mercoledì 24 luglio 2013

GIUSTIZIA | VIOLENZA SESSUALE: LA CASSAZIONE DICE NO AL CARCERE PREVENTIVO PER GLI STUPRATORI

Decisione choc, quella presa dalla Corte di Cassazione, con sentenza n. 232, con riferimento al comma 3 dell'articolo 275 del codice di procedura penale, ovvero quella norma che definisce l'applicazione delle misure cautelari.
Infatti, per i giudici della Consulta, non è sufficiente che la violenza sessuale di gruppo sia, unanimemente, considerata uno dei reati più odiosi ed efferati, affinché l'applicazione delle misure cautelari in carcere scatti in automatico per i responsabili.
In altre parole, se si è accusati di violenza sessuale di gruppo -definita nella stessa sentenza come “la più intensa lesione del bene della libertà sessuale”- non è affatto obbligatorio il carcere cautelare, essendo sufficienti altre misure come gli arresti domiciliari.
Al riguardo, bisogna pur dire che l'articolo in questione recita che “la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata, in particolare nei casi in cui ci sia pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di turbamento alle indagini.

La violenza sessuale, sarebbe bene i giudici vi riflettessero, in effetti non riguarda solo la sfera fisica, chi la subisce è altresì devastato sia nel corpo, che nell'anima.
La vittima, in conseguenza di ciò, vive nel dolore e nel terrore, chiedendosi il perché di tanto male.
Se, poi, la violenza subita è quella di gruppo, si entra in una spirale di senso di colpa, mista a rabbia e vergogna: la violazione del proprio corpo, è già di per sé una mostruosità ma, se avviene sotto gli occhi di “spettatori istigatori”, risulta moltiplicata.

Il senso di paura delle vittime è, spesso, causato dalla mancanza dell'aiuto di cui avrebbero bisogno: ricordate i casi delle due donne uccise, pur dopo aver denunciato più volte i loro aguzzini?
Nel caso affrontato in sentenza, ci si chiede: come possono i giudici dire che chi ha guardato e istigato alla violenza, sia meno colpevole di chi l'abbia compiuta fisicamente?
Viene spontaneo chiedersi, come sia possibile combattere la piaga della violenza sulle donne, se lo stesso legislatore e gli stessi giudici, non tutelano in primis le vittime di questi reati?

Altrettanto inutile risulta, altresì, anche la ratifica da parte del Parlamento della Convenzione di Istambul contro la violenza sulle donne se, alla fine, gli strumenti legislativi si rivelano tanto fragili.
Sarebbe ora che il nostro codice penale definisse la violenza sulle donne, non solo come delitto contro la libertà sessuale, bensì come delitto, tra i più aberranti, contro la persona umana, in ogni sua espressione.