sabato 28 settembre 2013

Crisi infinita: da gennaio chiusi 50mila esercizi commerciali

Situazione al limite del tracollo per il nostro commercio: nei primi otto mesi dell'anno, infatti, hanno chiuso i battenti 50.000 esercizi, tra i quali 4.600 solo tra bar e ristoranti, mentre una chiusura ogni quattro riguarda negozi d'abbigliamento.

Proprio così, anche il settore della moda, che fino a non molto tempo fa sembrava quasi del tutto immune dall'onda recessiva, è letteralmente crollato: da gennaio ad oggi, infatti, a fronte dell'apertura di 3.400 nuove attività nei comparti abbigliamento e tessile, ben 8.162 hanno chiuso bottega.

Che significa un saldo negativo di 4.762 unità, ovvero che una cessazione su quattro nell'ambito del commercio al dettaglio, va riferita esclusivamente a questo comparto.

Stando ai dati forniti dall'Osservatorio di Confesercenti, le previsioni per fine anno sono addirittura peggiori, tanto da far seriamente ipotizzare la perdita complessiva di almeno 90mila posti di lavoro.

A dispetto di quanto pensano dei giovani choosey nell'ormai ex governo di Capitan Findus, nonostante il dilagante fenomeno della disoccupazione giovanile, le nuove leve italiane non hanno alcuna intenzione di arrendersi: per crearsi un posto di lavoro, diventano imprenditori.

Tanto che nel primo semestre del 2013, quattro su dieci delle nuove attività commerciali sono state avviate da under 35: ristorazione e turismo, in particolare, si sono confermati quali ammortizzatori della disoccupazione sia giovanile, che femminile.

Il problema, semmai, è che queste nuove imprenditorialità, in genere, hanno una breve durata: dopo soli tre anni, infatti, si registra una chiusura del 30% nel settore del commercio, del 40% in campo turistico.

Secondo Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, servirebbe un cambio di mentalità a 360 gradi, anche perché, senza innovazione, in Italia non è più possibile fare impresa.

Si salva, infatti, solo il web, che ha fatto registrare il lusinghiero risultato di +24, 5% di apertura di negozi online, soltanto negli ultimi venti mesi.

Se questa è la malattia, la cura potrà mai essere l'aumento dell'Iva? Senz'altro meglio un salto nel buio a mirar le 5 Stelle, che subire un suicidio assistito per mano di questi partiti...

mercoledì 25 settembre 2013

Italia in vendita: tocca a Telecom, Olè

Non ci avevano detto che gli spagnoli stavano peggio di noi? Se questo è vero, com'è che un'azienda indebitata come Telefonica può venire a fare acquisti in un settore strategico come quello della telefonia italiana, mentre noi siamo costretti a svendere anche i gioielli di famiglia?

Come bene spiega Codacons, infatti, il problema non è tanto se una società è italiana, oppure straniera, bensì il fatto che questa società, la Telecom appunto, controlla il mercato della telefonia del nostro Paese dalla posizione dominante di price maker.

Quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi, altro non è che il risultato di politiche autolesioniste (se non di malaffare), attuate in spregio dei più elementari diritti dei cittadini da cinquant'anni di casta politica (ben rappresentata anche nel governo Letta), che, con la privatizzazione di Telecom, ha saputo solo trasferire i privilegi dell'ex monopolista pubblico all'oligopolista privato.

Tanto che, come si evince dai dati contenuti nell'ultima rilevazione dell'Agicom, Telecom Italia possiede il 46,7% della spesa finale degli utenti di rete fissa e telefonia mobile, quasi il cinquantuno per cento delle quote di mercato nei servizi a banda larga retail e, infine, il 64% degli accessi diretti a rete fissa, con il picco del 78,4% in provincia di Trento.

Forse è troppo tardi per intervenire, anche se, in primis le associazioni dei consumatori stanno chiedendo a gran voce alcune garanzie per i futuri utenti italiani della spagnola Telefonica.

In particolare, si chiede l'eliminazione del canone Telecom, che potrebbe essere utilizzato dallo Stato per finanziare la banda larga veloce, piuttosto che arricchire i nuovi azionisti spagnoli, oltre all'abolizione delle penali, che ancora oggi sono costretti a pagare gli utenti che abbandonano la compagnia telefonica, nonostante siano vietate dalla legge.

Nell'assenza totale di una qualsivoglia strategia governativa, rischiamo seriamente di fare la fine dell'Albania, con tutti i più importanti settori strategici controllati da soggetti stranieri.

Per tutta risposta, dalla barca dell'Inciucio, guidata a vista (?) e protetta dall'illustre concittadino di Capitan Schettino, si ribadisce l'intenzione di voler far tornare le nostre aziende in Italia: peccato che, prima con Alitalia ai francesi di Air France, ora con Telecom agli spagnoli di Telefonica, siano le nostre aziende a diventare straniere.

lunedì 23 settembre 2013

Governo Letta: Destinazione Piovarolo

Piuttosto che Destinazione Italia, il nuovo ambizioso progetto/annuncio di questo governo dell'Inciucio, avrebbe potuto meglio chiamarsi Destinazione Piovarolo, riprendendo con ciò titolo e trama di un vecchio film interpretato dal grande Totò, nel lontano 1955.

Antonio La Quaglia -questo il nome del protagonista- era un'aspirante capostazione di terza classe che, in quanto ultimo arrivato al concorso alle Ferrovie, viene assegnato nella sperduta località di Piovarolo, paese depresso e dimenticato da tutti.

Stufo d'essere relegato in quella stazione, dove non scende mai nessuno, La Quaglia/Totò le prova tutte, al fine di ottenere l'agognato trasferimento nella sua bella città di Napoli.

La cosa non sembra, in effetti, così facile, anche se, grazie all'avvento di un premier illuminato (tale Benito Mussolini) al nostro Antonio La Quaglia pare finalmente accadere quanto sperato: con una lettera direttamente da Roma, viene a sapere che la sua nuova sede sarà, d'ora in poi, Rocca Imperiale.

Nemmeno il tempo di preparare le valige, che lo sfortunato capostazione deve ricredersi: Rocca Imperiale non esiste, è solo il paese di Piovarolo che ha cambiato di nome.

Proprio come succede nel documento di Destinazione Italia, tanto colmo di buone intenzioni, quanto viziato dall'incapacità di affrontare i veri problemi di questo Paese, ai quali questo governo ha saputo soltanto cambiare il nome.

Non c'è una riga, tanto per fare un esempio, che spieghi “come” verranno rimossi gli ostacoli strutturali, che impediscono all'Italia di attrarre investimenti stranieri, compatibili con il rilancio della nostra economia.

Vi si trovano, viceversa, una miriade di lobbistiche “eccezioni alle regole”, sgravi, corsie preferenziali, procedimenti speciali, doppi binari, nuovi fondi pubblici, ecc., ecc., sparpagliati a caso (?) quasi ad ogni pagina.


Il tutto redatto con la cosiddetta tecnica della “novellazione”, che è il medesimo artifizio burocratese che ha squassato, ad esempio, l'impianto della nostra giustizia civile, al punto che Destinazione Italia appare -anche agli occhi dei più sprovveduti- soltanto una raccolta di emendamenti, ispirati dalle lobby che sostengono il governo Letta.

Nel documento non c'è nulla, ma proprio nulla, che possa realmente aiutare questo agonizzante Paese: com'è stato anche per l'altra norma, che si vanta d'aver scritto il premier/nipote, quella per il rientro in Italia dei cervelli in fuga.

Ad un anno dall'approvazione di quella legge, contenente anch'essa una marea di commi, incentivi, eccezioni, ecc., ecc.: perché Letta non ci fa sapere quanti cervelli sono rientrati a destinazione Piovarolo/Italia?

sabato 21 settembre 2013

Giustizia malata, magistrati fortunatamente in buona salute

Ha detto bene il cittadino-portavoce del Movimento 5 Stelle, Manlio di Stefano, a proposito delle parole pseudo-pacificatrici pronunciate da Giorgio Napolitano, anche perchè in Italia non c'è nessuna guerra in atto tra pm e politici, bensì ci sono dei politici che delinquono da 50 anni, e pm che fanno il loro mestiere, che è quello di indagare.

In presenza di una giustizia malata, perennemente sotto accusa, che deve fare quotidianamente i conti con la scarsezza di risorse a disposizione, alla mercè della schizofrenia di legislatori “ad personam”, per molti magistrati sarebbe certamente più comodo stare dalla parte dei poteri forti, piuttosto che combattere il dilagante crimine politico-finanziario, vero cancro di questo Paese.

Con ciò eviterebbero, se non altro, d'essere presi a pesci in faccia da chi dovrebbe ergersi a Garante della Costituzione ma che, viceversa, altro non fa che calpestarla ogni volta che interviene a gamba tesa in difesa della sua incestuosa creatura: il pulp governissimo della sinistra, puntellato dalla mummia di un vecchio pregiudicato, per di più recidivo

Ha detto bene inoltre, Manlio di Stefano, quando ha chiesto a Giorgio Napolitano di fare un passo indietro, rassegnando le dimissioni dalla sua (bis)carica: gli italiani, mi creda signor Presidente, non sentiranno di certo la sua mancanza.

E se questo invito dovesse non bastare, si dovrà passare alle vie di fatto, chiedendo la messa in stato d'accusa del Capo dello Stato per “attentato alla Costituzione”, prima ancora che l'agibilità politica si traduca in una “grazia” concessa al condannato Berlusconi, fatto che violerebbe i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Che l'Italia necessiti di una riforma della giustizia, nessuno lo mette in dubbio, anzi, il suo pessimo funzionamento, soprattutto nel settore civile, è considerata una delle principali cause -secondo l'Ocse- dei mancati investimenti stranieri nel nostro Paese.

Ma non lasciamoci infinocchiare, i mali della giustizia non risiedono affatto nei pm e nei giudici politicizzati, come ha cercato ancora una volta di farci credere il Cavaliere a delinquere, bensì nell'incertezza del diritto, derivante da procedure farraginose e obsolete, che spesso non consentono ai processi di giungere alla loro naturale conclusione.

Gli italiani onesti dovrebbero, pertanto, schierarsi apertamente dalla parte di quei servitori dello Stato che, dribblando prescrizioni brevi e indulti vari, hanno portato a termine il proprio lavoro, che a null'altro è ispirato se non a  far prevalere, sempre e comunque, l'irrinunciabile valore sociale della giustizia.

In questi termini, la miglior cura di cui avrebbe bisogno la giustizia italiana, potrebbe essere quella d'essere governata da persone oneste e competenti, non certo da chi, come il nuovo giudice costituzionale Giuliano Amato, ha rappresentato per il Psi di Craxi, ciò che Giulio Andeotti è stato in questo Paese per la Democrazia Cristiana.

La giustizia è malata: i magistrati, per nostra fortuna, godono ancora di buona salute.

lunedì 16 settembre 2013

Analfabetismo di ritorno: italiani popolo bue?

Si sente spesso dire che gli italiani sarebbero penalizzati, in ambito europeo e mondiale, dalla generale scarsa conoscenza delle lingue straniere: su questo fronte dobbiamo, purtroppo, prendere atto che le cose stanno addirittura peggio.

Se si dovesse, infatti, giudicare l'Italia dal livello di padronanza della propria (sottolineo propria) lingua, saremmo costretti a riconoscere che -come impietosamente emerge da una ricerca dell'Ocse- il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà.

A ciò corrisponde un ridotto 20 per cento, in possesso delle competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso un uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita quotidiana.

Se non fossero sufficienti questi due dati, per parlare di vera emergenza sociale, una recente indagine ha messo in luce che, la maggior parte degli italiani, non riesce a comprendere la posologia di un farmaco: il 5% non capisce quanto scritto sul bugiardino, la metà non è in grado di capire il foglietto informativo.

Si tratta dell'analfabetismo di ritorno, che riguarda chi sa leggere, ma non sa comprendere: l'indagine denominata All Adult Literacy and Life Skills, condotta su una popolazione di età compresa tra i 15 e i 65 anni, in sette Paesi del mondo (Bermuda, Canada, Italia, Norvegia, Svizzera, Usa e Messico), ci colloca in penultima posizione, appena prima dei messicani.

Ciò che più preoccupa, al riguardo, è il fatto che oltre al tradizionale serbatoio di pensionati e casalinghe, la fascia emergente è quella che include i disoccupati dai 26 ai 35 anni: terminata la scuola, le competenze tendono a diminuire, soprattutto in assenza di percorsi formativi legati al lavoro.

Inevitabili le conseguenze per la stessa tenuta della democrazia nel nostro Paese, in cui da centocinquant'anni gli italiani votano con la pancia, ovvero con lo spirito fazioso degli ultras allo stadio, piuttosto che per scelta, libera e informata.

Del resto, all'inizio fu il fascismo a definire noi italiani popolo bue, poi toccò ai partiti della prima repubblica a rubare alle nostre spalle, ed ora è il turno del Comitato d'Affari (PDL+PDmenoelle+Re Giorgio) di sfruttare l'analfabetismo di ritorno, al punto da volerci convincere che il matrimonio tra un “nipote” e un “pregiudicato” sia l'unica strada percorribile per uscire dalla crisi (?).

Tutti quanti, infine, si sono ben guardati dal migliorare il funzionamento della scuola pubblica, consapevoli del fatto che uno sviluppo generalizzato dell'istruzione avrebbe messo a repentaglio la loro stessa persistenza nelle stanze del potere.

domenica 15 settembre 2013

Politica europea: l'austerità ha aumentato le diseguaglianze

Se ne stanno accorgendo, con colpevole ritardo, anche paludate istituzioni da sempre schierate a favore delle politiche di austerity, come il Fmi, al punto da riconoscere che le misure adottate in Europa in questi ultimi anni, si sono rivelate inutili per la riduzione del debito pubblico e il deficit di bilancio.

Anzi, il perdurare della dieta dimagrante imposta in primis dalla Germania, altro non ha causato che l'aumento delle diseguaglianze, accompagnato da un pesante rallentamento della crescita economica.

Opinione condivisa anche da autorevoli economisti, come il premio Nobel Joseph Stiglitz, il quale è convinto che l'ondata di austerità economica, dilagante nel vecchio continente, rischia di compromettere seriamente il modello sociale europeo.

Secondo Stiglitz, inoltre, l'austerità ha avuto il solo effetto di paralizzare la crescita, a fronte di incrementi nelle posizioni fiscali costantemente deludenti, tanto che tale situazione sta contribuendo ad aumentare le diseguaglianze, rendendo con ciò duratura l'attuale debolezza economica.

Ciò che è peggio, è che a pagarne le conseguenze saranno i disoccupati, per parecchi anni a venire: così Oxfam Italia dipinge, nel suo rapporto, il quadro che emerge dai programmi di austerità europei, che hanno ripetuto gli stessi errori delle politiche di aggiustamento strutturale imposte in America Latina, Sud Est Asiatico e Africa Sub-Sahariana, tra gli anni 80 e 90.

Lo studio prodotto da Oxfam Italia indica, addirittura, che gli effetti di tali politiche impediranno ai più poveri di riprendersi, anche quando l'Europa tornerà a crescere, visto che la ricchezza si sta concentrando sempre più nelle mani del 10% degli europei già abbienti.

E' facile prevedere, al riguardo, che senza l'adozione urgente di politiche di stimolo per una crescita inclusiva (investimenti in servizi essenziali, lotta all'evasione ed elusione fiscale), nei prossimi dieci anni il divario esistente tra ricchi e poveri di paesi quali la Grecia, l'Italia, la Spagna o il Portogallo, potrebbe assomigliare a quello oggi esistente nel Sudan o nel Paraguay.

A proposito della situazione in cui versa il nostro Paese, Oxfam Italia rimarca il fatto che, anche da noi, le politiche di austerità dei governi Monti prima, Letta poi, hanno inciso in maniera decisamente negativa sui livelli di povertà e diseguaglianza sociale.

La povertà diffusa, infatti, lungi dall'essere un effetto scontato della crisi economica globale, è spesso causata dall'assoluta mancanza di politiche adeguate e capaci di affrontarla.

La ricetta suggerita da Oxfam Italia, in questi termini, dice che per l'Italia è necessario ed urgente adottare vere misure di stimolo alla crescita e di sostegno ai servizi educativi.

Allo stesso tempo, per evitare che un numero sempre maggiore di italiani finiscano nel baratro della povertà, andrebbero implementate, da subito, politiche attive per il lavoro, atte innanzitutto a combattere il fenomeno della disoccupazione giovanile.

Le risorse necessarie per questa manovre andrebbero, infine, recuperate dalla tassazione delle rendite finanziarie, nonché da una decisa lotta all'evasione fiscale.

Ma, prima di tutto, l'Italia avrebbe bisogno di un governo legittimato dalla volontà popolare, non certo di questo teatrino d'avanspettacolo fatto da guitti, pregiudicati e compagnia cantante, agli ordini di un bis Presidente della Repubblica, ogni giorno che passa sempre meno garante e sempre più monarca assoluto.

mercoledì 11 settembre 2013

Trasporti: potenziare in 4 mosse le vie navigabili europee

Forse pochi sanno che, in Europa, ogni anno più di 500 milioni di tonnellate di merci (l'equivalente di 25 milioni di mezzi pesanti) sono trasportate attraverso fiumi e canali.

Si tratta, in effetti, di vie navigabili più sicure, con meno traffico e, quel che più conta, più ecologiche rispetto alle modalità di trasporto su gomma o ferrovia.

Basti pensare, in proposito, che le emissioni di CO2 e il consumo di carburante di un grande battello per la navigazione interna, secondo i dati forniti dalla Commissione europea, sono solamente un terzo di quelli prodotti dal trasporto su strada.

Secondo Bruxelles, inoltre, le chiatte rappresenterebbero il mezzo di trasporto più sostenibile per l'ambiente ed energeticamente efficiente, nonché in grado di sfruttare il potenziale ancora inutilizzato della rete di 37.000 Km di vie navigabili interne.

Proprio con l'obiettivo di aiutare il trasporto sulle vie navigabili a diventare, pur a lungo termine, un settore ad alta qualità di prestazioni, la Commissione europea ha predisposto un piano in 4 mosse, volto ad eliminare le cause ostative di questo auspicabile sviluppo.

Innanzitutto andranno modernizzate la conche, i ponti e i canali di navigazione interni, prevedendo al contempo la realizzazione dei collegamenti mancanti come, ad esempio, quello tra i sistemi fluviali della Senna e della Schelda.

Nel quadro generale degli orientamenti per la TEN-T, la Commissione ha addirittura deciso di dare priorità a nuove opportunità di finanziamento a favore delle vie navigabili interne.

Per non tacere del fatto che la Commissione europea ha deciso di consentire, per la navigazione interna, l'utilizzo di motori alimentati a gas naturale liquido, garantendo oltremodo il proprio sostegno economico a favore di investimenti in tecnologie a basse emissioni.

Un'altra delle 4 mosse decise da Bruxelles, è quella indirizzata alla modernizzazione dei collegamenti tra le vie navigabili interne, la strada e la ferrovia, attraverso il miglioramento degli impianti di movimentazione delle merci e la drastica riduzione delle formalità amministrative.

Infine, poiché il settore delle vie navigabili non può prescindere da una manodopera qualificata, la Commissione prevede ci potrà essere un maggior riconoscimento delle qualifiche e delle carriere, che contribuirà a migliorare l'accesso al mercato del lavoro delle nuove generazioni.

Ora: con i suoi 2.400 Km di canali navigabili, il nostro Paese si colloca tra le prime nazioni europee (37° posto al mondo) che potrebbero trarre grandi vantaggi dalle nuove direttive, ma: la classe politica che ci governa sarà all'altezza di cogliere la sfida?

lunedì 9 settembre 2013

Ambiente: Pellworm, l'isola delle rinnovabili

Si chiama Pellworm, ed è un isolotto tedesco nel Mare del Nord, popolato da non più di mille anime, facente parte dell'arcipelago delle Frisone settentrionali.

Ebbene, quest'angolo di terra (37,44 Km quadrati) spazzato dal vento, nel mezzo dell'oceano, rappresenta un vero e proprio modello di autogestione energetica, tanto da essere conosciuto come l'isola delle rinnovabili.

Quest'isola teutonica, distante un'ora di battello dalla terraferma, produce infatti tre volte l'energia elettrica necessaria alle esigenze dei suoi abitanti.

Tutto ebbe inizio negli anni ottanta, quando le eoliche e i pannelli solari sono stati testati sull'isola -ha raccontato alla Afp il borgomastro Juergen Feddersen- “e così molti agricoltori si sono riconvertiti in produttori di energia, assicurandosi ottimi profitti”.

Come già avvenuto in altri Comuni della Germania, anche a Pellworm i residenti amministrano in proprio questa “transizione energetica”, tanto che le otto pale eoliche, posizionate ai confini dell'isola per non guastare il paesaggio, sono di proprietà di 40 famiglie, tutte residenti sull'isola.

Inoltre, come spiega Kai Edlefsen, vice sindaco, allevatore bio e gestore del parco eolico “Viviamo circondati dall'acqua e ci siamo accorti che il livello dell'oceano, a causa dei cambiamenti climatici, ha preso a salire; non possiamo cambiare il mondo, ma proviamo a dare almeno  il nostro contributo”.

Per le giornate senza sole, oppure senza vento, gli isolani dispongono di una centrale a biogas, capace di trasformare mais e letame in metano, e quest'ultimo in elettricità.

Gli ingegnosi abitanti di Pellworm, però, guardano già più lontano, puntando all'obiettivo della completa autosufficienza energetica.

A tale riguardo, pare che E.ON SE, filiale del gigante dell'energia E.ON, abbia deciso di testare a breve, proprio a Pellworm, diversi sistemi di stoccaggio dell'elettricità, oltre alle cosiddette reti intelligenti "smart grids".

Ora, visto che alla Repubblica Italiana appartengono centinaia di isole, per una superficie complessiva che supera i 50.000 km quadrati, il Ministro per l'Ambiente s'è mai preso la briga di calcolare quanta energia pulita e quanta occupazione si potrebbero ricavare, puntando su progetti come quello di Pellworm, a livello nazionale?

sabato 7 settembre 2013

Cgia: italiani tartassati, fisco al 53,6%

Attenzione: non si tratta di un vecchio film con Totò e Aldo Fabrizi (I tartassati), no, è tutto vero: l'Italia potrà a breve fregiarsi dell'ennesimo incredibile primato negativo: entro la fine dell'anno in corso, infatti, la pressione fiscale nel nostro Paese è destinata a raggiungere il 44% del Pil.

Questo è quanto denuncia la Cgia di Mestre, precisando, altresì, che ogni italiano verserà mediamente nel 2013 per imposte, tasse e contributi vari 11.629 euro, ovvero il 120% in più di quanto pagava, ad esempio, nel 1980 (5.272 euro, al netto dell'inflazione).

Trentatrè anni fa, inoltre, il gettito fiscale e contributivo era pari a 63,8 miliardi di euro, mentre quest'anno -secondo le stime di Cgia- entrerà nelle casse dello Stato l'incredibile cifra di 694 miliardi di euro.

Si tratta, ovviamente, di stime non ancora definitive, anche perché lo studio condotto dalla Cgia ha tenuto conto delle disposizioni fiscali introdotte dal governo Letta, ovvero quelle relative alla proroga delle agevolazioni Irpef per ristrutturazione edilizia e risparmio energetico, del differimento dell'aumento dell'Iva e, infine, della tanto sbandierata abolizione della prima rata dell'Imu.

Per il segretario della Cigia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ci sarebbe un'ulteriore puntualizzazione da fare, ovvero che non bisogna dimenticare che, per i contribuenti onesti, la pressione fiscale reale si attesta ormai al 53,6 per cento”, tanto da poter tranquillamente affermare che “nel 2013 gli italiani hanno lavorato per il fisco sino alla metà del mese di giugno”.

Una via d'uscita possibile per ridurre le tasse -secondo Bortolussi- potrebbe essere quella di procedere, finalmente, ad una riduzione strutturale della spesa pubblica improduttiva, riprendendo con ciò in mano il federalismo fiscale che -conclude il segretario della Cgia di Mestre- rappresenta l'unico strumento utilizzabile per raggiungere tale obiettivo.

Le esperienze degli altri Paesi europei ci dicono, infatti, che gli stati federali hanno un livello di tassazione ed una spesa pubblica maggiormente ridotta, a fronte di una macchina statale più agile ed efficiente, mantenendo l'offerta di servizi ad un alto livello di qualità.

In questi termini, sarebbe bene iniziare subito, mandando a casa quella che rappresenta oggi la più ingiustificata spesa improduttiva di questo Paese: il partito unico del Pdlmenoelle, che sta impunemente governando con la benedizione del suo altolocato e degno mentore, il bis inquilino del Quirinale.

giovedì 5 settembre 2013

Scuola, ancora rimandata la rivoluzione Hi-Tech

Ad iniziare per primi l'anno scolastico 2013-2014, sono stati oggi gli studenti bilingui della Provincia di Bolzano, mentre per ultimi a ritornare sui banchi saranno quelli pugliesi, il prossimo 17 settembre.

E anche quest'anno, nonostante le assicurazioni dei precedenti Ministri per l'istruzione Maria Stella Gelmini e Francesco Profumo, l'obbligo di usare i libri digitali nelle scuole italiane ha subito un ulteriore rinvio al 2015, questa volta per mano dell'attuale Ministro Maria Chiara Carrozza.

Pare infatti che, nonostante la digitalizzazione della scuola rappresenti un obiettivo strategico per lo sviluppo e la crescita, nessuno voglia assumersi la responsabilità (?) di operare le scelte conseguenti.

Secondo il Ministro Carrozza, i problemi sarebbero sostanzialmente due: il mancato adeguamento tecnologico di gran parte della scuole (Wi-Fi) e il rischio di produrre danni economici alle case editrici.

In particolare, furono proprio gli editori a sostenere che un passaggio repentino al digitale avrebbe provocato loro perdite economiche immediate, in conseguenza della mancata vendita dei libri di testo già in magazzino.

Francamente, rimane difficile da credere che, nei magazzini delle case editrici, ci sia una quantità tale di testi scolastici, da provocare addirittura danni economici rilevanti.

Nonostante ciò, grazie alla normativa sull'autonomia scolastica, bisogna pur dire che i dirigenti dei singoli Istituti potrebbero muoversi, senza dover attendere una decisione operativa da parte del Ministero.

In altre parole, i dirigenti scolastici potrebbero introdurre l'uso degli e-book fin da oggi, al pari di altre nuove tecnologie al servizio dell'istruzione.

Anche se, proprio per via dell'autonomia scolastica risulta difficile sapere, al momento, quante e quali scuole abbiano deciso, già da quest'anno, l'adozione dei libri di testo digitali.

Ma, soprattutto, potrebbe trattarsi di un'informazione del tutto irrilevante, stando almeno a quanto riferisce Salvatore Giuliano, dirigente scolastico dell'ITIS E. Majorana di Brindisi, nonché ideatore dell'innovativo progetto bookinprogress.

Secondo Giuliano, infatti, il nocciolo della questione non è certamente rappresentato dall'adozione obbligatoria dell'e-book nella scuola italiana, oppure cosa sia meglio tra iPad e Android.

Ciò di cui ci dovremmo preoccupare, semmai, è di capire se la scuola italiana sia effettivamente in grado di compiere passi in avanti, nella direzione di una reale modernizzazione dei propri insegnamenti.

Negli ultimi vent'anni, infatti, nonostante nel nostro Paese sia avvenuta una vera e propria rivoluzione Hi-Tech, l'unica cosa che è rimasta pressoché uguale a se stessa da più di mezzo secolo è, ancora oggi, purtroppo la scuola.

mercoledì 4 settembre 2013

Crisi dell'auto: riconversione industriale e ambientale, occasione sprecata

Pare proprio che anche per gli inguaribili amanti dall'auto-ultimo-modello, dopo un'euforia durata cinquant'anni, sia arrivato il momento di abbandonare questa tendenza, per lasciar posto al poco romantico pragmatismo del valore d'uso, riferito al proprio mezzo di trasporto.

Ciò è quanto emerge da un sondaggio realizzato da SWG, su commissione della CNA, secondo il quale il 20% del campione intervistato afferma di avere un'auto con più di dieci anni di vita, mentre un altro 25% investe maggiormente sulla manutenzione, piuttosto che su un nuovo acquisto.

Questo cambio di rotta nei comportamenti degli automobilisti, trova altresì conferma nel vero e proprio boom rappresentato dalla riconversione a gas del sistema di alimentazione delle autovetture.

Secondo i dati del sondaggio, addirittura il 61% degli automobilisti italiani ha pensato, o starebbe pensando, di abbandonare per sempre benzina o diesel e di passare al gas, tanto che un terzo degli attuali possessori di auto alimentate a gas, sono proprio coloro che hanno provveduto a riconvertire i propri veicoli.

Per poter valutare, nelle giuste proporzioni, le conseguenze del calo di acquisti nel mercato delle auto nuove, basti pensare che in Italia circolano 61 automobili ogni cento abitanti, a fronte di una media europea di 51, con la Germania a quota 52, il Regno Unito a 50 e Francia e Spagna ferme a 48.

La profonda crisi in cui versa il settore automobilistico è, peraltro, confermata anche dai dati forniti da Anfia (Associazione nazionale filiera industriale automobili), secondo cui lo scorso anno sono state prodotti poco più di 670.000 veicoli, come non accadeva addirittura dagli anni sessanta.

Sarebbe bello poter affermare, a questo punto, che al calo della mobilità privata, facesse da contraltare una positiva espansione del trasporto pubblico anche nei nostri centri urbani.

Sarebbe bello ma, purtroppo, non è così: innanzitutto perché, in gran parte delle grandi città, gli autobus sono vecchi e malconci, tanto che solo pochissimi di loro rispettano le norme antinquinamento.

La cosa più grave, però, è che finora nessun governo ha voluto puntare con decisione sulla riconversione ambientale e industriale di questo Paese, unica possibile via d'uscita da tutto ciò.

La crisi economica avrebbe potuto rappresentare, in questo senso, il momento propizio per trovare una visione unitaria dell'intero sistema della mobilità, capace di coniugare le esigenze private e gli equilibri industriali.

Il tutto nell'ottica della riduzione dei consumi energetici e delle emissioni nocive, garantendo al contempo la salvaguardia occupazionale, anzi, favorendo con ciò la creazione di nuovi posti di lavoro.

Parecchio tempo è stato sprecato, nella sfida che il nostro rapporto con l'automobile e l'ambiente dovrà affrontare, al punto che, causa l'immobilismo di una classe politica inadeguata, la società italiana ha già iniziato a pagarne il prezzo.

martedì 3 settembre 2013

Generale Dalla Chiesa: tanti colpevoli, nessun responsabile

E' il trentunesimo anniversario dell'assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo, avvenuto a Palermo il 3 settembre 1982, per mano dei killer mafiosi Antonino Madonia, Calogero Ganci e Pino Greco.

Pur se oggi, grazie alle rivelazioni dei pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, sono stati condannati i capi di Cosa Nostra che ordinarono la mattanza (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci), parecchi dubbi ed ombre gravano ancora su chi, dalle istituzioni, pretese e volle quella strage di Stato.

Una cosa appare, comunque, certa: l'attentato al generale, ovvero a colui che contribuì in modo decisivo alla sconfitta delle Brigate Rosse, divenendo con ciò un simbolo di giustizia, doveva rappresentare un segnale ben preciso, rivolto a chiunque avesse mai pensato di tradire il patto siglato tra uomini corrotti dello Stato e Cosa Nostra.

Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del Prefetto di Forlì”, ebbe a lamentarsi Dalla Chiesa prima del suo insediamento, ma non si diede per vinto, anzi, nei suoi poco più di cento giorni a capo della prefettura del capoluogo siciliano, inferse duri colpi agli stati maggiori di Cosa Nostra.

Nella convinzione che la mafia andasse colpita strada per strada, predispose fin da subito una mappatura delle varie cosche, con la stessa metodica e ostinata precisione, già in passato utilizzata con le cellule combattenti del brigatismo rosso.

Ma non fu sufficiente, anche perché sull'isola incombeva, al tempo, il potere del Divo Giulio, considerato dallo stesso generale l'uomo alla guida della “famiglia politica più inquinata d'Italia”, ovvero la Democrazia Cristiana.

Uno dei primi a sostenere con convinzione la presenza di apparati deviati dello Stato, nella strage di via Carini, fu proprio Giovanni Falcone: egli riteneva che Dalla Chiesa fosse stato sacrificato sull'altare della collaborazione tra politici, servizi segreti deviati, massoneria e mafiosi.

Basti pensare, al riguardo, che appena dopo il suo assassinio qualcuno trafugò la valigetta marrone del generale, che si trovava all'interno dell'auto in cui venne ucciso.

Pare che la valigetta contenesse documenti riportanti parecchi nomi scottanti, nell'ambito di un'inchiesta che Dalla Chiesa stava conducendo personalmente, e che a trafugare la valigetta, secondo una testimonianza rimasta finora anonima, sarebbe stato un ufficiale dei carabinieri in servizio a Palermo.

Storia che, come tutti sanno, si è ripetuta puntuale undici anni dopo, con l'agenda rossa di Paolo Borsellino, scomparsa in occasione di un'altra strage palermitana, quella avvenuta in via D'Amelio.

Con una differenza: mentre dell'agenda rossa di Borsellino nessuno ha saputo più nulla, la borsa di Dalla Chiesa fu ritrovata, nascosta nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo, vuota: i documenti scomparsi nel nulla, come già accaduto per altri carteggi conservati nella cassaforte della sua abitazione.

La strage di Via Carini è, purtroppo, una della tante storie amare di questo Paese, in cui a perdere sono troppo spesso i buoni, quando lo Stato sta tra le fila dei cattivi.

Se è pur vero, infatti, che i colpevoli materiali di questa strage sono stati tutti condannati, è altrettanto vero che i responsabili che stanno all'interno delle istituzioni non hanno, ancora oggi, né un volto né un nome.

lunedì 2 settembre 2013

Politica & spinelli: Il Cavaliere in versione free joint

Alla sua tecnica di rilasciare dichiarazioni “per vedere l'effetto che fa” (per poi smentire se stesso il giorno seguente), siamo ormai da anni abituati.

Questa volta, però, il Cavaliere a delinquere ha superato addirittura se stesso, quando sabato scorso si è presentato in Largo Torre Argentina, a Roma, per apporre la sua firma sui quesiti referendari dei Radicali.

Che il suo spirito liberale fosse attirato dai referendum per una “giustizia giusta”, non avremmo dubitato, ma che dicessecon la propria firma anche alla marijuana libera e alla cancellazione del reato di clandestinità, è stato un vero coup de theatre.

Proprio lui che lanciò una battaglia di civiltà contro l'uso delle sostanze stupefacenti, sostenendo che “la lotta alla droga è prima di tutto una battaglia di libertà”.

Fu il governo da lui presieduto a partorire quell'abominio come la Legge Fini del 2006 che, eliminando la distinzione tra droghe leggere e pesanti, reintrodusse la dose minima consentita come spartiacque tra consumo e spaccio, cacciando in carcere semplici consumatori, al posto dei veri e superprotetti spacciatori.

Fu sempre un governo da lui presieduto ad introdurre il reato di clandestinità, bocciato dalla Corte di Giustizia europea, come pure i respingimenti dei barconi in alto mare, da lui definiti quali “provvedimenti più umani, rispetto alla detenzione nei centri d'accoglienza”.

Cos'è, allora, che ha fatto invertire di 360° la rotta del pregiudicato di Arcore? Altri tempi, altre emergenze, forse?

In effetti, fino ad allora il Cavaliere era sempre riuscito a sfuggire, in un modo o nell'altro, ai tentativi di una certa magistratura di estrometterlo dall'agone politico per via giudiziaria.

Ora che le cose sono cambiate, non gli resta che tentare in extremis, per via referendaria, la sua personale rivoluzione liberale della giustizia.

Quella riforma che, secondo i suoi calcoli, potrebbe portargli il tanto desiderato salvacondotto, indispensabile per la sua agibilità politica e, dunque, per non decadere dalla carica di senatore.

Siamo dunque arrivati al redde rationem, con il Cavaliere in versione free joint, pronto ad affermare che, anche su droga e immigrazione e giustizia, “i cittadini italiani hanno il diritto di dare il loro voto: o no”.

Cosa ne pensino i suoi compagni di partito come Giovanardi e Formigoni, oppure il suo alleato lombardo Roberto Maroni, al momento non è dato sapere.