domenica 29 dicembre 2013

Mobilità sostenibile, la sfida europea è già iniziata

I numeri parlano chiaro: a fine 2012 in Europa ben 800mila automobilisti si sono serviti del car sharing, con 22mila vetture condivise, mentre le previsioni indicano che, entro i prossimi sei anni, il numero degli iscritti a tale servizio raggiungerà la ragguardevole cifra di 15 milioni di persone, con oltre 240mila veicoli in condivisione, un terzo dei quali ad alimentazione elettrica.

Questi dati, emersi a seguito di una ricerca condotta da AlixPartners, ben rappresentano un fenomeno certamente destinato a far riflettere i principali attori economici e politici anche del nostro Paese, tanto più perché raccontano di un settore vitale, all'interno dell'agonizzante mercato tradizionale dell'auto.

Non è del resto un mistero che, nella sola Italia, il calo delle vendite di automobili abbia fatto segnare, negli ultimi cinque anni, percentuali di poco inferiori al 40%, che rappresentano il peggior risultato dagli anni Sessanta: e questa è una delle poche buone notizie legate alla crisi, che ha quantomeno fatto la propria parte nel diffondere una maggior sensibilità per le tematiche ambientali.

Sempre più persone, in ogni angolo del vecchio continente, si stanno infatti convincendo che per avere città più vivibili, occorre perseguire soluzioni capaci di aggregare risultati come un traffico più snello, una migliore qualità dell'aria e della salute, uniti al risparmio economico.

Per quanto riguarda il nostro Paese, si calcola che occorrerà attendere ancora alcuni anni, per un reale decollo del car sharing, pur essendo già passati dai 17.900 utenti del 2009, ai 22.700 del 2011: allo stesso modo, nonostante il crescente interesse delle case automobilistiche, appare solo teoricamente avviato il settore delle automobili elettriche, come pure necessitano di maggiore implementazione le reti di distribuzione di alimentazione alternativa (Gpl e metano).

Questa crescente consapevolezza, segno di un rinnovato approccio alle tematiche della mobilità, ha comunque bisogno di un costante sostegno da parte dell'opinione pubblica, affinché vengano operate le conseguenti scelte politiche ad ogni livello della pubblica amministrazione.

La sfida europea, dunque, è già iniziata: resta solo da vedere chi nel 2014 sarà in grado di dimostrare con i fatti, di voler assolutamente vincere questa partita, tra le più strategiche per il nostro futuro e per quello delle città nelle quali quotidianamente viviamo.

sabato 28 dicembre 2013

Minchia, signor Presidente

Parole, parole, parole, ripeteva il leit motive d'una canzone di molti anni fa, magistralmente interpretata da Mina e supportata dalla voce profonda di Alberto Lupo: e parole, parole, parole saranno anche quelle trasmesse a reti unificate  dal monocorde discorso di Giorgio Napolitano l'ultima sera dell'anno 2013.

Le sue parole non riguarderanno, c'è da starne sicuri, i danni provocati dal sistema dei partiti che per più di vent'anni ha alimentato i desideri di milioni di italiani con promesse fatte in anticipo, e quindi gestite e soddisfatte da altre promesse, con l'obiettivo di spostare nel tempo le risposte a quelli che sarebbero stati i veri bisogni di questo Paese.

Lui non si scaglierà contro questo slittamento, non lancerà 'moniti' contro il colpevole ritardo dei partiti nell'affrontare le questioni più urgenti, che rappresenta la vera origine del nostro debito pubblico: che significa altresì indebitamento etico, politico, culturale e psicologico, totale ed esponenziale.

Dal dopoguerra ad oggi, infatti, l'Italia è come fosse stata costantemente impegnata in un'infinita assemblea di condominio in cui, a cadenze regolari, viene chiesto ai condomini di votare per il rinnovo dell'amministrazione: e gli amministratori lo fanno organizzando una specie di Festival delle promesse, durante il quale per settimane trascorrono il tempo tra pennivendoli compiacenti e servili conduttori televisivi.

Alla fine, la vittoria del Festival delle parole è sempre andata a chi meglio avesse saputo recitare, a chi avesse saputo regalare le promesse più credibili: lo scorso febbraio, però, le cose sono andate in modo diverso, c'è stato un terremoto, per tutti, tranne che per Lei, signor Presidente, che ha colpevolmente lasciato che questo Paese continuasse ad essere amministrato da quegli stessi falliti e fallimentari amministratori.

Nella piena convinzione, senz'altro frutto della sua infinita saggezza, che agli italiani in fondo non gliene frega niente che le promesse vengano mantenute: a loro piace l'arte per l'arte, vanno matti per le infinite variazioni sul tema che i maestri della parola, anche quelli appena usciti dalla 'sezione giovani' del Festival, creano per catturare l'attenzione e ottenere consenso.

Perché gli italiani, come Lei ben sa, amano essere corteggiati da chi, di volta in volta, si trova al governo, ma senza per ciò pretendere che costui sappia governare: del resto, come disse Mussolini, 'governare gli italiani non è difficile, è inutile'.

Minchia, signor Presidente, è anche per tutto questo che nove milioni di cittadini, alle ore 20.30 di martedì 31 dicembre 2013, avranno deciso di non farsi più ingannare né dalle sue parole, nè da quelle della politica marcia che ha voluto la sua rielezione, con l'unico e non celato scopo di salvare ancora una volta sé stessa e i propri padroni, nonché burattinai.

venerdì 27 dicembre 2013

Scorie tossiche di cromo sotto l'Autostrada A4

Se ne sono accorti per primi quelli di Cepav Due, l'impresa impegnata nella realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità, durante i lavori che hanno interessato il tratto fra Ospitaletto e Castegnato, nella provincia di Brescia: si tratta di una serie di siti nei quali, probabilmente negli anni Sessanta e Settanta, sono stati conferiti rifiuti di diversa tipologia e più che dubbia provenienza.

Già dieci anni or sono, nella stessa zona furono rinvenuti rifiuti solidi urbani, mentre quest'ultimo ritrovamento riguarderebbe rifiuti industriali, contenenti in alcuni casi cromo esavalente, in una concentrazione 1400 volte superiore a quanto stabilito dalla legge: nel mirino ci sarebbe, in particolare, la terza corsia dell'Autostrada A4, che a quanto pare sarebbe stata realizzata proprio sopra quel cumulo di scorie tossiche.

Le prime conferme sul cromo esavalente trovato nei terreni circostanti, sono arrivate direttamente dai tecnici dell'Arpa di Brescia, che sono al lavoro sul tratto di territorio che va da Ospitaletto a Castegnato, fino ai confini con Roncadelle, con l'obiettivo di conoscere e individuare possibili strategie per la bonifica, in stretta collaborazione con Cepav Due e le Municipalità interessate, che hanno subito provveduto a segnalare il caso alla Procura della Repubblica di Brescia.

giovedì 26 dicembre 2013

Un Erasmus del lavoro per salvare la generazione dei ventenni

Nessun Paese che intenda avere un futuro davanti a sé, può permettersi di abbandonare i giovani, ma se c'è un Paese al mondo che dovrebbe addirittura coccolare i propri ragazzi, questo è l'Italia: per la semplice ragione che, da noi, i giovani sono merce rara.

Negli anni Ottanta e, ancor più, negli anni Novanta sono nati pochissimi italiani, facendo segnare il record mondiale di infertilità: dal Duemila il trend si è un po' invertito, soprattutto grazie ai figli degli immigrati, tanto che oggi ci sono nove province italiane (Asti, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Modena, Piacenza, Prato e Reggio Emilia) dove uno su quattro, tra i nuovi nati, è figlio di immigrati.

Ciò non è stato sufficiente, però, a cancellare quel ventennio di “buco” demografico, che sarà destinato a caratterizzare a lungo le sorti dell'Italia: i giovani nati in quegli anni, infatti, sono relativamente pochi, soltanto 10 milioni, in pratica la metà di quelli nati tra il 1955 e il 1975.

Il fatto paradossale, però, è che per quanto pochi siano, questi ragazzi risultano essere quelli che più hanno difficoltà a trovare un'occupazione: su di loro pesa, infatti, il “tappo” delle generazioni più numerose, destinate, soprattutto grazie alla Fornero, a restare al lavoro ancora per parecchi anni.

Per intenderci: un italiano nato nell'anno del baby boom (1964), rischia di dover lavorare fino a 67 anni, ovvero fino al 2031, ma il figlio di quel baby-boomer nato nell'anno di minimo demografico (1994) non potrà certo aspettare di aver compiuto i 37 anni, per avere finalmente un lavoro, magari precario.

Al contempo, quei “pochi” giovani tra vent'anni dovranno portare sulle proprie spalle il peso del pensionamento di chi è nato negli anni Sessanta: una faticaccia che richiederebbe, quantomeno, esperienze professionali precoci e di qualità, tali da permettere loro di raggiungere un discreto benessere economico.

E invece? Invece questi ventenni si stanno laureando, seguendo decine di corsi e sostenendo esamini che non permettono loro di approfondire nessuno specifico campo di studi: fuori li aspetta un autentico far west, dove se sono fortunati sommano tante piccole attività, per poi alla prima occasione vedersi sostituiti da qualche precario ancora più disperato di loro.

Che fare? Una seria riforma universitaria capace di rafforzare la capacità degli studenti di elaborare, già durante gli studi, idee vendibili sul mercato del lavoro, potrebbe ad esempio spingere una quota di diplomati a completare la propria formazione.

A tale riguardo: non sappiamo mai bene come spendere i fondi europei per la formazione? Si lanci, allora, un piano straordinario per far lavorare i giovani italiani all'estero, una sorta di Erasmus del lavoro, attraverso il quale le aziende europee possano offrire stage lavorativi ai ragazzi dai 25 anni in su.

C'è da scommetterci, saranno in molti quelli che torneranno da questa esperienza con una carica positiva e con conoscenze linguistiche e professionali meno approssimative: non è tutto, ma sempre meglio delle chiacchiere a sproposito del governo Letta.

martedì 24 dicembre 2013

Trattativa Stato-Mafia, altro che vecchie coppole e lupare

Qualcuno ai piani alti della nostra Repubblica, potrebbe anche 'ammonire' che questo non è certo il momento di mettersi a ballare sulle macerie in cui la crisi economica ha ridotto il Paese: ma il fatto stesso di proporre altri conti e leggere altri numeri, potrebbe viceversa rappresentare un esercizio utile, se non altro per metterci in guardia dai perniciosi fenomeni legati al diffuso bisogno di liquidità, che le banche non sono più in grado da tempo di garantire.

Proprio per questo, i conti ed i numeri di Mafia S.p.A. meriterebbero una maggiore e diversa attenzione da parte dei media, dalla politica e dalla stessa opinione pubblica, visto che si tratta di un fatturato complessivo annuo di oltre 130 miliardi di euro, con un utile netto che supera i 70 miliardi, con il solo ramo commerciale della criminalità che sfiora i 94 miliardi di euro.

Secondo il XIII Rapporto di Sos Impresa, si parla di cifre superiori al 6,5% dell'intero Prodotto Interno Lordo della nostra nazione, il che significa che ogni giorno una enorme massa di ricchezza si sposta dall'economia legale a quella illegale e viceversa, tanto da far disperdere, con questi ordini di grandezza, il confine stesso tra legale e illegale.

Altro che vecchie coppole e lupare: Mafia S.p.A. è a tutti gli effetti, una holding privata che detiene quote azionarie in molte società, opera sul territorio con marchi diversi, diversifica le attività e gli investimenti, sia in tutta Italia che all'estero: ha consigli di amministrazione efficienti, migliaia di dipendenti a libro paga, consulenti, specialisti e sta rappresentando, in particolare in questi ultimi anni, un mercato del lavoro in grande crescita.

Finché non interviene la magistratura con l'azione penale, questo mercato tira, con la complicità di quegli imprenditori esperti del gioco delle tre scimmiette che, pur non essendo mafiosi in senso stretto, non disdegnano di fare affari con loro, applicando alla perfezione il principio della “doppia morale”, per la quale ci si mostra ligi alle leggi dello Stato quando si opera nel centro-nord del Paese, per poi adeguarsi con disinvoltura alle regole mafiose se si hanno interessi in fondo all'Italia.

E così fan tutti, dalle grandi imprese quotate in borsa, agli Enti statali, alle centrali cooperative: ed è così che il potere mafioso, in questa malata logica capitalistica, altro non rappresenta se non un “normale” costo aggiuntivo d'impresa, da calcolare nei preventivi dei costi di realizzazione di un'opera pubblica, già al momento della presentazione delle offerte per la gara d'appalto.

Ovviamente le attività mafiose spaziano dalle più tradizionali alle più sofisticate: si va dall'immancabile pizzo, all'usura, al traffico di droga, dal controllo degli appalti al traffico illecito dei rifiuti, dalla gestione delle slot-machine al traffico di organi umani, al mercato della contraffazione.

Parallelo a questo sistema, ma ad esso intrecciato, c'è il circuito del riciclaggio, i centri commerciali, la grande distribuzione alimentare e le catene dei supermercati, le società finanziarie di copertura e le attività imprenditoriali che non risparmiano ormai più alcun settore, sia pubblico che privato: dalla sanità al turismo, dallo smaltimento dei rifiuti agli investimenti immobiliari, il tutto senza limiti territoriali, né frontiere nazionali e internazionali.

A dare comunque una speranza che forse non tutto è perduto sulla strada del recupero della legalità in questo Paese, c'è per fortuna l'abnegazione di uomini come il pm Nino Di Matteo che, nonostante la condanna a morte pronunciata da Totò Riina, e nonostante il colpevole e fragoroso silenzio delle massime cariche, prosegue diritto per la propria strada, che altro non è se non quella di assicurare alla giustizia quei responsabili politici che, con la trattativa Stato-Mafia, hanno legittimato questa situazione.

domenica 22 dicembre 2013

A.A.A., controfigura di merda cercasi

Siete senza un lavoro? Non deprimetevi, anzi, pensate a quanto siete fortunati: perché avete davanti a voi l'opportunità di trasformare radicalmente la vostra triste situazione in un nuovo, nonché redditizio lavoro.

Vi state forse chiedendo: dove sta la fregatura? Da nessuna parte, basta saper sfruttare a livello economico una di quelle attività nella quale ciascuno di noi, il più delle volte magari inconsapevolmente, si è esercitato: la figura di merda.

E' vero, in genere si tratta di un comportamento che preferiremmo scansare (come la cacca, giusto per stare in tema) ma, a dispetto della sua apparente infruttuosità, una figura di merda può essere trasformata da spiacevole incidente in arte, e da arte a lucrosa professione.

Tenendo ben presente che la figura di merda è un istituto democratico, cui tutti possono accedere, senza distinzione di sesso, classe, censo e appartenenza territoriale, che a fare una figura di merda son bravi tutti quanti e, infine, che la figura di merda è per sempre come un diamante, nel senso che si appiccica addosso al suo autore, facendo curriculum.

Ma, qualcuno potrebbe obiettare, qual'è la richiesta di mercato? Chi richiede figure di merda come servizio? Ecco allora che risulta necessario spiegare bene in cosa consiste questo nuovo profilo professionale: si tratta della controfigura di merda.

Ovvero, un professionista che, dietro corresponsione di congrua ricompensa, ci mette la faccia in luogo di colui al quale la figura di merda spetterebbe per dovere: in concreto, un vero e proprio intermediario della pubblica umiliazione.

Pertanto, come avviene nel caso della controfigura classica, alla controfigura di merda tocca farsi carico del “lavoro sporco”, alleviandone il committente: tipico di un bravo stuntman di merda deve essere, ad esempio, un atteggiamento di rigore professionale, ligio al principio sine ira ac studio.

Infatti, visto che ad esso toccheranno le contumelie che spetterebbero al suo committente, dovrà offrire il suo onore in pasto a coloro che inveiscono, consentendo a quest'ultimi di prendersi le relative catartiche soddisfazioni, tornandosene infine da dove era venuto, con la piena coscienza di aver fatto il proprio dovere: non è vero, signor  Luigi Tivelli?

mercoledì 18 dicembre 2013

Per gli ermellini Anonymous è un'associazione a delinquere

Con la sentenza n. 50620, la Corte di Cassazione ha deciso di confermare la custodia e gli arresti domiciliari per l'hacker Gianluca Preite, catturato lo scorso mese di maggio dalla Polizia Postale nel corso dell'operazione Tango Down, per aver effettuato assieme ad altri accessi abusivi a sistemi informatici.

Con la medesima pronuncia, inoltre, gli ermellini hanno inteso approfondire la natura stessa delle operazioni condotte nel nome del gruppo Anonymous, la cui organizzazione cellulare volta a perpetrare attacchi informatici è stata considerata dai giudici italiani una vera e propria “associazione a delinquere”.

Tanto che, secondo il giudice supremo, non possono essere rivendicate nemmeno le attenuanti legate alla natura ideale delle azioni compiute in nome di Anonymous, nonostante possano sussistere motivazioni “lusinghiere e meritorie”: un accordo per introdursi abusivamente in siti di proprietà altrui, infatti, costituisce di norma un reato, a prescindere dalle finalità di coloro che lo pongano in atto.

Sempre secondo la Corte di Cassazione, pertanto, Anonymous “può assimilarsi ad un'organizzazione non statica, operante in una dimensione di per sé aperta e non individuabile su una base meramente territoriale, al punto che cellule tra loro diverse potrebbero aver pianificato altrettanto diverse iniziative illecite.

Per quanto riguarda la posizione di Preite, dunque, la stessa sarà altresì gravata del reato di associazione a delinquere, nonostante tale ipotesi fosse stata osteggiata con forza dalla sua difesa, sostenuta da Carlo Taormina.

Secondo il legale di Gianluca Preite, infatti, “le finalità e i valori perseguiti da Anonymous, ove gli stessi coincidono con principi largamente condivisi dal tessuto sociale, escluderebbero, di fatto, la possibilità di discutere di reati aventi natura associativa”.

Nepotismo e populismo, da che parte stanno gli italiani?

C'è un comportamento sociale che, più d'altri, appare emblematico della sub cultura in cui sta naufragando il nostro Paese: si tratta dell'assai  noto fenomeno del nepotismo, di chi lo pratica ma anche di chi, in un rassegnato silenzio accetta che la cosa pubblica sia uno spazio da occupare e il merito un fastidioso impedimento.

Capita infatti sovente che, chiunque abbia un qualche potere debba prima o poi avere a che fare con lo Stato e le sue diramazioni amministrative e, anche senza commettere reati, decida di assumere o di far assumere un familiare, un amico o, peggio, di aiutare o far aiutare qualcuno con cui ha contratto magari un debito.

Ed è in casi come questi che viene fuori l'arroganza di quel particolare potere, volgarmente mascherata con frasi del tipo: “Siccome è mio fratello non può essere bravo e diventare dirigente di Poste Italiane?”, “La signora Ligresti aveva le carte in regola per uscire dal carcere, io cosa c'entro?",  “Solo perché è mio cugino, nipote di mio zio, non può essere che sia anche il più qualificato per ricoprire il ruolo di vicesegretario generale della Camera?”

Fare tutto il possibile per favorire parenti ed amici: cosa c'è di male, se poi non si violano leggi o regolamenti? Pensarla diversamente si rischia solo di fare la figura dei parrucconi moralisti o, peggio, d'essere tacciati quali pericolosi populisti: non c'è niente di male, in fondo, ad adoperarsi per chi si ama...

Così la cosa pubblica diventa solo uno spazio da occupare, non una macchina da far funzionare e, magari da migliorare, tanto che ormai da parecchi decenni questo Paese nasconde, intralcia, soffoca nella culla o costringe all'esilio le sue intelligenze, i suoi talenti, in definitiva tutti coloro che, in ogni campo della vita sociale, economica e politica non aderiscono a consorterie e camarille.

Per farsene un'idea, basta scorrere i cognomi in coda alle trasmissioni televisive (in questo Rai e Mediaset sono specularmente imparentate), paragonandoli ai percorsi e le carriere di chi ha deciso di non sacrificare la propria libertà ai potenti di turno, siano essi politici, lobby o partiti.

Del resto, se in Italia il merito fosse davvero premiato, se incarichi e responsabilità fossero davvero contendibili, le cose andrebbero sicuramente meglio e non ci sarebbe certamente bisogno di quell'avanguardia della corruzione che si spinge fino all'offerta di prestazioni sessuali, in cambio di favori.

Ben sapendo che il colpevole e fragoroso silenzio dei media, di fronte alle sfacciate parole di chi pratica il nepotismo come stile di vita, come pure la rassegnazione di molti, altro non possono essere considerati se non alla stregua di un'ammissione di colpa, riconoscere di essere loro parenti.

Se, d'altro canto, la maggioranza degli italiani è davvero convinta che non esista altro modo per farsi strada nel mondo, che arrampicarsi sulle spalle degli amici, strutturando a tal fine intere reti e relazioni in un infinito, stratificato conflitto d'interessi, è giusto che scelga anche per il futuro d'essere rappresentata dai degni eredi del proprietario della madre dei conflitti d'interesse.

lunedì 16 dicembre 2013

Gli antenati di Letta e Renzi

Nella storia italiana, a partire dall'Unità, tutte le volte che un governo ha ritenuto di adattare la legge a sé stesso, lo ha fatto senza fare una piega: in Italia, del resto, per il potere, le regole prima ancora che un optional, sono da sempre state considerate e vissute piuttosto come un handicap.

Tale situazione, nei fatti, si è sempre manifestata in due ben definite dimensioni: una di marketing (o promozione di sé) e una gestionale: per quanto riguarda il marketing, ad esempio, è bene sapere che il “governo del fare” non l'hanno certo inventato né Letta né Renzi, essendo stato evocato parecchie volte già dai loro antenati, nella storia di questo Paese.

E sempre con le stesse caratteristiche: la drammatizzazione di una condizione di emergenza e, conseguentemente, il ricorso alla decretazione d'urgenza: tanto che la dimensione gestionale si ripresenta da sempre con le stessa retorica, ovvero attraverso l'identificazione del Parlamento come luogo delle discussioni infinite che non portano mai da nessuna parte.

Nella storia italiana c'è la reiterazione di un vizio: il governo che, troppo spesso, usurpa quella che è la principale funzione del Parlamento, che è fare le leggi: gli esempi del passato sono parecchi, ma vale la pena soffermarsi almeno su un caso di per sé emblematico.

Con il decreto legge del 21 ottobre 1915, il governo privava della possibilità di chiedere il risarcimento dei danni per fatti colposi commessi dai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, come ad esempio i disastri ferroviari: la prima sezione del Tribunale di Roma lo dichiarò incostituzionale immediatamente dopo il suo varo, ma senza effetti, perché quel decreto-legge fu applicato per parecchio tempo dal governo di allora.

Anche oggi, dopo la pronuncia (colpevolmente tardiva) della Consulta circa l'incostituzionalità del Porcellum, tocca constatare che il potere il vizio non l'ha perso: infatti, sia il premier nipote, che il neo-segretario rampante del Pdexmenoelle, pare abbiano l'intenzione di procedere, proprio come i loro diretti antenati, per decreto anche per quanto riguarda la nuova legge elettorale.

Magari barattandola, come nel gioco del "celo-celo, manca-manca", con la rinuncia al finanziamento pubblico ai partiti già abolito da un Referendum del 1993, anche se gli stessi partiti se ne sono accorti solo grazie al risultato elettorale del MoVimento 5 Stelle, che ha mandato in Parlamento un'opposizione "nè di destra nè di sinistra", oltre che non riconducibile a “posizionamenti” strategici (Sel-Lega Nord) o a faide interne alla maggioranza (Nuovo Centrodestra).

venerdì 13 dicembre 2013

Cari giornalisti dei miei stivali

Intervenendo a Servizio Pubblico a proposito del rapporto esistente in questo Paese tra giornalisti e politici, così Marco Travaglio ha riassunto la propria posizione in merito: “I leaders politici dovrebbero sempre astenersi dall'attaccare pubblicamente i giornalisti, ma altrettanto opportuno sarebbe si astenessero dal difenderli, soprattutto se scrivono sui loro giornali di partito.

Viene da chiederci, al riguardo: c'è oggi in Italia una pratica giornalistica dell'inchiesta, che sia conoscenza consapevole dei fatti indagati e non solo gossip, pettegolezzo, frasi virgolettate, mistificazione e menzogna?

Fatti salvi i casi di giornalisti competenti ma, soprattutto liberi e indipendenti come, per l'appunto, Marco Travaglio e pochi altri, all'orizzonte non sembra di scorgere novelli Bob Woodward o Carl Bernstein, considerato altresì che da noi il cosiddetto giornalismo d'inchiesta è sempre stato merce rara.

Semmai, la tradizione del giornalismo nel nostro Paese è sempre stata non quella dell'indagare per saperne di più, per farsi un'opinione fondata e, di conseguenza, assumere una consapevolezza critica maggiore finalizzata a formare una coscienza pubblica: storicamente, infatti, i nostri giornali hanno sempre utilizzato l'inchiesta come controstoria, ovvero come astuto artifizio per rovesciare i rapporti di forza.

Lo scopo della maggior parte dei nostri giornalisti, infatti, non è mai stato quello di individuare la truffa o l'illecito, per comprendere come siano stati possibili, fornire un giudizio critico e morale, magari proponendo rimedi, attraverso una metodica nonché incisiva azione da novelli Robin Hood.

Al punto che l'arte stessa dell'inchiesta per conoscere si è trasformata, via, via, sempre più nell'inchiesta per sanzionare, ovvero in quella esercitata dalla magistratura: una metamorfosi che ha fatto sì che per molte delle cose non chiare, che hanno avvelenato il nostro Paese, è stata di fatto la magistratura a svolgere vari ruoli di supplenza.

Una realtà, quella dell'Italia scoperta nelle inchieste, che è ormai conseguente all'atto giudiziario, piuttosto che allo 'scavo' di coloro che, in quanto giornalisti, avrebbero avuto il dovere di contribuire al formarsi di una coscienza pubblica e che, invece, sanno solo piagnucolare per essere stati indicati quali 'fabbricatori' di autentiche menzogne.

Non solo, accanto c'è anche come il giornalismo italiano si è proposto nel sistema di equilibrio tra poteri, un meccanismo che un grande giornalista d'inchiesta come Enzo Forcella (1921-1999) individuava già nel 1959 nel rapporto malato, complice, comunque ammiccante, tra mondo della politica e commentatori politici: un mondo che si restringeva a soli millecinquecento lettori interessati.

E' altresì vero che nelle società di mercato la domanda determina l'offerta, ma è anche vero che esiste un profilo di qualità dell'offerta che non può essere semplicisticamente derubricata come questione superflua e inutile: non può essere sempre colpa dei propri 'padroni' per ciò che si è, nel bene e nel male e, soprattutto, nel male.

martedì 10 dicembre 2013

Unione Europea, la politica sarà capace di andare oltre?

Tutte le decisioni assunte nel corso di questi ultimi anni dai governi dell'eurozona sono state giustificate in nome dei mercati: nel nostro caso, si è operato per ricevere la loro benevolenza ed evitare la loro ira funesta (la prima tradotta nella disponibilità ad acquistare i titoli di stato emessi dal nostro Paese, la seconda nel venderli).

Anche se l'idea (sbagliata) che si debba ossequiare sempre e comunque quello che desiderano i mercati prese vita già negli anni novanta, più precisamente negli anni in cui si concretizzò l'idea della moneta unica: fu allora, infatti, che il presidente della Bunsebank, Hans Tietmeyer, lodò i governi nazionali per aver scelto di privilegiare il “permanente plebiscito dei mercati mondiali”, rispetto ai risultati elettorali.

Tanto che la “dittatura” vigente nel nostro Paese, prima con il governo Monti, ora con quello delle “strette” intese di Enrico Letta, instaurata anche per via dell'intromissione incostituzionale del Capo dello Stato, deve la propria nascita proprio al concetto contenuto in quell'affermazione.

In verità, come ogni persona di buon senso è in grado di sapere, non esiste nessun signor Mercato, essendo i mercati luoghi in cui si scambiano delle cose (scarpe, pesci, azioni, obbligazioni), in genere a fronte di una contropartita in denaro.

Nel caso dei mercati finanziari, si tratta di trader e operatori di borsa, di gestori di fondi di investimento e similari, le cui decisioni non sempre sono basate su aspettative razionali, tanto che non più tardi di un anno fa Warren Buffet (gestore di grandi patrimoni, nonché l'uomo più ricco degli Stati Uniti) ebbe ad affermare “Se i mercati fossero sempre efficienti, a quest'ora io sarei un barbone per strada con una tazza di latta”.

Piuttosto, la crisi che ancora attanaglia parecchi Paesi dell'eurozona, rappresenta un chiaro esempio dell'interazione tra l'imperfezione dei mercati e quella delle decisioni politiche imperfette: prima fra tutte, il Trattato di Maastricht, che diede vita a un'unione monetaria senza un'unione politica.

Altro grave errore, in questi termini, fu quello rappresentato dalla mancata previsione di una via d'uscita dall'euro, cosicché i membri più deboli dell'unione si trovano alla stregua di un Paese del Terzo Mondo che si è sovraindebitato in una valuta forte: in questi termini, appare del tutto improbabile pensare che la stessa Unione Europea possa sopravvivere ancora per molto.

Come fare per scongiurare questa prospettiva? Innanzitutto, andrebbe modificato radicalmente il fiscal compact, tenendo conto non soltanto del debito pubblico, ma anche del deficit della bilancia commerciale, con ciò distinguendo tra spese correnti e investimenti che possono far ripartire la crescita (questi ultimi potrebbero essere co-finanziati dalla Banca europea degli investimenti).

In secondo luogo, si renderebbe necessaria una condivisione europea dei debiti eccedenti il 60% del Pil, ed in terzo luogo, il debito esistente dovrebbe poter essere rifinanziato a tassi non più elevati di quelli attuali.

Chiaramente la Bundsbank non accetterà mai queste proposte, ma le forze politiche che si candidano a rappresentare l'Europa nel 2014 dovrebbero prenderle in seria considerazione: è ora più che mai necessario affermare che il futuro, ovvero il fallimento dell'Unione Europea rappresentano una questione soltanto politica, che si colloca oltre le competenze della Bundesbank e oltre le aspettative dei mercati.

lunedì 9 dicembre 2013

Benvenuti al Med Grow Cannabis College, a scuola di marijuana

Anche in questo 'particolare' college è legalmente vietato fumare in classe, in compenso si passa molto tempo ad annusare, a discutere sui metodi di inalazione, oltre che per stabilire quale sia la pianta migliore: siate i Benvenuti al Med Grow Cannabis College, a scuola di marijuana.

Si tratta della prima scuola professionale di cannabis medica dove, guidati da orticoltori, medici e avvocati, gli studenti imparano a coltivare le piante e a proteggerle da usi illeciti: l'attività didattica è iniziata quasi cinque anni fa nella città di  Detroit, dopo che a novembre del 2008, lo stato del Michigan aveva legalizzato l'uso della droga a fini terapeutici.

L'Istituto rilascia ogni mese più di mille attestati a consumatori e a coltivatori del Michigan: la retta del corso è di 475 dollari per sei lezioni serali, anche perché, come tiene a precisare Nick Tennant, uno dei fondatori del college “Se l'uso è a scopo terapeutico, è necessario saper riconoscere esattamente le varietà e le caratteristiche di ogni specie di cannabis”.

A tale riguardo, sul muro dell'aula di orticoltura c'è un grafico che illustra le varietà di 'erba', gli effetti sulle diverse malattie, nonché i diversi sapori caratteristici: ci sono, ad esempio, la cannabis che ti fa parlare per ore e quella che ti fa accasciare sul divano, anche se entrambe non sono tra le più indicate per chi deve lavorare.

La maggior parte degli iscritti usa la marijuana per alleviare il dolore, oppure per assistere le persone sofferenti, come ad esempio un prete che gestisce una clinica per malati terminali di Aids: poi ci sono anche ragazzi come Ryan Hasbany (20 anni), studente della Facoltà di Economia e Commercio, che rivela “La coltivazione legale della cannabis rappresenta un businnes da 1,5 miliardi di dollari, visto che la marijuana per uso medico in Michigan si vende a circa 250 dollari l'oncia”.

Il Michigan è stato il quattordicesimo stato americano a legalizzare la marijuana per scopi terapeutici, dopo che ad aprire la strada della legalizzazione ci pensò la California, già nel 1996: grazie all'esito dei referendum tenutisi nel 2012, si sono attualmente aggiunti anche lo stato di Washington ed il Colorado.

Tra i pazienti che possono ottenere dal Med Grow Cannabis College un certificato per l'uso della marijuana a scopi terapeutici, si va dai malati di cancro e Aids a coloro che soffrono di dolori cronici di diversa origine come, ad esempio, postumi da intervento alla spina dorsale o per una ferita da arma da fuoco.

Dall'esperienza maturata in questi anni, si è inoltre potuto rilevare che i malati che soffrono non rischiano affatto di cadere nella dipendenza, mentre sarebbe opportuno per i consumatori abituali di cannabis trovare un'alternativa al fumo: per fare ciò, i corsi tenuti presso il Med Grow Cannabis College comprendono anche un laboratorio di cucina, con ricette che vanno dalle torte all'hashish al sushi alla marjiuana.

sabato 7 dicembre 2013

Le ricette della Banca Mondiale, per abbattere le disuguaglianze sanitarie

E' stato calcolato che, nei prossimi vent'anni, sia i Paesi poveri che quelli emergenti raggiungeranno il livello dei Paesi più sviluppati, quanto a cura delle malattie infettive e prevenzione della mortalità materno-infantile.

Tanto che circa 10 milioni di vite godranno della possibilità d'essere salvate da una fine prematura: ciò, almeno, è quanto emerge dal documento "Global Health 2035", redatto da 25 esperti di economia e salute, coordinati dal professor Lawrence Summers, dell'Università di Harvard.

In effetti, questa ricerca rappresenta una sorta di aggiornamento, dopo vent'anni, del primo rapporto sulla salute della Banca Mondiale (World Development Report, 1993), anch'esso firmato da Summers: la novità, rispetto al 1993, è che, secondo gli studiosi, non servirebbero ulteriori fondi da spremere all'asfittica voce degli aiuti umanitari: basterebbe che i Paesi che in tutti questi anni si sono affrancati dallo stato di povertà, uniformassero gli investimenti nei rispettivi sistemi sanitari, indirizzandoli al mantenimento degli standard già raggiunti.

Del resto, investire sulla sanità è conveniente -spiegano gli esperti nel rapporto- visto che ogni dollaro investito in questo settore genera un ritorno che varia tra i 9 e 20 dollari, intesi in termini di minori spese sanitarie, maggiore produttività e in anni di vita guadagnati.

Per restringere sempre più il grande divario tra ricchi e poveri, tutti i Paesi dovrebbero agire ponendosi l'obiettivo della magica tripletta del “16-8-84”, ovvero impegnarsi per far scendere la mortalità dei bimbi sotto i cinque anni a 16 per mille nati, i morti per Aids a meno di 8mila ogni 100mila persone, e ridurre i morti per tubercolosi a 4 per 100mila.

Non si può negare, d'altro canto, l'esistenza di segnali positivi circa il miglioramento della situazione sanitaria globale, anche se le performances fin qui registrate non possono essere considerate sufficienti a soddisfare i due “obietti vi del millennio” (Millenium Development Goals), che per il 2015 raccomandavano la riduzione della mortalità infantile di due terzi e quella materna di tre quarti.

Tra i Paesi poveri e a medio reddito, però, soltanto una metà dedica alla spesa sanitaria più del 10% del proprio Pil: a tale proposito il “Global Health 2035” osserva come le situazioni sanitarie più critiche si trovano sì nei Paesi più poveri, ma anche nelle zone rurali dei Paesi a medio reddito, dove del resto vive il 70% dei poveri.

Le ricette della Banca Mondiale dicono che, senza dover impegnare cifre folli, è possibile concentrare gli sforzi per aumentare i livelli di prevenzione e sanità di base, migliorare i servizi igienici, realizzare ospedali, impegnandosi al contempo per la crescita delle capacità cliniche e assistenziali per le malattie croniche.

Anche perché, con la progressiva uscita dal tunnel delle malattie infettive, questi Paesi non potranno evitare in futuro un aumento dei mali tipici dei Paesi ricchi, come obesità, diabete, malattie cardiache e tumori: una serie di tassazioni congiunte su fumo, alcol e trasporti inquinanti potrebbero, secondo gli esperti della Banca Mondiale, aiutare a ridurre i consumi nocivi e recuperare risorse da reinvestire in Piani di salute pubblica.