martedì 3 settembre 2013

Generale Dalla Chiesa: tanti colpevoli, nessun responsabile

E' il trentunesimo anniversario dell'assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo, avvenuto a Palermo il 3 settembre 1982, per mano dei killer mafiosi Antonino Madonia, Calogero Ganci e Pino Greco.

Pur se oggi, grazie alle rivelazioni dei pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, sono stati condannati i capi di Cosa Nostra che ordinarono la mattanza (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci), parecchi dubbi ed ombre gravano ancora su chi, dalle istituzioni, pretese e volle quella strage di Stato.

Una cosa appare, comunque, certa: l'attentato al generale, ovvero a colui che contribuì in modo decisivo alla sconfitta delle Brigate Rosse, divenendo con ciò un simbolo di giustizia, doveva rappresentare un segnale ben preciso, rivolto a chiunque avesse mai pensato di tradire il patto siglato tra uomini corrotti dello Stato e Cosa Nostra.

Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del Prefetto di Forlì”, ebbe a lamentarsi Dalla Chiesa prima del suo insediamento, ma non si diede per vinto, anzi, nei suoi poco più di cento giorni a capo della prefettura del capoluogo siciliano, inferse duri colpi agli stati maggiori di Cosa Nostra.

Nella convinzione che la mafia andasse colpita strada per strada, predispose fin da subito una mappatura delle varie cosche, con la stessa metodica e ostinata precisione, già in passato utilizzata con le cellule combattenti del brigatismo rosso.

Ma non fu sufficiente, anche perché sull'isola incombeva, al tempo, il potere del Divo Giulio, considerato dallo stesso generale l'uomo alla guida della “famiglia politica più inquinata d'Italia”, ovvero la Democrazia Cristiana.

Uno dei primi a sostenere con convinzione la presenza di apparati deviati dello Stato, nella strage di via Carini, fu proprio Giovanni Falcone: egli riteneva che Dalla Chiesa fosse stato sacrificato sull'altare della collaborazione tra politici, servizi segreti deviati, massoneria e mafiosi.

Basti pensare, al riguardo, che appena dopo il suo assassinio qualcuno trafugò la valigetta marrone del generale, che si trovava all'interno dell'auto in cui venne ucciso.

Pare che la valigetta contenesse documenti riportanti parecchi nomi scottanti, nell'ambito di un'inchiesta che Dalla Chiesa stava conducendo personalmente, e che a trafugare la valigetta, secondo una testimonianza rimasta finora anonima, sarebbe stato un ufficiale dei carabinieri in servizio a Palermo.

Storia che, come tutti sanno, si è ripetuta puntuale undici anni dopo, con l'agenda rossa di Paolo Borsellino, scomparsa in occasione di un'altra strage palermitana, quella avvenuta in via D'Amelio.

Con una differenza: mentre dell'agenda rossa di Borsellino nessuno ha saputo più nulla, la borsa di Dalla Chiesa fu ritrovata, nascosta nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo, vuota: i documenti scomparsi nel nulla, come già accaduto per altri carteggi conservati nella cassaforte della sua abitazione.

La strage di Via Carini è, purtroppo, una della tante storie amare di questo Paese, in cui a perdere sono troppo spesso i buoni, quando lo Stato sta tra le fila dei cattivi.

Se è pur vero, infatti, che i colpevoli materiali di questa strage sono stati tutti condannati, è altrettanto vero che i responsabili che stanno all'interno delle istituzioni non hanno, ancora oggi, né un volto né un nome.