mercoledì 30 ottobre 2013

Spending review: manuale per l'uso

Ci vogliono far credere che, grazie alla spending review, il governo italiano starebbe (apparentemente) risanando il proprio odierno bilancio, mentre in realtà ciò che hanno finora fatto i Bondi e i  Cottarelli, a l servizio dei tre governi Napolitano I e II (Monti, Letta e Renzi)  è stato di compromettere del tutto ogni benchè minima speranza di futura crescita di questo Paese.

Dal 2005 ad oggi i tassi di incremento della spesa pubblica sono scesi, qui da noi, da più del 4 all'1%: Es ist alles in Ordnung, come direbbero i kapò della Bunsesbank? Invece no, perché questo accentuato rallentamento della spesa pubblica è derivato dai tagli orizzontali, attuati dagli ultimi due governi senza una men che minima idea di programmazione.

Se ci prendessimo, infatti, la briga di analizzare attentamente i dati di bilancio, potremmo constatare che dietro al calo della spesa pubblica italiana si cela un vero e proprio tracollo degli investimenti delle pubbliche amministrazioni, che si sono ridotti in modo vertiginoso nell'ultimo triennio.

Peccato che la teoria economica sia concorde nell'esaltare il ruolo dell'accumulazione pubblica, per rafforzare le potenzialità di sviluppo di una nazione.

Ma cos'è, allora, la vera spending review? Si tratta, in realtà, di una cosa seria, introdotta nel lontano 1998 dal governo laburista inglese guidato da Tony Blair, come parte di un più ampio programma di miglioramento dei servizi pubblici resi dallo Stato ai propri cittadini.

Oltre che una cosa seria, la spending review è anche una cosa piuttosto complessa, che richiede una costante ricognizione delle risorse messe a disposizione per ciascuna voce di spesa, da attuarsi attraverso veri e propri Patti di servizio, con cui lo Stato prende atto dei miglioramenti chiave che i cittadini si attendono nella fornitura di servizi, con l'obiettivo di elevare di conseguenza l'efficienza della macchina amministrativa.

Nell'esperienza britannica, inoltre, la spending review ha permesso di affrontare le cosiddette grandi sfide che coinvolgono le società moderne, in particolare i temi dell'invecchiamento della popolazione, l'avanzare scomposto della globalizzazione, nonché le esigenze legate alla tutela ambientale.

Al di là di rappresentare uno strumento atto a preservare l'equilibrio dei saldi di bilancio, la vera finalità della spending review anglosassone è stata quella di portare ad una precisa identificazione delle priorità da assegnare alle politiche pubbliche, nel medio-lungo periodo, tanto da poter disporre di risorse fresche da utilizzare, per far fronte all'esigenza di sostenere l'avanzamento dell'economia e della società.

Tanto che, nei fatti, la spending review attuata anche dai successivi governi britannici ha portato negli anni: sensibili aumenti delle risorse assegnate all'educazione ed alla sanità, impostazione di programmi di spesa per la crescita della produttività, la costruzione di comunità locali più forti e sicure, nonchè l'aumento di investimenti pubblici, grazie a profonde riforme degli aspetti gestionali.

Anche da noi, lungi dal significare taglio della spesa pubblica tout court, la spending review dovrebbe rappresentare il principale strumento di ri-programmazione delle risorse e ri-assegnazione delle stesse agli obiettivi che le scelte di politica economica (condivise dalla maggioranza dei cittadini) identificano come più importanti.

Che significherebbe anche risparmio di spesa, del caso i miglioramenti apportati alla gestione delle risorse pubbliche consentissero di ridurre gli sprechi, i doppioni, e quant'altro.

Tutto questo, purtroppo, non ce lo potremo mai aspettare dal sistema corrotto dei partiti che tengono in ostaggio (con la menzogna) le nostre istituzioni repubblicane, anche perché una vera spending review dovrebbe cominciare proprio dal “taglio” dei loro lauti stipendi e degli immorali vitalizi: ma non tutto è perduto, andiamo oltre.

lunedì 28 ottobre 2013

Repubblica in stato vegetativo

Come è stato possibile, per Pdl e Pdmenoelle, pur con l'esperta guida di Re Giorgio, aggirare i principi della Costituzione e indirizzare le scelte del Paese secondo le loro necessità e paure? La risposta è che gli italiani si sono fatti prigionieri da soli.

Dal dopoguerra in poi, infatti, incurante della densità di senso che portano con sé le parole, la maggioranza di noi ha optato per dar vita ad una sorta di rappresentazione della democrazia repubblicana, rinunciando del tutto alla sua sostanza, ovvero alla partecipazione.

Abbiamo ricevuto in dote una Carta costituzionale, il cui incommensurabile pregio avrebbe dovuto essere quello di garantire il funzionamento del sistema repubblicano ma, già al tempo della scoperta di Gladio e delle decine di piani occulti (strategia della tensione), è venuto a galla il volto impietoso di un'Italia costretta per decenni ad una sovranità limitata.

Tanto che oggi ci troviamo ancora imprigionati dal tabù mascherato dall'ipocrisia che, da destra e da sinistra, ha continuato ad aprire delle vere e proprie brecce in quel marchingegno giuridico che ha permesso al Paese di rimettersi in piedi dopo due guerre mondiali

Con la complicità delle più alte cariche politiche è stato addirittura calpestato il sistema di contrappesi e di garanzie, disegnato dalla Costituzione con la divisione dei poteri (amministrativo, legislativo e giudiziario) e la conseguente distribuzione del controllo tra i diversi organi.

Abili ipnotizzatori mediatici di regime auspicano, ora, l'avvento di nuovi attori politici (Renzie e Marina) per rinverdire i fasti degli italici dogmatismi contrapposti, per continuare a recitare litanie e vecchi salmi.

Il loro unico, inconfessato obiettivo, è infatti quello di salvare il salvabile, con ciò evitando accuratamente di porre domande semplici e fondamentali, che metterebbero in discussione la pelosa, oscena farsa recitata da quelle cariche dello Stato, augurandosi in cuor loro di ottenere future prebende e promozioni dagli stati maggiori delle Larghe Fraintese.

Seriamente: è ancora una repubblica parlamentare, nel senso più alto e funzionante del termine, quella dove un Capo dello Stato ha dato vita (negli ultimi due anni) a ben due diversi governi, entrambi sostenuti dalla stessa maggioranza, senza che questa stessa maggioranza sia  mai stata legittimata dal voto popolare?

E' il volto di una repubblica malata, che versa in uno stato vegetativo, a causa della quotidiana vessazione di quelle regole che ne dovrebbero garantire, viceversa, l'esistenza.

La richiesta di #impeachment del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rappresenta, in questi termini, un passaggio obbligato per liberarci democraticamente del neo-autoritarismo economico-finanziario che ci ha trasformati in uno Popolo a sovranità limitata.

mercoledì 23 ottobre 2013

Che strano paese, l'Italia

Che strano paese, l'Italia, dove ogni giorno il governo commette un'infinità di stupidaggini, scempi, azioni inutili e dannose, sempre in nome di quella stabilità politica che, raccontano i furbi e gli antichi maestri, tanto bene farebbe ai mercati.

E pensare che i problemi da risolvere, da più di sessant'anni, sono sempre gli stessi: il lavoro, la casa, un fisco equo, un'amministrazione statale che funzioni, una sanità decente, dei trasporti normali, e via dicendo.

L'Italia si trova, probabilmente ancora per poco, tra i G8 del mondo ma, grazie ai partiti ladri che hanno scippato la volontà popolare, non è mai stata in grado di promulgare leggi in grado di assicurare ai cittadini una vita senza traumi, in un sistema dove i fatti corrispondano alle parole.

E' forse eccessivo, rivoluzionario, offensivo, pretendere tutto ciò? Il nostro è anche il paese delle Mafie, pervaso da un flusso imponente ed incontrollato di denaro illecito, che negli anni si è diffuso in tutta la penisola, grazie alle connivenze politiche e finanziarie fino ai più alti livelli.

L'Italia è anche il paese dei sofismi, dei pirandellismi, dei mille misteri di Stato, delle Commissioni Antimafia dove far ammuffire vecchi politici in declino come Rosi Bindi, giusto roba da far tremare i polsi ai padrini ed ai loro paludati compari.

Che cosa importa che la gente sopravviva in modo precario, che le regole del gioco siano continuamente violate, che senso può avere esercitare il diritto di critica in questo paese di gomma, dove chi fa politica senza rubare, viene addirittura minacciato di morte?

Feste, farina e forca, verrebbe da dire, come si usava nella festa barocca dei re borbonici, quando al corteo di nozze dei potenti s'affiancava parallela la folla dei poveri e dei diseredati.

Che strano paese, l'Italia, un giardino incantato dove succedono le cose più buffe e più tragiche, tanto d'aver bisogno ad ogni momento dello sghignazzo di un Dario Fo, o dell'ironia incazzata di un Beppe Grillo, per sciogliere con indignazione e rabbia il perfido incantesimo delle Larghe Fraintese.

lunedì 21 ottobre 2013

Moralisti dell'incontrario, il potere e la questione morale

Non passa giorno che i moralisti dell'incontrario, ovvero i servili pompieri mediatici di Pdl e Pdmenoelle, spargano letame addosso al MoVimento 5 Stelle, timorosi che le denunce, le rivendicazioni e le proposte dei pentastellati possano, in qualche modo, turbare i sonni e gli affari del Palazzo.

Il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco, al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”...

In fondo, si domandano i moralisti di cui sopra: cosa c'è che non va in Italia? 

Non c'è disoccupazione, l'aria è pulita, le biblioteche e i musei sono aperti giorno e notte, le nostre scuole ed università assicurano il futuro alle giovani generazioni...

Le banche prestano soldi alle Pmi ed alle giovani coppie che vogliono acquistare una casa...

La giustizia funziona, il fisco fa pagare le tasse a tutti secondo i beni che possiedono e a quanto guadagnano, la mafia, la camorra, la 'ndrangheta sono state debellate sia nel povero sud che nel prospero nord della penisola, la trattativa Stato-Mafia è stata completamente svelata e tutti i colpevoli sono stati puniti...

L'informazione dà conto con chiarezza della vita economica e politica del Paese, i responsabili dei crack di  Mps, Alitalia Telecom sono stati assicurati alle patrie galere, solo la legge (senza amnistie) tutela i diritti e i doveri, anche il più debole dei cittadini è sacro, la politica è diventata finalmente l'arte del necessario...

Può una persona di buon senso, che non sia politicamente disturbata da manie servili, credere in questa (ir)realtà, ovvero affermare che del contrario di tutto ciò non abbia alcuna responsabilità chi ha amministrato l'Italia negli ultimi cinquant'anni?

In verità, ancor prima del crollo del Muro di Berlino, la politica italiana si era già ridotta ad un mercato per la conquista di voti (quelli mafiosi compresi), sostituendo le ideologie con le mitologie del denaro, della carriera, della ricchezza individuale, dell'esaltazione della vita comoda e bella, con buona pace dei moralisti dell'incontrario.

Tutto molto simile al mondo americano raccontato da Tom Wolfe nel suo romanzo “Il Falò delle Vanità”, una sorta di manifesto, di brodo di coltura, per quella che nel 1994 si materializzò come la discesa in campo del Caimano.

In un Paese come il nostro, di per sé frammentato, diverso da una regione all'altra per la sua storia, i suoi dialetti, i suoi costumi, la sua geografia, i nuovi valori introdotti dal pragmatismo berlusconiano -consenziente la sinistra dei Violante e D'Alema- ebbero effetti catastrofici, causando un'irreparabile disgregazione tra ceti sociali, tra generazioni e tra culture.

Nel frattempo, furono gli stessi moralisti dell'incontrario a definire la “questione morale” un arcaico relitto del passato, al punto da convincere compagni e camerati che “un certo tasso di criminalità" faceva parte integrante dello sviluppo, della cosiddetta modernizzazione del paese.

E' veramente impressionante, in proposito, sentire ancor oggi questi irresponsabili untori definire “antipolitica”  il modo di porsi e di agire del MoVimento 5 Stelle che, di fatto, è oggi l'unica forza politica, in Italia, ad aver declinato la “questione morale” nell'unico modo possibile, semplicemente “non rubare”, nonché concepito la conquista del potere soltanto quale mezzo per migliorare la vita dei cittadini.

venerdì 18 ottobre 2013

Questa è l'Italia che non sa più resistere

Mi raccontavano, da piccino, che la “morte bianca” era il peggior pericolo per chi aveva l'ardire di avventurarsi tra le nevi e i ghiacci delle montagne: una volta persi lassù si continuava a camminare per ore, poi i piedi si facevano pesanti come macigni e si cominciava a sentire un lieve torpore.

E' in quel momento che il pellegrino perduto decideva di sedersi sulla neve, non sentendo nemmeno più il freddo, anzi, ammirando incantato quell'enorme letto tutto bianco, vinto dal sonno, si stendeva tra quelle lenzuola accoglienti: adesso poteva dormire, per sempre.

Nei primi anni di scuola, mi feci una certa cultura e scoprii storie assai interessanti a proposito dell'assideramento, come quella dell'esploratore Scott che raggiunse il Polo, ma scoprì d'essere stato preceduto sul filo di lana dalla spedizione concorrente di Amudsen.

Sulla via del ritorno, il gelo e la fame bloccarono Scott e compagni: li ritrovarono mesi più tardi ancora “addormentati” nella tenda di ghiaccio: ed anche Amudsen fu, a sua volta, raggiunto dalla “morte bianca”, nel 1928, nel tentativo di ritrovare l'equipaggio disperso del dirigibile Italia di Umberto Nobile.

Storia e letteratura sono piene di morti assiderati: prima Napoleone, poi Hitler e Mussolini, mandarono i poveri fanti francesi, tedeschi e italiani a morire nelle steppe gelate della grande Russia: oggi al Polo non si muore più ed anche le “centomila gavette di ghiaccio” sono solo un brutto e lontano ricordo, ma la “morte bianca” no, quella è dura a morire.

Per provarne l'ebrezza non occorre più essere arditi esploratori, è sufficiente essere poveri ed avere, al posto della tenda rossa piantata sulla banchina polare, un'automobile posteggiata in cui dormire, perché il lavoro s'è perso per colpa della crisi e la casa è stata portata via da Equitalia.

E' arrivato l'inverno, bisogna fare qualcosa, o parecchie persone rischieranno veramente di dover affrontare lo spettro della “morte bianca”, nella totale indifferenza dei partiti per i quali la stabilità politica è più importante  della vita di qualche ex commerciante, cassaintegrato, esodato, o di qualche vecchio, solo e con una pensione da fame.

Costoro, infatti, altro non rappresentano che i vizi capitali di questa società malata, governata dai poteri occulti della finanza europea e mondiale, attraverso l'interfaccia di asserviti governi  fantoccio: per loro questi cittadini sono soltanto la faccia nascosta dell'euro e dello spread.

Questa è l'Italia che non sa più resistere (e perciò non esiste), che sta rischiando di morire di freddo in un Paese che si permette la spesa di 228 milioni di euro l'anno per mantenere il proprio Capo dello Stato, mentre a loro tocca arrangiarsi e sperare: nella rivoluzione, in un governo diverso o, con molto più realismo, di farcela ad arrivare alla  prossima primavera.

mercoledì 16 ottobre 2013

Debito pubblico: la Troika minaccia una patrimoniale del 10%

In un Paese come il nostro, nel quale gli unici patrimoni alla luce del sole sono quelli di lavoratori e pensionati, la proposta che il Fondo Monetario Internazionale ha inserito nel Fiscal report di ottobre, per la maggior parte delle famiglie italiane rappresenterebbe un vero e proprio default.

Nonostante l'alquanto imbarazzata smentita, affidata ad un comunicato dell'Istituto guidato da Christine Lagarde, l'ipotesi paventata nel documento anticipato da un quotidiano belga riguarderebbe il prelievo forzoso del 10%, da attuarsi in quindici Paesi dell'Eurozona (Italia compresa), al fine di abbattere il loro debito pubblico.

Proprio così, come si legge a pagina 49 del report Ridurre il debito pubblico ai livelli del 2007, richiederebbe una aliquota intorno al 10% del patrimonio delle famiglie con ricchezza netta positiva”.

Di più: lo stesso autore del box, un analista del Fmi salvo prova contraria, ammette che in passato il provvedimento non si è rivelato efficace, solo perché il ritardo nella sua attuazione, ha dato spazio ad una fuga di capitali.

Un chiaro suggerimento ad agire di sorpresa (alla faccia del popolo sovrano), proprio come fece il governo guidato da Giuliano Amato (sodale di Bottino Craxi), nella indimenticata notte tra il 9 e il 10 di luglio del 1992, quando rapinò, letteralmente, il  6 per mille dai conti correnti degli italiani.

Con il risultato che il debito pubblico, negli anni successivi, ha continuato ad aumentare fuori misura, con buona pace del dottor Sottile che -probabilmente anche per questi meriti- è stato promosso a giudice ben retribuito della Corte Costituzionale.

Ma il dossier dell'organizzazione economica di Washington, seppur frettolosamente sconfessato dai vertici del Fmi, lancia addirittura un sinistro monito: il prelievo forzoso di capitale privato, infatti, si renderebbe necessario, soprattutto al fine di scongiurare i rischi legati al ripudio del debito pubblico.

La Troika ha, dunque, iniziato a mettere le mani avanti, in vista delle prossime elezioni europee del 2014: nelle sue farneticanti ricette economiche c'è, infatti, tutta la paura della grande finanza per un risultato ampiamente negazionista di questo modello di società diseguale e retta dalle banche, con la complicità servile di classi dirigenti e politiche decisamente inette, incompetenti e corrotte.

In alto i cuori, ci vedremo a Bruxelles, sarà un piacere.

domenica 13 ottobre 2013

Primi in Europa: gli italiani pagano più di cento tasse

La Cgia di Mestre s'è presa la briga di contarle tutte e, alla fine, il risultato è stato decisamente sconfortante: sono, infatti, di più di cento le tasse e i balzelli che gravano annualmente sulle spalle degli italiani.

Soltanto le prime dieci tasse in classifica garantiscono alla macchina statale circa 413,3 miliardi di euro di introiti, a fronte di un totale di oltre 472 miliardi di entrate tributarie: le imposte che pesano di più sulle nostre tasche sono, senza alcun dubbio, Irpef (Imposta sulle persone fisiche) e Iva (Imposta sul valore aggiunto).

Entrambe garantiscono all'erario un gettito complessivo che sfiora i 260 miliardi di euro l'anno, incidendo addirittura per il 54% sul totale delle entrate fiscali.

A gravare pesantemente sulle attività produttive che ancora sopravvivono, sono invece l'Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), che attualmente garantisce 33,2 miliardi di gettito all'anno, e l'Ires (Imposta sul reddito delle società), che porta all'incasso da parte dello Stato di ulteriori 32,9 miliardi di euro.

Combinando gli studi di Cgia e Codacons emerge, in proposito, che tra lo scorso anno e quello in corso, nel nostro Paese si sono registrati i maggiori aumenti di tasse del vecchio Continente, visto che in Europa nessuno è più tar-tassato di noi.

Solo nel 2013, infatti, ciascun italiano (ivi compresi bambini e ultracentenari) pagherà mediamente 11.800 euro, suddivisi tra imposte, tasse e contributi previdenziali, tutto ciò in cambio di servizi inadeguati e, in alcuni casi, persino scadenti o inesistenti.

Sempre più, del resto, nel momento del bisogno siamo costretti a pagare due volte per lo stesso servizio: succede, ad esempio, se dobbiamo inviare un pacco, se abbiamo bisogno di un esame o di una visita medica specialistica in tempi brevi, di doverci spostare, ma anche nel momento in cui vogliamo che la giustizia (civile e penale) intervenga in tempi ragionevoli, come sono quelli richiesti dalla società in cui viviamo.

Non solo per numero e incidenza delle tasse, anche nel campo delle tariffe (nazionali e locali) l'Italia ha conquistato il primato europeo, con aumenti più alti di tutti i Paesi membri: i trasporti (+5,3%), l'acqua potabile (+6,7%), i rifiuti (+4,7%), ma anche i taxi (+5,2%), la telefonia (+9,9%), i pedaggi autostradali (+4,1%) e le tariffe postali (+10,1%).

Un discorso a parte meritano -secondo Codacons- le tariffe di luce e gas: se è pur vero che in questo settore si sono registrate, nell'ultimo periodo riduzioni delle tariffe, è altrettanto scoraggiante constatare che continuiamo a pagare l'energia più che nel resto d'Europa: nel solo 2012, infatti, le famiglie italiane hanno visto crescere la loro bolletta elettrica dell'11, 2%, contro una media europea del 6,6%.

E' del tutto superfluo ricordare, infine, che la corsa delle tariffe ha un peso determinante nell'erosione del potere d'acquisto delle famiglie, tanto che qualsiasi rincaro delle stesse si traduce, inevitabilmente, in un ulteriore prelievo forzoso che, unito alle gabelle di cui sopra, ha ormai ridotto noi italiani ad essere, oltre che i più tartassati, anche i più poveri cittadini europei.

Sarebbero questi i risultati della tanto decantata 'stabilità', autentico totem  di chi si occupa dei problemi del Paese

sabato 12 ottobre 2013

Alitalia, storia di un fallimento infinito

Alitalia altro non è che uno dei tanti buchi neri italiani, come Telecom, come la Rai, all'interno dei quali, oramai da decenni, vengono risucchiati e spariscono i soldi dei contribuenti italiani.

Fin dai tempi in cui la compagnia di bandiera era in mano pubblica, abbiamo assistito inermi ad ogni genere di disastri gestionali: scorpori, cambi di management, ricapitalizzazioni, con l'unico ed inconfessato obiettivo di renderla più appetibile a quel gruppo di 'privati', legati a doppio filo con il Pdl e il Pdmenoelle.

Per garantire i guadagni ai loro 'amici' capitanati da Colaninno senior, gli stessi partiti delle odierne false intese si inventarono addirittura una bad company (dove sono confluite le perdite aziendali da far pagare ai cittadini), assicurando al contempo alla nuova Alitalia un monopolio triennale sulla rotta più remunerativa, la Milano-Roma.

Quegli stessi partiti, inoltre, trovarono pure delle banche compiacenti, disposte a buttar via un po' di soldi dei loro azionisti, pur d'imbarcarsi in un'avventura che, viste le premesse, altro non poteva che rivelarsi fallimentare.

Gli unici a non aver perso un centesimo, anzi, ad aver tratto profitto personale dalla combinazione tra marketing elettorale e politico, furono al tempo il Cavaliere a delinquere e l'ex ministro Corrado Passera.

Dall'altra parte gli sconfitti, come sempre accade in questo Paese, sono stati i cittadini italiani che hanno pagato un conto salato da più di cinque miliardi, bruciati sull'altare delle ambizioni personali di questi impresentabili personaggi.

Allora: perché non disfarci di Alitalia? Per alcuni, come Capitan Findus Letta e il suo valletto Lupi, la vendita significherebbe privarci di un 'asset strategico' (?) per il Paese, altri tirano in ballo addirittura (come già per Telecom) questioni legate alla sicurezza nazionale.

Come se vendere Alitalia possa, ad esempio, impedirci di disporre di velivoli per trasportare le nostre truppe a Shangai, in caso di guerra con la Cina.

Cosa significa, invece, 'asset strategico'? Per politici e sindacati, fino ad oggi, ha voluto dire mantenere in piedi un'azienda colabrodo in cui l'hanno sempre fatta da padroni, con il risultato di un fallimento infinito che è sotto gli occhi di tutti.

Il tentativo di 'privatizzazione' del 2008, del resto, dovrebbe aver insegnato anche ad un bambino che non ci si può improvvisare manager di una compagnia aerea, ci vogliono competenze professionali specifiche, non bastano le 'amicizie' politiche.

Invece no, il governo dell'Inciucio ci riprova: un bel versamento da parte di Poste Italiane di una quota iniziale di 75 milioni di euro, cui va aggiunto un centinaio di milioni per la quota di debito della compagnia a carico pubblico, su un totale di quasi un miliardo.

Vedremo tra qualche mese se l'operazione di resuscitare, per la seconda volta, il cadavere di Alitalia, non avrà invece contagiato anche l'azienda 'al servizio dei cittadini che rappresenta un motore di sviluppo per l'intero Paese', come recita la pubblicità di Poste Italiane.

giovedì 10 ottobre 2013

Giornata mondiale contro la pena di morte: dall'Europa un appello senza se e senza ma

In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, i Ministri degli Esteri di quarantadue Paesi europei  hanno voluto lanciare un appello, senza se e senza ma, per manifestare la loro assoluta contrarietà nei confronti di una pratica che nulla ha a che fare con l'applicazione della giustizia.

Come sottolineato dai ministri firmatari, infatti, la pena di morte non solo rappresenta un'offesa intollerabile alla dignità umana, bensì la sua applicazione implica parecchie violazioni dei diritti dei condannati e, soprattutto, delle loro famiglie.

Inoltre, come più volte è stato dimostrato, l'afflizione della pena capitale non ha mai prodotto alcun impatto positivo sulla prevenzione dell'attività criminale né, tantomeno, è mai servita a dare sollievo alle sofferenze delle vittime e dei loro congiunti.

Come insegna la storia stessa del vecchio Continente, l'eliminazione di questa pratica non è avvenuta da un giorno all'altro, essendo stata il prodotto finale di una presa di coscienza progressiva.

A partire dalla perseveranza nell'azione legislativa, infatti, il numero delle esecuzioni è inizialmente sceso, al pari dei reati punibili con la pena di morte, stabilendo al contempo delle moratorie effettive che hanno portato, negli anni, alla definitiva abrogazione di questa pena nella quasi totalità dei Paesi europei.

Grandi passi in tal senso sono stati compiuti, anche grazie all'impegno profuso dal Consiglio d'Europa e dalla Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo, che hanno svolto un ruolo centrale nelle dinamiche abolizioniste continentali, favorendo altresì l'espansione extraterritoriale di tale tendenza.

Del resto, come mostrano le risoluzioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, una sempre più crescente maggioranza di Stati sostiene, oggi,  la proclamazione di una moratoria universale della pena di morte, al punto da farci immaginare che le prossime generazioni possano vivere in un mondo in cui la pena capitale sarà soltanto un brutto ricordo.

Ecco, infine, l'elenco dei Paesi europei che hanno sottoscritto l'appello congiunto contro la pena di morte:

Albania, Andorra, Austria, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Macedonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Moldova, Monaco, Montenegro, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Romania, San Marino, Serbia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina e Ungheria.

martedì 8 ottobre 2013

Vizi e vitalizi della Banda Bassotti

In un Paese come il nostro, nel quale il 'fare politica' è considerato a tutti gli effetti alla stregua di una 'vera' professione, c'è poco da stupirsi se questi autentici fancazzisti, nonostante le trombature elettorali, continuano a vivere sulle spalle dei cittadini italiani.

Duemila di loro, infatti, non solo hanno un curriculum vitae vuoto come una zucca vuota, non solo hanno contribuito in qualità di pubblici amministratori (?) al default di un'intera nazione bensì, pur consci di tutto ciò, ogni mese continuano a percepire il 'vitalizio', ovvero quell'assegno extra (da aggiungere, in parecchi casi, alla pensione) pagato sempre con le nostre tasse.

Tra le fila di questa Banda Bassotti, si annida un po' di tutto: dagli ultimi tre sindaci della capitale (Rutelli, Weltroni e Alemanno), ad ex presidenti del consiglio, ad ex (dis)onorevoli della prima repubblica, usciti dall'agone politico a seguito di Tangentopoli.

A tale proposito, è bene sapere che i parlamentari maturano il diritto al vizio del vitalizio dopo soli cinque anni di mandato effettivo, ovvero al compimento dei sessantacinque anni.

Ma esistono delle eccezioni, di cui forse non tutti sono a conoscenza: il limite d'età, infatti, scende a 60 anni, nel caso in cui si è riusciti a stare in Parlamento per almeno due legislature, con l'ulteriore diminuzione di un anno per il conseguimento del diritto, per ogni ulteriore anno di mandato.

Giusto per fare qualche cifra: nel solo 2012 sono usciti dalle casse dello Stato ben 213 milioni di euro (guarda caso lo stesso importo dell'Imu che la premiata ditta Letta-Alfano-Napolitano ci vorrebbe far pagare a dicembre) sotto forma di 'vitalizi'.

Ed ecco, in ordine sparso, volti noti e meno noti della prima repubblica: l'ex ministro socialista Renato Altissimo (4.856), l'ex sindaco di Roma Clelio Darida (5.403), Gianni De Michelis (5.174), il 'bavoso' Arnaldo Forlani (5.691), il compagno proletario Pietro Ingrao (5.686) e l'ex delfino di Bottino Craxi, Claudio Martelli (4.684).

Come pure ex parlamentari della seconda (?) repubblica: l'ex premier Massimo D'Alema (5.283), Gianfranco Fini (5.614), Fausto Bertinotti (4.767), Luciano Violante (5.631), oppure il 'nuovo' membro della Corte Costituzionale, dottor Sottile Guliano Amato, che integra la sua misera pensione di 30 mila euro, con un vitalizio di 5.170 euro mensili.

Nascosti tra la folla dei beneficiati dal popolo italiano, scorgiamo un'altra schiera di ex eccellenti, come Romano Prodi (2.864), Marco Pannella (5.691), Claudio Scajola (4.656), Antonio Di Pietro (3.702), Lamberto Dini (4.077), ma anche Vittorio Sgarbi (4.701), l'ex presidente della Federcalcio Antonio Matarrese (4.346) e l'attuale Giancarlo Abete (3.796).

Ci sono, infine, i neopensionati come Gianni Alemanno che, sommando il vitalizio (4.419) all'indennità di consigliere comunale (1.500), guadagna addirittura di più di quand'era sindaco di Roma; vizio del vitalizio che non manca neppure ai suoi due predecessori, 'Cicciobello' Rutelli (5.755) e 'Yes, We Can(not)' Walter Veltroni (5.373).

sabato 5 ottobre 2013

Nord-est, il 'boom' veneto che parla cinese

Fino a dieci anni fa, nella zona industriale di Padova, non avremmo trovato nessuna attività commerciale che proponesse articoli Made in China: adesso sono più di duemila, tutte stipate nell'ex area della famiglia Marchiorello, storici industriali padovani un tempo proprietari delle Officine Stanga, dove venivano costruiti i tram che ancora oggi girano per Milano.

A siglare l'affare con gli industriali veneti è stata la Y & C. S.r.l., sedicente società cinese che, a sua volta, ha subito provveduto a suddividere i capannoni in stand da 25 a 100 mq., subafittandoli ai grossisti suoi connazionali.

Nulla di illegale, a quanto risulta, visto che l'intera operazione ha superato anche i controlli del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Padova, guidata dal colonnello Zelano.

Ciò che colpisce, semmai, sono le scelte logistiche dei cinesi,  che controllano ormai una porzione strategica del nostro Paese, in una sorta di triangolo che, da Milano, scende fino a Prato, per poi risalire verso la capitale commerciale del Nord-Est e verso il corridoio balcanico.

Nel centro all'ingrosso ricavato dall'ex area Marchiorello, si vende di tutto: scarpe, vestiti, giocattoli, accessori, bigiotteria: i clienti arrivano da tutto il Veneto, dal Friuli, ma anche dalla Polonia, dall'Ungheria e dall'intera area dell'Est europeo.

I commercianti padovani urlano, inascoltati, contro la colonizzazione del commercio da parte degli immigrati dell'Impero del Sole, tanto che anche il presidente della Camera di Commercio e dell'Ascom, Ferdinando Zilio, denuncia così con il lassismo delle Istituzioni “Nel centro all'ingrosso i cinesi mangiano, dormono, e ospitano a pagamento altri immigrati, nell'indifferenza generale”.

Anche perchè, nonostante le Fiamme Gialle abbiano già sequestrato 700 milioni di articoli, merce che non rispettava le normative Ue, nonostante le multe che piovono salate e una base imponibile evasa che ammonta a 14 milioni, più cinque milioni di Iva, l'impressione è che si stia giocando al gatto con il topo.

I cinesi, infatti, pagano regolarmente le sanzioni, senza mai fare opposizione alle Commissioni tributarie, visto che la cosa più importante per loro è non rallentare la ruota degli affari: è un dato acclarato che, negli ultimi dieci anni, gli immigrati con gli occhi a mandorla siano subentrati ai quasi tremila terzisti veneti, espulsi dal mercato per effetto della violenta crisi economica.

Ciò per quanto riguarda gli artigiani cinesi 'emersi' ed iscritti pure a Confartigianato, mentre la massa sommersa arriva in Veneto di notte, viaggiando quotidianamente sui pulmini tra la Lombardia e la Toscana: sono le truppe dei lavoratori in nero, che accorrono ovunque ci sia bisogno di loro.

Si fanno 48 ore di lavoro senza sosta e poi tornano alle loro basi di Milano o Prato: com'è possibile che nessuno si accorga che un artigiano con due dipendenti e 15 macchine da cucire, certamente nasconde una truffa?

Chi c'è dietro questo nuovo 'boom' veneto che parla cinese, chi sono quelli che permettono ai committenti di pagare un euro per una camicia cucita?

giovedì 3 ottobre 2013

Politici d'avanspettacolo e i costi per il pubblico pagante

Altro che spread sotto controllo, altro che salvati dal baratro dell'instabilità politica, altro che nascita di governi deberlusconizzati, altro che nuove-vecchie-maggioranze: la verità è che siamo di fronte, purtroppo per tutti noi, all'ennesima farsa inscenata dai soliti noti dell'ignobile compagnia di guitti d'avanspettacolo.

I gemelli siamesi democristiani Enrico Letta e Angelino Alfano, separati alla nascita e ricongiunti grazie all'immoral suasion quirinalesca, assomigliano infatti sempre più ai compianti Walter Chiari e Carlo Campanini nel loro memorabile sketch intitolato“Vieni avanti, cretino!”, dove l'ultima parola è ormai sinonimo di “italiano”.

Tutto questo, mentre l'Istat (non Beppe Grillo) ci comunica che il potere di acquisto delle famiglie nel nostro Paese è sceso del 4,7% nel 2012, facendo registrare il peggior calo dal 1990, a fronte del reddito disponibile delle famiglie per il consumo, che è calato a sua volta del 2%.

Come hanno calcolato le associazioni dei consumatori, il calo del potere d'acquisto si è tradotto, in pratica, in una tanto disastrosa quanto invisibile “stangata” da 1.642 euro per una famiglia composta da tre persone, 1.809 euro per una di quattro.

Con la logica conseguenza che, come dovrebbero ben sapere i nostri due gemelli ridens, fintanto che le famiglie non avranno soldi da spendere, i commercianti non potranno vendere, gli industriali non potranno produrre e, pertanto, i disoccupati non potranno trovare lavoro.

Per non tacere del fatto che, causa il perdurante crollo del potere d'acquisto anche nel corso di quest'anno, in ciò anche alimentato dall'aumento dell'Iva, gli italiani dovranno auto-infliggersi, entro la fine del  2013, ulteriori tagli al budget famigliare.

Fino a quando saremo ancora costretti ad assistere, in qualità di pubblico pagante, al penoso teatrino dei politici d'avanspettacolo che ingrossano le fila di questa maggioranza delle rinnovate false intese e delle facili spese? Il vaso è colmo, colmo, colmo.

martedì 1 ottobre 2013

Aumento Iva: una pietra tombale per il governo Letta

Con l'aumento odierno dell'aliquota Iva, dal 21 al 22%, è del tutto prevedibile che, nei prossimi mesi, la maggior parte dei prodotti al consumo subirà dei rincari che si riveleranno ben al di là della soglia di un punto percentuale.

Come in un perverso effetto domino, infatti, la stessa Confcommercio già stima che i prezzi, tra ottobre e novembre, subiranno un aumento dello 0,4%, con effetto trascinamento anche nel 2014.

Ciò in quanto l'aumento dell'Iva verrà scaricato, in primis, sul trasporto delle merci (che da noi avvengono per la maggior parte su strada), con incrementi nell'ordine di 1,5 cent euro/litro sulla benzina, 1,4 sul diesel e 0,7 sul Gpl.

Differente sarà anche l'impatto a seconda del prezzo dei prodotti: se sulle t-shirt, sui quaderni di scuola, oppure sulla saponetta, l'aumento sarà quasi impercettibile, discorso diverso sarà per i beni più costosi, come elettrodomestici, automobili, tablet, oppure la parcella dell'avvocato.

Insomma, l'aumento dell'Iva, pur in una situazione in cui l'inflazione parrebbe essere sotto controllo e qualunque sarà l'esito della votazione sulla fiducia diventerà, di fatto, la pietra tombale sulla penosa esperienza di questo governo Letta.

Pur in una democrazia pericolosamente traballante come quella italiana, per attuare scelte coraggiose in campo economico e sociale -oltremodo urgenti per il nostro Paese- la prima cosa di cui ci sarebbe bisogno è di un governo legittimato, sostenuto e partecipato dal popolo.

In questi ultimi due anni, infatti, prima con Monti e ora con Letta (entrambi nominati da Re Giorgio e sostenuti dal Cavaliere a delinquere), agli italiani è stata sottratta la sovranità nazionale, per opera della casta del Partito Unico (PDL e Pdmenoelle), che si è letteralmente venduta ai poteri economici che dettano la politica europea.

Abbiamo bisogno di raccogliere le forze sane, oneste, competenti del nostro Paese, abbiamo bisogno di dimostrare a noi stessi e al mondo che non siamo uguali a chi ci sta governando, senza averne l'investitura popolare, abbiamo infine bisogno di far vedere all'Europa che non siamo tutti Bunga Bunga, e che sbatteremo in galera i responsabili del nostro dissesto economico.

Tutti a casa, la parola torni agli elettori il prima possibile: e questa volta, statene certi, non si tratterà dell'ennesimo referendum su Berlusconi, no, la posta sarà molto più alta.

Saremo chiamati a scegliere se voler essere protagonisti del nostro futuro con il MoVimento 5 Stelle, oppure regalare ciò che rimane dell'Italia a chi è stato capace di svenderne già gran parte.