lunedì 26 agosto 2013

Senza i giovani e senza il merito, non ci sarà alcuna crescita

Non esiste settore, nella nostra malata società italiana -dalla politica all'imprenditoria- che possa continuare ad ignorare ciò che, altrove, sta rappresentando una vera ancora di salvezza.
Ovvero: senza i giovani e senza il merito, non ci sarà alcuna crescita, né oggi né, tanto meno, in futuro.

Il nostro Paese, in questo senso, è affetto da una deleteria gerontocrazia (dichiseinipote? Di zio Gianni?) che, ponendo un freno ad ogni slancio meritocratico impedisce, di fatto, il necessario ricambio generazionale nei posti di comando, sia pubblici che privati.

Mentre sono loro, i nati digitali ed esperti di tecnologia, che potranno ridare “agilità” al corpo sociale (che è tutt'altra cosa dalla “agibilità” politica, che sembra essere l'unico problema che appassiona media e partiti) e che, in definitiva, sapranno suggerire nuovi modi di lavorare.

Invece? Nel solo 2009, il 79% dei posti di lavoro cancellati dalla crisi, ha riguardato i giovani tra i 18 e i 29 anni.

Tanto che, oggi, quei giovani, in numero sempre più crescente, sono alla ricerca delle terre dell'opportunità, lungo le dorsali che conoscono bene, e che portano verso il new deal delle innovazioni tecnologiche.

Del resto, come evidenziato anche da un recente sondaggio, soltanto 54 italiani su 100 ritengono meritocratica la propria società, a fronte di 69 francesi, 74 tedeschi, 78 inglesi e 89 americani.

Per non dire di ciò che viene percepito, sempre in termini di società meritocratica, da coloro che vivono più a Oriente: Cina (93%), India (90%) e Australia (82%).

Ecco, allora, spiegato perché i giovani italiani dell'era digitale si spingono sia verso Occidente, sia in direzione degli stati ricompresi nella vasta regione dell'Asia-pacifico.

Eppure, ci sarebbe lo spazio per far decollare quegli “angeli degli affari” che, ricchi di ingegno, ma inizialmente a corto di soldi, sarebbero in grado di far partire quelle start up, che tanto scarseggiano qui da noi.

Basti pensare, al riguardo, che la ricchezza delle famiglie italiane è pari al 5,7% del Pil mondiale: 350mila euro di ricchezza, in media, per nucleo famigliare, ma quasi nessuno disposto ad investire un euro a favore dei giovani imprenditori innovativi.

Difatti, se è vero che le nostre famiglie sono poco indebitate, è altrettanto vero che è il Paese ad essere in debito d'imprenditorialità innovativa che, visti i governi di questi ultimi vent'anni, non è certo una novità.

Purtroppo, la maggioranza degli italiani farebbe sacrifici per comprare una casa per la prole, ma non per investire nel giovane figlio ricercatore disposto, magari, anche correre il rischio di una nuova idea, pur di farla accadere.

Così come avviene per la famiglia, a cascata, si comportano le banche, gli investitori privati e la politica: tutti pronti a voltare le spalle ai giovani aspiranti imprenditori dell'innovazione.

Non nella vicina Francia dove tante sono, viceversa, le agevolazioni fiscali per gli investitori in capitali di rischio, fino alla possibilità di poter tagliare del 75% le tasse sul patrimonio, in caso di investimento in start up di un importo equivalente.

Non servirebbe, dunque, nemmeno guardare troppo lontano per capire che la strada maestra per uscire dalla crisi dovrà essere, inevitabilmente, “rivoluzionaria”, nel senso di incentivare la semina di capitali di rischio, per far sviluppare giovani ed innovative risorse imprenditoriali, tutte nel segno del merito.