martedì 9 luglio 2013

ARTE CONTEMPORANEA: SI TRATTA DI ARTE VERA O DEL PIU' GRANDE BLUFF DELLA STORIA?

Comunque stiano le cose, un fatto è certo: il sistema che fa da riferimento alla cosiddetta “arte contemporanea” può -a ragione- definirsi un'organizzazione “perfetta”.
Questo, perlomeno, è quanto sostiene il finanziere Francesco Micheli, nella sua introduzione ad un libro di recente pubblicazione (Investire nell'arte, di Claudio Borghi Aquilini).
Si tratterebbe, stando a quanto scrive Micheli di “Una macchina colossale in grado di determinare valutazioni iperboliche anche per artisti che si affacciano per la prima volta sul mercato”.
Una vero e proprio bulldozer spinto da strategie di marketing e retto su un'alleanza tra le grandi case d'aste, i direttori dei principali musei, critici d'arte, fondi d'investimento specializzati nel settore, riviste, collezionisti miliardari e, infine, le grandi gallerie, sempre più simili a multinazionali dell'arte.
All'interno di questo poco edificante cornice -è il caso di dirlo- gli artisti ricoprono il ruolo di vere star mediatiche, oggetti del desiderio di un'oligarchia globale, disposta a sborsare cifre folli pur di avere nel proprio portafoglio opere che rappresentano uno status symbol.
Il sistema non ammette battute d'arresto e deve sempre sfornare nuove star: come nel caso di Rudolf Stingel, artista altoatesino, i cui prezzi alle recenti aste sono subito schizzati, come da copione, oltre il milione di dollari.
Artisti come principi azzurri, o eroi sbucati dal nulla, come in una fiaba d'altri tempi.
Dalle fiabe, però, ci si aspetterebbe sempre un lieto fine, mentre attorno a quella dell'arte contemporanea qualcuno inizia a porre qualche legittimo dubbio: che ne sarà di queste impressionanti valutazioni economiche, da qui a 20-30 anni?
L'allarme, in questo caso, è stato lanciato dalle pagine del New York Times, che ha preso di mira Damien Hirst, uno degli artisti simbolo delle valutazioni folli, che si è trovato per la prima volta a doversi difendere.
Il New York Times, infatti, lo accusa di aver perso il conto dei suoi “spot painting”, tele di tutte le dimensioni tutte dipinte solo con dei pallini colorati.
A margine di tutto ciò, bisogna altresì prendere atto che le grandi case d'aste hanno ormai trasformato la figura del collezionista in un vero e proprio “compratore seriale”, rincorso in ogni angolo del pianeta, che non sa più scegliere per gusto o cultura, limitandosi viceversa a mettere la propria firma a sette zeri su opere che la “macchina” perfetta ha già scelto per lui.
Anche per questo, in fondo, c'è chi si augura che -prima o poi- la “bolla” possa scoppiare: per gli amanti dell'arte “vera” si tratterebbe proprio di un bel finale.