanno inflitto un'ulteriore punizione, di cui nessuno sentiva il bisogno, giustificandola con la scusa di dover tranquillizzare i mercati.

Già, mercati e stabilità politica, nel cui esclusivo nome sono ormai declinate tutte le politiche economiche di questo malridotto Paese, nella sciagurata convinzione che i sacrifici imposti alle famiglie avranno fine, non appena gli operatori finanziari torneranno a credere nella sostenibilità del nostro debito pubblico.

Dovrebbero invece capire che solo politiche capaci di restituire fiducia ai cittadini e  imprese, potranno concretamente rassicurare i mercati, non il contrario: se non nei momenti di maggior difficoltà, infatti, quand'è che un governo dovrebbe rafforzare le difese dei propri cittadini?

Per invertire il trend del “Misery Index” sarebbe utile, ad esempio, introdurre, il prima possibile, il reddito di cittadinanza per chi è più in difficoltà ma, perché ciò accada, gli italiani si dovranno prima liberare di questo governo di marionette, scientemente manovrato dai burattinai della Bundesbank.

venerdì 1 novembre 2013

Rifiuti tossici e il colore dei soldi

Nelle 63 pagine del verbale di audizione di Carmine Schiavone (cugino del boss dei Casalesi, Francesco) davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti si legge anche questo “In tutti i 106 Comuni della provincia di Caserta i sindaci li facevamo noi, di qualunque colore fossero, io ad esempio avevo la zona di Villa Literno, e sono stato io a far eleggere il sindaco”.

Prosegue il pentito Schiavone, in uno stralcio del verbale desecretato dopo sedici anni “Il sindaco di prima era socialista e noi eravamo democristiani; a Frignano avevamo i comunisti, a noi non importava il colore, ma solo i soldi, perché c'erano uscite di due miliardi e mezzo di lire al mese”.

L'ex boss dei Casalesi racconta del periodo che va dal 1995 al 1997 “A Villa Literno, che era di mia competenza, io stesso ho fatto l'amministratore” -spiega- “abbiamo candidato persone al di fuori di ogni sospetto, all'apparenza pulite, ed abbiamo fatto eleggere dieci consiglieri, mentre prima non andavamo oltre i tre o quattro.

Un seggio lo presero i repubblicani, otto i socialisti ed uno i comunisti, ai quali Carmine Schiavone in persona assegnò i vari incarichi politici, al punto che, mancandone uno per formare la maggioranza in Consiglio comunale, mandò a prendere un certo Enrico Fabozzo (comunista) e lo fece diventare democristiano, offrendogli la poltrona di assessore al personale.

Per quanto riguarda, invece, l'interramento dei rifiuti tossici, le parole di Carmine Schiavone assomigliano ad una sentenza senza appello “Era un affare da 600-700 milioni di lire al mese e, visti il tipo di veleni sotterrati, si poteva immaginare che, nel giro di vent'anni, gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di PrincipeCastel Volturno, sarebbero tutti morti”.

I rifiuti radioattivi dovrebbero trovarsi, ancora oggi, in un terreno sul quale ci sono le bufale e su cui non cresce più l'erba: i fanghi nucleari, sempre a quanto rivelato dal pentito, arrivavano trasportati da camion provenienti dalla Germania, mentre nel business erano coinvolte diverse organizzazioni criminali -mafia, 'ndrangheta e sacra corona unita- al punto da far ipotizzare che anche nelle regioni di rispettiva influenza (Sicilia, Calabria e Puglia), quelle cosche avessero agito come il clan dei Casalesi.

Carmine Schiavone provvide, al tempo, a consegnare alla Commissione parlamentare copie di parecchi documenti compromettenti, ora al vaglio della Direzione Nazionale Antimafia, riguardanti non solo amministratori pubblici della Campania, bensì anche della provincia di Massa Carrara, contenenti l'elenco di società e camion utilizzati per il trasporto dei rifiuti.

Nell'affare dell'interramento dei fusti tossici -riferisce infine Schiavone- erano altresì coinvolte altre persone provenienti da Arezzo, Firenze, Milano e Genova: i contenitori nocivi venivano occultati attraverso imprese del clan in scavi abusivi, mentre la gestione del business garantiva i criminali ed ai loro fiancheggiatori  introiti di circa 7-10 milioni di lire, per ogni ettaro di terreno inquinato.

Come a dire: la Gomorra del regista Matteo Garrone che, come uno Zelig esce dal film, e diventa, purtroppo, un'altra reale mostruosa pagina, nella Storia di questo martoriato Paese.